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Archivio per il mese di luglio 2017


venerdì 14 luglio 2017, 09:22

Palestina (7) – Il colono e la pistola

Andare a Hebron da Gerusalemme non è affatto difficile; ci si può andare con un normale bus di linea interurbano, il numero 383, che parte dalla stazione centrale dei pullman.

Anche per motivi di sicurezza, gli autobus partono dall’interno di un grosso edificio, al cui ingresso c’è un “normale” controllo con il metal detector, come quello che in Israele c’è in ogni ufficio pubblico o centro commerciale. Ci si trova quindi ad aspettare di fronte a un gate numerato, fin che l’autobus non arriva e carica i passeggeri. Il bus per Hebron è piuttosto frequente e ha un pubblico misto: metà sono i cosiddetti “coloni”, persone che abitano negli insediamenti ebraici nei territori occupati, o altri civili israeliani che si recano da loro; l’altra metà sono militari, generalmente ventenni o poco più, ragazzi e ragazze in ugual misura, vestiti mimetici e con grossi borsoni – e con i mitra.

La nostra guida, che per il viaggio iniziale è un ebreo di una associazione pacifista per il dialogo interetnico, cerca di rassicurarci spiegandoci che il bus è antiproiettile, vetri compresi; ma non è che questo ci rassicuri molto. Eppure, per il resto la situazione è sorprendentemente normale; saliamo, paghiamo il biglietto all’autista (meno di due euro), ci sediamo davanti, nel sedile panoramico; soltanto dopo mi viene in mente che, se mai qualcuno sparasse contro o dentro il bus, quella è probabilmente la posizione più esposta di tutte.

Il primo ostacolo, comunque, è riuscire a uscire dal garage dell’edificio, nel traffico impazzito di Gerusalemme ovest. Superato l’ingorgo, il pullman comincia tranquillamente a fare le sue fermate per strada, fino ad arrivare nella periferia sud, in quello spazio che teoricamente è oltre il confine del 1949 ma che è ormai annesso a Gerusalemme da un pezzo.

Qui sale un signore sulla cinquantina, vestito all’americana. Ha la kippah in testa, una camicia a quadrettoni, dei pantaloni Dockers con la cintura di pelle nera; è solo che si ferma a pagare il biglietto proprio davanti a me, e lì noto che ha una pistola infilata nella cintura. Avete presente quegli incubi in cui tutto sembra perfettamente normale, ma poi a un certo punto noti un dettaglio che ti fa capire che tutto è orrendamente sbagliato, e quindi è per forza un sogno? Ecco, ho provato la stessa sensazione, solo che era la realtà.

Il bus percorre in senso opposto la strada veloce che abbiamo percorso il giorno prima al ritorno, che con un viadotto e un paio di gallerie permette di superare Betlemme senza attraversarla; è una circonvallazione per velocizzare il traffico diretto in Giudea, ma è anche un modo per evitare agli israeliani diretti più a sud l’attraversamento della città araba; e infatti la strada è protetta dalla città soprastante con il suo bravo tratto del muro di Betlemme.

Superiamo il checkpoint, che è solo in senso opposto; non c’è nessun controllo per chi da Gerusalemme entra in Giudea. Di qui in poi, siamo nel cuore dei territori occupati, sulla principale arteria di comunicazione, che serve sia gli insediamenti ebraici che la popolazione palestinese. Qui, auto israeliane e auto palestinesi sfrecciano tranquillamente fianco a fianco; a giudicare dalle targhe, la proporzione è abbastanza paritaria.

Dopo una mezz’oretta, arriviamo a un grosso incrocio, alla cui fermata scendono diverse persone, sia civili che militari. In pratica, è un piccolo centro commerciale all’americana piantato sulla highway, e usato indistintamente da ebrei e musulmani. La nostra guida lo sottolinea con piacere, come per dire che non tutta la Cisgiordania è come Hebron, e non sempre la convivenza è impossibile.

In effetti, io mi aspettavo che tutta la strada fosse circondata da muri, barriere, posti di blocco; invece anche il viaggio è sorprendentemente normale. La strada si srotola tra colline piuttosto brulle ma sempre più coltivate, spesso coperte di piccoli e stentati filari di viti. Sono molto frequenti gli insediamenti, alcuni ebraici (la guida ci spiega che si riconoscono dai tetti rossi a punta), ma per la maggior parte arabi. Alla fine, il tutto ricorda abbastanza il Sud Italia, però più brullo.

Certo, anche sulla strada ci sono tracce del conflitto; per esempio le fermate dell’autobus in cemento, con protezioni di ulteriore cemento per evitare attentati con veicoli scagliati sulle persone in attesa, che qui sono già “normali” da decenni, e con tentativi poco riusciti di ingentilire il mezzo bunker con disegni per i bambini che ogni mattina lì aspettano lo scuolabus.

A un certo punto, parte una nuova circonvallazione; la strada storica si infila in una cittadina araba, ma anche qui gli israeliani, per poter raggiungere gli insediamenti di Hebron senza rischiare l’agguato, hanno costruito una variante che piega e serpeggia in mezzo al nulla, evitando tutti i villaggi fino a raggiungere l’ingresso di Kiryat Arba. Su questo bivio gli arabi hanno invano messo un grosso cartello che indica che Hebron “quella vera” è dalla loro parte. Io ho uno strano deja vu: l’andamento della strada e delle colline mi fa venire in mente la strada statale che da Alba porta a Torino, là dove hanno costruito la nuova circonvallazione di Canale e Montà. Il paragone palestinesi-cuneesi e israeliani-torinesi non ha molto senso, ma il cervello fa di questi scherzi.

Comunque, finalmente entriamo in questa famosa “colonia”. Kiryat Arba è un insieme di poche strade linde ma tortuose che seguono il profilo della collina, su cui sono state costruite villette e piccoli condomini.

A una fermata scende un gruppo di ragazze in vestiti civili, alte e dai capelli lunghi; sono le nove del mattino e mi sembrano una classe scolastica, ma se così è, è decisamente una scuola per modelle. Poi arriviamo in fondo, e finalmente sulla collina di fronte vediamo apparire la periferia di Hebron: qui non c’è muro, c’è solo una recinzione di rete metallica.

Infine, usciamo dalla colonia dal lato opposto rispetto a quello da cui siamo arrivati. Qui c’è un altro checkpoint, ma è soltanto una strettoia con una sbarra (la foto è rivolta all’indietro, dall’esterno verso l’interno di Kiryat Arba).

E’ a quel punto che le cose precipitano. Ma precipitano fisicamente: improvvisamente non ci sono più strade linde e fermate dell’autobus in vialetti alberati, ma una serie di case tutte coperte di scritte, in parte in ebraico e in parte in arabo, che sembrano abbandonate – le finestre chiuse, i negozi sbarrati. Il pullman comincia ad andare giù, sempre più giù, lungo una discesa tortuosa che si fa sempre più ripida, accelerando continuamente. E’ un percorso spettrale che probabilmente dura un paio di minuti, ma che sembra lungo come una discesa all’inferno; e che non sia un posto per gli umani si capisce proprio dal fatto che gli umani per strada improvvisamente non ci sono più.

E poi, senza preavviso, il pullman frena e accosta davanti a un giardinetto. E’ la fine della corsa, il capolinea; la piazza di ingresso al lato israeliano di Hebron, su cui incombe la Tomba dei patriarchi.

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lunedì 10 luglio 2017, 14:03

Palestina (6) – Verso Hebron

Come vi ho raccontato, il nostro primo giorno per i territori palestinesi è stato, oltre che interessante, sorprendentemente tranquillo; pensavamo di andare in una zona di guerra, e invece non s’è visto niente di particolare, a parte un confine più fortificato del solito ma che abbiamo attraversato praticamente senza alcun controllo. Per questo, il secondo giorno abbiamo deciso di passare al livello successivo e di andare direttamente a Hebron. Prima di riprendere il racconto e di pubblicare le foto, però, è bene che conosciate un po’ meglio la storia e la situazione della città; altrimenti non capirete niente.

Se chiedessi di indicare Hebron su una cartina pochissimi lo saprebbero fare, eppure chiunque in Occidente ha sentito quel nome: è uno dei posti dove israeliani e arabi si ammazzano tra loro con maggiore frequenza. E’ una città talmente contesa che non fu possibile includerla negli Accordi di Oslo, ed è invece regolata da vent’anni da un successivo accordo speciale firmato tra Netanyahu e Arafat, e nemmeno ratificato formalmente. Basta una virgola di troppo in un documento, una parola sconsiderata o provocatoria che faccia immaginare la possibile attribuzione della città a una sola parte o solo all’altra, per scatenare reazioni furibonde, nuove crisi, nuova violenza a parole e anche nei fatti (per l’ultimo esempio, citofonare a quei fenomeni dell’Unesco).

Hebron è, innanzi tutto, la capitale della Giudea, la zona collinosa a sud di Gerusalemme che è la madrepatria storica del popolo ebraico, al punto che in tutte le lingue del centro e nord Europa gli ebrei vengono chiamati direttamente “giudei”. Essa ospita uno dei luoghi più sacri per tutte le religioni del libro, ossia la Tomba dei patriarchi, in cui (per chi ci crede) sono sepolti diversi personaggi biblici tra cui Abramo, progenitore di tutti gli ebrei, cristiani e musulmani.

Durante tutti i secoli di dominazione ottomana, a Hebron ha sempre vissuto anche una comunità ebraica; fu lì fino al 1929, quando sotto il dominio britannico, in un quadro di tensioni crescenti tra ebrei e musulmani, gli arabi cacciarono gli ebrei di Hebron con un terribile pogrom che provocò 67 morti (per gli israeliani, questa è la “strage di Hebron”).

Gli inglesi, da bravi colonialisti, prima fecero finta di niente e poi preferirono evacuare tutti gli ebrei sopravvissuti (alcune centinaia) e vietare loro di tornare nelle loro case. Anche quando, dopo il 1947, Hebron passò sotto controllo arabo e fu annessa alla Giordania, gli ebrei ne restarono banditi; in segno di buona volontà, gli arabi usarono le rovine dell’antica sinagoga cinquecentesca come stalla per le pecore.

Quando nel 1967 Israele riconquistò militarmente la Cisgiordania, un misto di eredi degli espulsi e di integralisti ebraici reclamò il diritto di rientrare nelle ex proprietà ebraiche di Hebron, nel frattempo distrutte o confiscate dagli arabi per loro uso, e ricostruire le case per ristabilire nella città una comunità ebraica. La cosa avvenne contro il volere dello stesso governo israeliano, che accettò infine la mediazione di costruire un po’ più in là la colonia di Kiryat Arba, su una collina (ex base militare) che guarda la città ma ne rimane all’esterno, e di permettere al massimo una visita scortata ogni tanto. Queste visite non vennero certo accolte tranquillamente dai palestinesi; tuttavia, la separazione fisica rendeva le cose ancora gestibili.

Il passo successivo dell’escalation avvenne nel 1979, quando un gruppo di coloni occupò direttamente l’ex ospedale ebraico nel centro storico di Hebron, accanto all’antica sinagoga, e fondò l’insediamento di Abraham Avinu; dopo diversi mesi di battaglie legali, la Corte Suprema di Israele diede ragione ai coloni, e il governo riconobbe l’insediamento.

Questo portò alla nascita delle cosiddette “colonie israeliane” di Hebron, che però secondo chi ci vive non sono “colonie”; loro dicono di essere semplicemente rientrati in proprietà che erano loro prima del 1929 o che sono state regolarmente acquistate dai legittimi proprietari, e in cui avrebbero diritto di vivere anche se si trovassero sotto piena sovranità palestinese.

La reazione violenta degli arabi palestinesi aumentò, culminando quando, nel maggio 1980, quattro membri di Al-Fatah si appostarono sul tetto di un palazzo di fronte al nuovo insediamento e spararono sugli ebrei che uscivano dalla sinagoga, uccidendo sei persone. (Sempre in segno di buona volontà, uno dei quattro terroristi qualche mese fa è stato eletto sindaco di Hebron dalla popolazione palestinese.)

Di lì in poi, ci furono successivi cicli di aggressioni reciproche tra israeliani e palestinesi, con provocazioni, morti e feriti da entrambe le parti, e una crescente militarizzazione dell’area degli insediamenti che rese la vita impossibile agli arabi che vi abitavano vicino. Particolarmente sanguinoso fu l’inverno del 1993-94, che si chiuse quando a febbraio uno stimato medico ebreo newyorchese, Baruch Goldstein, prese un fucile mitragliatore, entrò nella moschea delle tombe dei patriarchi all’ora della preghiera e sparò ad alzo zero, compiendo una strage di 29 persone – più altri 26 musulmani e 5 ebrei uccisi nei tumulti cittadini che ne seguirono. Per i palestinesi, è invece questa la “strage di Hebron”; da ambo le parti, ognuno rivendica la propria strage come colpa irredimibile degli altri e giustificazione per qualsiasi reazione.

Non stupisce quindi che presto il governo israeliano e quello palestinese abbiano deciso che l’unico modo per ridurre la violenza fosse separare fisicamente il più possibile le due comunità. L’accordo Netanyahu-Arafat, tuttora in vigore, prevede infatti la divisione della città in due aree: il 3% per gli ebrei israeliani e il 97% per gli arabi palestinesi. Tuttavia, non fidandosi della capacità della polizia palestinese di difendere gli ebrei israeliani, in realtà le aree sono tre.

La cosiddetta Area H1 (80% della città) è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese ed è vietata agli ebrei. La restante Area H2 (20% della città) è sotto il controllo dell’esercito israeliano, ed è a sua volta divisa tra l’area centrale degli insediamenti, ossia il 3% abitato dagli ebrei e vietato agli arabi, e il rimanente 17% che è un’area “cuscinetto” abitata da arabi e in cui gli ebrei possono soltanto transitare.

Dato che le proprietà storiche degli ebrei ora ripopolate sono nel centro antico di Hebron, esso si trova in H2; e in H2 ricade anche la striscia attorno alla strada che collega il centro con Kiryat Arba e di lì con la strada per Gerusalemme, permettendo agli ebrei di entrare e uscire dalla città. La Tomba dei Patriarchi, pur trovandosi interamente sotto controllo israeliano nell’area mista di H2, è stata divisa in due, tirando un muro a metà edificio: da un lato è moschea, dall’altro sinagoga. Per passare da un’area di Hebron all’altra, ci sono i famosi checkpoint.

Questa divisione rigida è probabilmente il meno peggio che si potesse fare in una situazione del genere, ma realizzarla in pratica in una città antica e densamente popolata, tra due fazioni che cercano solo l’occasione buona per attaccarsi a vicenda, è piuttosto complicato; e nei prossimi post vi racconterò dei problemi e delle situazioni assurde che questa soluzione ha creato.

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