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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


giovedì 15 maggio 2014, 15:09

Il compagno Q

In politica, si sa, la visibilità è tutto: chi vuole fare carriera sgomita per apparire. Non sempre, però, le persone più visibili sono le uniche a pesare: c’è anche chi, lontano dai riflettori, si occupa della rete di potere che tiene a galla il partito. E se a Torino da trent’anni ormai cambiano i nomi dei partiti ma i volti del potere sono sempre gli stessi due, Fassino e Chiamparino, il terzo volto, praticamente sconosciuto, è quello di Giancarlo Quagliotti.

La carriera del compagno Q, peraltro, inizia brillantemente: nel 1970, non ancora trentenne, diventa consigliere comunale del PCI a Torino, e dopo qualche anno capogruppo; nel marzo 1983 diventa vicesegretario regionale del partito, mentre Fassino, appena più giovane, diventa segretario provinciale. La sua carriera politica è folgorante, ma si schianta subito dopo contro un doppio scandalo tangentizio: quello del faccendiere Zampini, che provoca la caduta della giunta rossa del sindaco Novelli, e quello per l’appalto dei semafori intelligenti. Quagliotti viene condannato in primo grado (sarà poi assolto in appello) e lascia la politica, e da allora il suo destino è segnato: sarà l’uomo dietro le quinte.

Lui si reinventa come manager insieme a un altro politico emergente: Vito Bonsignore, democristiano di peso. Si occupa di cemento parapubblico, dalle autostrade ai parcheggi. Arrivata infine l’assoluzione, nel 1992 La Stampa pubblica una straziante lettera di Chiamparino, segretario del neonato PDS torinese: “Compagno Quagliotti, ti chiediamo scusa… il PCI non ti ha riabilitato moralmente e politicamente, lo facciamo noi”.

Neanche a farlo apposta, tempo un anno, il riabilitato compagno Q viene coinvolto in Mani Pulite. Si scoprì un conto in Svizzera a lui intestato, su cui, insieme a un altro conto intestato all’altro ex PCI Primo Greganti, transitarono 260 milioni di lire relativi all’appalto per il depuratore Po-Sangone, destinati al PCI e provenienti da una società del gruppo Fiat; il compagno Q e il compagno G vennero infine entrambi condannati. Interrogato dai magistrati, secondo i giornali Quagliotti disse: “Immaginai che si trattasse di un contributo al PCI. Allora quelle forme di finanziamento non erano rare.”; La Stampa riassunse le sue dichiarazioni come “Nel PCI sapevano tutto“.

Chiamparino dichiarò pensoso ai giornali: “Forse non abbiamo saputo sottrarci del tutto al patto consociativo”. Fassino si trincerò invece dietro un più sbrigativo no comment, suscitando questo commento dell’editorialista Saverio Vertone: “Fassino, quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”.

Passano alcuni anni e il compagno Q ritorna all’onor delle cronache giudiziarie: nel 2000, il procuratore Bruno Tinti lo fa rinviare a giudizio in una vicenda di falsi nei bilanci e di compravendita di quote pubbliche della Satap, concessionaria dell’autostrada Torino-Piacenza controllata dall’imprenditore tortonese Marcellino Gavio. La cosa finisce in prescrizione e poi in assoluzione, ma l’intreccio tra le autostrade di Gavio e i DS ritornerà nel 2005 con il caso Penati: mentre Unipol scala BNL e Fassino esclama “Abbiamo una banca”, la Provincia di Milano di Penati compra da Gavio azioni autostradali al triplo del prezzo precedente e subito dopo la Satap versa 14 milioni di euro alla BPL di Fiorani, che sostiene la scalata. Da fonti di stampa, l’ex sindaco di Milano Albertini dichiara ai magistrati: “Una quota significativa della plusvalenza ottenuta da Gavio è stata utilizzata per favorire la scalata di Unipol a BNL. È denaro pubblico che porta un vantaggio economico rilevantissimo a un imprenditore privato che poi aiuta quella componente politica che ha fatto questo passaggio per controllare una società finanziaria”.

In questi anni Quagliotti riveste incarichi dirigenziali nel gruppo Gavio, dal quale transitano altri esponenti storici del PCI e del PDS di Torino. Ricomincia anche a fare politica nel partito: già nel 2001 è avvistato alle riunioni in cui i DS discutono le candidature, nel 2003 discute chi candidare a presidente della Provincia, nel 2007 è candidato alle primarie cittadine del PD.

Quando nel 2011 Fassino si candida a sindaco, affida al compagno Q il ruolo di coordinatore politico della sua campagna elettorale: è il definitivo rientro, anche se sempre dietro le quinte. L’intreccio tra cemento e PD è sempre più stretto: presto un giornale locale definisce Quagliotti “l’eminenza grigiastra di Fassino”, e titola “OPA dei Gavio sul PD torinese”. E non solo torinese: la società del gruppo Gavio di cui è amministratore Quagliotti è tra i contractor per la costruzione del terzo valico Milano-Genova dell’alta velocità, e per essa ha lavorato anche la società del marito dell’ex sindaco PD di Genova Marta Vincenzi.

Siamo ad oggi, e si rivede anche il compagno G: con in tasca la tessera del PD torinese, che pure nega di conoscerlo, viene di nuovo arrestato per gli appalti dell’Expo 2015, un’altra grande colata di cemento. Il compagno Q, intanto, è sul ponte di comando del partito; tutte le vicende interne del PD torinese, dalle candidature alla preparazione del congresso, passano da lui.

Nessuno sa che rapporti intrattengano ancora i vecchi compagni Q e G. Una cosa che si sa, però, è che a Torino da decenni la politica cittadina è in mano allo stesso partito e alle stesse facce; quelle sotto i riflettori, che si rimpallano le cariche di sindaco, presidente della Regione, segretario di partito e così via; e quelle lontano dai riflettori, che ogni tanto ricompaiono sui giornali per vicende di questo genere. Torino e il Piemonte sono congelati da decenni in questo gioco per pochi; ed è adesso, finalmente, il momento per cambiare.

(Articolo originariamente scritto per il blog di Beppe Grillo)

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giovedì 13 marzo 2014, 14:18

Fatto: gli scrutatori saranno estratti

Alle volte basta avere il coraggio di puntare il riflettore sugli altarini della politica per costringere le cose a cambiare. Un esempio sta nella nomina degli scrutatori, un privilegio che la legge da qualche anno affida direttamente alla spartizione dei partiti, che spesso lo usano per premiare con qualche euro militanti ed amici e per garantirsi la simpatia di chi conta le schede.

Sin da quando siamo entrati in Comune abbiamo denunciato questo sistema; sia nel 2012 che nel 2013 ci siamo rifiutati di nominare per “amicizia” la nostra quota della spartizione e, almeno noi, abbiamo proceduto con un bando pubblico e un sorteggio. Quest’anno mi sono rotto le scatole e così il 30 gennaio ho presentato una mozione che chiedeva una cosa molto semplice: preso l’albo degli scrutatori – a cui, per legge, bisogna iscriversi entro il mese di novembre di ogni anno – si chiede di estrarre a sorte gli scrutatori, invece che farli nominare ai gruppi consiliari, e di dare la precedenza ai disoccupati e alle persone a basso reddito.

Dopo due o tre settimane in cui regolarmente chiedevo di inserire la mozione all’ordine del giorno, la prima discussione in commissione, il 27 febbraio, è stata surreale (qui lo streaming): concettualmente erano tutti d’accordo, però erano contrari perché:
- i sorteggi facilmente sono truccati
- se estraiamo poi ci sono troppe rinunce
- già i partiti scelgono da soli di nominare i bisognosi
- il comune non sa veramente chi sono i poveri, i politici sì
- mancano i dati, dobbiamo rimandare la discussione fino a quando non ci sono le statistiche
- far lavorare i poveri è una elemosina non dignitosa per loro
- è una legge nazionale, cambiatela lì che avete tanti parlamentari
- non si può sorteggiare perchè nella legge c’è scritto “nomina”
- non si riesce a incrociare in excel l’elenco degli scrutatori con l’elenco dei disoccupati

Alla fine tutti insieme mi hanno chiesto di ritirare la mozione, io invece ho chiesto di portarla al voto in aula e allora centrodestra e centrosinistra all’unisono si sono alzati e hanno fatto mancare il numero legale per bloccarla; presenti solo noi (favorevoli), SEL e Scanderebech (astenuti).

La questione è quindi stata demandata alla conferenza dei capigruppo, organo più politico, che avrebbe dovuto ascoltare la commissione elettorale comunale; formalmente, difatti, la scelta degli scrutatori non è fatta dal consiglio comunale ma da questa commissione nominata a inizio mandato, contenente un assessore, due consiglieri di centrosinistra e uno di centrodestra. Prima seduta, il 3 marzo, i componenti della commissione (assessore a parte) non si sono presentati; idem il 7 marzo.

A quel punto abbiamo chiesto all’assessore di dirci perlomeno se la proposta era realizzabile; e così, martedì scorso, ci è finalmente stato risposto che dal punto di vista tecnico e normativo si poteva fare, utilizzando come criterio oggettivo di precedenza l’iscrizione alle liste dei centri per l’impiego (ex collocamento). Abbiamo scartato l’idea di aggiungere le persone che autocertificassero il proprio basso reddito, perché si prestava troppo facilmente a manipolazioni e falsificazioni.

Smarcati alcuni altri argomentoni come “i poveri non sono bravi a contare e metteremmo a rischio la democrazia”, e arrivati al momento in cui tutti erano obbligati a prendere posizione, il centrosinistra ha sostenuto la nostra proposta, mentre l’ex PDL ha lasciato la sala in disaccordo e Lega e centristi hanno chiesto il sorteggio puro e semplice. Dunque si è deciso di andare avanti con la nostra proposta, fatto salvo che adesso bisogna verificare che la commissione elettorale comunale non faccia le bizze rifiutandosi di ratificarla; se non ci saranno problemi, a breve potrebbe comparire un avviso sul sito del Comune che invita chi è iscritto a entrambi gli elenchi (scrutatori e disoccupati) a segnalarsi per ottenere la precedenza.

Ovviamente bisognerà controllare l’effettiva realizzazione della proposta; qualche consigliere di opposizione non ha fatto mistero di temere manipolazioni del sorteggio a favore dei partiti di centrosinistra, e in più vi è il problema delle numerose e frequenti rinunce, a fronte delle quali – se fatte all’ultimo – i presidenti di seggio possono nominare chi vogliono. Tuttavia, almeno siamo riusciti a introdurre il principio per cui la spartizione deve finire; un altro risultato portato a casa per i cittadini.

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mercoledì 5 marzo 2014, 14:14

I rifiuti della Continassa: e noi paghiamo

Della svendita dell’area Continassa alla Juventus, che vi realizzerà una mega-operazione edilizia commerciale con tanto di palazzi, negozi e albergo, abbiamo già parlato a lungo all’epoca. Fummo facili profeti nel dire che alla fine l’operazione sarebbe stata ancora meno conveniente per le casse pubbliche, perché le spese a carico del Comune si sarebbero rivelate ben più alte del previsto.

Questo è ciò che è puntualmente avvenuto negli scorsi mesi: sul saldo di circa cinque milioni di euro che la Juventus doveva pagare entro fine 2013, il Comune ha prontamente concesso uno sconto di quasi 1.100.000 euro. Perché? Perché quando la Città ha consegnato l’area alla Juventus, a settembre 2013, aveva calcolato che il costo di ripulire l’area dai rifiuti sarebbe stato di 175.000 euro; un mese dopo, la Juventus ha scoperto che qualcuno aveva lasciato lì tonnellate e tonnellate di involucri di plastica dei cavi di rame, bruciati per estrarre e rivendere il rame stesso, e che il costo di smaltimento era di 1.300.000 euro; e quindi, la Città doveva coprire la differenza di spesa.

Ovviamente io ho sollevato il problema con una interpellanza (che vedete nel video): perché la Città deve ancora tirar fuori un altro milione di euro abbondante? E’ del tutto incredibile che sia gli uffici comunali che la Juventus non sapessero che lì c’era un accampamento abusivo di rom che bruciavano cavi di continuo; bastava passare lì davanti per saperlo. Dunque non mi sembra sensato che la Juventus possa dire di aver preso l’area senza sapere di dover smaltire questi rifiuti, nè può essere scusato il Comune che sostiene che non si potesse arrivare a vedere i rifiuti (un mese dopo la Juventus li ha visti senza problemi).

Eppure, la convenzione tra Comune e Juventus prevedeva in anticipo che il Comune si sarebbe fatto carico a babbo morto di qualsiasi ulteriore spesa per la pulizia dell’area, e quindi legalmente la Juventus ha ragione; ma come mai la Città ha firmato un contratto con una clausola così penalizzante?

In alternativa, visto che la legge prevede che la bonifica di un’area venga pagata da chi l’ha inquinata, e visto che quando il Comune ha trovato una sistemazione alternativa ai rom li ha anche identificati, ho chiesto perché non si faccia partire una normale azione civile di recupero danni, cercando di capire se queste persone possano rispondere delle proprie azioni, né più né meno di chiunque altro.

Apriti cielo! Questa idea è stata attaccata in ogni modo: la sinistra mi ha tacciato di razzismo, la destra e l’assessore Lo Russo invece hanno detto che mi rendevo ridicolo perché tanto “si sa” che questi sono nullatenenti. Sarà: forse, come spesso accade quando si parla di questi temi, il fatto che entrambi gli schieramenti ideologici attacchino la proposta vuol dire che un senso ce l’ha.

Dopodiché, se si è certi di non avere speranze di recuperare alcunché, si può anche decidere di lasciar perdere. A me, però, dà fastidio l’approccio della politica a queste situazioni: se c’è una spesa imprevista, se qualcosa non è stato fatto bene, se qualcuno ha sbagliato una valutazione, perché prendersi il disturbo di andare a identificare le responsabilità personali e chiederne conto? E’ molto più facile lasciar perdere e mettere mano al portafoglio pubblico: tanto, alla fine paghiamo sempre noi.

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mercoledì 26 febbraio 2014, 17:20

Torino social innovation, tirate fuori i soldi

Mettere in piedi startup innovative è stato per tanti anni il mio lavoro; per questo sono stato anch’io molto contento quando, alcuni mesi fa, l’amministrazione comunale tutta orgogliosa ci ha comunicato che, su quaranta progetti vincitori del bando nazionale del MIUR per le startup di innovazione sociale, ben undici venivano da Torino.

L’amministrazione, difatti, ha promosso in tutti i modi Torino come capitale dell’innovazione tecnologica e sociale, con il progetto Torino Social Innovation: e vai di incontri pubblici, audizioni in commissione, comunicati stampa, persino manifesti in giro per la città.

Peccato che poi, un paio di mesi fa, io abbia scoperto che i ragazzi vincitori dei progetti – presentati a luglio 2012 e selezionati a febbraio 2013 – avevano sì speso un sacco di tempo nel farsi portare in giro e raccontare quanto era bella e innovativa Torino grazie alle loro idee, ma ancora non avevano visto una lira dei fondi loro assegnati.

Difatti, il finanziamento nazionale è perso nei meandri del Ministero dell’Istruzione; e così, i vincitori da un anno sono sospesi in un limbo, non possono lavorare ad altro o portare avanti le proprie attività ma non possono nemmeno iniziare quelle per cui hanno vinto il finanziamento.

Noi ci siamo attivati; la nostra deputata Silvia Chimienti, che ringrazio, è stata molto disponibile e ha chiesto lumi al ministero, senza però ottenere risposte risolutive. Io inoltre ho presentato una interpellanza in Comune, per chiedere che la giunta Fassino, così pronta a farsi bella coi progetti di questi ragazzi, facesse anche qualche cosa per sbloccare i fondi a cui hanno diritto: non abbiamo forse un sindaco che si vanta del suo grande peso a Roma? Nel video vedete la risposta; nel frattempo, speriamo che questo po’ di attenzioni che abbiamo cercato di sollevare possano servire a svegliare il Ministero.

(P.S. E siccome uno dei vincitori di cognome fa Bertola, a scanso di malelingue preciso che non siamo parenti…) 

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lunedì 24 febbraio 2014, 17:11

Tutto il male dell’urbanistica torinese

L’urbanistica, si sa, è il bancomat dei sindaci torinesi: sia Fassino che Chiamparino hanno spesso dato via parti di territorio in cambio di entrate straordinarie per milioni di euro (solo il grattacielo Intesa-Sanpaolo ha fruttato quasi 40 milioni di euro). E l’assessore all’Urbanistica diventa così il commerciale della città, in Italia e all’estero, andando a vendere le opportunità di “investimento” in nuove operazioni edilizie in giro per Torino. Nasce così, per dire, il famigerato sito You can bet on Torino, da cui è tratto l’irresistibile video di Fassino che promuove Torino in un inglese improbabile che, scovato da noi sul profilo dell’assessore, ha fatto il giro del Web pochi giorni fa.

Due settimane fa, è arrivata in consiglio comunale una delibera intitolata “Programma delle trasformazioni urbane 2013-2014. Linee di indirizzo”. Finalmente, direte voi, magari un po’ in ritardo (a febbraio 2014 il programma 2013-2014?), ma arriva uno straccio di pianificazione dell’urbanistica cittadina? No, in realtà leggendo il testo si scopre che pure quello è una specie di depliant promozionale, un marchettone pieno di supercazzole che variano tra il tautologico e l’imbarazzante, mescolate a una elencazione di tutte le speculazioni edilizie passate e future.

E allora, per un commento un po’ articolato alle pessime politiche urbanistiche di questa amministrazione, vi rimando al video che contiene il mio intervento in aula.

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martedì 18 febbraio 2014, 18:58

Addio 13, addio Hermada

Da un paio di mesi, la vita degli utenti dei mezzi pubblici della Circoscrizione 4 è stata radicalmente stravolta: il tram, che attraversava il quartiere praticamente dall’inizio della sua esistenza, è stato eliminato e sostituito con autobus.

Naturalmente, il passaggio della linea 13 da tram a bus è stato secondo l’amministrazione comunale un gran passo avanti, perché finalmente i disabili e gli anziani che erano impossibilitati a salire sui vecchi tram arancioni della serie 2800 possono ora usufruire di comodi pullman a pianale ribassato. Hanno provato a sostenere questa linea per qualche giorno, poi la gente si è accorta della presa in giro e ha cominciato a protestare. Perché?

Beh, innanzi tutto la millantata accessibilità non esiste, perché il 13 fermava e continua a fermare su isole spartitraffico di mezzo metro in mezzo alla strada, sempre piene di gente, o in posti dove il bus non riesce comunque ad accostare; c’è addirittura un dettagliato reportage di un sito specializzato. E come abbiamo appurato, non esiste alcun piano per adeguare le fermate.

In compenso, il passaggio da tram a bus è coinciso con un vero dimezzamento dei passaggi: su una delle linee di forza, un tempo “lineapiù” talmente era frequentata, dove prima c’era un tram ogni 7 minuti ora c’è un bus ogni 14. Lo dimostrano le foto scattate direttamente dagli abitanti del quartiere:

E il bello è che si sono pure vantati di avere “intensificato” i passaggi nel tratto centrale, da piazza Statuto alla Gran Madre, istituendo la linea tranviara 13 barrato, cosa che avevamo già suggerito noi un anno fa con una interpellanza. Ma noi suggerivamo di aggiungere dei mezzi nel tratto centrale, non di toglierli nel tratto periferico… Oltretutto non riescono nemmeno a gestirne con regolarità i passaggi, per cui capita regolarmente anche in centro di aspettare a lungo per poi salire su un 13 strapieno e vedere poi passare un 13 barrato completamente vuoto subito dietro.

Il risultato sono tram vuoti e bus sempre strapieni, anche in ore non di picco; e visto che oltretutto usano mezzi da 18 metri, che oltre a fare fatica a ogni svolta e pure ad andare diritto nel budello di via Nicola Fabrizi hanno spazi interni ridottissimi in cui non ci si muove, alle fermate più frequentate partono gli spintoni tra chi cerca di salire e chi cerca di scendere.

In aggiunta, vi sono poi stati altri tagli; il 65 è stato reso inutile troncandolo in piazza Bernini, dirottando altra gente sul 13; il 40 non collega più l’Alta Parella con la metropolitana e il mercato di corso Brunelleschi, e da via Servais si può solo più andare in centro col bus; e dall’altra parte della città è stato tagliato anche il capolinea del 3 in piazza Hermada, costringendo chi abita in quella zona ad aspettare il 75 per fare due fermate e poi prendere il tram.

L’intera operazione è stata dunque gestita in modo approssimativo, badando soltanto a minimizzare i danni di immagine, ma di fatto segnando l’abbandono di un mezzo ecologico, comodo e durevole come il tram, tra l’altro su binari in parte rifatti da pochissimi anni con grande spesa (che non si riesce a sapere), e rendendo notevolmente meno allettante il servizio pubblico in zone di Torino molto popolate.

Noi abbiamo presentato la nostra brava ed ennesima interpellanza e abbiamo perlomeno costretto l’assessore a una lunga spiegazione in consiglio comunale, che vedete nel video (il nostro intervento inizia al quindicesimo minuto). Alla fine sono venuti fuori i veri problemi: non ci sono più tram, perché i tram serie 7000 comprati trent’anni fa da Novelli per il 3 sono inutilizzabili (i tram normalmente ne durano almeno cinquanta), e non si è mai provveduto a mettere da parte i soldi per comprarne di nuovi; e adesso non ci sono più soldi.

E qui parte lo scaricabarile: il Comune dice che è colpa della Regione, la Regione dice che è colpa dello Stato, lo Stato dice che è colpa degli italiani che non pagano le tasse e non lavorano perché sono “choosy” e giù di lì. Nessuno pretende la bacchetta magica, però GTT resta una società che ha un dirigente o quadro ogni quattro o cinque lavoratori operativi, offre 5500 giornate l’anno di permesso sindacale ai sindacalisti della triplice, assume un sacco di parenti e sospende il servizio per far andare i dipendenti a sorvegliare i seggi per i partiti (essenzialmente) del centrosinistra.

Già solo cambiando l’andazzo qualche risorsa si potrebbe recuperare, e invece qual è la soluzione di Fassino? Venderla all’amico Moretti perché nulla cambi…

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martedì 11 febbraio 2014, 16:49

Tares, disorganizzazione sulla pelle dei cittadini

A dicembre più o meno tutti i torinesi furono investiti dal ciclone Tares. Entro il 16 dicembre bisognava pagare una tassa costosa e complicatissima da calcolare (come avevamo già denunciato) e obbligatoriamente da versare col modello F24 indicando un numero di atto fornito dal Comune sui bollettini, ma i bollettini a centinaia di migliaia di persone il giorno della scadenza non erano ancora arrivati. Il Comune disse che la tassa si poteva pagare “nei giorni immediatamente successivi” senza dire quanti, ma una parte della tassa era diretta allo Stato e il Comune non aveva il potere di rimandarla.

Bisogna dire che il caos fu tale (e distribuito un po’ in tutta Italia) che poi lo Stato spostò d’autorità la scadenza al 24 gennaio, per cui multe per il ritardo non dovrebbero arrivare a nessuno. Tuttavia, in quei giorni gli uffici comunali preposti, in corso Racconigi, furono presi d’assalto in ogni modo (di persona, al telefono, per e-mail), e nonostante l’impegno di chi ci lavora furono sommersi, con code che uscivano dal portone d’ingresso.

In più, si verificò ogni genere di problema: in particolare, la tassa dipende pesantemente dal numero di persone che abitano nell’appartamento, ma sul bollettino non era indicato il numero di occupanti risultante al Comune, per cui era molto difficile verificarne la correttezza (il mio ad esempio era sbagliato, ma me ne sono accorto solo facendo le prove con le formule riportate sui bollettini e vedendo se il totale corrispondeva). Per gli appartamenti sfitti o tenuti a disposizione, bisognava comunicare al Comune il numero di occupanti altrimenti ne sarebbero stati attribuiti due, anche per case sostanzialmente inutilizzate e che non producono immondizia; ma quasi nessuno lo sapeva.

Noi abbiamo presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni sull’accaduto; nel video trovate la risposta dell’assessore Passoni (per lui inviare i bollettini lunedì 9 dicembre per la scadenza del 16 non è tardi…). Abbiamo voluto fare anche delle proposte: per esempio, perché il numero di occupanti attribuito all’appartamento non viene esplicitamente indicato sui bollettini, in modo da permettere un facile controllo? E perché i bollettini – che il sistema informatico del Comune già genera in formato PDF, per poi mandarli alla stampa e imbustamento – non vengono inviati per posta elettronica certificata a chi lo chiede? Così risparmieremmo tutti tempo e denaro e ci sarebbe anche la prova dell’avvenuto invio.

La tassa sui rifiuti è un tema complesso, su cui noi abbiamo anche proposto e ottenuto diversi miglioramenti; dopo cinque anni di pausa e dopo tre anni di nostre pressioni, in queste settimane è finalmente ricominciata l’estensione della raccolta differenziata porta a porta, abbracciando 35.000 abitanti della Crocetta. Tuttavia, il costo dello smaltimento dei rifiuti che paghiamo a Torino è tra i più alti d’Italia e, a causa della scelta scellerata di bruciare i rifiuti invece di recuperarli, lo resterà per anni. Se perlomeno l’amministrazione riuscisse a farlo pagare senza complicare troppo la vita alle persone, sarebbe già un passo avanti.

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giovedì 6 febbraio 2014, 19:44

Tanti saluti dalla FCA

Lunedì, il consiglio comunale di Torino ha dimostrato tutta la sua inutilità prodigandosi in un lungo dibattito a posteriori sulla partenza della Fiat, che diventa FCA e sposta la sede legale e fiscale all’estero; dibattito inutile perché molto pochi in quell’aula hanno qualche competenza a proposito della gestione di un’azienda, e perché è una pia illusione che la politica cittadina possa avere un vero potere contrattuale verso una azienda di quelle dimensioni.

Tuttavia, come ho detto nel mio intervento, c’è una cosa che i cittadini possono e devono chiedere ai loro politici: quella di preservare la dignità. E invece, il discorso in aula di Fassino, come quello sui giornali, è stato imbarazzante; sembrava il responsabile delle relazioni pubbliche della Fiat, al punto di arrivare a scaricare lui sulla politica nazionale la responsabilità di non aver creato un ambiente propizio al mantenimento a Torino della sede, come se non fosse lui da una vita uno di quei politici nazionali che la portano sulle spalle.

Io sono stato l’unico, in quell’aula, a constatare un elemento importante: che nel rapporto simbiotico di favori reciproci tra l’azienda e la politica torinese, durato per decenni, i primi a prostrarsi e a promettere favori erano i politici. In cambio, loro hanno avuto la compiacenza del giornale e del sistema economico della città, che gli ha molto facilitato il mantenimento del potere; e talvolta (e anche qui sono stato l’unico a ricordarlo) hanno avuto anche altro, come si svelò ai tempi di Mani Pulite.

Nessun sindaco può impedire alla Fiat di spostare la sede all’estero; ma un sindaco degno di questo nome, invece di dire sempre di sì, di avallare i continui tagli all’occupazione e ai diritti, e poi di difendere ancora l’azienda una volta giunti alla sua partenza, si sarebbe dato da fare per creare condizioni adatte a farla rimanere in positivo, come succede altrove per altre case automobilistiche; puntando sulla qualificazione dei lavoratori e dei prodotti, e non sui tagli, e spingendo per affrontare a livello nazionale i problemi di fondo dell’economia italiana.

Forse non sarebbe cambiato niente, se non una cosa: la dignità dell’amministrazione comunale e di tutta la città.

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venerdì 31 gennaio 2014, 11:05

Inceneritore del Gerbido, tecnologia all’italiana

Mercoledì pomeriggio in Municipio si è tenuta l’ennesima riunione del Comitato Locale di Controllo (CLdC) dell’inceneritore del Gerbido. Il CLdC è una strana entità che è stata istituita per tutelare la popolazione, coinvolgendo i Comuni circostanti all’impianto, ma le cui riunioni trascorrono per la maggior parte in battibecchi tra i cittadini del pubblico che chiedono di parlare e la presidente Erika Faienza – consigliere provinciale del PD, nonché segretario del PD di Beinasco, nonché moglie del sindaco PD di Grugliasco, nonché nota alle cronache per aver falsamente autenticato delle firme per una lista elettorale a sostegno di Fassino – che cerca polemicamente di tenerli a bada.

Comunque, a differenza della precedente riunione, talmente burrascosa da finire persino sul Fatto Quotidiano, questa è andata un po’ meglio, anche perché invece di TRM e Arpa (di cui i cittadini non si fidano più) c’erano i medici responsabili dello studio ufficiale di controllo della salute della popolazione, un mastodonte dal costo milionario pagato con le compensazioni dell’inceneritore stesso.

Lo studio prende in esame due campioni di quasi 200 persone, uno che abita vicino all’inceneritore (prevalentemente a Beinasco) e uno che abita subito fuori dalla zona di teorica ricaduta delle emissioni (a Torino Lingotto). La scorsa estate sono stati effettuati dei prelievi per misurare la salute dei due gruppi prima di accendere l’impianto; tra qualche mese si farà una nuova misurazione per vedere se qualcosa è cambiato in maniera diversa tra i due gruppi.

Per ora, le uniche differenze rilevate dagli scienziati tra i due gruppi sono che quelli di Beinasco sono molto più preoccupati per l’inceneritore e che quelli di Beinasco hanno un titolo di studio mediamente più basso; almeno hanno avuto il buon gusto di non ipotizzare correlazioni tra i due dati. Le rilevazioni però sono già preoccupanti di loro, in quanto è emerso che già ora per alcuni metalli pesanti i dati sono piuttosto elevati; in particolare per l’arsenico (anche se lo step successivo ipotizzato, non ridete, è “vedere se nel campione c’è tanta gente a cui piace molto il pesce”, perché se non è quello allora sono le fabbriche della zona) e per il palladio e altri elementi rari usati nelle marmitte catalitiche e quindi dipendenti dal traffico.

Comunque, i medici dell’Istituto Superiore di Sanità hanno detto chiaramente che per loro, per come è costruito lo studio, qualunque peggioramento del campione di Beinasco sarà dovuto all’inceneritore; poi qualcuno ha tentato una mezza marcia indietro, dicendo che però bisogna vedere perché se le emissioni sono in regola allora forse no… ma è stato alla fine sconfessato.

Nel frattempo, la vita dell’impianto prosegue male come sempre. Nell’ultimo mese ci sono stati altri due incidenti, il 23 dicembre e il 12 gennaio, che hanno comportato sforamenti e fermo dell’impianto, e ormai gli sforamenti sono talmente tanti che la procura ha dovuto aprire una inchiesta; e hanno cominciato a comparire enormi colonne di fumo, specialmente di sera, che escono direttamente dalla base dell’impianto.

Noi abbiamo presentato l’ennesima interpellanza, che vedete nel video; alla fine la risposta è che il fumo è solo vapore da raffreddamento, che d’inverno condensa e si vede di più; anche se io, in seduta di commissione, ho chiesto all’Arpa se loro abbiano mai verificato se davvero è solo vapore, e la risposta è stata “in effetti per legge siamo tenuti a farlo ma non l’abbiamo ancora fatto, ma tanto è impossibile che sia altro perché lì non passano tubi col fumo della bruciatura”.

Comunque, l’impianto funziona tanto bene che TRM ha annunciato che a inizio febbraio spegneranno l’impianto per una settimana per cambiare tutta una serie di pezzi. Poi, naturalmente, hanno insistito che comunque a maggio inizierà l’esercizio commerciale; io non mi sento per niente tranquillo sul fatto che siamo pronti, e credo che sia una minima garanzia per tutti che ci siano almeno tre mesi di funzionamento senza intoppi prima di poter dire che il collaudo è finito e l’impianto è sicuro, cosa che abbiamo scritto in una mozione in modo da obbligare le forze politiche perlomeno a prendere posizione in consiglio comunale.

Purtroppo, in sede politica – oltre a pretendere spiegazioni – si può fare poco, perché tutte le amministrazioni, dai Comuni al governo con la sola eccezione del Comune di Rivalta, sono in mano a partiti favorevoli all’inceneritore; e anche quando riusciremo a cacciarli, ci troveremo con contratti ventennali già firmati, penali altissime e una grande difficoltà nel cancellare le decisioni di chi è venuto prima; la stessa vendita dell’inceneritore dal Comune di Torino a Iren (gruppo di diritto privato ma di fatto nelle mani del PD) serve anche a rendere più difficili futuri cambiamenti di rotta nella gestione.

La strada maestra per fermare l’inceneritore è pertanto documentare i danni alla salute, in modo da forzare un intervento per vie legali. Per questo serve, ad esempio, che chi si sente male per colpa delle emissioni vada al pronto soccorso a farsi visitare, lasciando una traccia dell’accaduto. Serve registrare ogni problema e metterlo in evidenza, costringendo i gestori a spiegazioni pubbliche che rimangono, come facciamo noi in consiglio comunale. Anche un cambiamento politico servirebbe comunque a cambiare il clima in cui operano le istituzioni di controllo; del resto una delle cose che fanno alzare il sopracciglio è il fatto che il direttore dell’Arpa sia la moglie di un consigliere regionale del PD, un incrocio tra controllori e controllati che non dovrebbe mai avvenire.

Per questo più ci si addentra nella vicenda dell’inceneritore e più le preoccupazioni aumentano; perché anche chi ignora i semplici motivi per cui incenerire i rifiuti è sbagliato (è costoso, inquinante e uno spreco di risorse e materiali in via di esaurimento) e pensa di trovarsi di fronte al gioiello della scienza e della tecnica prospettato dai suoi promotori, si rende presto conto di trovarsi invece in mezzo a una delle tante vicende di grandi opere all’italiana, dove l’unica cosa che funziona senza intoppi è il flusso di denaro in uscita dalle casse pubbliche.

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venerdì 24 gennaio 2014, 11:14

Le case dei rom

Da diversi giorni vedo girare per i social network la questione delle “case di lusso col parquet” assegnate ai rom del campo di Lungo Stura Lazio, come mostrato dalle foto e da un articolo di un sito di notizie cittadino.

Va a ondate: prima mi scrivono in venti segnalando che è uno scandalo che si diano le case ai rom quando c’è una famiglia italiana che dorme in macchina e che il Comune ha abbandonato a se stessa, poi mi scrivono altri venti segnalando che lo scandalo è una bufala razzista, dopodiché spesso partono gli insulti e lo scontro tra tifoserie, pro-rom e anti-rom. Come sempre, a me interessa innanzi tutto raccontare le cose come stanno in modo che ogni cittadino possa farsi un’opinione, possibilmente civile e costruttiva, di cui io posso essere poi il portavoce in Comune.

Peraltro, chi segue la mia bacheca Facebook (cosa che vi raccomando se volete rimanere informati) ha già potuto discutere questa faccenda il 7 gennaio, quando è stata presentata al consiglio comunale; e dello stanziamento di cinque milioni per l’emergenza rom vi avevo già parlato ad ottobre.

In pratica, quello che sta accadendo in queste settimane è l’inizio delle attività finanziate con i cinque milioni di provenienza nazionale, affidate a un gruppo di 19 associazioni italiane e romene, dall’Aizo alla Croce Rossa passando per Terra del Fuoco, associazione da sempre al centro delle polemiche politiche in quanto creatura dell’attuale capogruppo di SEL.

Da dicembre, gli operatori hanno censito gli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio, che sono circa 850; ce ne sono poi altri 250 nel campo abusivo di corso Tazzoli, che sarà affrontato successivamente. In base al censimento, si decide cosa fare di ciascuna famiglia rom; a ciascuna viene chiesto se preferisce rimpatriare o rimanere a Torino. Chi vuole rimpatriare in Romania riceve sei mesi di sussidio e di assistenza là, grazie alla partecipazione di associazioni romene, e deve impegnarsi a non rientrare in Italia, anche se non è chiaro se e come si farà rispettare questa clausola.

Chi invece vuole rimanere viene aiutato a trovare casa; se ha diritto alla casa popolare, perché residente qui da almeno tre anni, viene aiutato a fare domanda; se ha qualche forma di reddito perché lavora, oppure se gli si può trovare un lavoro tramite un apposito progetto di inserimento, viene sistemato in alloggi a basso costo, come quelli appunto di corso Vigevano, impegnandosi a pagare l’affitto (anche se è previsto un contributo pubblico iniziale e decrescente nel tempo) e le utenze, a mandare i figli a scuola e ovviamente a non delinquere, rendendosi autosufficienti entro due anni. Questi sono i casi più facili da risolvere e quindi quelli che sono partiti subito, ma sono solo una parte; nei prossimi mesi, chi non ha né lavoro né diritto alla casa verrà diretto ad altri campi regolari, man mano che vi si liberano dei posti; e si stanno studiando altre possibilità, come ad esempio quella di dargli cascine da ristrutturare in proprio. In cambio di questo, la famiglia deve anche demolire la propria baracca in Lungo Stura Lazio, smaltendo i rifiuti e assicurandosi che nessuno vi possa subentrare.

Quindi, la notizia delle “case popolari assegnate ai rom” è vera, e del resto vi sono già molti rom nelle case popolari, perché ne hanno diritto in base alle stesse condizioni applicate a chiunque altro; tuttavia, in questo caso non sono alloggi ATC in assegnazione definitiva ma alloggi privati pensati per il “social housing” e assegnati temporaneamente; anche se sono nuove e hanno il parquet, non sono case di lusso ma case pensate per accogliere famiglie bisognose a basso costo; il costo della sistemazione è in parte a carico dei contribuenti e in parte a carico della famiglia alloggiata.

D’altra parte, il campo di Lungo Stura Lazio è una vergogna (già ampiamente documentata) e un problema sia per chi ci vive che per il quartiere; e certo quella situazione non aiuta a ridurre la delinquenza tra la comunità rom, al punto che un bimbo del campo che non vuole rubare deve scrivere e chiedere aiuto e fa pure notizia. Ma se si vuole eliminare il campo bisogna sistemare in qualche modo chi ci abita, perché un semplice sgombero per forza di cose si concluderebbe con la nascita di un nuovo campo pochi metri più in là.

Tuttavia, provo anch’io rabbia e frustrazione all’idea che, stringi stringi, lo Stato italiano trovi casa per una comunità di occupanti abusivi, in gran parte stranieri e privi di qualsiasi voglia di integrarsi o rispettare le nostre leggi, e non la trovi per famiglie nate e cresciute qui e che hanno sempre lavorato e pagato le tasse fin che hanno potuto. Potrei spiegarvi nel dettaglio perché, dal punto di vista burocratico, la famiglia sopra citata non rientri nelle condizioni dell’emergenza abitativa e dunque sia lasciata dal Comune in mezzo alla strada; la realtà è che ormai vi sono case pubbliche sufficienti solo per una famiglia sfrattata su tre e dunque molti in un modo o nell’altro devono essere esclusi.

La soluzione, però, non è perpetuare l’orrore delle baraccopoli e nemmeno far partire una guerra tra poveri, ma recuperare il patrimonio abitativo inutilizzato, sia quello abbandonato che quello costruito e mai venduto, in modo da avere a disposizione case sufficienti per tutti. Noi l’abbiamo proposto da molto tempo, ricevendo sempre risposte negative dall’amministrazione comunale.

Comunque, come sempre, se avete commenti e proposte alternative sono qui per ascoltarle.

P.S. Con la famiglia sfrattata, così come con tanti altri casi disperati che non arrivano sui giornali, siamo in contatto diretto, ma ci mancano i volontari che si occupino di approfondire e aiutare i singoli casi, dunque, piuttosto che girarmi il link all’articolo e chiedermi di occuparmene nei ritagli di tempo di tutto il resto del mio lavoro di consigliere, vi pregherei di farvi avanti e dedicare un po’ del vostro tempo a incontrare le persone che hanno bisogno di aiuto e studiare come dare loro una mano. Grazie!

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