Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

MoVimento 5 Stelle TorinoSono consigliere comunale di Torino del Movimento 5 Stelle. Scopri chi sono io e visita il sito della lista.

Ven 31 - 23:42
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


venerdì 17 ottobre 2014, 10:48

Dai cittadini alle banche

Anche quest’anno, come già i precedenti, si è verificata l’assurda situazione in cui il Comune approva il bilancio di previsione per l’anno in corso nell’autunno dell’anno stesso, perché deve a sua volta attendere la fine del gioco delle tre carte che ogni anno fa il governo, cambiando nome e formula alle tasse locali in modo da sostenere di averle ridotte quando in realtà sono aumentate. Il risultato è che per tre quarti dell’anno si naviga a vista, spendendo il minimo, e poi a fine anno si corre cercando di fare qualcosa.

La situazione del bilancio comunale è sempre preoccupante, tanto che quest’anno si è ricominciato a fare debiti per 25 milioni di euro, per sostenere “investimenti straordinari” che poi sarebbero la manutenzione delle strade, dei giardini e delle scuole, che diventa “straordinaria” (e quindi legalmente sostenibile a debito) perché non si è più fatta quella ordinaria.

Basta la prima slide dei dati di sintesi del bilancio 2014 per rendersi conto dei problemi strutturali del bilancio di Torino: sono calate significativamente le spese per beni e servizi e quelle per trasferimenti, il che può voler dire sì qualche taglio di sprechi, ma vuol dire anche tagli ai servizi e ai sussidi dati direttamente alla cittadinanza; le spese del personale sono diminuite ma di poco, perché tagli secchi e improvvisi al personale, come quelli ormai frequenti nel privato, nel pubblico sono ancora da venire; l’unica cosa che è aumentata, a parte i fondi di riserva, è la spesa per ripagare i debiti alle banche: 250 milioni di euro su un miliardo e 300 milioni di bilancio.

Progressivamente, quindi, la ricchezza comunale dei torinesi, rifinanziata ogni anno dalle nostre tasse, viene spesa sempre meno per dare lavoro e fornire servizi e sempre più per arricchire le banche, a partire da quella della fondazione fino a poco tempo fa presieduta dall’ex sindaco e attuale presidente della Regione Chiamparino. Per ogni cinque euro di entrate, per ogni quattro euro pagati in tasse dai torinesi, più di uno non va in spesa produttiva, ma va alle banche.

Di questa situazione non si vede la fine; è vero che l’indebitamento in questi anni è stato un po’ ridotto (non perdetevi la fantastica ultima slide dei dati di sintesi, in cui modificando la scala e facendola partire non da zero ma da quasi tre miliardi fanno sembrare che vi sia un crollo dei debiti che in realtà non c’è), ma questo è stato ottenuto al prezzo di vendere le partecipate, gli immobili e pezzi di città agli speculatori; finito di vendere tutto, non si sa che succederà.

In questo bel quadretto, noi abbiamo deciso di fare un gesto concreto, l’unico che potevamo fare dall’opposizione: abbiamo presentato un emendamento al bilancio che tagliava i nostri fondi di funzionamento del gruppo consiliare per destinarli al welfare. Come sapete, alla fine di ogni anno noi restituiamo quasi il 90% del fondo di funzionamento, perché spendiamo il minimo necessario per tenere aperto l’ufficio (telefoni, cancelleria ecc.; qui trovate i rendiconti). Quest’anno, sui circa 9000 euro ricevuti, ne abbiamo spesi un migliaio e, con tre mesi ancora da pagare, abbiamo dunque pensato di poterne restituire subito 7000; non saranno una cifra folle, ma è meglio di niente.

Purtroppo, non solo gli altri gruppi consiliari non hanno voluto fare lo stesso, ma la maggioranza di Fassino ha bocciato il nostro emendamento al grido di “populisti”; non ci hanno permesso nemmeno di tagliarci da soli i nostri fondi. Però sono andati avanti a fare grandi discorsi e promesse che presto recupereranno nuovi soldi per ripristinare lo stanziamento per il welfare, che anche quest’anno è stato tagliato; ma a parlare e parlare son capaci tutti.

divider
venerdì 10 ottobre 2014, 09:44

Emergenza duecento euro

Quando in Italia si parla dello smaltimento dei rifiuti, come di tante altre cose, è difficile intavolare una discussione razionale: si finisce subito a litigare sulle pizze alla diossina. Intanto, le mafie e la politica se ne approfittano: il business dei rifiuti è una delle vere miniere d’oro di questi anni. Soltanto Torino città paga ad Amiat oltre 150 milioni di euro l’anno per raccogliere e smaltire circa 400.000 tonnellate di immondizia; noi cittadini paghiamo i rifiuti circa 40 centesimi di euro al chilo, come i pomodori all’ingrosso.

Tra questi business, uno ottimo è quello degli inceneritori: si raccoglie tutta la schifezza possibile e la si brucia tutta insieme per produrre energia; si incassano tra i 100 e i 150 euro a tonnellata, derivanti dalla tassa rifiuti dei cittadini, più altri 100 euro di fondi pubblici come “sovvenzione ecologica”, perché secondo il governo produrre elettricità dalla schifezza è ecologico, più i soldi che si possono fare rivendendo l’energia prodotta.

Più tonnellate di schifezza arrivano e più si guadagna; le scorie – già, perchè anche bruciando i rifiuti mica essi svaniscono, ne rimane circa un terzo in cenere, in parte pericolosa – vengono mandate in discarica o usate nelle costruzioni, e il resto viene polverizzato e scaricato nell’aria che respiriamo, ufficialmente entro i limiti di legge, anche se in effetti l’inceneritore del Gerbido ha già avuto parecchi incidenti e ripetuti sforamenti dei limiti (la legge prevede persino che si possano sforare i limiti per un certo numero di volte…).

Gli inceneritori sono generalmente in mano alla politica o a suoi amici; come il nostro, che attualmente è al 20% del Comune di Torino e all’80% di Iren, la megasocietà a dirigenza nominata dal PD che è privata (del PD) quando c’è da gestire l’enorme flusso di denaro che vi transita, ma pubblica quando c’è da ripagare il suo gigantesco buco da miliardi di euro. E quindi, anche l’amico Renzi ha pensato bene di dare una mano al business degli inceneritori.

Come? Beh, nel famoso decreto Sblocca Italia, attualmente in fase di conversione in legge, ha inserito all’articolo 35 una misura che dice che il governo può scegliere un numero qualsiasi di inceneritori da definire “di interesse strategico nazionale”, i quali saranno automaticamente – fuori dalle normali procedure e dalla volontà degli enti locali, che avrebbero competenza su queste cose – portati al massimo della capacità possibile e utilizzati per bruciare i rifiuti delle regioni d’Italia che non si sono attrezzate per trattarli.

Il Gerbido, per esempio, è stato autorizzato per 421.000 tonnellate l’anno, una capacità considerata congrua per smaltire tutta quella parte dei rifiuti di Torino e provincia che non viene differenziata dai cittadini. E’ sempre stato detto dagli amministratori locali che questa capacità non sarebbe stata aumentata, e che era quella per cui l’impianto era stato progettato per poter funzionare bene e senza intoppi.

Bene, adesso il governo Renzi vorrebbe d’autorità alzare questa capacità di altre 100.000 tonnellate, il che vorrebbe dire far funzionare l’impianto all’estremo delle sue forze, ben oltre quello che fino a ieri era indicato come il regime di funzionamento sicuro. Ma essendo il Gerbido un impianto già pieno di problemi, cosa succederà pompandolo al massimo?

Noi abbiamo presentato in consiglio comunale una mozione d’urgenza per chiedere che la Città si schierasse contro questo aumento, chiedendo al governo di ritirare la misura durante l’attuale discussione in Parlamento. Questo non per campanilismo, ma nell’interesse di tutta Italia, perché è antiecologico e antieconomico far viaggiare i rifiuti nei camion su e giù per lo stivale, invece di smaltirli in loco; cosa peraltro che è persino obbligata dalle direttive europee, che obbligano a privilegiare riduzione, riuso e riciclo e solo dopo a considerare l’incenerimento.

La risposta del PD è stata che in alcune parti d’Italia c’è “l’emergenza rifiuti” e dunque bisogna rendersi disponibili ad accogliere l’immondizia altrui per evitare che debba essere mandata all’estero. Eppure “l’emergenza rifiuti” non è un disastro naturale imprevedibile, come un’eruzione o un terremoto. E’ il risultato delle scelte coscienti di chi ci governa, e delle cattive abitudini di intere popolazioni mai educate dai loro politici. Dare una via d’uscita semplice permettendogli di scaricare a forza i propri rifiuti altrove è diseducativo e contribuisce a perpetuare questa situazione invece di risolverla.

Per questo noi insistiamo giorno dopo giorno con la differenziata porta a porta, facendo fiato sul collo all’amministrazione (a breve sarà discussa una mia interpellanza sui ritardi e disagi nell’adozione del porta a porta alla Crocetta) e costringendoli ad assumersi le loro responsabilità, dimostrando che la vera “emergenza” che si vuole risolvere con questo provvedimento è il debito folle di Iren, fatto per logiche poco industriali e da ripagare bruciando rifiuti a duecento euro a tonnellata. La maggioranza di Fassino ha bocciato la nostra mozione, ma noi sullo stesso punto diamo battaglia in Parlamento; e andiamo avanti.

divider
venerdì 3 ottobre 2014, 12:28

Fassino e la vera storia di via Roma pedonale

Ha destato sicuramente una reazione positiva, in chi è favorevole a una mobilità più sostenibile, l’annuncio fatto dal sindaco Fassino alcuni giorni fa sui giornali: la domenica ecologica che si svolgerà dopodomani sarà, come scrive Repubblica, “la prova generale della proposta che il sindaco Piero Fassino ha rilanciato a inizio settembre, durante il seminario di giunta alla Pellerina: “Dobbiamo aprire via Roma ai pedoni, e lo faremo”.”.

Tuttavia, chi conosce un po’ la politica comunale avrà senz’altro avuto qualche sospetto: come mai Fassino, più noto alle cronache cittadine come un indefesso tifoso di Marchionne e dell’industria olandese dell’auto FCA, viene improvvisamente animato dallo spirito ecologista?

Difatti, siamo al quarto anno di amministrazione di Fassino e ancora la sua giunta non è riuscita a pedonalizzare un metro di strada che sia uno; l’unico avanzamento è stato chiudere al traffico cento metri di via Durandi, davanti alla cattolica Piazza dei Mestieri, per agevolare il parcheggio e le attività ricreative di quest’ultima, salvo poi rimangiarsi tutto quando un’altra corrente di cattolici del PD, non in buoni rapporti con quella della Piazza, ha inscenato un braccio di ferro sull’argomento.

Certamente ha fatto effetto la grande mobilitazione di massa del Bike Pride, ogni anno più splendido e affollato; anche i partiti hanno realizzato che tantissima gente è stufa di vivere in una città pensata solo per le auto, e pretende che la politica agevoli anche tutti gli altri modi di vivere il territorio urbano, che siano a piedi, in bici o coi mezzi pubblici. Ma il motivo per cui improvvisamente Fassino pensa a pedonalizzare via Roma, almeno nel weekend e nel tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello, è che sei mesi fa, come vedete nel video, il consiglio comunale ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che lo impegna a fare esattamente questo.

Non che, quando un anno fa ho scritto e presentato la mozione (che inizialmente aveva richieste anche più ambiziose, che poi ho dovuto negoziare con la maggioranza), io abbia avuto un’idea particolarmente originale: di pedonalizzare via Roma si parla da trent’anni, e vi fu addirittura un referendum comunale in merito, nei lontani anni ’80. Per un certo periodo fu già chiusa al traffico nei fine settimana, poi però fu riaperta: difatti, i commercianti della via si sono sempre opposti, ritenendo che per poter acquistare i clienti debbano poter arrivare davanti alla loro vetrina in auto.

Mi sembra tuttavia evidente che, anche per il commercio, questa è una strategia perdente. Mentre quasi tutte le strade pedonalizzate hanno visto una rinascita del commercio, via Roma è andata sempre più in crisi. Certamente il motivo principale è la congiuntura economica, però a me sembra evidente che se una persona parte e viene in centro per fare acquisti è per godersi una passeggiata in un contesto aulico, e non per comodità di parcheggio; se il criterio è la comodità di parcheggio, uno si dirige piuttosto in uno dei tanti ipermercati e centri commerciali che la Città ha lasciato costruire negli ultimi anni. Avere via Roma piena di auto costantemente ferme che sgasano e fanno le vasche, mentre i pedoni almeno nel fine settimana strabordano dai portici che non sono sufficienti a contenerli, ne riduce l’attrattività, non il contrario.

Personalmente, io non sono per pedonalizzare tutto a tutti i costi; l’auto è ancora un mezzo di trasporto irrinunciabile in diverse situazioni e bisogna valutare caso per caso quale soluzione produce la migliore qualità della vita per tutti, chiedendo in primo luogo a chi in quella strada ci vive e ci lavora, senza imposizioni dall’alto. In alcuni casi, come corso De Gasperi, sono gli stessi che ci vivono a non volere la chiusura, e allora è giusto che la strada resti aperta. E’ però evidente che in tante situazioni – penso anche al primo tratto di via San Donato, dove gli stessi commercianti chiedono da anni l’isola pedonale – una strada chiusa al traffico può migliorare la vita della città.

E allora, ben venga la chiusura al traffico, e ben venga che Fassino sia costretto dalla pressione pubblica e dall’azione concreta del M5S a cambiare atteggiamento.

Dopo quattro anni, però, stiamo ancora aspettando un fantomatico piano di pedonalizzazioni con cui la giunta dovrebbe dire alla città quali strade intende pedonalizzare e quando, in modo da poterle discutere con la cittadinanza e da preparare e tranquillizzare tutti, sia chi vuole le chiusure che chi non le vuole. Pertanto, spero di vedere in futuro anche in questa materia meno annunci sui giornali, meno azioni estemporanee, più pianificazione e più fatti concreti.

divider
venerdì 19 settembre 2014, 12:09

La vera storia dello stadio Olimpico

A Torino e non solo, le vicende legate agli stadi sono sinonimo di speculazione, di favoritismi e di manovre politiche sin dall’epoca della costruzione del Delle Alpi (su cui raccomando sempre l’enciclopedica trattazione dell’ex assessore Matteoli); io, da cittadino e da tifoso, me ne occupo da molto prima di fare politica.

Da consigliere comunale, sono stato uno dei pochi a dare battaglia sui regali della Continassa alla Juventus – ancora qualche mese fa la Città gli ha abbuonato una ulteriore milionata di euro, come vedete nel video – e, anche se non abbiamo potuto fermare l’operazione, siamo stati noi a scoprire e pubblicizzare il prezzo di vendita di 0,58 €/mq/anno, che poi ha girato l’Italia. Ovviamente, all’epoca mi sono beccato parecchi insulti dai tifosi della Juventus, che mi accusavano di essere accecato dal tifo, visto che notoriamente io sono tifoso del Toro e vado allo stadio da sempre.

In compenso, alcuni giorni fa ho firmato una mozione per rimettere in discussione il contratto tra il Torino FC e la Città per l’affitto dello stadio Olimpico. I giornali cittadini hanno presentato la cosa come “i consiglieri comunali vogliono aumentare l’affitto al Toro per fare cassa”, e così stavolta mi sono beccato insulti da una parte dei tifosi granata, quelli più disinformati; alcuni hanno persino provato a dire che io avevo regalato la Continassa alla Juventus…

C’è, indubbiamente, il problema di far pagare il giusto a chi utilizza un bene pubblico, che ovviamente è dovere di un amministratore; prima ancora di discutere se i 250.000 euro annui che paga il Toro – con contratto di anno in anno, a differenza degli accordi pluriennali che vigono quasi ovunque – sono pochi o tanti, va segnalato che il Toro non ha ancora saldato il dovuto per la stagione 2013-14. Inoltre, non ha pagato nemmeno la tassa rifiuti, sulla quale però ha chiesto e ottenuto uno sconto del 30 per cento sostenendo di essere un “affittuario saltuario”, né il costo del servizio straordinario dei vigili, anche quello già scontato del 50 per cento rispetto ai 100.000 euro annui iniziali.

Pertanto, noi non possiamo mandare gli ufficiali giudiziari a chi non paga la Tarsu perché non arriva a fine mese e poi chiudere un occhio per una società a fine di lucro che incassa decine di milioni di euro l’anno. Inoltre, il Comune con quello che incassa paga la manutenzione straordinaria dello stadio, che per ora è di circa 150.000 euro l’anno ma che sarà di 400.000 nel 2016, quando si dovranno rivedere i tiranti. Il Toro paga la manutenzione ordinaria, come chiunque affitti un immobile; Cairo ha sparato una cifra di 1.300.000 euro annui, ma andando a vedere pare che ci sia dentro pure mezzo milione di euro di bolletta della luce e altre voci che con la manutenzione c’entrano poco.

La vera questione, però, è un’altra: non è tanto importante quanto si incassa oggi, ma è importante per la città che ci sia un progetto a lungo termine relativo all’area dell’Olimpico. Anzi, è importante soprattutto per il Toro, perché al giorno d’oggi tutte le società che ambiscono a stare in alto si stanno muovendo per avere uno stadio di proprietà, come ha già fatto la Juventus. Difatti, anche depurato dalle regalie urbanistiche aggiuntive che la squadra degli Agnelli ha avuto in abbondanza, lo stadio di proprietà permette di moltiplicare le entrate relative ai servizi ai tifosi, al marketing e al merchandising in senso lato.

Se il Toro non si mette in quest’ottica, non potrà avere un futuro all’altezza, o perlomeno sarà sempre svantaggiato rispetto alle altre squadre dalla mancanza di una fonte di ricavi cospicui. Per questo è giusto pretendere da Cairo un impegno a non vivere alla giornata, a non andare avanti affittando lo stadio di stagione in stagione, barboneggiando ventimila euro di sconto e ritardando i pagamenti finché si può, ma ad avere invece un progetto di lungo termine per far crescere e sopravvivere il Toro ad alti livelli, un progetto che – oltre magari a non vendere i giocatori migliori ogni anno per fare cassa – non può in ogni caso prescindere dall’avere il proprio stadio, con un contratto e un progetto di lunga durata. Dovrebbero essere proprio i tifosi i primi a pretenderlo, e non soltanto il consiglio comunale.

La situazione attuale, invece, combacia se mai proprio con quell’accordo al ribasso che tanti ipotizzano, quello per cui Cairo ha preso il Toro anche per risolvere un problema di ordine pubblico all’elite cittadina, ma sapendo di non dover rompere troppo le scatole alla squadra a strisce, coi cui proprietari peraltro ha successivamente imbastito ottimi affari calcistici e non (vedi l’ingresso in RCS).

Anche la vicenda della ristrutturazione dell’Olimpico, come quella del Delle Alpi, è uno scandalo italiano: doveva farla Cimminelli, ex proprietario del Toro e fornitore Fiat, che però è fallito permettendo alla Fiat stessa di acquistare la sua azienda per un euro, lasciando a noi le spese. La collettività ha infatti sborsato 45 milioni di euro per ristrutturare lo stadio in ottica olimpica, pessima però per il calcio; per cui ora il Comune, oltre alla manutenzione straordinaria, continua a pagare anche 1.200.000 euro l’anno di mutuo contratto per sostenere la spesa, per uno stadio comunque poco adatto allo scopo. Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha ipotecato lo stadio per 38 milioni di euro per le tasse non pagate da Cimminelli, e tuttora non si sa chi pagherà per togliere queste ipoteche, che impediscono qualsiasi operazione.

Questi sì sono scandali, a danno del Toro e a vantaggio dei soliti noti, che la politica cittadina ha attivamente consentito se non promosso; tuttavia, ciò non ci permette di accettare che il Torino FC, che non è solo una società privata ma una entità con un grande valore collettivo sociale e culturale, continui a vivacchiare rassegnandosi a un progressivo declino.

Chiudo con un’ultima nota: con grande eleganza, Cairo ha risposto alla questione tirando in ballo i (presunti) 80.000 euro che “spende” ogni anno per biglietti omaggio al Comune (sindaco, assessori e consiglieri). Come sapete, noi rifiutiamo questi privilegi, e io continuo ad andare in curva ogni volta facendo la fila e comprando il biglietto di tasca mia; è però vero che la maggior parte dei miei colleghi utilizza gli omaggi, e l’uscita di Cairo dimostra come questi privilegi della politica siano pericolosi, perché permettono poi ai privati di esercitare un ricatto morale.

Pertanto, ieri in commissione mi sono permesso di fare una semplice proposta: visto che per Cairo è un problema dare quei biglietti, la Città vi rinunci e in cambio si faccia dare questi 80.000 euro annui in contanti, destinandoli poi a qualcosa di più utile, ad esempio al welfare comunale. La proposta è piaciuta a tutti, anche se dubito molto che poi sarà veramente portata avanti dall’amministrazione; ma chissà mai che per una volta la politica cittadina, anche quella abituata a vendersi per due noccioline, non abbia uno scatto di dignità.

divider
giovedì 15 maggio 2014, 15:09

Il compagno Q

In politica, si sa, la visibilità è tutto: chi vuole fare carriera sgomita per apparire. Non sempre, però, le persone più visibili sono le uniche a pesare: c’è anche chi, lontano dai riflettori, si occupa della rete di potere che tiene a galla il partito. E se a Torino da trent’anni ormai cambiano i nomi dei partiti ma i volti del potere sono sempre gli stessi due, Fassino e Chiamparino, il terzo volto, praticamente sconosciuto, è quello di Giancarlo Quagliotti.

La carriera del compagno Q, peraltro, inizia brillantemente: nel 1970, non ancora trentenne, diventa consigliere comunale del PCI a Torino, e dopo qualche anno capogruppo; nel marzo 1983 diventa vicesegretario regionale del partito, mentre Fassino, appena più giovane, diventa segretario provinciale. La sua carriera politica è folgorante, ma si schianta subito dopo contro un doppio scandalo tangentizio: quello del faccendiere Zampini, che provoca la caduta della giunta rossa del sindaco Novelli, e quello per l’appalto dei semafori intelligenti. Quagliotti viene condannato in primo grado (sarà poi assolto in appello) e lascia la politica, e da allora il suo destino è segnato: sarà l’uomo dietro le quinte.

Lui si reinventa come manager insieme a un altro politico emergente: Vito Bonsignore, democristiano di peso. Si occupa di cemento parapubblico, dalle autostrade ai parcheggi. Arrivata infine l’assoluzione, nel 1992 La Stampa pubblica una straziante lettera di Chiamparino, segretario del neonato PDS torinese: “Compagno Quagliotti, ti chiediamo scusa… il PCI non ti ha riabilitato moralmente e politicamente, lo facciamo noi”.

Neanche a farlo apposta, tempo un anno, il riabilitato compagno Q viene coinvolto in Mani Pulite. Si scoprì un conto in Svizzera a lui intestato, su cui, insieme a un altro conto intestato all’altro ex PCI Primo Greganti, transitarono 260 milioni di lire relativi all’appalto per il depuratore Po-Sangone, destinati al PCI e provenienti da una società del gruppo Fiat; il compagno Q e il compagno G vennero infine entrambi condannati. Interrogato dai magistrati, secondo i giornali Quagliotti disse: “Immaginai che si trattasse di un contributo al PCI. Allora quelle forme di finanziamento non erano rare.”; La Stampa riassunse le sue dichiarazioni come “Nel PCI sapevano tutto“.

Chiamparino dichiarò pensoso ai giornali: “Forse non abbiamo saputo sottrarci del tutto al patto consociativo”. Fassino si trincerò invece dietro un più sbrigativo no comment, suscitando questo commento dell’editorialista Saverio Vertone: “Fassino, quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”.

Passano alcuni anni e il compagno Q ritorna all’onor delle cronache giudiziarie: nel 2000, il procuratore Bruno Tinti lo fa rinviare a giudizio in una vicenda di falsi nei bilanci e di compravendita di quote pubbliche della Satap, concessionaria dell’autostrada Torino-Piacenza controllata dall’imprenditore tortonese Marcellino Gavio. La cosa finisce in prescrizione e poi in assoluzione, ma l’intreccio tra le autostrade di Gavio e i DS ritornerà nel 2005 con il caso Penati: mentre Unipol scala BNL e Fassino esclama “Abbiamo una banca”, la Provincia di Milano di Penati compra da Gavio azioni autostradali al triplo del prezzo precedente e subito dopo la Satap versa 14 milioni di euro alla BPL di Fiorani, che sostiene la scalata. Da fonti di stampa, l’ex sindaco di Milano Albertini dichiara ai magistrati: “Una quota significativa della plusvalenza ottenuta da Gavio è stata utilizzata per favorire la scalata di Unipol a BNL. È denaro pubblico che porta un vantaggio economico rilevantissimo a un imprenditore privato che poi aiuta quella componente politica che ha fatto questo passaggio per controllare una società finanziaria”.

In questi anni Quagliotti riveste incarichi dirigenziali nel gruppo Gavio, dal quale transitano altri esponenti storici del PCI e del PDS di Torino. Ricomincia anche a fare politica nel partito: già nel 2001 è avvistato alle riunioni in cui i DS discutono le candidature, nel 2003 discute chi candidare a presidente della Provincia, nel 2007 è candidato alle primarie cittadine del PD.

Quando nel 2011 Fassino si candida a sindaco, affida al compagno Q il ruolo di coordinatore politico della sua campagna elettorale: è il definitivo rientro, anche se sempre dietro le quinte. L’intreccio tra cemento e PD è sempre più stretto: presto un giornale locale definisce Quagliotti “l’eminenza grigiastra di Fassino”, e titola “OPA dei Gavio sul PD torinese”. E non solo torinese: la società del gruppo Gavio di cui è amministratore Quagliotti è tra i contractor per la costruzione del terzo valico Milano-Genova dell’alta velocità, e per essa ha lavorato anche la società del marito dell’ex sindaco PD di Genova Marta Vincenzi.

Siamo ad oggi, e si rivede anche il compagno G: con in tasca la tessera del PD torinese, che pure nega di conoscerlo, viene di nuovo arrestato per gli appalti dell’Expo 2015, un’altra grande colata di cemento. Il compagno Q, intanto, è sul ponte di comando del partito; tutte le vicende interne del PD torinese, dalle candidature alla preparazione del congresso, passano da lui.

Nessuno sa che rapporti intrattengano ancora i vecchi compagni Q e G. Una cosa che si sa, però, è che a Torino da decenni la politica cittadina è in mano allo stesso partito e alle stesse facce; quelle sotto i riflettori, che si rimpallano le cariche di sindaco, presidente della Regione, segretario di partito e così via; e quelle lontano dai riflettori, che ogni tanto ricompaiono sui giornali per vicende di questo genere. Torino e il Piemonte sono congelati da decenni in questo gioco per pochi; ed è adesso, finalmente, il momento per cambiare.

(Articolo originariamente scritto per il blog di Beppe Grillo)

divider
giovedì 13 marzo 2014, 14:18

Fatto: gli scrutatori saranno estratti

Alle volte basta avere il coraggio di puntare il riflettore sugli altarini della politica per costringere le cose a cambiare. Un esempio sta nella nomina degli scrutatori, un privilegio che la legge da qualche anno affida direttamente alla spartizione dei partiti, che spesso lo usano per premiare con qualche euro militanti ed amici e per garantirsi la simpatia di chi conta le schede.

Sin da quando siamo entrati in Comune abbiamo denunciato questo sistema; sia nel 2012 che nel 2013 ci siamo rifiutati di nominare per “amicizia” la nostra quota della spartizione e, almeno noi, abbiamo proceduto con un bando pubblico e un sorteggio. Quest’anno mi sono rotto le scatole e così il 30 gennaio ho presentato una mozione che chiedeva una cosa molto semplice: preso l’albo degli scrutatori – a cui, per legge, bisogna iscriversi entro il mese di novembre di ogni anno – si chiede di estrarre a sorte gli scrutatori, invece che farli nominare ai gruppi consiliari, e di dare la precedenza ai disoccupati e alle persone a basso reddito.

Dopo due o tre settimane in cui regolarmente chiedevo di inserire la mozione all’ordine del giorno, la prima discussione in commissione, il 27 febbraio, è stata surreale (qui lo streaming): concettualmente erano tutti d’accordo, però erano contrari perché:
- i sorteggi facilmente sono truccati
- se estraiamo poi ci sono troppe rinunce
- già i partiti scelgono da soli di nominare i bisognosi
- il comune non sa veramente chi sono i poveri, i politici sì
- mancano i dati, dobbiamo rimandare la discussione fino a quando non ci sono le statistiche
- far lavorare i poveri è una elemosina non dignitosa per loro
- è una legge nazionale, cambiatela lì che avete tanti parlamentari
- non si può sorteggiare perchè nella legge c’è scritto “nomina”
- non si riesce a incrociare in excel l’elenco degli scrutatori con l’elenco dei disoccupati

Alla fine tutti insieme mi hanno chiesto di ritirare la mozione, io invece ho chiesto di portarla al voto in aula e allora centrodestra e centrosinistra all’unisono si sono alzati e hanno fatto mancare il numero legale per bloccarla; presenti solo noi (favorevoli), SEL e Scanderebech (astenuti).

La questione è quindi stata demandata alla conferenza dei capigruppo, organo più politico, che avrebbe dovuto ascoltare la commissione elettorale comunale; formalmente, difatti, la scelta degli scrutatori non è fatta dal consiglio comunale ma da questa commissione nominata a inizio mandato, contenente un assessore, due consiglieri di centrosinistra e uno di centrodestra. Prima seduta, il 3 marzo, i componenti della commissione (assessore a parte) non si sono presentati; idem il 7 marzo.

A quel punto abbiamo chiesto all’assessore di dirci perlomeno se la proposta era realizzabile; e così, martedì scorso, ci è finalmente stato risposto che dal punto di vista tecnico e normativo si poteva fare, utilizzando come criterio oggettivo di precedenza l’iscrizione alle liste dei centri per l’impiego (ex collocamento). Abbiamo scartato l’idea di aggiungere le persone che autocertificassero il proprio basso reddito, perché si prestava troppo facilmente a manipolazioni e falsificazioni.

Smarcati alcuni altri argomentoni come “i poveri non sono bravi a contare e metteremmo a rischio la democrazia”, e arrivati al momento in cui tutti erano obbligati a prendere posizione, il centrosinistra ha sostenuto la nostra proposta, mentre l’ex PDL ha lasciato la sala in disaccordo e Lega e centristi hanno chiesto il sorteggio puro e semplice. Dunque si è deciso di andare avanti con la nostra proposta, fatto salvo che adesso bisogna verificare che la commissione elettorale comunale non faccia le bizze rifiutandosi di ratificarla; se non ci saranno problemi, a breve potrebbe comparire un avviso sul sito del Comune che invita chi è iscritto a entrambi gli elenchi (scrutatori e disoccupati) a segnalarsi per ottenere la precedenza.

Ovviamente bisognerà controllare l’effettiva realizzazione della proposta; qualche consigliere di opposizione non ha fatto mistero di temere manipolazioni del sorteggio a favore dei partiti di centrosinistra, e in più vi è il problema delle numerose e frequenti rinunce, a fronte delle quali – se fatte all’ultimo – i presidenti di seggio possono nominare chi vogliono. Tuttavia, almeno siamo riusciti a introdurre il principio per cui la spartizione deve finire; un altro risultato portato a casa per i cittadini.

divider
mercoledì 5 marzo 2014, 14:14

I rifiuti della Continassa: e noi paghiamo

Della svendita dell’area Continassa alla Juventus, che vi realizzerà una mega-operazione edilizia commerciale con tanto di palazzi, negozi e albergo, abbiamo già parlato a lungo all’epoca. Fummo facili profeti nel dire che alla fine l’operazione sarebbe stata ancora meno conveniente per le casse pubbliche, perché le spese a carico del Comune si sarebbero rivelate ben più alte del previsto.

Questo è ciò che è puntualmente avvenuto negli scorsi mesi: sul saldo di circa cinque milioni di euro che la Juventus doveva pagare entro fine 2013, il Comune ha prontamente concesso uno sconto di quasi 1.100.000 euro. Perché? Perché quando la Città ha consegnato l’area alla Juventus, a settembre 2013, aveva calcolato che il costo di ripulire l’area dai rifiuti sarebbe stato di 175.000 euro; un mese dopo, la Juventus ha scoperto che qualcuno aveva lasciato lì tonnellate e tonnellate di involucri di plastica dei cavi di rame, bruciati per estrarre e rivendere il rame stesso, e che il costo di smaltimento era di 1.300.000 euro; e quindi, la Città doveva coprire la differenza di spesa.

Ovviamente io ho sollevato il problema con una interpellanza (che vedete nel video): perché la Città deve ancora tirar fuori un altro milione di euro abbondante? E’ del tutto incredibile che sia gli uffici comunali che la Juventus non sapessero che lì c’era un accampamento abusivo di rom che bruciavano cavi di continuo; bastava passare lì davanti per saperlo. Dunque non mi sembra sensato che la Juventus possa dire di aver preso l’area senza sapere di dover smaltire questi rifiuti, nè può essere scusato il Comune che sostiene che non si potesse arrivare a vedere i rifiuti (un mese dopo la Juventus li ha visti senza problemi).

Eppure, la convenzione tra Comune e Juventus prevedeva in anticipo che il Comune si sarebbe fatto carico a babbo morto di qualsiasi ulteriore spesa per la pulizia dell’area, e quindi legalmente la Juventus ha ragione; ma come mai la Città ha firmato un contratto con una clausola così penalizzante?

In alternativa, visto che la legge prevede che la bonifica di un’area venga pagata da chi l’ha inquinata, e visto che quando il Comune ha trovato una sistemazione alternativa ai rom li ha anche identificati, ho chiesto perché non si faccia partire una normale azione civile di recupero danni, cercando di capire se queste persone possano rispondere delle proprie azioni, né più né meno di chiunque altro.

Apriti cielo! Questa idea è stata attaccata in ogni modo: la sinistra mi ha tacciato di razzismo, la destra e l’assessore Lo Russo invece hanno detto che mi rendevo ridicolo perché tanto “si sa” che questi sono nullatenenti. Sarà: forse, come spesso accade quando si parla di questi temi, il fatto che entrambi gli schieramenti ideologici attacchino la proposta vuol dire che un senso ce l’ha.

Dopodiché, se si è certi di non avere speranze di recuperare alcunché, si può anche decidere di lasciar perdere. A me, però, dà fastidio l’approccio della politica a queste situazioni: se c’è una spesa imprevista, se qualcosa non è stato fatto bene, se qualcuno ha sbagliato una valutazione, perché prendersi il disturbo di andare a identificare le responsabilità personali e chiederne conto? E’ molto più facile lasciar perdere e mettere mano al portafoglio pubblico: tanto, alla fine paghiamo sempre noi.

divider
mercoledì 26 febbraio 2014, 17:20

Torino social innovation, tirate fuori i soldi

Mettere in piedi startup innovative è stato per tanti anni il mio lavoro; per questo sono stato anch’io molto contento quando, alcuni mesi fa, l’amministrazione comunale tutta orgogliosa ci ha comunicato che, su quaranta progetti vincitori del bando nazionale del MIUR per le startup di innovazione sociale, ben undici venivano da Torino.

L’amministrazione, difatti, ha promosso in tutti i modi Torino come capitale dell’innovazione tecnologica e sociale, con il progetto Torino Social Innovation: e vai di incontri pubblici, audizioni in commissione, comunicati stampa, persino manifesti in giro per la città.

Peccato che poi, un paio di mesi fa, io abbia scoperto che i ragazzi vincitori dei progetti – presentati a luglio 2012 e selezionati a febbraio 2013 – avevano sì speso un sacco di tempo nel farsi portare in giro e raccontare quanto era bella e innovativa Torino grazie alle loro idee, ma ancora non avevano visto una lira dei fondi loro assegnati.

Difatti, il finanziamento nazionale è perso nei meandri del Ministero dell’Istruzione; e così, i vincitori da un anno sono sospesi in un limbo, non possono lavorare ad altro o portare avanti le proprie attività ma non possono nemmeno iniziare quelle per cui hanno vinto il finanziamento.

Noi ci siamo attivati; la nostra deputata Silvia Chimienti, che ringrazio, è stata molto disponibile e ha chiesto lumi al ministero, senza però ottenere risposte risolutive. Io inoltre ho presentato una interpellanza in Comune, per chiedere che la giunta Fassino, così pronta a farsi bella coi progetti di questi ragazzi, facesse anche qualche cosa per sbloccare i fondi a cui hanno diritto: non abbiamo forse un sindaco che si vanta del suo grande peso a Roma? Nel video vedete la risposta; nel frattempo, speriamo che questo po’ di attenzioni che abbiamo cercato di sollevare possano servire a svegliare il Ministero.

(P.S. E siccome uno dei vincitori di cognome fa Bertola, a scanso di malelingue preciso che non siamo parenti…) 

divider
lunedì 24 febbraio 2014, 17:11

Tutto il male dell’urbanistica torinese

L’urbanistica, si sa, è il bancomat dei sindaci torinesi: sia Fassino che Chiamparino hanno spesso dato via parti di territorio in cambio di entrate straordinarie per milioni di euro (solo il grattacielo Intesa-Sanpaolo ha fruttato quasi 40 milioni di euro). E l’assessore all’Urbanistica diventa così il commerciale della città, in Italia e all’estero, andando a vendere le opportunità di “investimento” in nuove operazioni edilizie in giro per Torino. Nasce così, per dire, il famigerato sito You can bet on Torino, da cui è tratto l’irresistibile video di Fassino che promuove Torino in un inglese improbabile che, scovato da noi sul profilo dell’assessore, ha fatto il giro del Web pochi giorni fa.

Due settimane fa, è arrivata in consiglio comunale una delibera intitolata “Programma delle trasformazioni urbane 2013-2014. Linee di indirizzo”. Finalmente, direte voi, magari un po’ in ritardo (a febbraio 2014 il programma 2013-2014?), ma arriva uno straccio di pianificazione dell’urbanistica cittadina? No, in realtà leggendo il testo si scopre che pure quello è una specie di depliant promozionale, un marchettone pieno di supercazzole che variano tra il tautologico e l’imbarazzante, mescolate a una elencazione di tutte le speculazioni edilizie passate e future.

E allora, per un commento un po’ articolato alle pessime politiche urbanistiche di questa amministrazione, vi rimando al video che contiene il mio intervento in aula.

divider
martedì 18 febbraio 2014, 18:58

Addio 13, addio Hermada

Da un paio di mesi, la vita degli utenti dei mezzi pubblici della Circoscrizione 4 è stata radicalmente stravolta: il tram, che attraversava il quartiere praticamente dall’inizio della sua esistenza, è stato eliminato e sostituito con autobus.

Naturalmente, il passaggio della linea 13 da tram a bus è stato secondo l’amministrazione comunale un gran passo avanti, perché finalmente i disabili e gli anziani che erano impossibilitati a salire sui vecchi tram arancioni della serie 2800 possono ora usufruire di comodi pullman a pianale ribassato. Hanno provato a sostenere questa linea per qualche giorno, poi la gente si è accorta della presa in giro e ha cominciato a protestare. Perché?

Beh, innanzi tutto la millantata accessibilità non esiste, perché il 13 fermava e continua a fermare su isole spartitraffico di mezzo metro in mezzo alla strada, sempre piene di gente, o in posti dove il bus non riesce comunque ad accostare; c’è addirittura un dettagliato reportage di un sito specializzato. E come abbiamo appurato, non esiste alcun piano per adeguare le fermate.

In compenso, il passaggio da tram a bus è coinciso con un vero dimezzamento dei passaggi: su una delle linee di forza, un tempo “lineapiù” talmente era frequentata, dove prima c’era un tram ogni 7 minuti ora c’è un bus ogni 14. Lo dimostrano le foto scattate direttamente dagli abitanti del quartiere:

E il bello è che si sono pure vantati di avere “intensificato” i passaggi nel tratto centrale, da piazza Statuto alla Gran Madre, istituendo la linea tranviara 13 barrato, cosa che avevamo già suggerito noi un anno fa con una interpellanza. Ma noi suggerivamo di aggiungere dei mezzi nel tratto centrale, non di toglierli nel tratto periferico… Oltretutto non riescono nemmeno a gestirne con regolarità i passaggi, per cui capita regolarmente anche in centro di aspettare a lungo per poi salire su un 13 strapieno e vedere poi passare un 13 barrato completamente vuoto subito dietro.

Il risultato sono tram vuoti e bus sempre strapieni, anche in ore non di picco; e visto che oltretutto usano mezzi da 18 metri, che oltre a fare fatica a ogni svolta e pure ad andare diritto nel budello di via Nicola Fabrizi hanno spazi interni ridottissimi in cui non ci si muove, alle fermate più frequentate partono gli spintoni tra chi cerca di salire e chi cerca di scendere.

In aggiunta, vi sono poi stati altri tagli; il 65 è stato reso inutile troncandolo in piazza Bernini, dirottando altra gente sul 13; il 40 non collega più l’Alta Parella con la metropolitana e il mercato di corso Brunelleschi, e da via Servais si può solo più andare in centro col bus; e dall’altra parte della città è stato tagliato anche il capolinea del 3 in piazza Hermada, costringendo chi abita in quella zona ad aspettare il 75 per fare due fermate e poi prendere il tram.

L’intera operazione è stata dunque gestita in modo approssimativo, badando soltanto a minimizzare i danni di immagine, ma di fatto segnando l’abbandono di un mezzo ecologico, comodo e durevole come il tram, tra l’altro su binari in parte rifatti da pochissimi anni con grande spesa (che non si riesce a sapere), e rendendo notevolmente meno allettante il servizio pubblico in zone di Torino molto popolate.

Noi abbiamo presentato la nostra brava ed ennesima interpellanza e abbiamo perlomeno costretto l’assessore a una lunga spiegazione in consiglio comunale, che vedete nel video (il nostro intervento inizia al quindicesimo minuto). Alla fine sono venuti fuori i veri problemi: non ci sono più tram, perché i tram serie 7000 comprati trent’anni fa da Novelli per il 3 sono inutilizzabili (i tram normalmente ne durano almeno cinquanta), e non si è mai provveduto a mettere da parte i soldi per comprarne di nuovi; e adesso non ci sono più soldi.

E qui parte lo scaricabarile: il Comune dice che è colpa della Regione, la Regione dice che è colpa dello Stato, lo Stato dice che è colpa degli italiani che non pagano le tasse e non lavorano perché sono “choosy” e giù di lì. Nessuno pretende la bacchetta magica, però GTT resta una società che ha un dirigente o quadro ogni quattro o cinque lavoratori operativi, offre 5500 giornate l’anno di permesso sindacale ai sindacalisti della triplice, assume un sacco di parenti e sospende il servizio per far andare i dipendenti a sorvegliare i seggi per i partiti (essenzialmente) del centrosinistra.

Già solo cambiando l’andazzo qualche risorsa si potrebbe recuperare, e invece qual è la soluzione di Fassino? Venderla all’amico Moretti perché nulla cambi…

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2014 di Vittorio Bertola
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike