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Archivio per il mese di novembre 2010


martedì 30 novembre 2010, 14:57

Declino e caduta dell’impero romano

Ieri mattina sono arrivato a Fiumicino con un volo Alitalia. Non usavo più la compagnia di bandiera da secoli; stavolta c’era una buona offerta, e dunque ho deciso di darle un’altra chance. Avrei dovuto capire che era una pessima idea dal fatto che sul sito Alitalia non è stato possibile comprare il biglietto: quando arrivavo al modulo di pagamento, il sito si piantava. Forse funziona solo con Internet Explorer, non lo so, fatto sta che sono dovuto andare a comprare il biglietto su Expedia, che peraltro non mi ha fatto pagare i cinque euro di “commissione carta di credito” che Alitalia chiedeva sul suo sito (unico caso in cui l’acquisto tramite intermediario costa meno dell’acquisto diretto).

Anche il web check-in è stato un mezzo disastro: il sistema Alitalia non accetta, come il resto del mondo, il codice IATA di sei caratteri, ma vuole per forza il numero di biglietto elettronico, che però Expedia non mi dava. Alla fine l’ho trovato in un angolino dell’interfaccia di Expedia, l’ho messo, il sistema mi ha creato un PDF in due copie. Io ne ho stampata una sola: tutti i web check-in del mondo funzionano che al gate o il foglio viene strappato o marcato (modello Ryanair), o contiene un codice a barre che viene letto (modello Lufthansa). In ambo i casi, il foglio resta al passeggero. Ma Alitalia no: stampa il codice a barre ma, visto che non si sono preoccupati di dotare i gate di lettori, al gate il foglio viene ritirato. Dopodiché, salendo sull’aereo, ti chiedono la seconda copia! Ma perché dovrei stampare due volte lo stesso foglio per consegnarlo in duplice copia a trenta secondi l’una dall’altra? Gli alberi ringraziano.

Arrivato a Fiumicino con soli 45 minuti di ritardo, mi sono avviato verso la stazione del treno. Come al solito, i tappeti scorrevoli del percorso dal terminal alla stazione erano quasi tutti rotti; il degrado è sempre peggiore, le scale mobili sono ferme e vanno salite a balzelloni, tutto è sporco e semiabbandonato. La responsabilità è di RFI, trattandosi di area ferroviaria, e dunque come ha risolto il problema la società Aeroporti di Roma? Semplice, tappezzando di cartelli i punti di confine per avvisare “DA QUESTO PUNTO I SERVIZI NON SONO GESTITI DA AEROPORTI DI ROMA”. Scaricata la responsabilità, il servizio rimane degradato come prima.

Dovevo andare a Termini, e dunque ho fatto una cosa che non faccio mai; invece di prendere il molto più economico treno metropolitano FM1 per Fara Sabina, scendendo a Ostiense e prendendo da lì la metro, ho preso il Leonardo Express per Termini. E’ “express” nel senso che non ferma, ma si accoda al treno locale che fa tutte le fermate e dunque va a passo d’uomo, impiegando 38 minuti per percorrere 23 chilometri (velocità media 36 km/h). Non sarà il maglev che collega alla città l’aeroporto di Shanghai, che raggiunge i 400 chilometri orari, ma in compenso costa poco: 14 euro (il maglev di Shanghai ne costa 5). E’ perché è un treno “di sola prima classe”: cioè un treno di seconda con i sedili coperti in finta pelle blu, le porte rotte e le carrozze arrugginite.

A Termini, il treno dall’aeroporto viene attestato al binario 25, che inizia a centinaia di metri dagli altri: il posto più scomodo e lontano possibile, costringendo i turisti con i bagagli a trascinarseli sul marciapiede. Ma sul marciapiede devono passare anche i carrelli di servizio, dunque qualche sindacalista romano ha ottenuto che metà del suddetto venisse delimitata con strisce blu e riservata ai dipendenti su carrello. Lo spazio rimanente è insufficiente e i clienti del treno si pigiano, ma non importa a nessuno.

Si potrebbe uscire dal sottopassaggio verso via Marsala, risparmiando parecchi minuti di cammino, ma c’è un problema: era pieno di venditori abusivi. Come hanno risolto il problema? Pattugliando il sottopassaggio? No, semplicemente hanno chiuso gli accessi al sottopassaggio dai binari, così il problema si risolve da solo.

Stamattina presiedevo una sessione della conferenza. In sala poca gente: la città è paralizzata dai cortei degli studenti. Li ho visti partire mentre arrivavo qui a piedi: migliaia e migliaia, con fumogeni e botti, e striscioni che dicevano “RIVOLUZIONE”. Elena è andata in centro – a piedi, perché i mezzi di superficie sono bloccati, mentre la metro è chiusa per sciopero. Il centro è militarizzato: l’intera zona centrale, per chilometri, è bloccata e non ti fanno passare nemmeno a piedi; ti accolgono col mitra spianato. Signore con auto lussuosa spergiurano di abitare davanti a Palazzo Chigi e chiedono di passare; agognano brioche. Ma ci sono vari livelli di sbarramenti; mancano solo i carri armati… per ora.

Qui, molto più che a Torino, tira aria di fine impero. Il problema è cosa resterà dopo.

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lunedì 29 novembre 2010, 14:45

Profumo di cambiamento

La lettera con cui il Rettore del Politecnico Profumo comunica la sua indisponibilità a fare il sindaco segna probabilmente un momento di svolta negli equilibri geopolitici di Torino. Detto che su questo genere di cose giravolte e ripensamenti sono all’ordine del giorno, il messaggio che ha mandato ieri il Rettore è molto chiaro: “io l’avrei anche fatto, mi ci sarei messo seriamente, ma voi avete cominciato a litigare e allora non ci sto”.

Il “voi” in questo caso è la classe politica cittadina, da Chiamparino in giù; che poi vuol dire, vista la calcolata inconsistenza del centrodestra a Torino città, soprattutto il PD. Con Castellani prima e con Chiamparino poi, il PD è stato organico al blocco socio-economico che controlla la città: è stato fedele alleato della Fiat sia sul piano industriale che su quello dell’immagine (compresi i mondiali di sci e le Olimpiadi); si faceva scrivere i piani strategici dal Sanpaolo; ha permesso ai palazzinari (talvolta amici, talvolta parenti) di cementificare le periferie; aveva dalla sua parte anche gli accademici, non solo gli intellettuali di Palazzo Nuovo, ma addirittura quei “confindustriali” del Politecnico.

Ora, però, questo asse si è incrinato. Da una parte il potere economico ha spinto Profumo in tutte le maniere; se riprendete in mano le prime pagine della cronaca cittadina della Stampa, quasi ogni giorno per tre mesi c’è stato un articolo su cosa faceva Profumo, cosa pensava Profumo, quanto era figo Profumo. Dall’altra la politica cittadina ha detto no: chi più chi meno, i vari capetti del PD hanno detto “con Castellani ci avete preso alla sprovvista, con Chiamparino ci avete marginalizzato, ora tocca a noi”; hanno detto che la “società civile” deve stare al suo posto, e che l’amministrazione delle istituzioni compete ai politici professionisti.

Questo esito rafforza, se ce ne fosse bisogno, il ruolo di una lista civica come la nostra; una lista che, pur facendo parte di un movimento nazionale, non aspira a formare politici di professione, ma piuttosto a portare un gruppo di persone comuni nelle istituzioni. Il nostro gruppo è particolarmente variegato; ci sono i “meetuppari” classici, gli esperti di decrescita, di energie alternative, di mobilità sostenibile, di GAS; ma ci sono anche persone che sfuggono a questa classificazione, imprenditori, liberi professionisti, persone che vogliono soprattutto una gestione di Torino migliore, orientata al bene comune invece che agli interessi di pochi.

Se questa varietà può far storcere il naso a chi intende il Movimento come un club di puri, essa è invece per me un grosso valore: vorrei che fossimo noi la vera “alleanza per Torino”, quel movimento di persone che non vogliono fare politica per mestiere ma che, venendo da esperienze molto diverse, si radunano su un programma di rinnovamento e rilancio della città. Più ampio e variegato sarà il fronte che riusciremo a costruire, migliori saranno le nostre chance di ottenere dei risultati: questa è la nostra sfida dei prossimi mesi.

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domenica 28 novembre 2010, 21:03

Raccomandato da Google

Come già vi dissi, sono in partenza per Roma; purtroppo ho già prenotato l’hotel settimane fa, ma stasera Google Maps mi ha presentato un ottimo suggerimento. Perché non andare a stare a Montecitorio? Ci sono pure lo schermo piatto e il wi-fi gratuito…

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sabato 27 novembre 2010, 19:40

Nuovi fatti contro il Tav

Oggi, a Chiomonte, per la seconda volta il presidio No Tav sequestrato dalla magistratura è stato rioccupato, riaprendo il cantiere per finire i lavori. L’inverno si avvicina, e bisogna finire il tetto… In parallelo, la discussione è arrivata nelle stanze del consiglio comunale. Ma invece di concentrarmi solo sulla diatriba mediatica, io vorrei citare una serie di fatti che i media non riportano.

Per quanto riguarda il traffico, sono usciti da poco i dati Alpinfo 2009 – Alpinfo è l’osservatorio sul traffico alpino gestito dalla Svizzera – e sono clamorosi: il traffico automobilistico attraverso il Frejus è calato del 20%, da 12.2 a 10.2 milioni di tonnellate, ma il traffico ferroviario sulla stessa tratta (nella tabella è alla riga “Mont-Cenis”) si è praticamente dimezzato in un anno: da 4.6 a 2.4 milioni di tonnellate. In dieci anni si è ridotto a poco più di un quarto (nel 2000 peraltro, come ricorderete, il Monte Bianco era chiuso in seguito a un drammatico incidente).

Ricordiamo che la capacità dell’attuale linea ferroviaria attraverso il Frejus è di 20 milioni di tonnellate di merce all’anno: anche se per magia tutto il traffico automobilistico venisse spostato su ferro (per quanto i dati dimostrino che la tendenza è se mai opposta) la linea sarebbe piena per poco più di metà…

Ma ci sono altre notizie delle ultime settimane che sono passate abbastanza sotto silenzio. Per esempio, un paio di settimane fa a Bologna gli scavi della stazione sotterranea della TAV, situata in piena zona abitata al di là dell’attuale stazione ferroviaria, hanno provocato l’ennesima voragine. Il terreno è instabile; questa volta sono stati fortunati e la voragine si è aperta in un piazzale, ma venti metri più in là ci sono le fondamenta delle case, che già più volte in questi anni sono state lesionate. Ci sono persone con il salotto o la camera da letto puntellata e transennata e con la casa che rischia di crollare; ma queste cose ovviamente passano sotto silenzio.

Non sarà diversa la situazione a Firenze, in cui dovrebbe essere costruita un’altra galleria di “sottoattraversamento” della TAV in una zona dove le falde acquifere sono a pochi metri dalla superficie: e infatti già con i lavori preparatori ci sono stati danni alle case. Il rischio è che le strutture del tunnel, che scorrerà trasversalmente alle falde e al flusso del Mugnone, facciano da diga, provocando scompensi alle fondamenta di tutta la città, compreso il centro storico. Se non ci credete, basta guardare lo scandalo tutto torinese della Falchera allagata: da quando è stato costruito il ben più piccolo tunnel del tram 4, le acque nel sottosuolo non defluiscono più ed emergono allagando le case. Immaginate una cosa del genere, ma dieci volte più grossa.

Insomma, questi scavi faraonici creano danni e problemi altrettanto faraonici; uno potrebbe ancora capirli se ci fosse una effettiva e pressante necessità, se dall’altra parte ci fossero strade e ferrovie intasate, inquinamento a livelli record, e non ci fossero alternative. Ma del Frejus abbiamo già detto; per Firenze, ad esempio, esiste un progetto alternativo in superficie che costa un ottavo e risolve il problema con meno sforzi e senza rischi. Forse il problema è proprio questo.

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venerdì 26 novembre 2010, 13:49

Primarie sì, primarie no, primarie fantasma

È un po’ che devo pubblicare un nuovo aggiornamento sulle vicende verso le comunali a cinque stelle; qui le cose si evolvono di giorno in giorno, ma alla fine eccolo qui.

Eravamo rimasti al momento in cui abbiamo dovuto tagliare i ponti con una parte del gruppo perché si era messa di traverso per impedire le primarie, pensando che il proprio candidato non le potesse vincere. Di lì in poi, speravamo di esserci tolti un peso dalle spalle, e siamo arrivati in scioltezza fino a domenica 7, il giorno del primo turno delle primarie, in cui i cinque volontari vengono ridotti a tre e io e Viviana Ferrero emergiamo come candidati quasi alla pari (rispettivamente 13 e 15 voti su 29 votanti).

A quel punto noi pensavamo ancora di organizzarci le primarie online per i fatti nostri; tuttavia il lunedì, parlandone con lo staff di Grillo, abbiamo saputo che avevano deciso di offrire la loro piattaforma per le primarie delle comunali, dato che varie città l’avevano richiesto. Meglio ancora: così ci risparmiavamo il lavoro di realizzare una nostra piattaforma di voto. Cominciamo dunque a spiegare come ci si registra alla piattaforma, mentre Grillo accetta le nostre richieste di certificazione e ci apre gli account sullo spazio ufficiale della lista civica torinese.

Nei giorni successivi, però, si è creata una situazione che non ci piaceva. Le primarie erano state concepite quando ancora il gruppo comprendeva il “comitato centrale”, per permettere ai nostri simpatizzanti di scegliere l’orientamento politico preferito; e le avevamo preservate come un modo per rimarcare che la sovranità sul Movimento è dei cittadini, promuovendo una discussione pubblica su meriti e demeriti oggettivi dei candidati, per capire insieme quale fosse il più tecnicamente adatto al ruolo. Invece, sin dal primo giorno è partito una specie di concorso di bellezza tra facce, con persone che si schieravano pro questo o pro quello, fan club e gara di sorrisi. Abbiamo tentato di portare la discussione sulle idee, ad esempio tramite l’intervista tripla di Zipnews, e ci siamo resi conto che in realtà le idee erano proprio le stesse: è un fatto più che positivo, ma allora che senso aveva la competizione tra candidati?

Dall’esterno varie persone (ad esempio dal popolo viola) ci dissero che erano interessate solo a parlare di programmi; già nel weekend successivo, io espressi vari malumori, discutendone anche su Facebook con alcuni di voi; infine lo stesso staff di Grillo, il lunedì, ci disse in contemporanea che la loro piattaforma non sarebbe stata pronta in tempo (attualmente la data di lancio delle nuove funzionalità è il 31 dicembre) e che comunque anche secondo loro era meglio tagliare corto sulle persone e dare più spazio alla discussione sulle idee (sono i concetti che poi Grillo ha espresso nel suo famoso post sulle primarie un paio di giorni dopo). Ne abbiamo parlato e ci siamo trovati tutti d’accordo sul cancellare le primarie e scegliere un candidato unico.

A quel punto, e siamo a mercoledì 17, io mi sono trovato in seria difficoltà: avevo detto che non avrei fatto il candidato sindaco se non legittimato tramite le primarie; e poi, mi sembrava che i due candidati che avevano ottenuto circa metà dei voti a testa non fossero le persone ideali per portarsi dietro l’intero gruppo in una situazione così difficile. Per questo motivo, a inizio riunione io ho ritirato la mia candidatura, tra lo stupore generale.

Dopodiché, il gruppo ha chiesto a me e ai due candidati rimasti di uscire, e ha iniziato a discutere. A mezzanotte ci hanno richiamato dentro, e mi hanno chiesto di riconsiderare la mia decisione di ritirarmi, perché in un’ampia discussione era emerso che per il gruppo io, anche grazie alle due campagne elettorali già svolte, ero la persona più adatta allo specifico ruolo di portavoce, che è poi quello che il candidato sindaco fa in campagna elettorale.

Naturalmente, quando io ho reagito con perplessità invece che con gioia, c’è stato un attimo di gelo; ho chiesto una notte per pensarci e ho ottenuto dieci minuti, ne ho parlato con la mia compagna (visto l’impatto sulle nostre vite che un impegno del genere comporta), e alla fine ho accettato. Mi è costato il rimangiarmi in parte quel che avevo detto sulle primarie e non è stato facile, ma non mi sembrava nemmeno accettabile “scaricare” il gruppo che mi aveva appena dato piena fiducia.

Questo per quanto riguarda le primarie; vi è poi la situazione col gruppetto dissidente. In queste settimane loro sono andati avanti con la loro campagna di disturbo e di fango, mediante account identici ai nostri su Facebook, spam sulle nostre bacheche, canzoncine dileggiatorie e comunicati inviati a ripetizione a tutti i giornali, permettendo a questi ultimi di marciarci sopra per dimostrare che il Movimento 5 Stelle è “come gli altri partiti”. Ci hanno costretti a mantenere chiuse le nostre riunioni, e quando poi abbiamo fatto un incontro pubblico, sono venuti davanti all’ingresso a volantinare per il loro incontro successivo, cercando di ingannare la gente facendole pensare che loro fossero noi; insomma, una serie di comportamenti che trovo proprio infantili.

Nel frattempo, hanno cominciato a telefonare in privato ad alcuni di noi, invitandoli a passare dalla loro parte, o dicendo che la campagna di critica in pubblico e sulla stampa si sarebbe fermata se il gruppo avesse espulso me dalla lista, e se avesse scelto un candidato sindaco del loro gruppo o comunque di loro gradimento.

Noi ne abbiamo discusso e siamo tutti concordi che su questo piano non si può assolutamente scendere: non ci sarà alcuna trattativa. Questo non tanto perché non vogliamo fare passi indietro – io l’ho già fatto una volta e mi toglierei tante rogne – ma perché se si accetta oggi un comportamento di questo genere, cosa succederà domani? Ogni volta che il Movimento farà una scelta che loro non condividono, ripartiranno il fango in pubblico e le telefonate in privato? E se per caso una di queste persone venisse eletta in consiglio comunale, cosa le impedirebbe di litigare il giorno dopo e magari di migrare con questa scusa verso il primo partito che capita?

Io penso veramente che le persone debbano essere politicamente intercambiabili; la scelta del candidato sindaco – che è un portavoce e non un capo – è funzionale alle sue capacità tecniche nel ruolo e alla stima che riceve dal gruppo. Non è accettabile che un gruppetto di minoranza si separi e pianti casino non su problemi politici, ma perché vorrebbe imporre i propri candidati, e che per ottenere questo risultato non esiti a danneggiare l’intero Movimento. Sono metodi da vecchissima politica: se non ti danno ciò che vuoi, forma una corrente e fai casino finché non sono costretti a darti qualcosa. Accettare questa dialettica sarebbe la morte del Movimento.

Grillo in questi giorni ha parlato di “primarie tra liste”, nel caso in cui veramente si palesasse una seconda aspirante lista a cinque stelle: ben vengano, io nelle primarie ci credo e sarei molto più sereno con una investitura dal basso che tolga ogni dubbio. Basta che si facciano in fretta, perché la cosa peggiore di questa situazione è che non possiamo lavorare al nostro vero compito, che è quello di ascoltare i cittadini, preparare un programma che risponda alle esigenze della città e poi farci conoscere il più possibile.

Certo, se mi chiedete com’è possibile che la settimana prima si annullino delle primarie e quella dopo le si riconvochino con altri candidati (perché francamente possiamo anche raccontarci che sarà una competizione “sulle idee e non sulle persone”, ma sappiamo tutti perfettamente che non sarà così), io allargo le braccia e vi dico di tenere duro e starci vicini, che certe difficoltà sono inevitabili per neofiti della politica come noi, e che non bisogna perdere di vista l’obiettivo finale. Ma siamo in una situazione davvero esasperante, in cui io metto la faccia sui comportamenti altrui, dato che purtroppo nel cesto di mele sono capitati pure dei cachi: saranno pure a cinque stelle, ma sempre cachi sono.

P.S. Se poi a qualcuno interessa discutere di problemi veri, noi ci troviamo domani sera alle 21 in corso Ferrucci 65/A a parlare di rifiuti.

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giovedì 25 novembre 2010, 16:44

Lo sviluppo di carta

Che uno dei problemi dell’Italia sia il suo modello di sviluppo lo diciamo da anni: con la testa l’Italia è in vari strati sociali ancora un paese fermo agli anni ’60, con l’idea della grande fabbrica o della grande azienda (magari parastatale) che ti dà il posto fisso per tutta la vita, con avanzamenti legati solo all’anzianità e quasi indipendenti dalla situazione economica generale.

L’illusione che si possa creare lavoro per decreto legge riaffiora continuamente in moltissime lotte sindacali, che, invece di guardare a uno sviluppo vero e sostenibile e di chiedere che lo Stato assista la riconversione dei lavoratori verso qualcosa di utile, si limitano spesso a chiedere l’aprioristico “mantenimento dei posti di lavoro”, anche se sono posti di lavoro dove ormai si scavano buche di giorno per riempirle di notte, magari nel contempo inquinando pure l’ambiente circostante.

E’ proprio da questa mentalità, però, che si è evoluta una moda tutta italiana: quella di creare effettivamente dei posti di lavoro per decreto legge. Come inquadrare altrimenti la vicenda del decreto legislativo approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri, che dice che la complicata operazione di attaccare alla vostra presa del telefono la spina di una qualsiasi vostra apparecchiatura dati (ad esempio un router ADSL) deve per forza essere fatta da un operatore autorizzato iscritto all’apposito albo, pena una multa di minimo 15.000 euro?

Stefano Quintarelli spiega bene tutta la vicenda, insieme a quella altrettanto penosa del registro obbligatorio per le web TV, con relativa tassa di iscrizione, che pure appare essersi un po’ depotenziata dopo le proteste delle scorse settimane (sarà riservata solo a chi ne fa un vero business).

Quella degli attaccatori di spina del router è solo l’evoluzione della già esistente casta degli attaccatori di spina del telefono, prevista da un decreto del 1992, che però almeno conteneva una esenzione per i normali telefoni casalinghi. Viene introdotta dal governo con il pretesto di ricevere la direttiva europea 2008/63/CE, che però – basta leggere le premesse in essa elencate – aveva esattamente lo scopo opposto, cioé quello di eliminare questo genere di vincoli alla concorrenza; con un capolavoro di cavillazione, l’Italia è riuscita a usarla a rovescio.

Le conseguenze di questo approccio – naturalmente presentato come una forma di “difesa del consumatore” dai pericolosi attaccatori di spina del telefono non qualificati e abusivi – sono sempre le stesse: la nascita di una categoria di persone che talvolta non sanno nemmeno bene cosa fanno, ma che hanno “il patentino”, alle volte ottenuto tramite un corso di formazione pesantemente sovvenzionato con soldi pubblici e realizzato alla bell’e meglio da qualche cooperativa bianca o rossa, e che solo per questo ti possono chiedere 100 euro per attaccare una spina del telefono – tanto non puoi fartelo da solo, né chiamare qualcuno che non faccia parte del cartello.

Queste idee non sono nuove – ricordo molti anni fa un tentativo di imporre per decreto l’obbligo, in caso di guasto, di far aprire il cofano della macchina solo da meccanici qualificati; mentre risale all’anno scorso l’istituzione dell’albo dei buttafuori da discoteca – e spesso finiscono per essere disattese per forza di cose, salvo poi venire usate per appioppare multe quando fa comodo o quando serve far cassa.

Quello che spesso non si realizza è quanto tutto ciò costi alla collettività, in termini di spese inutili per le famiglie e per le aziende, in termini di mancate opportunità di innovazione, e in termini di mancata risoluzione dei problemi. Per fare un altro esempio, come si è affrontato in Italia il problema della sicurezza sul lavoro? Si è istituito l’obbligo di nominare un responsabile della sicurezza “col patentino”, il quale è l’unico autorizzato a firmare un tomo di cento pagine che stabilisce come ci si dovrebbe comportare in azienda per essere sicuri; in pratica, c’è gente che di mestiere fa copia e incolla di questi tomi, cerca e sostituisce il nome dell’azienda, firma e te lo dà a caro prezzo, perché da solo non potresti fartelo.

La sicurezza nei fatti non è aumentata di un millimetro, ma l’azienda ha speso qualche centinaio di euro per produrre un pezzo di carta: è l’aumento del PIL all’italiana.

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mercoledì 24 novembre 2010, 16:42

Prima linea

Gli studenti oggi sono quasi riusciti a sfondare e fare irruzione al Senato: si sono fermati solo sulla soglia.

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mercoledì 24 novembre 2010, 10:54

Le grandi fonti de La Stampa

Per illustrare il ritrovamento di un edificio romano ad Avigliana, usa la mappa delle Gallie di Asterix.

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martedì 23 novembre 2010, 19:52

Pignoriamo la città

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Le tre colonne di Arnaldo Pomodoro da qualche anno rappresentavano la porta meridionale di Torino, al centro della rotonda Maroncelli. Erano molto visibili, specie per le code infinite che nelle ore di punta affliggono quel punto, e senz’altro colpivano l’attenzione. Il loro smontaggio per mancanza di fondi è un segno chiaro di ciò che ci aspetta.

Non credo che si potesse fare diversamente; non ci sono soldi per tutto e forse anche quel po’ di denaro che resta per l’arte e la cultura può essere meglio speso in altre cose, meno simboliche e più concrete. Resta però il punto di fondo: siamo una città con cinque miliardi di euro di debiti, quasi seimila euro per ogni torinese, la città più indebitata d’Italia pro capite. Nei prossimi anni ci spoglieremo di tutto e non ci saranno soldi per niente, a fronte di una situazione economica generale che non migliorerà.

O meglio, i soldi ci sono, ma sono in tasca a una parte del Paese, quella che non paga le tasse o le aggira legalmente, quella che sfrutta le posizioni di potere per attingere alle casse pubbliche o alle tasche dei cittadini grazie alle ingiustizie legalizzate. E’ lì che bisognerà trovare le risorse: in un riequilibrio sociale che non può più attendere.

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lunedì 22 novembre 2010, 10:55

Un esperimento di amministrazione dal basso

Ieri pomeriggio e sabato sera abbiamo provato un esperimento: abbiamo invitato un po’ di cittadini in una stanza e gli abbiamo chiesto di fare proposte su come migliorare la città di Torino, adottando un metodo strutturato di discussione – quello sviluppato da Paolo Michelotto, una delle persone che da tempo portano avanti progetti di partecipazione dal basso a Rovereto e in tutto il Triveneto.

In pratica, ogni partecipante può esporre una proposta; gli si dà un minuto di tempo per spiegarla e altri due minuti per rispondere a tre domande poste dagli altri partecipanti. Alla fine si vota per determinare non tanto il gradimento quanto l’interesse della platea: per alzata di mano si decide in sostanza quali sono le proposte che la platea vuole approfondire. A quel punto si può poi approfondire la discussione per giungere a una proposta che raccolga il consenso di tutti e possa essere poi messa in pratica. Noi per ora ci stiamo limitando soprattutto alla prima fase, dato che abbiamo davanti ancora sei mesi per concretizzare i dettagli delle proposte; in questo modo però possiamo avere un’idea di quanto i vari argomenti siano più o meno sentiti.

Per farvi capire meglio di cosa si parla, queste sono le proposte emerse nei due incontri con il relativo interesse:

Sabato: Autostrade delle bici, Allargamento della raccolta differenziata a tutta la città (24); Incremento e pianificazione dei toretti (23); Locali circoscrizionali per i GAS, Incremento dei micronidi condominiali (22); Eventi di scambio e baratto in ogni quartiere (21); Pulizia delle strade (20); Last minute market (19); Estensione della metropolitana alla zona Barca (17); Aumento delle corsie preferenziali, Promozione dell’amministrazione virtuosa dei condomini (16); Promozione del car pooling con corsie preferenziali (14); Promozione dell’uso del VoIP (13); Costruzione di tunnel per tubazioni sotto le strade (12); Riorganizzazione della sosta a pagamento in centro (3).

Domenica: Introduzione di strumenti di democrazia diretta nel Comune (28); Ripensamento della griglia del trasporto pubblico (25); Riformulazione del calcolo della TARSU (23); Diffusione dei prodotti alla spina (21); Stop al consumo di territorio, Mappatura dei terreni e edifici comunali in disuso (20); Monitoraggio delle cooperative che ricevono appalti (19); Distributori di acqua del rubinetto accanto a quelli di bibite, Corsi di economia domestica sostenibile, Maggiore severità sulle infrazioni stradali, Consulenza sul bilancio familiare (18); Analisi del bilancio comunale (17); Diffusione di percorsi per ipovedenti, Incremento dell’attività delle biblioteche di quartiere, Nonni adottivi nelle circoscrizioni (16); Mediazione sulle cause di condominio (8).

Credo che sia un esperimento interessante: spesso ognuno dei partecipanti scopre problemi ed idee a cui altrimenti non avrebbe mai pensato. Per migliorare la qualità della vita spesso non servono grandi investimenti e nemmeno grandi pensatori e grandi leader; serve semplicemente una organizzazione a rete che porti l’istituzione ad ascoltare davvero i propri cittadini.

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