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Archivio per il mese di ottobre 2011


giovedì 27 ottobre 2011, 19:13

Shangholla

Esistono spesso, nelle grandi città, degli angoli di vecchia campagna dimenticati dal tempo, rimasti ai margini della metropoli; vecchi borghi contadini di un pugno di case e cascine, con le vie strette e tortuose, le case basse, gli orti e i cortili sterrati, fuori dal tempo moderno. A Torino c’è Villaretto e c’è Bertolla, un posto che mi ha ricordato intensamente quel villaggio di contadini cinesi nei campi alla periferia di Shanghai che avevo visitato poco più di un anno fa.

Stamattina siamo andati a Bertolla e c’è un’altra cosa che mi ha ricordato Shanghai: se appena si esce dal borgo e si va in mezzo ai prati, dovunque si rivolga lo sguardo c’è una gru che sta costruendo qualcosa. A sud c’è il canale dell’AEM e poi il Po, ma a ovest, a nord e a est si vedono solo, vicine e lontane, enormi gru che tirano su palazzi, fino all’orizzonte.

Che cosa succede? Per i torinesi, Bertolla era il borgo dei lavandai; e infatti, basta piantare un palo in terra perché venga su l’acqua della falda, e il verde è rigoglioso anche perché viene sommerso ad ogni alluvione del Po e della Stura. Eppure qualche anno fa, di concerto tra autorità di bacino, Regione e Comune, sono stati rimossi i vincoli idrogeologici che impedivano di costruire nella zona, in cambio della sopraelevazione di un paio di metri degli argini.

E si è cominciato a dare i permessi per palazzi di quattro piani più sottotetto, ovvero alti e grossi il doppio delle altre case della zona, situati a poche decine di metri dal canale AEM (che, essendo artificiale, non prevede fasce di rispetto perchè teoricamente controllabile con le paratie… ma se il Po in cui sbocca è in piena, hai voglia ad aprire le paratie). E ora si pensa a una variante che permetterebbe di costruire 27 palazzi per circa cinquemila nuovi abitanti, piazzandoli nei vari pezzetti di campo ancora non costruiti, in cambio di un triangolo di prato che peraltro già oggi esiste.

Oggi ho assistito a un dialogo tra sordi, tra gli abitanti e i tecnici del Comune. Gli abitanti chiedono che senso abbia espandere la città fino a soffocare il loro borgo, rivendicano di aver scelto di vivere lì proprio per stare come in campagna, sottolineano che a Torino non c’è necessità di case, e comunque che, argine o non argine, una volta ogni dieci anni la zona si allaga e tutto questo nuovo cemento certo non aiuterà. I tecnici del Comune ribadiscono che in base al piano regolatore i proprietari dei terreni hanno il diritto di edificare, che alla fine ci sarà un ampio parco, che se il vincolo idrogeologico è stato tolto vuol dire che non ci sono rischi.

C’è un punto su cui proprio non ci si capisce: il cittadino si aspetta che il Comune decida se in quel punto lì servono o non servono altre case, che le blocchi se sono brutte o semplicemente inutili. Ma lo Stato italiano (al grido di “siamo un paese libero”) non la pensa così; a prevalere è il diritto di proprietà privata di ogni proprietario di terreno, del quale fa parte anche la cubatura che egli potrebbe costruire in base al piano regolatore. Sta alla libera scelta del proprietario, e non del Comune, se costruire oppure no; come ha detto un consigliere comunale, “altrimenti sarebbe una dittatura dello Stato”.

Se a un certo punto (nel nostro caso a metà anni ’90) la Città approva un piano regolatore che prevede di poter costruire tot metri cubi su quel terreno, non si può praticamente più tornare indietro; sottrarre cubatura, ancorché non costruita, è equiparabile a un esproprio che va adeguatamente compensato dalle casse pubbliche. Si potrebbe fare un nuovo piano regolatore con cubature più basse, ma nella decina d’anni che servono per approvarlo tutti i proprietari, non essendo fessi, cominciano a costruire di corsa.

E’ qui che il dialogo tra sordi si fa più assurdo: perché per il Comune, in fondo, Bertolla è solo l’ultimo di una lunga lista di borghi rurali che negli ultimi centocinquant’anni sono stati inglobati dentro Torino, assediati dai palazzoni e infine rasi al suolo e ricostruiti “moderni”. Anzi, questi abitanti per alcuni consiglieri erano pure pretenziosi: perché tu, che ti sei comprato la bella casetta con l’orto a 2500 euro al metro quadro in un angolo di paradiso, dovresti condizionare la crescita della città? Perchè gli altri torinesi che vivono in mezzo ai palazzoni dovrebbero tirar fuori dei soldi o rinunciare ad entrate per ridurre le cubature attorno a casa tua, per preservare il tuo borgo?

In effetti, il Comune continua a ricevere petizioni “no palazzi” assolutamente sacrosante, ma firmate in gran parte da persone che hanno votato allegramente un sindaco che ha come punto di programma la trasformazione urbanistica come motore dello sviluppo di Torino – far girare soldi costruendo palazzi al posto di fabbriche e prati – salvo poi indignarsi quando la cementificazione arriva sotto casa loro; ma non si può salvare l’albero se non ci si preoccupa sin dal principio, culturalmente e politicamente, di sostenere la conservazione della foresta.

Nel caso di Bertolla, però, siamo veramente alla via Gluck; a persone che dicono apertamente “stop al consumo di territorio” contro un Comune che parla solo di diritti edificatori e oneri di urbanizzazione; all’incapacità collettiva di difendere i pochi ambiti non troppo devastati dalla crescita continua della città. Solo che, in più, Torino non è Shanghai, e non si capisce davvero di che crescita dovremmo parlare.

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martedì 25 ottobre 2011, 18:42

Salviamo i servizi pubblici di Torino

Nessuno lo sa, eppure è vero: nel giro di un paio di settimane Torino perderà di fatto il controllo dei propri servizi pubblici. Già lunedì 7 novembre in Consiglio Comunale PD, SEL, IDV e Moderati approveranno la cessione del 100% di Amiat, TRM (inceneritore) e GTT alla holding Finanziaria Città di Torino SpA, la quale ne darà in garanzia una parte per ottenere dalle banche un prestito che verrà girato al Comune per tappare i buchi del 2011 e del 2012. La finanziaria provvederà poi a vendere entro marzo a privati il 40% di queste aziende, ripagando il prestito (se tutto va bene).

Non vi tragga in inganno il fatto che il Comune tratterrà (per ora) il 60% delle quote. Questo è già avvenuto in altri casi di privatizzazione, come l’aeroporto e le farmacie comunali; in entrambi i casi, però, è stato stipulato un patto parasociale per cui a comandare è il privato. Di fatto è un ulteriore favore: il privato paga per il 40% ma comanda per il 100%. L’unica banca disposta a finanziare l’operazione – Unicredit – ha chiesto di controllare addirittura l’intera holding.

I rifiuti finiranno quasi certamente nel calderone Iren – e se oggi è difficile farsi ascoltare da Amiat per le strade sporche o i cassonetti mancanti, figuratevi quando dovrete chiamare un call center a Reggio Emilia. La TARSU aumenterà senz’altro, visto che attualmente il Comune paga ad Amiat meno di quanto costa il servizio di raccolta; ora Amiat compensa con altri guadagni, ma un privato certo non lavorerà in perdita. L’inceneritore, una volta privato, avrà come unico obiettivo bruciare qui più rifiuti possibile. I trasporti finiranno come l’aeroporto, dove da dieci anni comanda Benetton che ha trasformato lo scalo in aerogrill: pochi voli e tanti negozi, utili elevati per gli azionisti, e i torinesi costretti a volare da Malpensa o da Bergamo.

Perdipiù, questa privatizzazione avviene a pochi mesi da un referendum votato da 27 milioni di italiani, che diceva esattamente l’opposto: i servizi pubblici essenziali devono rimanere pubblici. Il 14 settembre, zitto zitto, il governo ha reintrodotto la norma abrogata dal referendum, obbligando a privatizzare entro marzo. I partiti che governano Torino, che a giugno erano in piazza a farsi belli con il voto degli italiani, ne sono stati talmente addolorati che il 7 ottobre avevano già approvato in giunta la privatizzazione.

Ma da qui a marzo non saranno in vendita solo le nostre aziende, ma quelle di tutta Italia: una vera svendita in blocco del patrimonio pubblico, che ovviamente comporterà incassi bassissimi per i Comuni, e grandi guadagni per i privati che compreranno. I soldi incassati pagheranno qualche debito e poi saremo da capo. Anche chi non ha pregiudizi di principio contro i privati deve riconoscere che questo è un pessimo momento e un pessimo modo per privatizzare.

Lunedì pomeriggio, insieme al comitato referendario per l’acqua pubblica e a quello contro l’inceneritore, abbiamo organizzato un primo presidio sotto il Municipio; lo ripeteremo il 7 novembre. Ma è la città che deve svegliarsi, nonostante il silenzio complice dei mezzi di informazione. Invece di farsi da parte, i politici svendono la città per mantenersi il castello dorato ancora per un po’. E quando ci saremo venduti tutto?

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domenica 23 ottobre 2011, 23:11

Una risata seppellirà il Tav

Si erano proprio sbizzarriti, i politici torinesi, nell’associare il movimento No Tav alle violenze di Roma, nel descrivere uno scenario in cui centinaia di violenti d’Italia e d’Europa si sarebbero radunati a Giaglione per la manifestazione di oggi. Cota: “Abbiamo ragione di ritenere che ci sia una strategia per ripetere la violenza che abbiamo visto a Roma”. Fassino: “Il prefetto faccia luce sui black bloc in valle, le violenze di Roma siano un monito per tutti”. Saitta: “Il movimento No Tav annuncia di fare azioni eversive”. Idem i giornali, a partire da Repubblica: “I No Tav violenti pronti alla lotta”.

Tutto questo era sfociato in un imponente schieramento di 1700 agenti (pagati da tutti noi) e in una assurda ordinanza del questore che vietava di fatto il corteo: prevedeva “il divieto di accesso a tutti i sentieri… che conducano all’area di cantiere” e “divieti di transito ed accesso nelle strade comunali di Giaglione per Frazione San Rocco e Frazione San Giovanni”, quelle che portano a Chiomonte, con tanto di sparata: “le aree oggetto di divieto saranno comunque precluse da sbarramenti invalicabili”.

Oggi, il movimento No Tav non ha solo battuto lo Stato: l’ha reso ridicolo. Ha svilito politici e giornalisti, perché diecimila persone a volto scoperto sono sfilate per valli e sentieri, si sono schierate a due metri dal cantiere, hanno attraversato interi schieramenti di poliziotti senza che volasse in aria nemmeno una castagna – altro che black bloc e violenze.

E ha svilito i tutori dell’ordine: diecimila persone hanno imboccato tranquillamente la strada di San Giovanni, fregandosene del questore. Hanno attraversato la frazione, preso i sentieri vietati, tagliato la prima rete di recinzione, con la semplice forza del numero. Hanno aggirato il secondo sbarramento prendendo i sentieri, chi sotto verso il fiume, chi sopra verso la montagna.

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A quel punto (13:05) la Digos ha detto ai giornali che il primo “sbarramento invalicabile” non era poi così importante, era “simbolico”, ma il terzo sbarramento, il ponticello sul rio Clarea, era insuperabile: “Il limite è inviolabile, chi tenterà di superarlo sarà denunciato”. Non hanno fatto nemmeno in tempo a dirlo e hanno scoperto che il corteo era già alle loro spalle, attraversando il rio presso uno dei tanti guadi. Si sono dovuti arrendere; mezz’ora dopo migliaia di persone erano davanti e dentro la storica baita “abusiva”, tre chilometri dentro la zona rossa e dentro l’area ufficiale del cantiere, dove hanno allegramente organizzato una grande polentata.

La polizia ha chinato la testa e ha addirittura rimosso i suoi stessi sbarramenti, permettendo il deflusso dei manifestanti per la via maestra; una marea umana ha sciamato sul ponte del Clarea in mezzo a uno schieramento di poliziotti scornati, a cui peraltro va la mia solidarietà, perché la figuraccia è solo la conseguenza delle scelte insensate dei loro capi e dei politici.

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Il movimento No Tav ha dato una grande prova all’Italia: con la disobbedienza civile, nonviolenta e determinata di migliaia di persone unite, anche le barriere militari diventano inefficaci. Ora gli uomini dello Stato dicono che i divieti da loro imposti erano simbolici, che in fondo non è stata violata l’ultima recinzione interna del “cantiere” (che, ricordiamo, è solo un piazzale pieno di camionette, perché non c’è traccia di lavori in corso, e peraltro occupa terreni privati mai espropriati ma occupati grazie a una ordinanza “di emergenza” che si trascina da mesi), che se non è successo niente è merito di politici e questure (dopo che hanno soffiato sul fuoco per una settimana).

Così facendo, si rendono sempre meno credibili, da soli. Se sapremo mantenere questa via, presto lo Stato saremo di nuovo e davvero noi; e una risata seppellirà il Tav.

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venerdì 21 ottobre 2011, 18:18

Se Berlusconi teme le cinque stelle

Mi hanno chiesto un commento alle dichiarazioni di Berlusconi relative al Movimento 5 Stelle, quelle in cui, a valle del voto in Molise, Berlusconi dice che Grillo è il suo miglior alleato perché prende il 95 per cento dei suoi voti a sinistra.Potrei dirvi che io conosco piuttosto bene i nostri elettori, che parlo con loro continuamente, in rete e per strada, e che so benissimo che per la maggior parte di loro l’unica alternativa sarebbe l’astensione, e che comunque ce ne sono parecchi che prima votavano Lega o PDL. Ma preferisco spiegarvi meglio il meccanismo: secondo voi, perché Berlusconi dice una cosa del genere?

Sappiamo che la strategia migliore per combattere un nuovo avversario, nell’era mediatica, è ignorarlo, perché ciò di cui non si parla sui media non esiste; solo se la strategia fallisce si passa al confronto diretto (vedi il noto aforisma di Gandhi “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci.”). Il centrosinistra ha smesso di ignorare il Movimento già da un paio d’anni, ma Berlusconi non lo aveva ancora fatto. La dichiarazione di Berlusconi – abituato a basarsi sulle analisi dei flussi elettorali – vuol dire dunque esattamente l’opposto di quel che sembra: i suoi dati gli dicono che il Movimento 5 Stelle, in Molise, ha fatto breccia anche tra gli elettori di centrodestra e che ignorarlo non funziona più.

E allora Berlusconi smette di ignorarci e passa al contrattacco; cerca di dipingere il Movimento 5 Stelle come una formazione di estrema sinistra (“95%”, usando un numero per dare una pretesa di scientificità alla sua affermazione), perché così ne riduce l’attrattività per i suoi residui elettori, quelli che da vent’anni lo votano, anche turandosi il naso, proprio perchè per loro “è comunque meno peggio della sinistra”. Inoltre Berlusconi, sapendo che il Movimento prende i suoi voti tra quelli che lo odiano, sa che definire personalmente il Movimento “il miglior alleato” servirà a instillare dei dubbi proprio nel tipico elettorato delle cinque stelle.

D’altra parte, non si capisce come mai, se Berlusconi veramente volesse favorirci, lo spazio concesso a Grillo sulle reti Mediaset sia lo zero assoluto: un paio di trasmissioni Rai, almeno, lo hanno fatto parlare…

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mercoledì 19 ottobre 2011, 17:46

Il gettone di passaggio

Lunedì 10 il Consiglio Comunale ha discusso la mozione che abbiamo presentato per vincolare il pagamento dei gettoni di presenza dei consiglieri comunali all’effettiva partecipazione ad almeno il 70% della seduta; e ovviamente l’ha bocciata con voto bipartisan.

I consiglieri comunali – qui trovate tutti i dettagli – non hanno uno stipendio, ma ricevono un gettone di 120 euro lordi per ogni partecipazione al consiglio o a una riunione di commissione, con un massimo di 19 gettoni al mese, che quasi tutti i consiglieri raggiungono agevolmente (io a settembre, pur iniziando i lavori al sei del mese, ho fatto segnare 54 presenze…). Ma il gettone può essere ottenuto anche solo entrando in sala, firmando e andando via; non è necessario assistere a tutta la riunione. Non è un gettone di presenza, ma un gettone di passaggio.

Anche se in Comune il malcostume non è diffuso come nelle circoscrizioni – vedi qui o qui – ci sarebbe sembrato comunque opportuno imporre un minimo di presenza. Qualche volta capita anche a me di arrivare tardi a una riunione o di saltarla del tutto, perché quella precedente finisce in ritardo o è stata direttamente convocata in un orario sovrapposto; posso anche capire che ci siano consiglieri (non del Movimento, perché noi ci siamo impegnati a non farlo) che scelgano liberamente di non partecipare alle commissioni loro assegnate, ritenendo più utile scrivere comunicati stampa, incontrare i cittadini o scendere in piazza. Ma se questo succede il gettone non deve essere pagato!

In aula, il dibattito è stato lungo e dettagliato. Abbiamo ricevuto obiezioni di ogni genere, da chi ci dava dei populisti a chi diceva che è necessario retribuire i politici per permettere ai meno abbienti di fare politica (e chi ha detto il contrario?), fino a dotte disquisizioni sul rapporto tra eletto ed elettore e sulla produttività del lavoro intellettuale, e alle immancabili annotazioni che il vero problema è ben altro. Tutto interessante, ma il vero punto è che il comune sentire dei consiglieri prevede che quei 19 gettoni siano sostanzialmente dovuti come stipendio a forfait, indipendentemente dalla partecipazione alle commissioni; ma questo è l’opposto di ciò che dicono la legge e il comune sentire dei cittadini.

Qui sotto nel video trovate un piccolo riassunto del dibattito, fatto cercando di riportare onestamente le opinioni di tutti; se poi qualcuno volesse ascoltare tutti gli interventi integrali, trova il video qui.

Alla fine, praticamente tutti i partiti – PD, SEL, IDV, Moderati, Terzo Polo, PDL – hanno votato contro, e la mozione è stata respinta; e noi crediamo che sia stata soprattutto un’occasione persa per dare ai cittadini un piccolo segnale di serietà.

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sabato 15 ottobre 2011, 12:55

L’ambiente e i trasporti secondo Fassino

Una delle difficoltà di fare il consigliere comunale è quella di doversi confrontare continuamente con tante piccole questioni, senza avere il tempo o la possibilità di discutere il quadro generale. E’ anche un po’ frustrante – sei qui per cambiare il mondo, ma al massimo puoi perdere mezzo pomeriggio per cercare di cambiare la posizione delle rampe di un parcheggio sotterraneo; anche se, d’altra parte, il grande cambiamento parte dalle piccole cose e almeno puoi ottenere qualcosa di concreto.

Nella calma del sabato mattina, allora, provo a dipingere velocemente un quadretto delle politiche urbanistiche della nostra città come emergono dagli ultimi dieci giorni di attività. Lunedì scorso, in Consiglio, è stata approvata la costruzione dell’ennesimo parcheggio sotterraneo in centro, sotto la metà occidentale di piazza Carlina, destinato a box per chi vive o lavora nella zona. Noi abbiamo invano sostenuto che era un errore; siamo stati gli unici a votare contro (anche il centrodestra era favorevole).

L’errore non sta secondo noi nell’idea in sé di costruire parcheggi sotterranei, che in certe situazioni può avere senso; ma nel fatto che manca una pianificazione complessiva. Non solo noi non sappiamo nemmeno quanti parcheggi sono stati o saranno costruiti in zona (ci sono ancora dei posti in vendita in piazzale Valdo Fusi, anche se la dirigenza comunale si è giustificata dicendo che li avevano tenuti da parte per non metterne in vendita troppi insieme e non far scendere i prezzi… bella filosofia per un ente pubblico…); non solo non sappiamo se e quando sarà costruito un parcheggio gemello sotto l’altra metà della piazza, duplicando danni e disagi; ma in questi mesi la nuova giunta ha già annunciato per la mobiità in centro di avere in testa di tutto e di più – pedonalizzazioni, aree sosta riservate ai residenti, road pricing per chi arriva da fuori, revisione del trasporto pubblico – e dunque può benissimo essere che ora si approvi il parcheggio e tra tre mesi si scopra che la zona diventa pedonale o che chi non è residente non può più entrare in centro e dunque i parcheggi non mancano più.

Peccato che ci fosse di mezzo il vil denaro: facendo il bando, si riescono a incassare 750.000 euro di compensazioni. Il piatto piange, quindi si va avanti senza indugio; noi abbiamo presentato una mozione per sospendere ulteriori parcheggi per alcune settimane, fino ad una pronta definizione della nuova mobilità del centro, ma è stata bocciata senza discussione dalla maggioranza. Finora l’unica proposta dell’opposizione in materia che la maggioranza ha deciso di appoggiare è una rotonda a un incrocio; veniva dalle liste Coppola-Rabellino, evidentemente per il PD loro sono un interlocutore politico più affidabile.

Sarebbe bello parlare di viabilità e trasporti, ma la relativa commissione è intasata di palazzi da costruire e dunque non ce n’è mai il tempo. Si è finalmente riusciti a farlo per una seduta, argomento il sistema ferroviario metropolitano – la rete di treni che dovrebbe convincere chi abita a Rosta, a Volpiano o a Trofarello a non prendere la macchina per venire a Torino. Potete leggere le mie note, ma la morale è una sola: servono 300 milioni di euro per mettere in piedi il tutto, di cui 160 per lo spreco del tunnel sotto corso Grosseto (di cui vi racconto ormai da più di un lustro), 40 per finire le stazioni Dora e Zappata, 80 per comprare i treni (che ci mettono 3-4 anni ad arrivare). I 300 milioni di euro dovevano arrivare come opere collaterali al TAV, ma il governo non li ha mai stanziati.

Insomma, i soldi non ci sono e il servizio non partirà mai, a parte rinominare “linee FM” quelle che già oggi esistono; l’unico effettivo contributo della giunta Fassino ai trasporti torinesi sarà far costruire nuovi parcheggi sotterranei in centro, presumibilmente aumentando allo stesso tempo il biglietto del pullman a 1,50 euro, come già avvenuto a Milano. Ottima politica contro traffico e inquinamento!

Per questo, già da un paio di settimane, abbiamo presentato una interpellanza che chiede all’assessore Lavolta se esista un piano dell’amministrazione contro i prevedibili picchi di inquinamento invernali, e quale sia. Ci sembra il minimo che ci si pensi per tempo, evitando i tira e molla e i blocchi del traffico decisi all’ultimo secondo… Avevamo chiesto di parlarne in aula lunedì prossimo, ma l’assessore ci ha detto che è troppo presto e non è pronto a rispondere. Ne risponderà invece mercoledì in commissione; abbiamo chiesto di poter riprendere il suo intervento e, nonostante il parere favorevole del presidente di commissione, molti capigruppo si sono opposti perché le nostre riprese potrebbero essere false e tendenziose.

Abbiamo poi capito perché non se ne può parlare fino a mercoledì alle 12:30; è improvvisamente uscito un annuncio sui giornali, secondo cui gli assessori mercoledì mattina definiranno il famoso piano in un incontro… con le associazioni dei commercianti. Appreso dunque che le politiche ambientali sono decise in funzione di massimizzare il fatturato degli acquisti natalizi, non ci stupiamo più che Torino resti la città più inquinata d’Italia.

Unire i puntini è importante: mi sembra che ne venga fuori un bel quadretto.

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mercoledì 12 ottobre 2011, 19:05

Una prospettiva diversa

Torino, in una prospettiva diversa.

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lunedì 3 ottobre 2011, 19:02

Immaginare un’altra economia

Per quanto non faccia esattamente parte del mio mandato di consigliere comunale, in queste settimane è impossibile non parlare di economia: la situazione è sempre più drammatica e tutti ci interroghiamo su come uscirne. Anche nel Movimento le visioni sono variegate, e per questo è stato molto interessante leggere i risultati del sondaggio svolto da Beppe Grillo sul suo blog a proposito del futuro sviluppo dell’Italia.

E’ vero che il sondaggio non ha basi scientifiche, è vero che impegnandosi probabilmente si poteva votare più volte, è vero che non è detto che i votanti coincidano con un insieme rappresentativo della base del Movimento, è vero che si votava per slogan e non per analisi approfondite dei singoli punti, eppure il risultato secondo me più interessante è questo: la proposta “Nazionalizzazione delle banche”, invocata a gran voce da molti ideologi dentro e fuori il Movimento, è stata una delle meno votate, ottenendo solo il 48,57% di favorevoli.

Ora, sarebbe semplice dire “la proposta è stata bocciata e non se ne parli più”, ma in realtà il punto è un altro: convivono presumibilmente nel Movimento, con pesi quasi uguali, due visioni dell’economia radicalmente opposte e difficilmente conciliabili, una che vorrebbe aggiustare il capitalismo e l’altra che vorrebbe rovesciarlo; e nello scioglimento di questa contraddizione sta gran parte del futuro politico delle cinque stelle.

E allora, che facciamo? Quando nacque il Movimento, Grillo fece una promessa chiara: che esso non si sarebbe schierato a fianco di nessuna delle grandi ideologie del Novecento – né a destra, né a sinistra; né col capitalismo, né col comunismo – e che invece si sarebbe concentrato sulla risoluzione dei problemi concreti e sull’unica, vera, grande rivoluzione socioeconomica del terzo millennio: l’avvento della rete.

Io credo che la degenerazione dell’economia, la negazione dei nostri diritti e del nostro benessere, non derivino tanto dalla scelta tra pubblico e privato – parole che hanno ormai perso di significato – ma dall’accumulo di potere e denaro nelle mani di pochi, che lo usano per controllare sia il pubblico che il privato. In quest’ottica, nazionalizzare banche ed aziende non serve a niente, perché trasferire il potere di controllo delle nostre vite dalle mani di Marchionne e Tronchetti Provera a quelle di Berlusconi e Bersani non cambia sostanzialmente nulla.

Se mai, ci servirebbe un’economia fondata sulla cooperazione e sulla distribuzione a tutti delle risorse; non su una fittizia proprietà collettiva che diventa dominio dittatoriale della politica, ma su una effettiva proprietà privata distribuita nelle mani di tutti, in cui le differenze di censo siano limitate e comunque derivino dal merito e non dall’abuso del potere. Ci servono banche cooperative, come Banca Etica, e aziende co-gestite dagli azionisti e dai lavoratori. Ci serve una informazione libera offerta tramite una rete priva di punti di controllo, che permetta a tutti di far circolare anche i fatti più scomodi. E ci serve una politica senza piramidi di partito, dove i cittadini possano veramente svolgere un periodo di “servizio civile” nelle istituzioni senza inchiodarsi alle poltrone.

Questa, credo, sarebbe una vera rivoluzione: una forma di società tutta da inventare, che guardi al futuro e non al passato!

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domenica 2 ottobre 2011, 23:17

La settimana del consigliere

È domenica sera e mi devo scusare, perché è una settimana che non scrivo più niente… e non è che non sia successo nulla in Consiglio Comunale, anzi: è stata una settimana davvero intensa e per questo non ho avuto il tempo di scrivere. Quel che posso raccomandare è di seguire la mia bacheca Facebook, e so perfettamente che Facebook non è uno strumento ideale, che non garantisce la privacy, che non tutti lo vogliono usare, ma al momento è l’unico strumento abbastanza flessibile per raccontarvi in tempo reale cosa succede dentro le istituzioni e chiedere il vostro parere.

Sto pensando ad esempio se cominciare a fare dei video settimanali, come fanno già i consiglieri regionali; può essere un buon metodo per raccontarvi le cose più velocemente… potrei farli il venerdì pomeriggio, se non fosse che il venerdì pomeriggio è uno dei pochi “buchi” in cui ho il tempo di ricevere i cittadini che chiedono un incontro e questo venerdì sono uscito dal Municipio alle 19:30 – e vi garantisco che il venerdì pomeriggio alle 19:30 il Municipio, come molti uffici pubblici, è deserto come un deserto, a quell’ora in genere ci siamo solo più io e Fassino (che ha tanti difetti ma è uno sgobbone) e io mi faccio anche il giro a spegnere le luci nei corridoi, dato che gli uscieri sono a casa da tre ore.

Questa settimana dunque sono successe varie cose; c’è stato un consiglio comunale straordinario, mercoledì pomeriggio, che è stata una delle esperienze più indegne della mia giovane vita politica, in quanto si discuteva del nulla e si perdevano le ore tra giochini procedurali da bambini (tipo aspettare che uno della maggioranza andasse in bagno e poi chiedere la verifica del numero legale) e discorsi retorici sulla situazione dell’Italia, che per il PDL è colpa del comunismo, per Fassino è colpa di Berlusconi, e poi via a citare Cota, Bresso e insomma nessuno che parlasse della delibera in oggetto e di come salvare le casse della Città; solo una gara di scaricabarile. Alla fine volevano tirarla in lungo fino a riconvocare un altro consiglio comunale alle 21, con conseguenti spese di burocrazia, personale, energia eccetera, e lì abbiamo detto basta, piuttosto garantiamo noi il numero legale – visto che nella maggioranza molti hanno l’abitudine di andare al bar o chissà dove e poi correre di corsa in aula quando li chiamano per votare – ma chiudiamo qui la vicenda.

Tra le faccende della settimana, oltre all’infinita vicenda CSEA, segnalo l’imminente concessione ai privati della casa di cura Buon Riposo, per un prezzo che io trovo davvero stracciato; la nostra interpellanza sull’inquinamento da cromo esavalente a Parco Dora, una delle tante battaglie che portiamo avanti; il fatto che abbiamo finalmente ottenuto, a forza di insistere, che la commissione competente si occupi del caso del signore che da due settimane presidia il Municipio e che abbiamo intervistato la settimana scorsa; una interessante visita all’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo, che si fa carico della crescente povertà cittadina in sinergia col Comune; e la presentazione del progetto Torino Smart City, che è stata piuttosto deludente perché si è limitata agli aspetti di riqualificazione energetica degli edifici, mentre il concetto di smart city è molto più ampio. Ognuna di queste cose meriterebbe un post approfondito e una discussione dedicata, ma dove trovo il tempo? Già così, devo scrivere le interpellanze e le interrogazioni il sabato pomeriggio…

Mi spiace, però, perché molto del lavoro che facciamo io e Chiara non appare perché non abbiamo il tempo di raccontarlo; vedremo di inventarci qualcosa.

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