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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


mercoledì 3 agosto 2016, 09:54

Sul MOI facciamo chiarezza

Oggi torna sui giornali l’argomento dell’ex MOI, occupato da più di tre anni da centinaia di immigrati, e di come liberarlo dall’occupazione, che – al di là degli alti e bassi, dei reati più o meno gravi che lì si sono compiuti e delle esperienze di comunità che vi si sono costruite – non può certo durare in eterno, anche perché la proprietà ha ottenuto da tempo dalla magistratura un ordine di sgombero la cui esecuzione, finora sospesa per motivi di ordine pubblico, non può essere rinviata all’infinito.

L’argomento è delicato e divide trasversalmente le idee e le coscienze; divide anche il Movimento 5 Stelle, tanto che in consiglio comunale io e Chiara ci esprimemmo diversamente, e che nel programma elettorale si è stati ben attenti a non essere troppo chiari su ciò che si vuole fare, usando gli stessi giri di parole che ritrovo negli articoli di oggi.

Difatti, sul fatto che l’occupazione vada superata siamo tutti d’accordo, ma ci si divide sul come: dando una casa o una sistemazione agli occupanti, al di là del fatto che ne abbiano o meno diritto, pur di scongiurarne le proteste; oppure agendo se necessario con la forza per allontanarli, ma senza concedere loro un trattamento diverso da quello di chiunque altro?

Il problema di fondo, infatti, è che gli occupanti appartengono sostanzialmente a queste quattro categorie:
1) profughi che hanno completato il ciclo di accoglienza, sono già stati mantenuti dallo Stato per un paio d’anni e poi sono rimasti in Italia regolarmente ma senza lavoro e sostegno, lasciati in mezzo a una strada (parecchi dei primi occupanti del MOI erano ex occupanti di via Asti e prima della Clinica San Paolo);
2) finti profughi, ovvero richiedenti asilo la cui domanda è stata bocciata e ora sono in Italia come clandestini;
3) clandestini “semplici”, ossia persone entrate in Italia irregolarmente o il cui permesso di soggiorno è scaduto, e che non sono mai state richiedenti asilo;
4) immigrati regolari rimasti senza lavoro e senza mezzi di sussistenza (che, presumibilmente, diventeranno clandestini alla prossima scadenza del permesso di soggiorno).

Nessuna di queste quattro categorie avrebbe diritto ad alcun sostegno da parte dello Stato o del Comune, a parte forse qualcuno delle ultime due se si scoprisse che ha i requisiti per essere un profugo senza aver mai richiesto tale status (ma è un caso raro, perché chi può fa subito la domanda).

C’è, però, un primo “ma”. La maggioranza uscente decise, nel dicembre 2013, di concedere anche agli occupanti abusivi la residenza a Torino, istituendo l’indirizzo fittizio di “via della Casa Comunale 3”. Quella fu una delle occasioni in cui io e Chiara ci dividemmo; lei era favorevole, io astenuto (potete leggere qui i riassunti dei nostri interventi in aula e anche il mio post dell’epoca).

La conseguenza più importante di questa decisione è che nel prossimo inverno centinaia di occupanti del MOI (un anno fa risultavano essere per l’anagrafe oltre 700) matureranno tre anni di residenza a Torino, e come tali avranno il diritto di ottenere una casa popolare, probabilmente passando in cima a tutte le graduatorie visto il loro stato di nullatenenti assoluti (tra l’altro, la legge regionale esclude dalle case popolari chi occupa abusivamente una casa popolare, ma non chi occupa abusivamente altri tipi di alloggi). E dato che a Torino sono disponibili 400-500 alloggi ATC l’anno, se le cose rimarranno così, è probabile che per un anno non ci siano case per nessuno se non per gli ex occupanti del MOI.

All’epoca si disse anche che le regole regionali sarebbero state riviste per “diluire” questo flusso, evitando una paralisi del sistema che avrebbe facilmente portato tensioni sociali; non so se sia stato fatto o se intendano farlo ora, viste anche le recenti dichiarazioni di Fassino sulla doppia graduatoria. Questo, però, rende ancora più urgente mettere mano alla situazione del MOI.

Soluzioni facili non ce ne sono; gli articoli parlano di un modello simile a quello usato per Lungo Stura Lazio. Lì, però, la situazione era diversa; non si parlava di occupanti abusivi organizzati di edifici altrui, ma di persone che si erano accampate dove e come potevano; i clandestini erano pochissimi, e molti invece erano cittadini italiani o europei, anche con un lavoro per quanto misero e precario, con diritti già maturati e con pieno diritto a rimanere in Italia; inoltre, c’erano cinque milioni di euro messi a disposizione dallo Stato centrale. Qui, se non arriva uno stanziamento specifico da parte del governo, soldi non ce ne saranno, a meno che il Comune non li reperisca di suo, dal proprio bilancio, togliendoli a qualcos’altro.

Si capisce che il pericolo di uno sgombero senza paracadute sia grave: cosa farebbero centinaia di persone senza nulla da perdere, una volta allontanate da lì, perdipiù assistite da centri sociali e organizzazioni pro migranti? Occuperebbero qualcos’altro, manifesterebbero in blocco per il centro? Da qualche parte dovranno pur andare.

D’altra parte, anche stabilire il principio che chi occupa in blocco prima o poi sarà sistemato, al di là dei propri diritti, è molto pericoloso. A quel punto cosa impedirebbe a una parte delle centinaia di migliaia di clandestini o di profughi che vivono in Italia di occupare in blocco edifici fatiscenti per farsi sistemare dal Comune di Torino? Chi convincerebbe i profughi che hanno terminato il ciclo di accoglienza, di solito senza conquistarsi alcuna sistemazione o autonomia economica, ad uscire pacificamente e arrangiarsi? E a cosa servirebbe sgomberare il MOI con tanta fatica, col rischio che un mese dopo ci siano altre 800 persone accampate lì in attesa di farsi sistemare?

Qualunque scelta si faccia i problemi sono grandi, e questo è innegabile. D’altra parte, è anche bene che le scelte siano chiare; e per ora non lo sono. Non si è capito, infatti, quale delle due strade voglia percorrere l’amministrazione; se vuole fare un censimento per aiutare solo quelli che ne hanno diritto in quanto profughi non ancora accolti, già sappiamo che saranno una sparuta minoranza e che resterà il problema di tutti gli altri; se invece vuole sistemare tutti gli occupanti, o anche solo inserire nelle case popolari quella grande maggioranza degli occupanti che ha avuto la residenza, perché “siamo tutti esseri umani, la casa è un diritto di tutti e sogniamo un mondo senza frontiere”, come sentivo ripetermi dagli esponenti del M5S che ora si occupano della materia, allora vorrei capire come potrà spiegare la cosa alle migliaia di famiglie italiane e straniere che vengono sfrattate ogni anno e che finiscono in mezzo a una strada o si arrangiano come possono, aspettando per anni una casa senza occupare alcunché.

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martedì 21 giugno 2016, 15:04

Don’t cry for me, Cit Turin

Domenica mattina, su un pullman, nella periferia nordovest di Torino, l’autista e un passeggero parlano delle elezioni. Concludono entrambi che voteranno Appendino: l’autista perché “Fassino ci vuole vendere ai privati, Appendino difende il servizio pubblico”; il passeggero perché “Fassino ha riempito Torino di zingari, gli dà pure da mangiare, mentre a noi italiani non danno niente”.

Questa scenetta, a cui ho assistito personalmente, dimostra davvero che destra e sinistra come categorie e fasce sociali contrapposte non esistono più; sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di sinistra per il mantenimento in mani pubbliche delle società partecipate, sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di destra contro la presenza crescente degli stranieri e dei rom, comunque voterai Movimento 5 Stelle.

Ha votato Appendino il vecchietto ultra-80enne che ha salito con estrema fatica le scale del seggio di corso Svizzera in cui ero rappresentante, si è riposato dieci minuti buoni per riprendere fiato, ha votato e poi ha detto ad alta voce “e speriamo che adesso muoia, sto sindaco comunista!”; e ha votato Appendino la coppia di giovani che ho visto a festeggiare in piazza sotto il Municipio e che, rivolti verso i bei palazzi del centro, gridavano “andate a lavorare, radical chic di merda!”.

I commentatori si sono concentrati sulle contraddizioni insite in tutto questo; ed è vero, è vero che chiunque avesse qualcosa da ridire non solo sull’amministrazione Fassino o sul governo Renzi ma sull’economia, sulla geopolitica, sull’ordine sociale, persino sul tempo e sul risultato degli Europei di calcio, ha concretizzato la propria rabbia votando Appendino; è vero che le aspettative sulla nuova giunta sono non solo impossibilmente elevate, ma anche troppo contraddittorie per poter essere esaudite tutte.

Ma i commentatori che si concentrano sulle contraddizioni sbagliano, perché vivono ancora nel mondo della destra e della sinistra; sbagliano perché non capiscono che c’è un filo conduttore tra tutti quelli che hanno votato Appendino, un filo conduttore molto più forte delle contraddizioni interne. Un filo conduttore che esisteva già prima, ma che Chiara ha abilmente solleticato e rafforzato, con la sua campagna in stile primarie americane, innovativa per l’Italia e giustamente premiata, basata innanzi tutto sull’immagine, sull’emozione e sull’identificazione del “noi” con il popolo e del popolo con Chiara, più che sui temi di sostanza; una campagna inconsapevolmente peronista che io non avrei mai fatto e comunque non sarei mai stato in grado di fare, ma che era l’unica che potesse vincere e conquistare i cuori del popolo torinese (e quindi tanti complimenti a Xavier Bellanca, l’attivista-stratega oggi meritatamente intervistato dalla Stampa).

Il filo conduttore è evidente nella fotografia della distribuzione territoriale dei risultati:

mappa-ballottaggio-2016

E’ evidente che ciò che unisce i sostenitori di Appendino non è né la destra né la sinistra, e nemmeno l’apprezzamento per Grillo (volutamente tenuto fuori dalla campagna) o per le istanze storiche del M5S. Semplicemente, ciò che unisce i sostenitori di Appendino è di essere o sentirsi poveri; e sottolineo “sentirsi”, che per vedere i poveri veri bisogna andare nelle baraccopoli della Stura o direttamente nel Terzo Mondo, ma Torino è piena di ex classe media che pur vivendo ancora meglio di tre quarti del pianeta si sente a buon motivo pezzente.

Perché? Perché dall’altra parte c’è un sistema di persone che hanno esibito per vent’anni il loro bel centro lucido, i loro grandi eventi pieni di VIP, le loro connessioni familiari e sociali che li fan cadere sempre in piedi, la loro arroganza nel pretendere sempre ragione e nel liquidare qualsiasi opinione diversa come “fascismo” o “ignoranza”, la loro cultura rivendicata come uno status symbol, fino a stare immensamente sulle scatole alla maggioranza della città.

Davanti a un sistema organizzato che marca fisicamente e moralmente la distanza tra chi è dentro e chi è fuori, è ovvio che anche chi fuori vive piuttosto bene, anche chi gode di una amministrazione non certo inetta, si senta comunque un pezzente con voglia di rivalsa; e persino chi è dentro, ma riceve soltanto le briciole, si ribellerà nel segreto dell’urna o anche apertamente, come i ragazzi pagati per dare i volantini di Fassino che ci dicevano “comunque io voto per voi”. Non è solo una povertà materiale; lo è in molti casi, ma in molti altri è soprattutto una povertà di opportunità, di chance di crescita personale e di riconoscimento sociale, di libertà di essere e di realizzarsi, che rimanda al vuoto di senso della società moderna prima ancora che al vuoto nella pancia.

Fassino – una persona che purtroppo per lui ha il talento naturale per fare dichiarazioni autolesioniste: oggi si vantava di aver comprato le caprette ai rom di lungo Stura Lazio per rimandarli in Romania, provocando una serie infinita di “Piero, le caprette ti fanno ciao” – l’ha chiamata “invidia sociale”, sempre per farsi amare ancora un po’. Ma quando la differenza sociale non è legata al merito ma alle condizioni di partenza, non si tratta di invidia quanto di sacrosanta rabbia.

Sbaglia, però, chi pensa che l’identificazione dei “poveri” con il Movimento 5 Stelle sia soltanto occasionale, legata alla circostanza di essere ora all’opposizione e ancora sostanzialmente vergini dalle responsabilità di governo. Certamente la verginità politica massimizza il risultato, ma il M5S, nato come forza post-ideologica, sta costruendo da tempo con i propri elettori una identificazione ideologica di lungo periodo; e i commentatori più acuti, come Angelo D’Orsi, l’hanno colto benissimo. L’identificazione non avviene però sulla destra o sulla sinistra, ma sull’opposizione all’economia globalizzata di mercato, all’austerità tedesca, al dominio degli azionisti sui cittadini, degli utili di Borsa sugli stipendi delle famiglie, delle tasse e della ragion di Stato (indebitato) sulla libera iniziativa. Per questo, essa mette assieme gli operai con i padroncini, i piccoli imprenditori con gli impiegati, tutti uniti (ex sinistri ed ex destri) non contro il capitalismo, ma contro l’avidità dei capitalisti di oggi.

C’è, però, una questione più profonda. L’invidia e la rabbia sono sentimenti inevitabili, in una società basata sul consumismo, quindi sulla generazione continua di bisogni indotti per spingere all’acquisto. Più la società è in crisi economica, più aumentano le disuguaglianze, e meno le persone comuni sono in grado di soddisfare il bombardamento di bisogni indotti, materiali e psicologici; e ogni desiderio frustrato genera rabbia. Nel breve periodo, la rabbia genera insoddisfazione per chi governa e vantaggi elettorali per chiunque si presenti come il nuovo; ma cosa succederà se, esaurita la fiducia in Renzi, si dovesse esaurire anche quella nel Movimento 5 Stelle, senza che la crisi economica si risolva?

Una società con forti disuguaglianze sociali può reggere solo in due modi: o riducendo concretamente le disuguaglianze, o con un regime che reprima con le buone o con le cattive la rabbia popolare… fin che ci riesce. La rivolta dei forconi, due anni e mezzo fa, a Torino assunse forme e dimensioni non viste altrove, e doveva essere un segnale di allarme per tutti. Eppure, io ero l’unico in piazza a cercare di capire e di ascoltare, e tuttora quella presenza mi viene spesso rinfacciata come una macchia invece che come una medaglia. Se le disuguaglianze in questa città e in questo Paese, vere o percepite, non diminuiranno rapidamente, il rischio è che la rivolta ritorni ancora più forte: ed è questo rischio che tutti i politici, nuovi e vecchi, devono tenere ben presente.

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venerdì 17 giugno 2016, 13:54

Perché dovete venire a votare Appendino

Lo so, la campagna elettorale ha stancato tutti, si è riempita di rumore, di battibecchi, di attacchi puerili da tutte le parti. Eppure io ho riflettuto e vorrei, in due minuti, darvi quattro semplici motivi per andare a votare Chiara Appendino al ballottaggio, al di là delle perplessità che potete avere sul Movimento 5 Stelle (notoriamente, pur essendo uno dei suoi fondatori cittadini, ne ho diverse anch’io). Perché alla fine le differenze ci sono, e vale la pena di soppesarle bene.

Onestà. La campagna elettorale di Appendino è costata poco più di quarantamila euro, dettagliati sul sito; quella di Fassino non si sa, ma sui giornali è uscito il caso di un singolo candidato dei Moderati che da solo ha speso trecentomila euro, non li ha pagati e poi ha pure dichiarato di aver pagato diecimila euro in nero per ottenere la candidatura, salvo smentirsi il giorno dopo. Chiara ha rinunciato a centomila euro di gettoni di presenza che poteva anche intascarsi, e hanno ancora avuto il coraggio di attaccarla per i permessi di lavoro rimborsati alla sua azienda, che vanno a tutti i consiglieri lavoratori dipendenti, compresi quelli dei partiti, che però si tengono anche i gettoni. Né io né lei ci arricchiamo con la politica, potevamo guadagnare sicuramente di più dedicandoci al nostro lavoro e non pestando i piedi al potere cittadino; dall’altra parte c’è un intero mondo che vive di soldi pubblici da vent’anni e che spesso li gestisce come fossero propri, o li spreca (cinque milioni di euro per l’Arena Rock, sedici milioni di euro per il progetto di una biblioteca dei sogni) svuotando le casse pubbliche.

Pulizia. La legalità è un tema difficile e il M5S spesso l’ha affrontato con troppa superficialità. Tuttavia, secondo voi davvero tra PD e M5S non c’è differenza in termini di pulizia e di legalità? Fassino oggi dichiara “mai una macchia in 23 anni di centrosinistra”, eppure in questi anni i giornali si sono riempiti di inchieste giudiziarie e di scandali di ogni genere, dai gettoni di presenza rubati in Circoscrizione 5 alle firme false sulle liste del PD, dalla vicenda di Raphael Rossi all’Amiat alle telefonate a personaggi equivoci per chiedere voti per Fassino, fino alle ripetute infiltrazioni della ndrangheta nelle grandi opere pubbliche. Solo oggi hanno indagato ex sindaco ed esponenti PD di Borgaro! Il primo modo di combattere corruzione, mafie, favoritismi è far ruotare regolarmente le persone che si occupano della cosa pubblica, perché non facciano in tempo a farsi tentare o ad approfittarsene. Vogliamo cambiare aria o no?

Innovazione. Torino ha un drammatico bisogno di rilanciarsi per creare ricchezza e lavoro per tutti. Qualunque sia il giudizio sugli ultimi vent’anni, anche visto ciò che di positivo è stato fatto, è però chiaro che ormai quel ciclo è finito, ha esaurito la sua capacità di portare sviluppo. C’è bisogno di liberare energie, di attaccare rendite di posizione, di puntare su settori e tecnologie che un politico d’altri tempi come Fassino, uno che l’inglese lo parla così, pur con tutta la buona volontà fatica anche solo a comprendere. Nessuno contesta l’importanza del turismo, ma una città come la nostra non può vivere solo di turismo. Nessuno vuole bloccare la città, ma l’idea di Fassino di uno sviluppo urbano basato su cemento-palazzi-supermercati non sta più in piedi, anche solo perché a Torino ci sono già decine di migliaia di appartamenti vuoti e il mercato è crollato. Cambiare spaventa, ma oggi cambiare non è una scelta, è una necessità; se rivincerà Fassino, semplicemente perderemo altri cinque anni prima di poter ripartire.

Meritocrazia. A Torino “lavorano sempre gli amici degli amici”, lo disse l’ex sindaco Castellani come se fosse normale. La città è divisa tra chi fa parte di un sistema, da cui trae beneficio anche al di là dei propri meriti, e chi non ne fa parte, ed è spesso costretto alla disoccupazione o all’emigrazione. La città è divisa tra i quartieri centrali in cui vivono gli amici, sempre belli e tirati a lucido, e tutto il resto, in genere abbandonato alle buche e all’erba alta un metro. Ma un ambiente senza meritocrazia muore, perde opportunità, spreca risorse. Chiara ha scelto i suoi assessori con un bando pubblico, li ha annunciati quasi tutti, i CV sono online, ovviamente le scelte sono sempre opinabili, persino per me, ma tutti hanno competenza da vendere. Fassino ancora non ha annunciato un assessore che sia uno, ma in questi anni ha affidato i trasporti a un bancario, l’istruzione a un avvocato e l’innovazione a un consulente del lavoro, scelti in base a quanti voti hanno portato; e i risultati si vedono. Questo è il momento di spezzare un sistema di scelte non meritocratiche, di aprire le porte dei salotti e di dare le opportunità a tutti i torinesi, non solo a pochi. Non a caso chi sta nel sistema è terrorizzato, usa tutti i mezzi mediatici e persuasivi per convincervi a ritornare all’ovile e a votare quelli che avete sempre votato, minacciando cataclismi se Fassino perderà. Ma se Fassino perderà, l’unica cosa che succederà è che un po’ di privilegiati dovranno cercarsi un lavoro, e un po’ di gente valida prenderà il loro posto.

 

Questi, secondo me, sono i motivi decisivi per votare Appendino; tutto il resto, la polemica su questo o quel progetto, su questo o quell’appoggio, è rumore che distrae soltanto. Fateli pure leggere ai vostri amici indecisi; e mi auguro di vedervi in tanti ai seggi domenica, per provare a costruire un futuro migliore per la nostra città.

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lunedì 6 giugno 2016, 12:31

Risultati ed eletti delle elezioni comunali di Torino

Lo spoglio delle schede per il consiglio comunale di Torino è ormai terminato, e i risultati dovrebbero essere ormai definitivi, salvo ricorsi e aggiustamenti.

Questi sono dunque i voti per i candidati sindaci, che portano Fassino e Appendino al ballottaggio del 19 giugno:

FASSINO (Centrosinistra) 41,8%
APPENDINO (M5S) 30,9%
MORANO (Destra) 8,4%
NAPOLI (Centrodestra) 5,3%
ROSSO (Centro) 5,0%
AIRAUDO (Sinistra) 3,7%
NOCCETTI (Liste civetta) 1,4%
RIZZO (Comunisti) 0,9%
RACCA (Casapound) 0,5%
COLUCCI (Family Day) 0,5%
Altri (7 candidati) 1,6%

Questi sono i risultati delle liste, con il M5S che risulta il primo partito di Torino:

M5S 30,0%
PD 29,8%
Moderati 5,9%
Lega Nord 5,8%
Forza Italia 4,6%
Lista Fassino 4,2%
Lista Rosso 3,2%
Torino in Comune (Airaudo) 2,8%
Progetto Torino (Passoni) 2,0%
Fratelli d’Italia 1,5%
UDC 1,4%
Lista Morano 1,4%
Partito Comunista 0,9%
Lega Padana Piemont 0,8%
Salviamo l’Oftalmico 0,7%
Ambiente Torino 0,6%
Family Day 0,6%
Casapound 0,5%
Unione Pensionati 0,4%
IDV 0,4%
Amici a 4 Zampe 0,4%
Altri (13 liste) 2,1%

Questi, infine, sono i nomi degli eletti nel prossimo consiglio comunale di Torino, a seconda dell’esito del ballottaggio, e salvo apparentamenti ufficiali; potete individuare da soli diversi noti consiglieri uscenti che pur candidandosi sono stati bocciati dagli elettori.

Coalizione FASSINO (25 consiglieri se vince il ballottaggio, 11 se lo perde):
Piero Fassino
PD (18 o 8): Stefano Lo Russo, Enzo Lavolta, Mimmo Carretta, Maria Grazia Grippo, Claudio Lubatti, Chiara Foglietta, Elide Tisi, Monica Canalis; e inoltre, solo se vince Fassino: Lorenza Patriarca, Federica Scanderebech, Caterina Greco, Vincenzo Laterza, Gabriella Pistone, Alberto Saluzzo, Paolo Pastore, Paola Berzano, Michele Paolino, Roberto Cavaglià. Sempre se vincesse Fassino, dato che alcuni dei più votati sarebbero nominati assessori e si dimetterebbero da consiglieri, sarebbero eletti per sostituzione anche alcuni tra, nell’ordine: Silvio Viale, Dennis Maseri, Laura Onofri, Anna Maria Borasi, Gianni Ventura.
Moderati (3 o 1): Silvio Magliano; e inoltre, solo se vince Fassino: Giovanni Porcino, Paolo Musarò, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Giuliana Tedesco.
Lista Fassino (2 o 1): Francesco Tresso; e inoltre, solo se vince Fassino, Paolo Chiavarino, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Marco D’Acri.
Progetto Torino (1 o 0): solo se vince Fassino, Gianguido Passoni, e nel caso in cui lui diventasse assessore, Mariagrazia Pellerino.

Coalizione APPENDINO (25 se vince il ballottaggio, 10 se lo perde):
Chiara Appendino
M5S (24 o 9): Damiano Carretto, Maura Paoli, Valentina Sganga, Daniela Albano, Monica Amore, Fabio Versaci, Viviana Ferrero, Francesco Sicari, Antonino Iaria; e inoltre, solo se vince Appendino: Federico Mensio, Andrea Russi, Barbara Azzarà, Chiara Giacosa, Giovanna Buccolo, Fabio Gosetto, Deborah Montalbano, Serena Imbesi, Antonio Fornari, Massimo Giovara, Carlotta Tevere, Marco Chessa, Aldo Curatella, Roberto Malanca, Alberto Unia.

Coalizione MORANO (3 se vince Fassino, 2 se vince Appendino):
Alberto Morano
Lega Nord (2 o 1): Fabrizio Ricca; e inoltre, solo se vince Fassino, Francesca Parlacino.

Coalizione NAPOLI (1):
Osvaldo Napoli, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Andrea Tronzano.

Coalizione ROSSO (1):
Roberto Rosso, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Raffaele Petrarulo.

Coalizione AIRAUDO (1):
Giorgio Airaudo, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Eleonora Artesio.

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venerdì 3 giugno 2016, 14:46

Dichiarazione di voto

In diversi mi hanno chiesto per chi voterò, e un consiglio su chi votare alle imminenti elezioni comunali torinesi. Io vi raccomando di conoscere meglio i candidati e scegliere chi più vi aggrada, ma, essendo ormai un semplice simpatizzante, non vedo problemi nel rispondere pubblicamente: voterò M5S e darò le mie preferenze a Monica Amore, che è grintosa, leale e abituata a combattere, e a Roberto Malanca, che è saggio, preparato, buon mediatore e non ha mai sgomitato per emergere. Mi spiace comunque non avere altre preferenze da dare, che darei a Viviana Ferrero e Alberto Unia, ma anche a Damiano Carretto, Antonio Fornari, Michele Albertini, Daniela Albano, Roberto Alice, Roberto Merotto e altri ancora (e a Tiziano Mele in circoscrizione 5); in generale, ritengo più adatte al ruolo persone un po’ più in là negli anni, più esperte di vita e meno estreme, piuttosto che i classici giovanotti rampanti a cinque stelle.

Aggiungo comunque che se proprio volete invece votare il PD almeno date la preferenza a Silvio Viale, che è un gran rompiscatole, talvolta maleducato, ma è il candidato più laico e libertario in un ambiente che ne ha un gran bisogno; e se invece votate Lega, voglio esprimere la mia stima per Roberto Carbonero, che è il secondo consigliere comunale per presenze nel mandato uscente (dopo di me).

In ogni caso, l’importante è fare una scelta consapevole e informata: buon voto (o non voto, per chi si astiene).

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mercoledì 1 giugno 2016, 13:58

Un curioso sul divano

È passata più di una settimana da quando si è concluso il mio mandato in consiglio comunale ed abbiamo annunciato che, almeno per il momento, si conclude anche la mia esperienza in politica; qui sotto rimetto il video del mio messaggio di commiato in Sala Rossa, per chi non l’avesse ancora visto.

E’ stata una settimana ancora piuttosto piena, tra sbaraccare il mio ufficio in Municipio e rispondere a tanti messaggi di ringraziamento e solidarietà, nonché alle critiche incrociate dei pro Appendino (per cui sto disturbando la sua corsa verso il successo con la mia passività e le mie osservazioni) e degli anti Appendino (per cui non ho denunciato abbastanza duramente il modo in cui sono stato trattato dal M5S). Prendere posizioni ragionate in un mondo di tifosi e di pretoriani, come già vi raccontai, porta dritto alla solitudine, che però è limitata al mondo della politica; fuori da quello ho ricevuto davvero una valanga di affetto e ve ne ringrazio.

Nel ponte andrò fuori Torino e cercherò di staccare da tutto; tornerò domenica pomeriggio per andare a votare. Nonostante tutte le mie perplessità sulla direzione presa dal Movimento, sono convinto che Chiara possa davvero vincere, perché l’insoddisfazione generale e la voglia di “punire il sistema” sono palpabili ovunque, anche al di là dei reali demeriti di Fassino. Credo che oggi in un ballottaggio popolare con Fassino avrebbe delle chance persino il Gabibbo, figuriamoci una persona sveglia e mediatica come Chiara.

Comunque, sono curioso di vedere come andrà a finire, ma sul piano personale a me non cambia nulla. Io, difatti, dall’ultimo consiglio comunale non ho più sentito praticamente nessuno del M5S e ho cominciato a pensare al dopo: un brillante quarantenne sul divano di casa, con la sfida di reinventarsi per l’ennesima volta. E’ una situazione a cui non sono più abituato da diversi anni, e certamente è strano non avere ogni minuto impegnato, ma non è la prima volta in cui mi ci trovo. Sono piuttosto curioso di capire come andrà avanti la mia storia; perché nella vita si impara dalle vittorie ma anche dalle sconfitte, e l’unica cosa che non si deve fare è fermarsi, accontentandosi, senza più avere il coraggio di cambiare.

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domenica 22 maggio 2016, 11:09

Una visita al museo Lombroso

Ieri sera ho approfittato della Notte dei Musei per partecipare alla visita guidata del Museo Lombroso. Il museo è piccolo, molto inquietante e molto interessante, purché visitato con un po’ di cervello; aiuta a porsi una serie di domande scomode sul rapporto tra scienza, etica e umanità.

Lombroso non era uno scienziato pazzo né deviato, era semplicemente uno scienziato che ha applicato il metodo scientifico e la conoscenza teorica e tecnologica della sua epoca a ipotesi soltanto parzialmente errate. Sia l’idea che esistano parametri misurabili del nostro corpo correlabili con i nostri schemi individuali di comportamento, che l’idea che tali parametri siano ereditati dai nostri antenati, sono corrette; soltanto, i parametri non sono le dimensioni e la forma del cranio ma le nostre sequenze di DNA, e la correlazione non è assoluta e deterministica, poiché contano anche le influenze dell’ambiente, della cultura e dell’educazione; tale correlazione non riguarda la “delinquenza”, che non è una patologia, ma piuttosto alcune di quelle che oggi sono considerate forme di disabilità e di disturbi nella socialità dell’individuo.

L’applicazione del pensiero scientifico di Lombroso sulla criminalità innata, partendo dalle sue ipotesi, era logica: se c’è un parametro corporeo che mi permette di dire con certezza che una persona avrà comportamenti criminali, da una parte è inutile punirla perché non c’è alcuna volontà nel suo destino, e dall’altra è insensato tenerla libera nella società perché certamente non potrà che danneggiare gli altri. E’ chiaro che una ulteriore conseguenza logica e scientifica di questo pensiero, tratta da altri nei decenni immediatamente successivi, è che a questo punto tanto vale impedire la nascita di questi individui oppure rinchiuderli o addirittura ucciderli una volta individuati: di lì la “soluzione finale”.

Per questo il museo Lombroso è importante e va visto, perché se ne esce con diverse questioni filosofiche fondamentali che travalicano i confini della scienza, a partire da quella sull’esistenza del libero arbitrio: esiste veramente un libero e insondabile arbitrio degli esseri umani, oppure il nostro comportamento è pienamente determinato da leggi fisiche e reazioni chimiche che semplicemente noi ancora non conosciamo sufficientemente? E comunque, nel momento in cui scopriamo una correlazione certa tra il modo in cui è fatto un essere umano e il modo in cui si comporterà e si inserirà nella vita sociale, qual è il comportamento giusto da tenere?

Proprio perché la scienza, col suo continuo progresso, ci permette sempre più facilmente una selezione eugenetica dei futuri esseri umani prima ancora che nascano, è importante essere coscienti di questa domanda; sapendo che il rifiuto di questa selezione è una scelta fieramente antiscientifica, ma non per questo sbagliata, anzi è l’affermazione del principio che esistono ambiti dell’esistenza umana situati su piani diversi e inconciliabili con quello della scienza.

D’altra parte, però, anche questa affermazione è potenzialmente altrettanto pericolosa del positivismo; e anche su questo il museo Lombroso, suo malgrado, pone delle domande urgenti. E’ innegabile che in Occidente gli ultimi anni vedano una recrudescenza dell’oscurantismo, delle credenze mitologiche in qualsiasi bufala, della ribellione all’autorità della scienza, per sua natura sempre meno intuitivamente comprensibile man mano che avanza e diventa più complessa, ma per questo equiparata a una manipolazione di poteri forti contro il popolo. Così come i momenti di sviluppo e di fiducia nel futuro promuovono il positivismo, i momenti di crisi economica e di paura promuovono il negativismo.

Al povero Lombroso tocca ora un destino beffardamente opposto rispetto a quello di Galileo e di tanti altri scienziati. Galileo, scienziato di valore, fu bruciato (metaforicamente) in vita per essere riconosciuto da morto; Lombroso, riempito di onori mentre era in vita, è ora metaforicamente bruciato da morto. Egli è, in effetti, il bersaglio perfetto per il negativismo; essendosi occupato di studiare scientificamente il corpo umano nell’unico modo che la tecnologia dell’epoca gli permetteva, ovvero sotto forma di collezionista di spoglie (che continuo a pensare andrebbero sepolte e sostituite da riproduzioni, ma non è questo il punto), può facilmente essere fatto passare per un Mengele ante litteram, un crudele e freddo massacratore di esseri umani. Ovviamente era l’opposto; attivamente socialista, i suoi studi miravano al benessere dell’umanità, compresi i più poveri, e l’uso di cadaveri era proprio il modo per farli senza danneggiare nessuno. Ma chi meglio di lui può essere sfruttato come simbolo aggregatore per qualsiasi ribellione antiscientifica e complottista, dal revanscismo neoborbonico al rifiuto della medicina “ufficiale”?

Per questo il museo Lombroso deve rimanere aperto e venire difeso (qui la petizione); e bisogna che esso sia libero di mandare il suo messaggio, senza gli imbarazzi della nostra guida di ieri che ogni due minuti era costretta a ripetere che le teorie di Lombroso erano screditate. Certo, il problema è che spesso chi lo critica non è in grado di capirlo; e allora, l’ultimo messaggio importante che Lombroso ci manda è che nessuna società umana complessa come la nostra può sopravvivere senza la fiducia, anche se non illimitata, nella scienza e nel suo metodo; e che questa fiducia non è mai scontata, ma va costruita dalla società tramite l’educazione.

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martedì 12 aprile 2016, 14:20

Di gatti e burocrazia

Questa è una piccola storia di cittadinanza attiva finita male. Riguarda gli animali, uno degli argomenti che più mobilitano l’energia e l’amore di tante persone, e riguarda la burocrazia comunale; un mix che spesso, come in questo caso, produce risultati kafkiani.

Dovete sapere che, secondo la legge, gli animali randagi sono di proprietà del Comune, che se ne deve occupare. Nelle città ci sono principalmente due specie di animali randagi: cani e gatti.

I cani sono in numero minore, ma, specialmente a Torino nord, stanno proliferando; si muovono in branchi e possono essere pericolosi anche per le persone, oltre che per gli altri animali, per cui vanno catturati, sterilizzati e, se impossibili da affidare, tenuti in canile (in realtà ci vorrebbe un recinto apposito che però la Città non ha mai costruito).

I gatti, invece, sono migliaia; sono innocui e vivono generalmente in colonie sparse negli angoli meno visibili della città. Il Comune dovrebbe comunque catturarli, sterilizzarli e poi rimetterli nella loro colonia, evitandone la proliferazione; in pratica, ogni colonia è affidata a una persona o associazione di volontari (le cosiddette “gattare”) che la mantiene a spese proprie.

Ci sono tuttavia delle situazioni particolari; per esempio, quando una colonia viene interessata da lavori edilizi – trattandosi spesso di luoghi semiabbandonati, succede di frequente – chi realizza i lavori è tenuto anche a garantirle un angolo in cui stare, sia durante che dopo il cantiere, o lì o in un’area adiacente. Per esempio, questo accade per il nuovo stadio Filadelfia, e accadrà per esempio al supermercato dell’ex Fiamca di cui abbiamo visto il progetto la scorsa settimana.

Alle volte, però, il Comune si dimentica di far applicare questa regola. E’ successo per esempio con un cantiere a caso, quello della Continassa II, ovvero l’enorme area agricola tra lo stadio e il mattatoio su cui la Juventus sta costruendo sede sociale, impianti sportivi, palazzi e negozi. Lì, accanto all’ex campo rom incendiato e poi sgomberato in tutta fretta, c’era anche una colonia felina; ma in quel caso anche i gatti furono fatti sgomberare, e furono portati dall’ENPA in un angolo appartato del parco Colletta, a cui si accede da una stradina sterrata che sarebbe il prolungamento di via Pindemonte, all’angolo più remoto del cimitero oltre via Zanella.

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L’ENPA, per chi non lo sapesse, è una grande ONLUS privata fondata nientepopodimenoche da Garibaldi nel 1871. A Torino, la locale sezione ENPA ha vinto la gara d’appalto per gestire i canili e gattili municipali, compresa la cattura dei randagi, per un importo di circa 1.400.000 Euro che il Comune le paga ogni anno; in più, il Comune le ha attribuito alcune decine di migliaia di euro per coprire i costi delle sterilizzazioni feline; e poi l’ENPA si finanzia anche con donazioni, lotterie e partnership commerciali. Solo che, stando a sentire le gattare, gli interventi dell’ENPA sui gatti sono molto limitati; in particolare, le gattare devono sterilizzare i gatti a proprie spese (cento euro ad animale) perché l’ENPA risponde di aver già speso tutti i soldi stanziati.

Lo stesso vale per le catture; quando la Città riceve una segnalazione di gatti randagi non gestiti o di gatti abbandonati che si lamentano o sono in pericolo, spesso non è l’ENPA, pur vincitrice dell’appalto comunale, a intervenire. Al contrario, i dirigenti comunali chiamano direttamente qualche altra associazione animalista, che, a titolo completamente volontario, va a recuperare un gatto su un tetto a proprio rischio e pericolo, magari all’una di notte sotto la pioggia. Queste associazioni, insomma, si fanno carico di attività che sarebbero di competenza del Comune e/o del suo appaltatore, ma che questi non fanno.

A questo scopo, questi volontari devono però dotarsi anche di strutture adeguate, in particolare per i gatti ex domestici poi abbandonati, che spesso non sono in grado di vivere da soli in una colonia o per strada (non di rado finiscono sbranati dai cani randagi di cui sopra). E così, sempre in quell’angolo di prato oltre il cimitero, nascono strutture private, a spese degli animalisti.

Già nel 2012, infatti, la Lega Italiana per la Difesa del Gatto aveva chiesto di poter usare quel pezzo di prato per ospitare gatti; il Comune rispose che il prato era disponibile solo fino al 2014, perché poi lì sarebbero partiti i cantieri per la costruzione della linea 2 della metropolitana (la barzelletta del secolo). Arrivato il 2014 senza alcun cantiere in vista, il Comune capitolò e concesse il prato all’associazione Gattagorà, in cambio di un canone agevolato di 420 Euro l’anno, pagato dalle gattare per poter fare il lavoro che toccherebbe al Comune.

In teoria, l’associazione doveva usare quello spazio per ospitare una precedente colonia felina già sgomberata, una dozzina di gatti che la signora dell’associazione teneva a sue spese in casa propria. In pratica, però, il Comune disse: noi dobbiamo sgomberare lo Scalo Vanchiglia per far partire i lavori della Variante 200, non sappiamo dove mettere i gatti, non è che ve li prendete voi? Idem per i gatti della Continassa, che, messi nelle adiacenti cuccette dell’ENPA senza alcuna protezione e presto abbandonati a se stessi, erano via via preda dei cani randagi; e per i gatti sgomberati dal campo rom abusivo di lungo Stura Lazio, in cui uno zingaro li teneva chiusi e ammassati in una gabbia in condizioni orrende, ricattando le associazioni animaliste e pretendendo soldi per sé per permettere a loro di alimentare i gatti.

E così, la signora, dopo aver affittato a proprie spese il terreno e aver costruito a proprie spese le casette, invece di metterci i gatti che aveva in casa se ne prese degli altri; e quelli che non ci stavano lì, li mise a pensione in altre strutture private, sempre a proprie spese; mentre gli operatori edilizi che dovevano in teoria, secondo le regole, farsi carico del mantenimento dei gatti durante il cantiere se ne sono potuti tranquillamente lavare le mani. In questo modo la signora, pensionata, ha accumulato circa ventimila euro di debiti che non sa più come pagare.

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Pensate che sia finita qui? Ma neanche per idea: perché dopo aver costruito a proprie spese le casupole per ospitare i gatti e la relativa recinzione, necessaria per proteggerli dagli assalti dei cani, nel prato di via Pindemonte si presentano i vigili. “Signora, lei ha tutte le concessioni edilizie a posto per costruire le casette sul prato?” “Ma guardi – risponde la signora – io ho solo messo una base di autobloccanti per non sprofondare nel fango, le casette sono prefabbricate e rimovibili, sono solo appoggiate.” “Eh no, signora, vede? Lei ha fatto la recinzione, e per far tenere la recinzione nella terra ha fatto per ogni palo una piccola base di cemento di 3×3 cm piantata nel prato, quindi questa è un’opera fissa, quindi lei non ha il permesso e ha compiuto un abuso edilizio! Quindi multa, ordinanza di demolizione, si vergogni!”

“Non solo, ma lei, signora, aveva chiesto il prato per ospitare una colonia felina, e invece lei ha fatto un gattile, perché c’è la recinzione!” “Ma scusi, ma qui è pieno di cani randagi che attaccano i gatti, se non metto la recinzione li trovo tutti morti, e poi questi sono domestici, non possono sopravvivere liberi, li troverei tutti spiaccicati su corso Regio Parco!” “Non importa, le norme dicono che se c’è un passaggio sempre aperto per far uscire i gatti è una colonia felina, altrimenti è un gattile e dovrebbe avere l’autorizzazione dell’ASL, lei ce l’ha l’autorizzazione dell’ASL?”

Dopo un dialogo di questo genere, la signora, coi suoi ventimila euro di debiti contratti per fare il lavoro del Comune e dell’ENPA, si è un po’ alterata e un po’ disperata. Alla fine ha contattato altre associazioni, che hanno contattato i consiglieri, e così siamo andati in sopralluogo, assistendo a un surreale confronto tra due gentili funzionarie del Comune, che citavano norme e regolamenti contestando questo e quello, e questa signora in tuta sporca di fango che vuole solo un gran bene ai suoi gatti; con contorno di qualche consigliere comunale notoriamente provocatore che diceva alla signora “se lei vuol fare del volontariato sono affari suoi, nessuno l’ha obbligata a farsi carico dei gatti, se non ce la fa li abbandoni al loro destino”. E ovviamente se ci sono delle norme si devono rispettare, ma che una recinzione in un prato a trecento metri da qualsiasi strada o forma di vita sia il primo abuso edilizio da contestare a Torino fa veramente dubitare delle priorità dell’amministrazione comunale.

Ora, forse, siamo riusciti a far calare un po’ di buon senso su questa storia; l’associazione animalista presenterà una relazione su quanto costruito e si impegnerà a sottoporre preventivamente ulteriori progetti, e l’amministrazione farà in modo di regolarizzare quanto c’è, anche se non si sa come farà la signora a pagare i suoi debiti.

Resta la sensazione, rimettendo insieme tutti i pezzi, di aver toccato con mano come funziona spesso lo Stato italiano: forte coi deboli, e debole coi forti; pronto a sfruttare la buona volontà dei cittadini, salvo poi scaricargli addosso i problemi che dovrebbe risolvere lui.

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venerdì 18 marzo 2016, 15:53

Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli e inventarle

Dopo l’importante mozione di due giorni fa sulle quote rosa nella toponomastica cittadina, nella conferenza dei capigruppo e delle capegruppe arriva un’altra importante proposta di delibera dei consiglieri e delle consigliere femministi e femministe del Partito Democratico. La delibera provvede a risolvere uno dei problemi urgenti e fondamentali di Torino, il fatto che nello Statuto della Città ci sia scritto solo “Sindaco” e non anche “Sindaca”, introducendo un testo modificato che prevede nuove denominazioni di facile uso come “petizione al Sindaco o alla Sindaca e alla Giunta Comunale”, espressioni di immediata lettura come “Il o la Presidente del Consiglio Comunale” e nuovi ruoli femminili come “la Segretaria Generale del Comune” e “la Difensora Civica Regionale”.

Ma attenzione, se ci si limitasse a questo, i consiglieri e le consigliere come il sottoscritto o la sottoscritta potrebbero essere ampiamente d’accordo. La delibera, tuttavia, è estremamente attenta ed attento a eliminare tutte le forme o i formi di maschilismo sessista o sessisto del testo dello Statuto o della Statuta della Città o del Cittò di Torino, al punto da attaccare uno dei pilastri e una delle pilastre del sessismo linguistico, il volgare e maschilista articolo “i”, sostituendo la vergognosa espressione sessista “per i residenti” con la splendida e corretta “per residenti”.

Infine, nel nome e nella noma della correttezza e del correttezzo, viene eliminata anche l’espressione “tutti coloro”, che finendo per “o” è indubbiamente maschilista, sostituendola con “tutte le persone”, che finendo per “e” è paritaria.

A questo punto però, stante che abbiamo concluso che per sancire la parità di genere è opportuno inventare i femminili dei termini maschili, ho deciso che è anche opportuno inventare i maschili dei termini femminili. Per questo proporrò un emendamento o una emendamenta affinché l’espressione “tutte le persone” venga sostituita con la più corretta “tutte le persone e tutti i personi”. Soltanto così potrò dare il mio contributo e la mia contributa a un vero raggiungimento della parità tra uomo e donna, ma anche del paritò tra uoma e donno, in attesa che il movimento LGBT, del quale fanno parte individui e individue che giustamente non si riconoscono in nessuno dei due generi, ci richieda di cancellare le “petizioni al Sindaco o alla Sindaca” per sostituirle con le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac*”, per poi introdurre successivamente, allo scopo di favorire l’integrazione dei membri e delle membre della comunità islamica, le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac* o al رئیس.

Certo, da elettore torinese e da elettrice torinesa, io a questi consiglieri femministi e consigliere femministe del Partito dei Democratici e delle Democratiche chiederei cosa hanno fatto in cinque anni per i poveri e le povere della Città, per gli e le autobus che non passano mai, per i disoccupati e le disoccupate che cercano un lavoro o una lavora, per le particelle e i particelli che inquinano l’aria che respiriamo. Ma il bello delle politiche e dei politici delle istituzioni italiane è questo: che basta agitare qualche bandiera e qualche bandiero a tre mesi dalle elezioni, finendo a sufficienza sulle giornale e sui giornali, e troverai senz’altro qualche centinaio di elettori e qualche centinaia di elettrici che ti daranno la preferenza e il preferenzo; abbastanza per garantirti altri cinque anni di importanti battagli e battaglie a spese nostri e nostre.

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sabato 12 marzo 2016, 13:04

La città delle libertà

E’ iniziata così, senza un vero perché, l’ennesima discussione cittadina sulla movida e sul M5S che si ripete ciclica almeno dal 2012, quando raccolsi per la prima volta il grido di dolore degli abitanti delle zone centrali. All’epoca era facile per l’amministrazione cittadina far passare il problema come le lamentele di quattro anziani ricchi che disprezzavano la plebe e volevano spegnere il divertimento; eppure, al giorno d’oggi, con tutti gli episodi che sono successi e i video (questo lo linko spesso) che fanno capire di cosa si parla davvero, è difficile ignorare il problema.

Comunque, ribadiamolo ancora una volta: non si chiede né di chiudere ristoranti e locali notturni, né di deportare la movida per forza in zone periferiche, ma si chiede di intervenire in alcune zone specifiche in cui per quasi tutte le sere della settimana e ormai per quasi tutto l’anno si verificano assembramenti fuori controllo di centinaia di persone che urlano, pisciano, vomitano, si sfondano di alcool e si picchiano per strada fino alle quattro di mattina, nel totale disinteresse delle istituzioni, impedendo agli abitanti – che per la maggior parte sono lì da ben prima della movida, che magari sono malati, hanno figli piccoli, si alzano alle sei per andare a lavorare – di dormire, e costringendoli a scappare da casa propria.

Questi problemi non coinvolgono tutti quelli che escono la sera, che per la maggior parte sono persone civili che stanno insieme rispettando gli altri, ma una parte soltanto del fenomeno della movida, per il quale non si chiedono spiegamenti di eserciti e nuove regole draconiane, ma si chiede semplicemente di non girarsi dall’altra parte, di far rispettare le norme che già esistono, e magari di lavorare per evitare di avere quartieri con un impianto audio da mille watt ogni due vetrine e altri ridotti a un deserto dalle nove di sera in poi.

Onestamente, a me pare buon senso; eppure PD e SEL reagiscono ringhiando a qualsiasi tentativo di sollevare il problema. Perché? In primis perché l’idea di Torino come città del divertimento è alla base del loro modello di sviluppo e della loro propaganda; essendosi in questi anni lasciati sfuggire verso Milano o verso l’estero, piegati a novanta, testa e corpo di un po’ tutte le attività economiche vere della città, dalla Fiat al Sanpaolo, usano il turismo e la movida come foglia di fico per sostenere che a Torino tutto va bene e che i soldi girano ancora.

E poi, perché ci sono legami personali stretti tra alcuni esponenti della maggioranza e il mondo dei locali notturni; l’inchiesta sui Murazzi, pur depotenziata dallo scaricabarile tra politici e dirigenti, ha dimostrato i favori di cui questo mondo ha sempre goduto, anche a spese delle casse comunali e in barba alle leggi, e c’è solo da chiedersi in cambio di cosa; e bastava venire alle commissioni consiliari sul tema per vedere certi consiglieri darsi il cinque al grido di “ciao amico della notte” coi titolari di qualche locale.

C’è però veramente a Torino, al di là delle questioni spicciole, un problema culturale profondo di cui il dibattito sulla movida è solo una delle espressioni; è il problema della mancanza di legalità, del mancato rispetto delle regole di convivenza civile, di un atteggiamento ormai diffuso in tanti torinesi per cui qualsiasi comportamento incivile va bene, e chi si lamenta è razzista, leghista, giustizialista. E intanto chiunque può se ne approfitta, mentre i cittadini onesti, i tanti che ancora esistono, restano basiti e increduli, attaccati al telefono per chiamare vigili che non rispondono e politici che rispondono, ma facendo promesse mai mantenute o direttamente disprezzando le loro istanze.

Vi prego, ascoltate questi pochi minuti di registrazione di una signora (peraltro ex sindacalista CGIL, certo non leghista) che vive a Barriera di Milano e racconta i problemi e i desideri della cittadinanza, gli stessi che Fassino e i suoi derubricano regolarmente come razzismo ed esagerazione, lasciandoli irrisolti da anni. Mettetevi nei suoi panni, ma a voi sembra giusto dover vivere in una situazione del genere?

Questa è ormai la città dell’anarchia, ma nel senso deteriore del termine. Questa è la città in cui con arroganza si occupano i beni comuni per il proprio comodo – che sia asfalto in doppia fila o un edificio comunale poco cambia – sostenendo che lo si fa per renderli più pubblici; magari a parole ce ne si appropria nel nome dell’anarchia di Michail Bakunin, quella che esprime il nobile ideale politico di liberare i cittadini dall’oppressione del potere, ma nei fatti li si usa nel nome dell’anarchia di Corrado Guzzanti, quella della casa delle libertà in cui “facciamo un po’ come cazzo ci pare”; in linea peraltro con l’invidia del pene di Berlusconi che ha colto la fu sinistra italiana in questi ultimi tempi.

E così, in ogni angolo Torino si riempie di gente di ogni provenienza e classe sociale che fa un po’ come cazzo le pare, dagli zingari che taglieggiano alla luce del sole gli anziani che parcheggiano alle Molinette per andare a trovare i parenti malati, agli anarchici di canale Carpanini che minacciano e vandalizzano chi cerca di aprire attività commerciali regolari a Borgo Dora, fino alle famiglie della Torino bene (tra cui persino qualche dirigente PD) che entrano in macchina nell’isola pedonale della Crocetta perché sia mai che i loro figli debbano fare trenta metri a piedi; con la copertura di istituzioni pubbliche locali che come minimo se ne fregano, e come massimo coprono attivamente le crescenti zone grigie perché loro o i loro amici stretti ne traggono un vantaggio diretto.

Questa è una scelta di campo che chi si propone di governare la città deve fare: la legalità è un principio fondamentale oppure no? Certo, senza esagerazioni, senza pensare che il vigile o il poliziotto siano la risposta a tutto o possano essere dappertutto, senza nasconderci che siamo un Paese in cui chiunque, a partire dai moralizzatori, ha prima o poi lasciato la macchina in doppia fila; ma partendo dal principio che le regole vanno rispettate, che se le si viola si può e si deve essere sanzionati senza poter accampare scuse, che la cultura dell’inciviltà non è cultura; e applicando lo stesso metro a tutti, dato che non si può contestare ogni minimo vizietto dei politici e poi chiudere entrambi gli occhi sul degrado di interi quartieri, che sia per la movida, per lo spaccio, per l’occupazione del MOI o più banalmente per la doppia fila perenne.

Questa è una scelta su cui credo che il Movimento 5 Stelle debba ai cittadini una posizione chiara, in massima trasparenza, e diversa da quella del PD e del Sistema Torino; perché francamente, se mi metto nei panni di un elettore torinese, per ritrovarmi ancora con il solito “modello di sviluppo” basato sul vomito notturno per le strade, sullo spaccio a cielo aperto, sulla tolleranza a prescindere e su Torino come discarica sociale di tutte le illegalità, tanto vale votare il PD che almeno di questo modello è un esperto.

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