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Archivio per la categoria 'Itaaaalia'


Lunedì 30 Agosto 2010, 10:17

Qualcosa 150

Per chiudere l’estate, questo fine settimana siamo andati da amici a Mentone. Per chi non sa dov’è, è il primo paese francese della Costa Azzurra, dopo il confine di Ventimiglia, e in effetti è popolato per la grande maggioranza da turisti italiani; l’effetto di migliaia di italiani che parcheggiano la loro auto italiana secondo le regole francesi e vanno a mangiare in negozi gestiti da italiani ordinando in francese (anche se poi si finisce sempre per parlare italiano) è piuttosto straniante: alla faccia del turismo come futuro dell’Italia, non siamo in grado nemmeno di trattenere i turisti nostrani.

Comunque, è interessante scoprire che anche qui celebrano il centocinquantenario dell’unità: ovvero di quando nel 1860 la nascente Italia, come prezzo politico e militare dell’unificazione, cedette la Contea di Nizza e la Savoia alla Francia. Decine di migliaia di italiani, insieme a territori che avevano fatto parte del Ducato di Savoia per cinquecento anni, diventarono da un giorno all’altro francesi; fu ceduta persino la città natale di Garibaldi. Altri villaggi di confine - Tenda, Briga, Piena - li seguirono nel 1947.

Naturalmente, anche qui la celebrazione, per quanto ovviamente molto meno “pompata” della nostra, è piena di bandiere (francesi) e slogan altisonanti; e non c’è placca che non ti ricordi che nel 1860 “su 133 abitanti del villaggio ci furono 133 voti per il sì all’annessione, un risultato salutato con grandi grida: Viva la Francia! Viva l’Imperatore!”. In tutti i territori ceduti alla Francia non ci fu un solo voto contrario, proprio come in tutti i territori annessi al Regno di Sardegna per formare l’Italia non ci fu un solo voto contrario: una vera decisione democratica.

E’ curioso come i politici ti dicano che l’unità d’Italia è sacra e inviolabile e va festeggiata in pompa magna, quando i loro predecessori non esitarono a svendere altri italiani a seconda delle convenienze e delle necessità del momento, e quando gli stessi confini dell’Italia sono cambiati già numerose e dolorose volte nella sua breve esistenza. Da sempre, mobilitare le persone attorno a una bandiera è un ottimo strumento per distogliere l’attenzione dai problemi e cercare di mantenere il controllo del potere.

Tra la gente comune sono molti a crederci, e in piena coscienza arrivano a dare la propria vita per un ideale di patria e per un confine che poi, pochi anni dopo, verrà non di rado cancellato, dimenticato e sconfessato; del resto, se parli di Nizza o peggio ancora di Pola e di Fiume, non troverai nelle commemorazioni ufficiali quasi nessuno disposto a dirti che essi siano mai stati territori “italiani” e che siano stati in qualche modo perduti e fatti propri da altre nazioni. Tutti i Bianchi e i Ferrero che, come risulta dalla lapide sulla parete della cattedrale di Nizza, hanno dato il loro sangue nella Grande Guerra, erano dei francesissimi Bianchì e Ferrerò che sprizzavano d’amore per la Francia, capito?

E al contrario, quel De Gasperi che era nato e cresciuto austriaco e aveva servito nel Parlamento di Vienna, giurando eterna fedeltà all’Austria-Ungheria, prima di giurare eterna fedeltà all’Italia in quello di Roma, è un grande statista italiano che in Austria ci stava controvoglia e solo perché costretto, ok?

Insomma, l’Italia (ma vale per qualsiasi altro Paese) è sempre unita, sacra e inviolabile perché non appena perde un pezzo esso, lapalissianamente, non ne fa più parte; ma guai a mettere in dubbio anche solo un millimetro della sua sovranità attuale e dei poteri che essa conferisce al governo del momento, se non vuoi passare per traditore.

Forse sarebbe ora di capire che l’unica unità per cui valga la pena battersi è l’unità della razza umana e del suo solo pianeta; tutto il resto sono divisioni amministrative, che dovrebbero semplicemente mirare all’equità e all’efficienza, e giochi di potere e propaganda sulla pelle delle persone, non di rado finiti in tragedia, che dovremmo aver imparato a smascherare.

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Venerdì 27 Agosto 2010, 18:23

Perdere definitivamente

Oggi vi lascio, in vista del weekend, con il nuovo video di Tony Troja: una cover di Finardi che commenta adeguatamente le ultime uscite di Veltroni, quelle secondo cui alla possibile crisi di Berlusconi bisogna rispondere “Oddio! Ma non vorrai mica andartene davvero? Sta’ lì, sta’ lì, se no poi noi che facciamo?”.


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Giovedì 26 Agosto 2010, 13:14

Come rispondere a chi licenzia un Paese

Mi hanno raccontato la situazione di una persona assunta da sette anni a tempo indeterminato in una multinazionale dell’ICT, una delle poche che hanno ancora una sede qui a Torino. A lei e ai suoi colleghi, l’azienda sta offrendo una buonuscita pari a 44 mensilità del loro stipendio, purché si licenzino. Avete capito bene: sono quasi quattro anni di stipendio. Ma cosa significa il fatto che una azienda sia disposta a pagare quattro anni di lavoro di una persona - dopo averla assunta, formata e specializzata per anni - senza nemmeno usufruirne?

Vuol dire che quell’azienda pensa che non solo non c’è lavoro ora, ma non ci sarà nemmeno tra quattro anni; altrimenti converrebbe comunque mantenere il dipendente in organico a guardare il soffitto, per poi ricominciare a farlo lavorare alla ripresa tra due o tre anni. Vuol dire che quell’azienda pensa che da Torino, dall’Italia è meglio scappare a gambe levate, che la nostra economia continuerà a peggiorare anche nel medio termine, che qualsiasi costo da pagare per poter licenziare i lavoratori e chiudere non è troppo grande rispetto al passivo che accumulerebbe rimanendo qui; che la scelta strategica è licenziare l’Italia.

Non è certo l’unico caso: la Fiat, dopo averci ammannito per anni spot strappalacrime sulla “azienda di tutti gli italiani”, aver incassato lustri di cassa integrazione e di incentivi alla rottamazione, ed essersi vantata di essere l’unica azienda a credere nell’Italia, ha annunciato di voler spostare le future produzioni di Mirafiori in Serbia, dove un operaio guadagna 400 euro al mese. Di fatto, è l’annuncio della futura chiusura di Mirafiori, la fabbrica simbolo dell’Italia. Quale è stata la reazione della politica? Nessuna. Qualcuno, al massimo, ha detto “no, dai, cattivelli, così non si fa, parliamone”. Per tutta risposta la Fiat ha cominciato a licenziare i sindacalisti di Melfi e a rifiutarsi di obbedire alla legge. Stiamo ancora aspettando una qualche reazione dello Stato italiano.

Governanti con un minimo di orgoglio, all’annuncio della Fiat, avrebbero risposto così: “Ah sì, vai in Serbia? Bene, sappi che sulle auto prodotte là ti metterò dei dazi di importazione talmente alti che alla fine in Italia, il tuo principale mercato, non ne venderai più una”. Ma l’argomento “dazi” è tabù: per trent’anni ci hanno inculcato il concetto che la concorrenza globale è sempre e comunque un bene e ci hanno fatto entrare in istituzioni internazionali controllate dalla finanza internazionale, dall’Unione Europea al WTO, dove ci siamo legati le mani e tagliati le palle da soli.

Io ho girato il mondo per conferenze e mi sento europeo e cittadino globale almeno quanto mi sento italiano e piemontese; penso che la globalizzazione non abbia solo aspetti negativi ma anche molti vantaggi, primo tra tutti la speranza di un mondo finalmente unito e pacifico. Non voglio certo tornare all’epoca in cui eravamo divisi in tanti staterelli che si facevano la guerra ogni trent’anni, e nemmeno mi attira la miseria pianificata dallo Stato in stile Nord Corea. Ma non possiamo neanche accettare di rimanere tutti in mezzo a una strada, o di vedere l’Italia divisa tra una cricca di arricchiti (spesso disonestamente) e una ex classe media ridotta in povertà, che si contende briciole di benessere in una continua lotta al ribasso. Non ce l’ha ordinato il medico di far parte del WTO o di accettare passivamente la competizione al ribasso e la delocalizzazione delle nostre produzioni, una operazione in cui la quasi totalità del guadagno viene intascata non dagli operai dei paesi in via di sviluppo, ma da un singolo imprenditore di casa nostra, praticamente senza ricadute sociali né qui né là.

L’obiettivo sociale primario di un’azienda, il motivo per cui scegliamo di organizzare le attività umane in questa forma, è creare lavoro e benessere per tutti, promuovendo il progresso e la sopravvivenza dignitosa dell’intera società. L’arricchimento di chi la possiede e di chi la gestisce è un effetto collaterale, anche giusto quando premia l’innovazione e l’intraprendenza, ma che non può venire prima dell’obiettivo primario; e non esiste, non è un diritto di nessuno, la libertà di arricchire se stessi impoverendo i propri concittadini.

Dunque ci sono nuovi modelli economici da trovare, nuove regole, nuovi principi che vedano l’azienda privata e il mercato come uno strumento da usare quando funziona e da rigettare quando non funziona, e non come un fine in se stesso. Discutiamone, studiamo le cose, facciamo esperimenti, magari anche errori: sarà sempre meglio che star qui ad aspettare passivamente il momento in cui milioni di italiani, per sopravvivere, dovranno assaltare i supermercati - o le ville dei Marchionne.

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Lunedì 23 Agosto 2010, 16:24

Il calcio che dice basta

Stasera inizia per il Toro l’ennesima stagione in Serie B, dopo il disastro di quella scorsa, che ha visto il secondo peggior piazzamento di sempre nella storia centenaria del Torino.

Ovviamente io ci sarò, e ovviamente senza abbonamento; con un biglietto comprato l’altro giorno in Val d’Aosta, nell’unico punto vendita di tutta la regione, con due euro di diritto di prevendita da aggiungere ai dieci del biglietto.

Spero che non vi stiate chiedendo perché, dopo molti anni, non ho rinnovato l’abbonamento: dovreste già saperlo. I telegiornali sono pieni dei comunicati trionfali di Maroni sulla nuova “tessera del tifoso”, di cui questo blog ha già parlato sin dallo scorso autunno. Maroni vaneggia di miglior sicurezza e stadi per le famiglie, quando la realtà è che la gestione della sicurezza nel calcio italiano è sempre più approssimativa e improvvisata, e crea più pericoli di quanti ne risolva; vedi i racconti dell’anno scorso qui, qui e qui.

Per andare allo stadio non basta più farsi schedare in tutti i modi (i biglietti sono già nominativi da anni, non è certo la tessera che ci rende più identificabili, e se volevano rifiutarsi di vendere il biglietto ai diffidati potevano farlo già prima), né è sufficiente dover cercare il biglietto come in una caccia al tesoro e sottoporsi a perquisizioni e code sotto il sole; ora bisogna anche, almeno per l’abbonamento e per i biglietti del settore ospiti, sottoscrivere una fidelity card, che per la maggior parte delle società è anche una carta di credito revolving (anche se Cairo, con la sua Cuore Granata, almeno questa ce l’ha risparmiata… per ora), con la quale naturalmente verremo riempiti di monnezza pubblicitaria e spremuti ulteriormente.

Prego ammirare la grande trovata “a vantaggio della sicurezza”: se io non faccio la tessera, posso benissimo andare allo stadio; solo, devo comprare ogni volta il biglietto, pagando dunque nel complesso una cifra superiore. Non solo; se io non faccio la tessera, posso benissimo andare in trasferta; ma non nel settore ospiti. In pratica, grazie a questo provvedimento, da domani vi troverete gli ultrà più accaniti della squadra ospite non nel settore ospiti, dove potrebbero venire separati e controllati, ma in mezzo a voi negli altri settori dello stadio. Geniale vero?

Insomma, la tessera del tifoso è una presa in giro; a me e a tanti altri non sarebbe costato poi molto farla, ma abbiamo deciso di dire di no. Pagheremo il biglietto ogni volta, spenderemo di più, non importa: è un sacrificio concreto per dare un segnale, per indicare il dissenso non certo degli ultrà e dei violenti, ma di tantissime persone perbene che hanno lo stadio come hobby e che sono stufe di venire vessate e criminalizzate.

Dall’estero piovono critiche, ad esempio quelle di Platini; gli abbonamenti sono calati mediamente del 20% rispetto allo scorso anno, nonostante varie curve si siano fatte “comprare” dalle società (per le tifoserie più grandi, fare l’ultrà, controllando la vendita di gadget e magliette, è un mestiere ben retribuito). Maroni sbraita, la tensione è altissima. Speriamo che ritorni in tutti un po’ di buon senso; anche se l’impressione è che pure su questo, come su tante altre cose, la politica sia interessata più agli slogan populisti e alle dimostrazioni di “celodurismo” che a risolvere i problemi.

Nel frattempo, è bene ricordare che da noi è in corso anche una contestazione a Cairo, in modo pacifico e originale: esporremo allo stadio, oltre al granata, anche i colori giallo e nero, i primi adottati dal Toro alla sua fondazione. Per chi ancora non sa cosa viene imputato a Cairo, c’è qui sotto un bel video: guardatelo e leggetelo con calma. Non si tratta certo di lamentarsi per non aver comprato questo o quel giocatore, ma per la gestione approssimativa e minimale della società.


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Mercoledì 18 Agosto 2010, 16:24

Ricominciamo

Dopo un mese all’estero in una delle situazioni più dinamiche del pianeta, non è facile reinserirsi nei ritmi paciosi e nei discorsi provinciali della nostra Italia. Accendere la televisione o leggere i giornali è deprimente; anzi, lo era già sentire i discorsi dei tamarri di ritorno da Sharm sul pullman che ci riportava a casa da Malpensa. Immagino che i discorsi dei tamarri cinesi, se li avessi potuti capire, non mi sarebbero sembrati più intelligenti; anche se in Cina l’aspirazione dei giovani resta comunque quella di andare in una buona università per trovare un lavoro ben pagato, e non quella di diventare calciatore, velina o evasore fiscale.

Eppure, lunedì sera - vincendo il sonno da jet lag - abbiamo preso e siamo andati alla solita sagra di Cortanze, quella che tutti gli anni a Ferragosto questo blog non manca di pubblicizzare. Quest’anno ci eravamo rassegnati a saltarla, perché solitamente si conclude la sera della domenica; siccome però quest’anno il patrono San Rocco cadeva di lunedì 16, la sagra è stata prolungata e noi siamo riusciti a non mancare.

Non è che avessimo fame, e in Cina abbiamo davvero mangiato benissimo, però la cucina italiana ci mancava, e così ci siamo lasciati un po’ andare: abbiamo preso in due un tris di antipasti, due agnolotti, due costine, una salsiccia, due spiedini, patatine e due dolci. Tutto era ottimo come al solito, e non c’era nemmeno tanta gente.

Mentre andavamo lì, comunque, il Piemonte ci ha regalato anche una serata spettacolare; non solo c’era il cielo azzurro, solo vagamente striato di nuvole - in Cina, in un mese, avremo visto un po’ d’azzurro due o tre volte al massimo - ma i colori del crepuscolo sulla campagna e poi sulle colline dell’Astigiano occidentale erano davvero bellissimi. Al ritorno era buio, ma abbiamo ugualmente goduto prima dell’attraversamento dei boschi, e poi delle luci della collina torinese e della città che si avvicinavano progressivamente.

Sono vari i miei amici che ormai vivono all’estero, per trovare un lavoro decente, o che vorrebbero farlo, e che dicono con rabbia “l’Italia è buona solo per venirci in vacanza”; è sempre più vero, perché noi diamo per scontato ciò che non è. Il Piemonte, in particolare, si trova in una situazione climatica, geografica, culturale e storica, nonché a un livello complessivo di qualità della vita, che ha pochi eguali nel mondo. Molti di noi fanno di tutto per distruggere tutto questo; per devastare il nostro ambiente, per dimenticare la nostra cultura, per trasformare con l’inerzia, l’ignoranza, l’incompetenza e l’egoismo uno dei posti più belli del mondo in un nuovo Terzo Mondo economico e intellettuale. Ogni tanto viene lo sconforto e la voglia di darsi per vinti, ma poi inevitabilmente ci si rende conto che vale la pena di ricominciare da capo a lottare.

P.S. Per gli amanti della cucina popolare, la Sagra del Cinghiale di Pontey quest’anno si tiene venerdì e sabato prossimi, seguita nel weekend successivo dalla Festa del Lardo di Arnad. Preparatevi…

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Domenica 8 Agosto 2010, 17:00

Spaghetti a Suzhou

Oggi è stata un’altra giornata intensa: di primo mattino abbiamo cambiato albergo, dato che l’organizzatrice cinese del soggiorno aveva sbagliato le date della prenotazione, beccandoci pure un tassista o molto tonto o molto ladro, che ci ha portati a spasso per il quartiere trasformando un viaggio di un quarto d’ora in uno di 35 minuti; poi siamo andati a piedi alla stazione per prendere il treno per la nostra gita domenicale a Suzhou; abbiamo fatto un giro di poche ore per poi tornare a Shanghai prima della chiusura dei negozi, per ritirare i vestiti che avevamo ordinato dal sarto. Ovviamente il sarto si era dimenticato di farne uno, ma niente paura: 90 minuti di attesa ed ecco il vestito pronto. Quindi cena ad un noodles bar in zona stazione, dove ho mangiato un ottimo riso con manzo, e infine meritato riposo, nonostante l’albergo di stanotte faccia schifo come solo la tradizionale incuria cinese per pulizie e ristrutturazioni può riuscire a realizzare… ma è solo per una notte.

Suzhou è considerata la Venezia cinese; ci sono tante città nel mondo che proclamano di essere simili a Venezia, ma questa, dal poco che abbiamo visto, ha qualche carta per farlo. Non è che sia proprio fatta di isolette, ma è comunque percorsa da numerosi canali e canaletti, che oltre a cingerne il centro creano suggestivi scorci tra le case. Ovviamente l’acqua dei canaletti è verde smeraldo e credo che contenga meno ossigeno dei gas di scarico di un’auto, ma non si può avere tutto dalla Cina.

In compenso Suzhou è dotata di un traffico formidabile; in Cina nessuno rispetta il codice della strada, ma a Suzhou la nostra esperienza è stata ancora peggiore che altrove. Sembra che ogni abitante, inforcato il suo motorino o la sua bicicletta, sia disposto a morire pur di riuscire a passare con il rosso in mezzo al flusso di auto che arriva dal lato; attendere venti secondi è troppo. Anche alla guida dei veicoli il principio è lo stesso; per esempio, la tecnica dei tassisti per girare a sinistra ed entrare nel parcheggio della stazione è invadere la corsia opposta mirando al frontale con i veicoli che vi arrivano, costringendoli ad inchiodare in quanto meno coraggiosi di loro, salvo venire nel contempo bruciati in staccata all’interno da un altro tassista che sta superando ancora più contromano il taxi che va contromano.

Se uscite vivi dal viaggio in taxi o in bus per entrare in città, però, la passeggiata è piacevole; anzi, è forse l’unica città vista finora dove valga la pena di spostarsi a piedi (altrove i “centri storici” sono stati rasi al suolo da una vita e ricostruiti a colpi di palazzoni e centri commerciali nelle città ricche e di casette e condomini fatiscenti in quelle meno ricche; dunque, viste anche le distanze, è generalmente preferibile spostarsi con qualche mezzo da una attrazione alla successiva). Oltretutto molte strade sono piccole (a dimensioni di una via italiana) e alberate, una rarità per la Cina - dove quasi ovunque la larghezza minima di una via anche centrale è otto corsie - e insieme un vero piacere.

La parte meridionale di via del Popolo per esempio era piena di tristi palazzoni e nuovi centri commerciali di lusso; fantastiche in una traversa le vetrine nuove fiammanti di Ermenegildo Zegna e Louis Vuitton, con annesso Starbucks, che fronteggiano vecchie casette degradate piene di negozietti di frutta, spezie, parti meccaniche e oscuri articoli cinesi da sbarco popolare; poi, a un certo punto, spunta un canale bordeggiato da una viuzza, che si apre su uno spettacolare laghetto attraversato da un ponte che porta nel Padiglione dell’Onda Montante (che la Lonely Planet chiama “Padiglione dell’Onda Blu”, a dimostrazione che pure qui la sua attendibilità è un po’ approssimativa). Dentro c’è un giardino bellissimo, un fazzoletto di terra trasformato in foresta, prato, rocce, cascate, alberi, cespugli inframmezzati a padiglioni e stanze aperte e arredate con bellissimi mobili di mogano.

I giardini antichi di Suzhou valgono davvero la visita; sono una esperienza tipicamente cinese, e, specialmente se vi dedicate a qualcuno dei meno conosciuti, vi verrà voglia di restare lì all’infinito, a pensare, a dormire, a leggere, a staccare dal frastuono del mondo per meditare su di esso. In quelli più conosciuti potrebbe invece capitare ciò che è successo a noi al Giardino del Maestro delle Reti, cioè di arrivare davanti alla biglietteria e di trovarci davanti una persona che urla, in un pessimo inglese con forte accento romanesco, perché non le vogliono fare lo sconto studenti sul biglietto (non è previsto; è persino scritto in inglese sul cartello) e dunque deve pagare ben 30 yuan invece di 20 (tre euro invece di due). Il resto del gruppetto di romani tifava per lei commentando “dieci patacche oggi, dieci domani, ’sti cinesi si fanno la giornata”.

Naturalmente, una volta dentro, il gruppetto ha cominciato a girare rumorosamente, commentare tutto a voce altissima, disturbare tutti e ovviamente arrampicarsi su una roccia per farsi la foto proprio davanti al cartello “no climbing”. Due tedeschi evidentemente infastiditi hanno scosso la testa e hanno commentato lapidariamente con le due seguenti parole: “zpageti karbonara”.

In queste occasioni, lo ammetto, io e Elena fingiamo di essere turchi.

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Sabato 24 Luglio 2010, 13:19

Famolo strano

Roma, qualche tempo fa, in qualche ministero.

“Aoh, senti…â€
“Aoh, dimmi…â€
“Se devemo trovà per prennere ‘na scelta sur padiglione… er padiglione pe’ Sciangai…â€
“Er padiglione?â€
“Sì, quello de l’Expo de Sciangai… c’avemo da fà bella figura… nun poi mica annare llà cor solito cubo de cemento…â€
“Chettefrega, famolo fare a qualcuno no… a quarche architetto…â€
“Eh, è vero, mi’ cugina conosce un tizio che fa l’architetto… è famoso eh, già ha lavorato pe’ nnoi…â€
“E tu chiamalo, chiedije quarche proggetto… quarcosa che sia carino e nun costi tanto, che qui nun ce sta ‘na lira…â€
“Sì però già so come so’ sti architetti… so’ tutte star… ma alla fine l’idea je la devi dare te… dai sprememose le teste, famo un trust de cervelli… io e te… quarcosa che poi viene Silvio a inaugurarlo e sta contento…â€
“E famolo a mausoleo de Silvio no? Silvio Massimo, le colonne, i gladiatori, i baccanali… Cesare dell’antica Roma…â€
“No dai, troppo scontato… già visto…â€
“E farlo co’ quarche simbolo nazzionale? Tipo, che so, a forma de pallone… a forma de pizza…â€
“Ma no, ma no! Cheap, te stai a pensà troppo cheap! Elegante e moderno c’ha da esse… e simbolico ar tempo stesso… e poi anche ‘n po’ cinese, famose venì n’idea cinese…â€
“E chiediamolo a Verdone no? Che c’aveva fatto er film der cinese… quello là…â€
“No, Verdone no, è de sinistra, poi ce cacciano! N’idea cinese ce l’avemo o no?â€
“Trovato! Senti che idea, aoh, so’ troppo forte!â€
“Trovato? E dimme ‘n po’…â€
“Visto ch’avemo d’annà a Sciangai, famolo a forma de sciangai… c’hai presente i sciangai no? I bastoncini che li butti ‘n tera e poi s’accatastano e te li devi tirà senza farli cadere… il gioco… m’hai capito no?â€
“A forma de sciangai! Ma te sei un genio, sei! Grande, grande! Mo’ co’ sta cosa, in Cina ce famo un figurone!!â€

DSC04010s.JPG

Shanghai, 2010.

L’Italia svela con orgoglio il proprio padiglione dell’Expo 2010, caratterizzato da incavi e pilastri storti “a forma di shanghaiâ€. Sconcerto e perplessità tra gli ospiti cinesi, che non riescono a capire l’indicazione. Alla fine, a gesti, la delegazione italiana riesce a fargli capire che in Italia c’è un gioco che si chiama Shanghai, fatto di bastoncini a forma di grosso stuzzicadenti che vengono buttati alla rinfusa e poi estratti senza farli cadere. I cinesi conoscono il gioco, che peraltro da loro è un gioco per bambini di cinque anni, ma ovviamente in Cina non si chiama Shanghai. A dire il vero, non si chiama Shanghai da nessuna parte se non in Italia, e comunque non è certo per un giochino con gli stuzzicadenti che i cinesi vorrebbero che la loro maggior città commerciale fosse ricordata nel mondo. Ed è così che, all’esposizione universale, l’Italia ha partorito l’ennesima genialata per farsi subito riconoscere.

P.S. Comunque, nonostante la nostra ormai proverbiale approssimazione culturale, oggi abbiamo visitato l’Expo e il padiglione italiano era tra i più apprezzati, sia perché qui impazziscono per lo stile italiano, sia perché comunque ci siamo impegnati a riempirlo di cose interessanti da vedere. Però non era difficile: molti degli altri padiglioni europei erano chiaramente fatti a forma di bruttura!

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Martedì 6 Luglio 2010, 18:21

La Padania che verrà

La Padania è sempre più spesso nei nostri discorsi; e questa è già una vittoria di Bossi. Su Lega sì, Lega no si è incentrata buona parte della passata campagna elettorale per le regionali piemontesi, e ancora di più la pletora di commenti usciti dopo il voto, per non parlare di un crescente “dialogo culturale” tra polentoni e neoborbonici, a colpi di insulti e di revisionismi su storie di 150 anni fa.

A me tutto questo fa arrabbiare; non tanto il fatto di dover discutere se abbiano rubato più soldi i piemontesi dalle casse napoletane o i napoletani dalle casse piemontesi (siamo in Italia, hanno rubato tutti), ma il fatto che in questo Paese non si riesca ad avere una civile e razionale discussione sul tema del federalismo.

Già, perché alzando un attimo il naso dal paiolo della polenta ci si potrebbe accorgere che l’Italia non è certo l’unico posto dove si discute di autonomie e di secessioni, e che il celodurismo da campanile non è affatto l’unico modo di discuterne.

Il Belgio, per esempio, è già di fatto un paese diviso in due nazioni e mezza, rotto da secoli di rivalità e da uno spettacolare ribaltone nella suddivisione della ricchezza economica tra Nord e Sud (purtroppo per i suoi abitanti, la Vallonia negli ultimi cento anni ha prodotto due cose soltanto: Magritte e la disoccupazione). Nessuno crede che il Belgio possa esistere ancora per molto, a meno che non si verifichi qualche miracolo economico.

La possibile frantumazione dell’Italia, dunque, non è affatto un tema di folklore, ma un problema oggettivo: del resto lo stesso Economist - pur di sinistra per quanto possa esserlo un giornale economico inglese - per gioco ma fino a un certo punto divide l’Italia in due, prevedendo una nazione separata al Sud, fuori dall’Unione Europea, cortesemente denominata Bordello.

Sono chiari a chiunque li voglia vedere i giochi di potere geopolitico e le tensioni economiche interne all’Unione Europea, e si parla apertamente di doppio euro e di possibile uscita dall’Unione di un blocco forte, dominato dai tedeschi - a cui interesserebbe ovviamente tenersi attaccato il Nord Italia e scaricare il Sud. Se scattasse una crisi globale di fiducia nei debiti pubblici, l’Italia rischierebbe davvero la bancarotta e il conseguente caos nelle strutture pubbliche; e a quel punto quanti di voi sono disposti a scommettere che le parti del Paese coi conti più in ordine sarebbero favorevoli a portarsi dietro i debiti delle altre?

Non sono certo le buffonate celtiche che spezzano i Paesi; le buffonate celtiche sono al massimo un metodo ben studiato per trasformare un concetto inizialmente innaturale in uno assolutamente familiare; provvisoriamente ancora respinto, ma familiare e dunque plausibile. Dopo, arriva il fattore scatenante per trasformarlo da plausibile a reale, che può essere un esercito o, più elegantemente, un disastro economico più o meno artificiale.

D’altra parte, siamo da decenni nel mezzo di un processo storico di “glocalizzazione”; da una parte i governi nazionali diventano impotenti di fronte a fenomeni socioeconomici globali, e dall’altra diventano troppo grossi e rigidi per gestire in maniera efficace una società che si evolve alla velocità della luce. Non è un caso che i migliori successi europei degli ultimi lustri vengano da Paesi di medie dimensioni (Irlanda, Danimarca) o da Paesi con una struttura fortemente federale (Spagna, Germania).

In fondo, nel momento in cui la mia economia e la mia vita sono governate da decisioni prese a Bruxelles e a Francoforte, che differenza fa che la scritta sul mio passaporto dica Italia, Padania, Piemonte, o Repubblica Popolare del Quartiere Parella? Non cambia praticamente niente, a parte il colore della maglia della nazionale e il rapporto costi/benefici legato alle prestazioni offerte da ciascun governo e alle tasse richieste in cambio. A questo punto, laicamente, tanto vale concepire lo Stato come un puro “centro servizi” e scegliere la dimensione di governo più efficiente.

Basta solo che se ne parli con serietà e con obiettività; e che nel farlo non si insulti chi, in tempi completamente diversi, per la nostra bandiera ha dato la vita. Altrimenti il rischio è che la secessione avvenga comunque, e che da una nazione da operetta si finisca in uno staterello di buffoni.

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Venerdì 2 Luglio 2010, 14:29

L’Internazionale operaia non sta molto bene

Ho molto rispetto per Diego Novelli (purché non si parli di Toro) e per Nuova Società, ma raramente mi è capitato di incontrare un articolo politico che, a causa di uno sfortunato incidente, mi abbia fatto contemporaneamente ridere e pensare così.

E’ che un paio di settimane fa, nel momento clou della vicenda sindacale di Pomigliano, Nuova Società ha pubblicato una toccante lettera degli operai di Tychy (lo stabilimento in Polonia dove si fa la Panda) a quelli di Pomigliano, che si scusava per avergli portato via anni fa il lavoro accettando condizioni e retribuzioni peggiori rispetto agli italiani, e li incitava a continuare la lotta per il bene di tutti gli operai Fiat del mondo, in un classico e ortodosso afflato marxista di “proletari di tutto il mondo unitevi”.

E poi, a fine articolo, dopo tutto questo eloquio di aulica ideologia e queste toccanti parole di solidarietà antipadronale, è comparsa nei commenti la risposta di un operaio di Pomigliano, perfettamente in linea con le aspettative internazionaliste del settimanale di Novelli:

“Bastardi..polacchi di *** andate a farvi fottere….per causa vostra è successo tutto questo casino la colpa è solo vostra e ancora vostra……bastardi che non siete altro siete sottopagati..e lavorate come schiavi..e non vi siete mai ribbellati..adesso che le cose cambiano per voi vorreste ribbellarvi in alleanza con noi italiani ? vi dico ancora andate a farvi fottere bastardi schiavi di ***…dovete morire tutti se siamo ridotti a queste condizioni di schiavitu’ poste da fiat…la colpa è vostra e solo vostra….bastardi schiavi andate ancora a farvi fottere.”

Ecco, credo che sia impossibile descrivere meglio come i partiti di sinistra continuino a rivolgersi agli operai con gli stessi schemi astratti vecchi di 150 anni, e come gli operai da un pezzo rispondano mandandoli a cagare e votando Lega o Berlusconi.

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Lunedì 28 Giugno 2010, 17:48

Cyberspazio e realtà

Oggi sono andato al Politecnico per assistere alla prima giornata della conferenza University and Cyberspace, organizzata dal progetto europeo Communia, in cui il centro Nexa del Poli ha un ruolo centrale. Questa è una delle poche vere eccellenze rimaste a Torino, su un tema cruciale come il rapporto ad ampio raggio tra Internet e società, con un particolare occhio per le tematiche relative ai contenuti; e anche la conferenza è di alto livello (qui il webcast).

In attesa che si palesi Joi Ito (se siete lettori da tempo di questo blog, ricorderete la foto ed il libro), stamattina c’è stato prima un interessante dialogo tra Juan Carlos De Martin e Charles Nesson del Berkman Center di Harvard, e poi il solito lucido discorso di Stefano Rodotà.

Rodotà è il miglior italiano che conosca e mi piacerebbe molto riuscire a concludere nella vita un centesimo di quello che ha fatto lui; nel frattempo cerco di trarne esempio. Abbiamo chiacchierato per buona parte del pranzo (gli ho portato i ringraziamenti per il suo impegno diretto sui referendum dell’acqua) e se da una parte mi ha fatto piacere constatare che la pensiamo allo stesso modo, dall’altra ne è uscita una visione della situazione italiana tutt’altro che rosea. Lui non si risparmia e gira l’Italia per le sue battaglie con energia invidiabile; io mi chiedo come recuperare un simile ottimismo, capito che il problema non è di sostituire un partito per un altro ma di cambiare la mentalità degli italiani, e che questa è una impresa davvero proibitiva.

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