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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


giovedì 12 marzo 2015, 15:19

Cara Stampa, mi autodenuncio

Cara Stampa, mi autodenuncio. Mi chiamo Vittorio Bertola e sono il consigliere comunale che con una mozione ha chiesto di proteggere le corsie preferenziali di via Pietro Micca e via Cernaia dalle auto che svoltano illegalmente a sinistra, in piazza Solferino e negli altri incroci.

Ogni giorno, migliaia di torinesi usano tram e bus su quelle strade per andare dalla metro al centro di Torino e viceversa. Ogni giorno, i tram e i bus vengono bloccati in mezzo all’incrocio dalle auto private che, nonostante sia vietato, tengono ferme per minuti un centinaio di persone per la loro personale svolta a sinistra, per non perdere un minuto a fare il giro da via Botero. Ogni giorno su quei mezzi, già sovraccarichi e ridotti a carri bestiame dai continui tagli, vedo anziani volare via e persone farsi male perché l’autista deve inchiodare per evitare un SUV o un furgone che gli taglia la strada con arroganza.

Certamente i vigili devono rispettare per primi le norme, e spesso i Comuni esagerano nel fare cassa con le multe. Tuttavia, il problema del traffico di Torino non è il vigile dietro la colonna, ma la quantità crescente di incivili che rendono stressante e pericoloso girare per la città con qualsiasi mezzo, tra manovre pericolose e veicoli abbandonati ovunque.

Io sono stufo di vivere in un Paese che garantisce sempre e solo i furbi e i delinquenti, e trovo agghiacciante che ci siano consiglieri comunali (molti e di ogni colore) che li difendono pure. Può capitare a tutti, me compreso, di violare una regola, ma se si viene beccati si tace e si paga senza cercare scuse; ed è anche peggio l’idea che i vigili debbano prima “farsi vedere”, in modo che tutti possano violare in tranquillità le regole ovunque non ci sia un vigile con divisa fluorescente in bella mostra.

La vera emergenza è liberare Torino dalla malasosta e dagli egoisti del traffico, e dato che la dissuasione e i gentili inviti ricevono in risposta soltanto scherno ed insulti, l’unico modo per farlo è avere più vigili e più multe. Sarà anche impopolare dirlo apertamente, ma credo che alla fine, se riusciremo ad avere una città un po’ più simile all’Europa anche in termini di comportamenti stradali, ne avremo guadagnato tutti.

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venerdì 6 marzo 2015, 17:43

Di nomadi, cani e immondizia

Ancora una volta in questi giorni si è parlato molto di via Germagnano, per le difficoltà di convivenza tra il canile e i nomadi. Mi sono però reso conto che su questa realtà tutti hanno un’opinione, ma pochi la conoscono veramente; per questo ho deciso di usare il materiale reperito in vari sopralluoghi per accompagnarvi in un giro virtuale.

Per prima cosa, via Germagnano è una traversa al fondo di corso Vercelli; appena superato il ponte sulla Stura in direzione autostrada, c’è un semaforo e sulla sinistra inizia la via, con una ripida discesa che finisce in una curva secca che si infila in un sottopasso sotto la ferrovia. Questa è una caratteristica molto importante, perché quello stretto sottopasso è l’unico accesso da Torino a tutta l’area, che risulta così praticamente chiusa e abbandonata a se stessa, anche se la strada, dopo il lungo rettilineo della baraccopoli, diviso in due dal ponte della superstrada per Caselle, gira poi verso nord e raggiunge il Molino del Villaretto. Qui sotto vedete l’area su Google Maps, secondo cui (non l’ho aggiunto io con Photoshop!) il nome ufficiale del quartiere da indicare sulla mappa è Baraccopoli di via Germagnano.

In via Germagnano – a parte alcuni bassi palazzi all’angolo di corso Vercelli – ci sono solo tre cose: nomadi, cani e immondizia. Per farvi capire, ho preso la foto dal satellite e ho evidenziato le diverse zone attorno al rettilineo della via, che scorre da sinistra a destra inclinata verso il basso (corso Vercelli è nell’angolo in basso a destra).

Nella zona, storicamente agricola, la prima ad arrivare fu l’immondizia: già nel dopoguerra si cominciò ad accumularla lungo la Stura, in un’area oltre la fine della via, e poi, dagli anni ’80, in un’altra enorme area subito a nord, tra la vecchia discarica e la tangenziale: la famosa discarica Basse di Stura, chiusa nel 2009. Le discariche sono fuori da questa visuale, ma in verde chiaro vedete evidenziata l’area occupata dagli uffici e dagli impianti dell’Amiat, nonché dal centro sportivo antistante.

Dopodiché, arrivarono i canili. Già, perché in via Germagnano ci sono ben tre canili, indicati in giallo; quello identificato col numero 1 (nella foto qui sotto) è di proprietà del Comune, che lo utilizza come canile sanitario, ovvero per il ricovero di animali malati o aggressivi e dunque bisognosi di cure mediche e difficilmente adottabili. Il numero 2 è della Lega Difesa del Cane, mentre il numero 3 è quello dell’ENPA; entrambi sono privati, usati dalle associazioni per le proprie attività.

L’ENPA, in particolare, costruì il canile numero 3 negli anni ’60, in sostituzione del loro precedente canile che fu sfrattato per realizzarci sopra il laghetto di Italia ’61. L’ENPA, essendosi aggiudicata un appalto da quattro milioni di euro in tre anni, gestisce anche per conto del Comune il canile numero 1 e l’altro canile comunale, ossia il canile e gattile rifugio di strada Cuorgné alla Falchera, dove vengono tenuti e/o dati in adozione gli animali smarriti.

Gli ultimi arrivati sono i nomadi, nelle aree indicate in rosso. Nel 2004 venne inaugurato il campo regolare di via Germagnano, quello indicato dalla lettera A; fu creato per ospitare le famiglie sgomberate dal campo di strada dell’Arrivore, che così potè venire chiuso; si trattava di bosniaci che vivevano a Torino sin dagli anni ’70, per cui, tranne gli anziani, sono nati e cresciuti a Torino. Si tratta di un’area con 30 piazzole, ognuna delle quale contiene una o due casette in muratura dotate di tutti gli impianti; purtroppo però, tra incidenti, faide interne al campo e saccheggi, molte sono bruciate e inagibili.

A fianco di questo, sono nati via via altri insediamenti (B, C e D), che a differenza del campo A sono tutti abusivi; si tratta prevalentemente di rom romeni, arrivati qui da alcuni anni. (Qui sotto il campo B, oltre la strada, visto uscendo dal canile comunale in un giorno di pioggia.)

Queste sono baraccopoli vere e proprie, realizzate con mezzi di fortuna; sono costruite sulla terra, che diventa un mare di fango appena piove; sono per gran parte in aree alluvionabili dalla Stura; sono prive di acqua, e l’unico modo per averla è andarsela a prendere con le taniche fino alla fontanella, che sta presso il puntino azzurro sulla mappa.

Se volete avere un’idea delle dinamiche di rom e sinti, vi consiglio di leggere almeno le prime pagine di questa tesi; oltre a raccontare nel dettaglio alcune delle attività per cui le istituzioni stanziano ogni anno centinaia di migliaia di euro, spiega tra le altre cose perché alla fine “zingaro” sia il termine più corretto da usare. Tra i punti importanti da ricordare, il fatto che l’80% degli zingari non vivono nei campi ma in normali abitazioni sparse per la città; quello che gli zingari, pur culturalmente portati a viaggiare, non sono più nomadi da un pezzo, per cui il campo è semplicemente la loro abitazione; quello per cui non vivono nei campi perché gli piace (in Jugoslavia o in Romania generalmente avevano una casa), ma perché lo Stato italiano ha creato i campi nomadi come unica risposta all’immigrazione di zingari dall’Est europeo, e con essi li ha ghettizzati impedendo di distinguere tra buoni e cattivi, e rendendo praticamente impossibile uscirne (se nel campo uno ruba, tutto il campo è di ladri; e chi di noi affiderebbe a uno zingaro del campo una casa o un lavoro?); che gli zingari sono sporchi anche perché provate voi a vivere in una baracca nel fango senza acqua corrente e a rimanere sempre puliti.

Sia il campo ufficiale che quelli abusivi sono pieni di immondizia in ogni dove, così come la strada stessa. Questo è legato al fatto che gli zingari, se non vivono di elemosina o di furti, vivono di una economia dell’immondizia: recuperano tutto quello che possono – in origine metalli, dato che quella del fabbro è una delle loro professioni secolari, ma oggi qualsiasi cosa – e lo rivendono o riciclano per quanto possibile, o lo usano per realizzare le proprie abitazioni.

Il resto, però, viene abbandonato dove capita; e se è vero che generalmente non hanno a disposizione i cassonetti, è anche vero che anche quando vengono messi vengono in gran parte ignorati. Si creano così aree miste, dove ci sono baracche, panni stesi, distese di immondizia e anche i luoghi predisposti per i roghi con cui si cerca di liberarsi di un po’ dei rifiuti, ma anche di liberare dalla plastica i metalli recuperati o rubati (foto dal campo D).

I campi, comunque, sono relativamente stabili; il turn-over è limitato e legato all’approvazione delle famiglie “capo” del campo. Anche il livello di baraccamento è vario; ci sono baracche poverissime e cadenti, ma anche casette relativamente solide e comode, col generatore per la corrente elettrica che alimenta il televisore, e magari un’auto nuova o un camper costoso a fianco. Generalizzare è l’ultima cosa che si dovrebbe fare; bisognerebbe conoscere ogni famiglia, distinguere chi vive onestamente da chi non lo fa, capire quali sistemazioni sono possibili (i guai spesso iniziano da gruppi di origine diversa che si trovano troppo vicini).

I problemi di convivenza tra gli zingari e gli altri sono molteplici. Nella prima parte della via, il problema principale è la vicinanza del canile privato dell’ENPA (numero 3) col campo regolare (A). Come vedete dalla mappa, per accedere al canile è necessario percorrere una stretta strada sterrata, chiusa tra il campo e il terrapieno della ferrovia; su questa strada si apre uno degli ingressi laterali del campo ufficiale, che è recintato.

Purtroppo, lo sport preferito dei ragazzini rom per passare i pomeriggi è il tiro al bersaglio con le pietre, o in alternativa con rottami e immondizia; per cui il Comune ha realizzato una seconda recinzione, che vedete al centro della foto sotto (a sinistra vedete gli edifici comuni, semibruciati, che costituiscono il bordo esterno del campo, e i cassonetti messi a disposizione del campo, con immondizia tutta attorno). La recinzione divide la strada in due; a destra si va al canile, a sinistra all’ingresso laterale del campo, creando così uno spazio cuscinetto. Gli abitanti del campo, tuttavia, hanno progressivamente spinto in avanti la recinzione, riducendo l’accesso al canile a un viottolo impercorribile dai mezzi più grandi, compresi quelli di soccorso.

Sempre per creare un cuscinetto, ENPA è stata costretta ad affittare dal Comune il terreno situato tra il canile e il campo, salvo poi doverci pagare sopra la tassa rifiuti e subire le ordinanze di sgombero dei rifiuti buttati lì dal campo. E poi, c’è il problema dei furti e dei vandalismi, che peraltro si ripetono continuamente da anni. Nessuno può dire con certezza che siano stati fatti da abitanti del campo, ma se vedete la via d’accesso capite che non è facilissimo arrivarci di notte da fuori.

Ora, una possibilità sta nel fatto che il Comune ha ricevuto da un benefattore animalista una eredità di 350.000 euro destinata alla costruzione di un nuovo canile sanitario, probabilmente in strada Cuorgné, abbandonando il vecchio, che, pur anch’esso soggetto a furti e minacce, stando dall’altra parte della strada è decisamente più protetto. Una possibilità dunque è che ENPA vinca il bando per la concessione del canile comunale e abbandoni il suo; tuttavia, abbandonare completamente un edificio di proprietà su cui si sono investiti molti soldi non è né giusto, né indolore. D’altra parte, il Comune non può certo rifondere danni fatti da privati (nemmeno identificati) ad altri privati.

Analoghi problemi di convivenza si verificano dall’altra parte, tra i campi C (nella foto qui sopra) e D e i lavoratori Amiat. Nonostante le discariche siano ormai chiuse, lì lavorano ancora 400 persone, tra la gestione della discarica (che produce tuttora biogas), il call center e la raccolta dei rifiuti di Torino nord, che vengono concentrati lì per essere poi inviati tramite camion all’inceneritore del Gerbido o ai consorzi di riciclaggio.

Gli episodi non si contano: macchine danneggiate da lanci di pietre, addirittura con fionde; aggressioni a lavoratrici che tornano alla macchina, con richieste di soldi e/o sputi a raffica; dipendenti degli uffici intossicati dai fumi dei roghi che entrano dalle finestre; assalti ai camion di rifiuti quando si fermano per la pesa, prima di entrare nell’impianto; furti (in pieno giorno) di materiale riutilizzabile, ad esempio rifiuti elettronici. Anche qui, spesso queste attività sono svolte da bambini e ragazzini, che vivono nel fango allo stato brado.

La presenza di un presidio fisso di vigili dalle 7 alle 20, o nella palazzina Amiat o in giro per la zona, ha un po’ migliorato le cose. Tuttavia, il problema di fondo resta.

Purtroppo, difatti, le baraccopoli esistono e, con la crisi, sono in costante crescita. L’unico modo di evitare le baraccopoli, una volta rimossi quelli che ci vivono non per povertà ma per necessità di un territorio franco per attività criminali, è di sussidiare le persone che ci vivono, cosa che però non è compatibile con la scarsità di fondi per il welfare e soprattutto, specialmente se si parla di zingari, vede contraria tutta la popolazione. Altrimenti, si può fare quello che si sta facendo, ossia cercare di mettere in piedi progetti per mandare i bambini a scuola e aiutare gli adulti a trovare un lavoro e uscire dal campo, cosa che però non risolve immediatamente il problema, né gestisce il continuo arrivo di nuovi ospiti (anche perché i rom si sposano da giovanissimi e fanno molti figli).

Gli sgomberi, tanto richiesti, non risolvono il problema; servono a evitare di avere un campo in un determinato punto, sapendo che le persone rimaste senza baracca andranno a farsene una nuova poco più in là, perché da qualche parte devono pur vivere; e non è possibile pattugliare con l’esercito qualsiasi anfratto di Torino e cintura. E’ giusto sgomberare subito quando nascono nuovi insediamenti, per non far degenerare la situazione, ma sgomberare centinaia di persone in una volta sola, come in teoria si potrebbe fare in via Germagnano, provocherebbe solo la nascita di parecchi nuovi accampamenti in altri punti della città.

(Tra l’altro, gira voce che per gli ultimi sgomberi di lungo Stura Lazio, pur residuali rispetto a tanta gente accomodata volontariamente in altro modo, il Comune sia stato appena denunciato dalle associazioni pro diritti umani dei rom, con tanto di richiesta dei danni materiali per le baracche demolite e di quelli per il trauma psicologico subito dagli sgomberati.)

E allora, sapete che c’è? Che un’area defilata, chiusa e poco visibile, in cui concentrare i poveri, i cani e l’immondizia, fa comodo a tutti. Piano piano, anzi, succederà che andranno via i cani e l’immondizia, e resterà soltanto la baraccopoli, un pezzo di favela brasiliana in una città del nord Italia. A questo proposito aggiungo ancora un’immagine, la foto dall’alto di una zona molto più grande, di cui quella di cui abbiamo parlato finora è solo l’angolino in basso a destra.

Vedete quanto sono enormi le due discariche, che si estendono per chilometri: pensate a quanti rifiuti abbiamo prodotto… Comunque, mentre la discarica Basse di Stura sarà ancora in gestione Amiat per quasi trent’anni, in quanto instabile e fonte di gas, quella più vecchia è ormai stabilizzata ed è diventata un parco, il parco della Marmorina. Erano anche stati spesi dei soldi per realizzare un accesso indipendente per il pubblico, senza dover passare dentro l’Amiat, ma l’accesso è ormai inglobato nel campo D e il parco è inaccessibile.

Vedete però quella zona indicata con E? E’ grande come tutti gli altri campi messi assieme e anche più, si trova tra il parco e le rive della Stura, e dall’alto è già punteggiata di baracche, completamente a rischio alluvione. Una volta erano orti urbani abusivi, ma io non ho idea di chi ci viva adesso e perché. Anche penetrare nel parco chiuso al pubblico non sarà così difficile; per la nostra favela appartata, lontano dagli occhi e dal cuore, lo spazio non mancherà di certo.

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venerdì 27 febbraio 2015, 14:10

Malasosta all’italiana

Questa settimana in Comune abbiamo ricevuto il presidente di GTT Ceresa. Si è parlato un po’ di tutto, dagli investimenti in nuovi tram (speriamo, ma non c’è ancora niente di concreto) alla situazione finanziaria dell’azienda, legata anche ai tagli della Regione Piemonte.

I fondi per il trasporto pubblico, difatti, dipendono dalla Regione, che dal 2010 al 2013 li ha tagliati del 15%, con il conseguente taglio di linee e di passaggi, nonostante l’utenza sia molto aumentata a causa della crisi. Poi nel 2014 c’è stato un ulteriore taglio di 18 milioni di euro, che non è stato tradotto in tagli di servizio perché altrimenti esso sarebbe collassato; per cui è rimasto il buco. Con un ricorso al TAR, la Regione è stata condannata a ripianare almeno in parte questo buco; Chiamparino vorrebbe cavarsela con 3 milioni su 18, e se così sarà ci saranno altri tagli nel 2015 per recuperare il resto.

E non pensiate che basti “far pagare quelli che non pagano”: in realtà i biglietti coprono meno di un terzo dei costi del trasporto, e anche se tutti i portoghesi pagassero si recupererebbe al più qualche milione di euro, a fronte però dei costi necessari per potenziare i controlli. Ceresa, peraltro, a fronte delle lamentele dei cittadini sull’evasione del biglietto ha anche esposto una contro-lamentela, raccontando che quando alcuni giorni fa è stato infine bloccato il ragazzo senza biglietto che aveva appena picchiato due controllori e cinque vigili, la gente gridava “lasciatelo stare poverino”.

Tra le altre cose discusse stamattina con GTT c’è la questione delle multe degli ausiliari del traffico. In un Paese normale, a fronte di qualcuno che parcheggia male ci sarebbe qualcun altro che gli fa una multa, ma noi non siamo un Paese normale; per questo esistono due tipi diversi di ausiliari del traffico, quelli abilitati secondo l’art. 17 comma 132 della relativa legge, che possono fare le multe solo per violazioni di sosta relative alle strisce blu, e quelli abilitati secondo l’art. 17 comma 133, che possono fare le multe per qualsiasi violazione di sosta su tutto il territorio comunale.

Il risultato pratico è che gli ausiliari della divisione parcheggi di GTT, che sono quasi tutti “comma 132″, possono multare la vettura parcheggiata nelle strisce blu che ha sforato di dieci minuti la scadenza del tagliando, ma non possono multare la vettura a fianco parcheggiata su un portone o nel posto dei disabili, cosa che richiede l’abilitazione “comma 133″; il che certo fa piacere a chi parcheggia abitualmente nei posti dei disabili, ma non agli altri che si beccano la multa per molto meno, e ai cittadini in generale.

La soluzione sarebbe abilitare gli addetti secondo il comma 133, cosa per cui sono già stati fatti corsi di aggiornamento nel lontano 2012; però tutto si è fermato su problemi sindacali, perché ovviamente, se l’addetto deve fare la multa non solo sulle strisce blu ma anche sull’adiacente posto dei disabili, deve anche essere pagato di più e compensato per questa responsabilità aggiuntiva (peraltro nel settore trasporti il contratto nazionale è scaduto e non rinnovato da sette anni, gli scatti sono bloccati da un pezzo, e capisco che a quel punto si riduca anche la disponibilità lato lavoratori).

Dato però che gli stipendi li paga GTT, ma le multe le incassa il Comune, che per questo servizio paga a GTT un fisso di 3.700.000 euro l’anno, per i bilanci di GTT la cosa è comunque un costo. Inoltre, come sapete, sia GTT che il settore parcheggi sono da anni in vendita, anche se nessuno se li piglia; e dunque all’acquirente privato fare multe a vantaggio del Comune non interessa per niente, per non parlare del fatto che la legge richiede che gli ausiliari del traffico “comma 133″ siano comunque dipendenti di una società di trasporto pubblico, per cui se per caso l’acquirente privato dei parcheggi fosse stato uno che fa solo parcheggi le multe sarebbero andate a farsi benedire.

Comunque, pare che adesso si sia giunti a più miti consigli, ossia che si sia concluso che tanto il settore parcheggi non si vende, e si sia deciso di procedere con l’abilitazione “comma 133″ di almeno una ventina di addetti su cento; anche il consiglio comunale potrebbe esprimersi a breve in senso favorevole.

Secondo me, però, questo è tutt’altro che sufficiente. Torino ha seri e crescenti problemi di sosta selvaggia un po’ dappertutto, e non parliamo di auto formalmente in divieto ma che non disturbano nessuno, ma di automobili abbandonate sui posti per disabili, sulle fermate dei pullman, sui passi carrai, sugli scivoli agli incroci, sulle piste ciclabili, spesso per molto tempo e con arroganza, spesso bloccando pedoni, anziani, disabili, ciclisti o semplicemente le altre auto, e non di rado causando incidenti: basta scorrere l’agghiacciante galleria di Malasosta.

Per questo, un aumento sensato delle multe a chi sosta in maniera incivile e pericolosa farebbe solo bene; non lo riterrei una “spremitura” dei cittadini. Allora, dato che il Comune comunque incasserebbe non poco dalle multe in più, non basterebbe fare un accordo per formare altri addetti, magari gli ex autisti inabili alla guida, e mandarli a fare gli ausiliari del traffico, pagando a GTT il loro costo?

Non so se sia un’idea troppo semplice, comunque ho presentato una mozione in tal senso, che comprende anche la proposta di pattuglie in bicicletta per controllare le piste ciclabili e quella di nuove telecamere a protezione delle corsie preferenziali e delle aree pedonali. I partiti evitano di fare queste proposte, perché ritengono che gli incivili siano in maggioranza e fare multe sia impopolare; io però penso che siamo giunti a un livello in cui l’anarchia per le nostre strade non è più tollerabile.

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venerdì 16 gennaio 2015, 13:39

Il social housing e l’assistenza ai poveri

Il tema dell’accesso a una casa, necessità primaria per sopravvivere, è a Torino sempre più attuale, a fronte delle migliaia di sfratti ogni anno. Noi ce ne siamo occupati continuamente in questi anni, presentando in aula proposte concrete, che escano dagli schemi ideologici e possano dare delle soluzioni immediate; purtroppo non ci hanno dato molto ascolto.

A fronte della scarsità di risorse delle casse pubbliche, negli ultimi anni si sta affermando una nuova soluzione per l’assistenza immediata a chi perde la casa: quella del social housing. Esistono molte diverse interpretazioni di questo termine, ma generalmente si tratta di iniziative in cui un ente benefico privato contribuisce a mettere in piedi un edificio in cui sia possibile offrire spazi a prezzo convenzionato a chi non riesce più a pagare l’affitto, sia per breve che per medio termine, ma in cui abitino anche altre persone (spesso studenti o lavoratori fuori sede) che pagano il prezzo pieno.

In questo modo, le rette di chi può pagare il prezzo più alto sovvenzionano in parte anche le spese delle famiglie bisognose, e inoltre si crea un ambiente sociale misto in cui i diversi ospiti possono aiutarsi a vicenda, e questo può aiutare anche le famiglie bisognose a trovare vie d’uscita dalla condizione di bisogno; gli spazi comuni vengono condivisi, utilizzati per servizi (dal medico alla mensa alla sala studio) e spesso messi a disposizione anche del quartiere circostante.

Non di rado, comunque, è anche il Comune a finanziare e sfruttare queste iniziative, stipulando convenzioni con cui paga il costo di una parte delle camere e dei miniappartamenti che vengono poi destinate alle famiglie senza casa, tipicamente come “soluzione ponte” nel periodo tra lo sfratto e l’ottenimento di una casa popolare dall’ATC, ma anche per altre emergenze in cui in passato il Comune sistemava le persone in albergo, una soluzione generalmente più costosa e meno dignitosa; per esempio, gli sfollati di strada della Verna sono finiti in blocco nel social housing di via Ribordone.

A Torino le esperienze sono ormai parecchie. C’è Buena Vista, all’interno di una delle palazzine dell’ex MOI, realizzato da un raggruppamento di molte note associazioni e cooperative sociali torinesi; e c’è Luoghi Comuni, realizzato dalla Compagnia di San Paolo in piena Porta Palazzo. C’è DORHO, intitolato a don Orione e promosso dalla Caritas Diocesana in una struttura già esistente di corso Principe Oddone, e c’è Sharing, realizzato in un ex immobile delle Poste di via Ribordone poi passato alla Cassa Depositi e Prestiti e ristrutturato grazie a 14 milioni di euro della Fondazione CRT, e che nei prossimi anni raddoppierà con un progetto simile ristrutturando a tale scopo la Cascina Fossata.

Il Comune, di suo, non avrebbe mai avuto le decine di milioni di euro necessarie per mettere in piedi queste strutture; e anche se il modello in cui dal welfare pubblico si ritorna alla beneficenza privata sa di ritorno all’Ottocento, anche se indubbiamente queste iniziative sopravvivono anche grazie a buoni rapporti con la politica e/o i poteri forti della Città, bisogna comunque dire “meno male che ci sono”.

D’altra parte, qualcosa è cambiato anche nel rapporto tra le istituzioni e quella fetta di città che non ha niente e vive di assistenza. Fino a due o tre anni fa, per esempio, le case venivano anche date gratis; adesso, anche per chi ufficialmente ha reddito e patrimonio zero, l’ATC richiede un affitto minimo di 40 euro al mese.

Il Comune, per queste soluzioni temporanee, richiede lo stesso canone che chiederebbe l’ATC. Gli assistiti versano così al Comune circa 18.000 euro l’anno a fronte di una spesa di circa 400.000, ma quello che conta è il messaggio; nessuno può più vivere completamente di assistenza, sedersi lì e pensare che tutto gli sia dovuto.

In questi anni, infatti, ho imparato che l’assistenza ai poveri va fatta con la testa. E’ molto facile, difatti, farsi trascinare dall’emozione e dalla pietà per persone che perdono la casa o il lavoro, ma non sempre dare a tutti ciò che chiedono è la soluzione giusta. Per ogni persona povera che occupa una casa ATC o vi si barrica dentro per non esserne cacciata avendo perso i requisiti, ce n’è una ancora più povera che aspetta in silenzio il suo turno per avere la casa a cui ha diritto; e a fronte di un inquilino che non può più permettersi di pagare l’affitto e cerca di bloccare lo sfratto con la forza, può esserci non un cattivo proprietario speculatore immobiliare coi miliardi in banca, ma un comune cittadino della ex classe media che ha investito in una seconda casa da affittare i risparmi di una vita e che se non riceve regolarmente l’affitto non sa come pagare le spese e i mille euro di IMU che gli chiede il Comune.

Gli stessi dirigenti comunali ci raccontavano che ogni giorno arriva qualcuno negli uffici a battere i pugni sul tavolo, convinto che gridando più forte o facendo una sceneggiata potrà scavalcare le graduatorie o ottenere ciò a cui non ha diritto, e che non di rado sono costretti a chiamare la forza pubblica per difendersi. Aggiungo io che questi sono i risultati di decenni di assistenzialismo a fondo perduto e di collusioni con la politica, in quanto spesso l’assistenza è stata concessa essenzialmente per “intercessione” del politico di turno in cambio di voti, al di là delle effettive necessità; e quindi, molti si sono abituati a chiedere con insistenza per avere (ci provano anche con noi).

Per questo, anche se cacciare da una casa popolare qualcuno che non ha 40 euro al mese può sembrare a prima vista una cattiveria, alla fine promuovere la responsabilità e l’iniziativa di chi è in difficoltà, mettendolo piuttosto in ambienti sociali che gli diano l’opportunità di crescere e di tirarsene fuori, è più opportuno che scaricare tutto all’infinito sulle casse pubbliche, magari in quartieri-ghetto senza prospettive. Almeno, questa è la mia opinione e mi piacerebbe sentire la vostra.

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venerdì 7 novembre 2014, 12:17

La misteriosa tassa sul gas

Negli scorsi mesi, i torinesi che acquistano il gas da Eni, circa il 60% del totale, aprendo la bolletta hanno avuto una sgradita sorpresa, questa:

Al normale importo della bolletta sono stati aggiunti senza preavviso circa 30 euro (24,03 + IVA, perché in Italia si paga l’IVA al 22% anche sulle tasse) a titolo di “canone comunale 2012-2013″. Non sono una cifra enorme, ma non sono nemmeno pochi per chi fatica ad arrivare a fine mese, e perdipiù vanno a colpire un bene fondamentale come il gas, che permette di cucinare e di scaldarsi.

A fronte delle numerose segnalazioni, dopo la pausa estiva ho presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni: chi ha deciso di introdurre questa tassa e di farla pagare tutta in una volta? Come vedete nel video, la risposta dell’assessore in aula, circa un mese fa, è piena di dubbi; capito che questa tassa esiste dal 2011 e che è stata Eni a dimenticarsi di farla pagare per poi chiederla tutta insieme in un colpo solo, nemmeno la giunta sembrava sapere bene come funzionasse.

Ho quindi chiesto un approfondimento, che è avvenuto qualche giorno fa con l’audizione dell’amministratore delegato di AES Torino, Rocco Luigi Didio (anche lui lucano come mezzo PD torinese). AES Torino è la società nata nel 2001 come joint venture a metà tra la municipalizzata AEM (oggi Iren) e Italgas (cioé la stessa Eni), per gestire le reti cittadine del gas e del teleriscaldamento; qualche mese fa, peraltro, il matrimonio si è sciolto e Iren si è presa tutto il teleriscaldamento, mentre Eni si è tenuta la società e la rete del gas.

Anche questo è un tassello della storia; perché la tassa comunale sul gas nasce quando, alla fine dello scorso decennio, il governo decide di “portare il mercato nei servizi pubblici locali”. Come già per l’acqua, per i rifiuti e per i trasporti, gli esegeti del mercato a tutti i costi vogliono trasformare le vecchie società pubbliche e parapubbliche che avevano in gestione servizi di monopolio naturale, come sono i tubi del gas, in aziende che si contendono il servizio tramite gara, in modo da “fare efficienza per i cittadini”.

L’efficienza per i cittadini di questa scelta è talmente elevata che, per compensare i Comuni dalla futura perdita del controllo diretto della distribuzione del gas e dei relativi utili, viene introdotta subito la possibilità che essi istituiscano una tassa sul gas, il cui importo massimo è fissato da un algoritmo nazionale a un teorico “giusto utile” del servizio, pari al 10% di un “giusto ricavo” detto VRT; per Torino, questo massimo è pari a 5,7 milioni di euro.

Siamo a fine 2010, e il sindaco è ancora Chiamparino: può forse farsi sfuggire un’occasione per imporre nuove tasse? No, e dunque introduce la tassa e la fissa al massimo possibile. I giornalisti cittadini, secondo voi, denunceranno questo ennesimo prelievo dalle tasche dei torinesi? No, il massimo che esce è questo articolo che racconta le cose in modo un po’ diverso: si tratterebbe di un aumento di tasse di soli 200.000 euro che servirebbe a finanziare il welfare.

La realtà è invece che i 5,7 milioni vengono ripartiti in due come da regole nazionali: 2,1 milioni li paga AES Torino, che prima ne pagava 1,9 (di qui l’ “aumento di 200.000 euro”), e che comunque ribalterà il costo ai suoi clienti, che sono le decine di società che vendono il gas ai torinesi, che a loro volta aumenteranno le tariffe ai clienti finali per coprire l’aumento; ma gli altri 3,6 sono un nuovo prelievo che viene caricato agli utenti direttamente in bolletta, per poi girare le cifre incassate ad AES Torino e da AES al Comune.

Considerando che a Torino ci sono un po’ più di 450.000 utenze del gas, la tassa in bolletta diventa quindi di 8 euro l’anno, uguale per tutti indipendentemente da reddito e consumi. Siccome però siamo in Italia, l’Agenzia per l’Energia Elettrica e il Gas ci mette un anno a ratificare la nuova tassa torinese, che quindi entra in vigore il primo gennaio 2012, però con la clausola che per il 2012 la tassa sarà raddoppiata per recuperare il 2011. Di qui, quindi, le cifre apparse nella bolletta Eni; gli altri operatori, invece, hanno semplicemente spalmato questi importi nelle bollette già dal 2012.

Nel frattempo, a ritmi italici, l’avvento del mercato sui tubi del gas va avanti: e dunque dovrebbe partire tra un po’ la gara pubblica per la gestione della rete del gas a Torino e nei comuni limitrofi, che dovrebbe concludersi a fine 2015 (io scommetto che la vincerà una società chiamata AES Torino). Comunque, a quel punto la tassa sarà eliminata e sostituita dalla cifra che il miglior offerente si sarà impegnato a pagare ai Comuni in cambio della gestione del servizio, cifra peraltro che potete indovinare chi pagherà alla fine.

Per il 2014 e per il 2015, tuttavia, ci troveremo ancora altri 8 Euro + IVA in bolletta; già, perché in teoria la Città, che ha già incassato 5,7 milioni l’anno per tre anni, potrebbe decidere di ridurre l’importo o prevedere facilitazioni per i meno abbienti (peraltro complesse da realizzare in pratica, visto il giro che fanno questi soldi), ma quando ho anche solo ipotizzato la cosa si sono messi tutti a ridere.

Ah, e il welfare? Ovviamente era una bufala: quando ho chiesto dove sono finiti questi soldi, ho saputo che sono finiti nel calderone generale delle entrate del Comune, a tappare i buchi di bilancio; “però sul welfare mettiamo comunque già tanti soldi, dunque fa lo stesso”.

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venerdì 17 ottobre 2014, 10:48

Dai cittadini alle banche

Anche quest’anno, come già i precedenti, si è verificata l’assurda situazione in cui il Comune approva il bilancio di previsione per l’anno in corso nell’autunno dell’anno stesso, perché deve a sua volta attendere la fine del gioco delle tre carte che ogni anno fa il governo, cambiando nome e formula alle tasse locali in modo da sostenere di averle ridotte quando in realtà sono aumentate. Il risultato è che per tre quarti dell’anno si naviga a vista, spendendo il minimo, e poi a fine anno si corre cercando di fare qualcosa.

La situazione del bilancio comunale è sempre preoccupante, tanto che quest’anno si è ricominciato a fare debiti per 25 milioni di euro, per sostenere “investimenti straordinari” che poi sarebbero la manutenzione delle strade, dei giardini e delle scuole, che diventa “straordinaria” (e quindi legalmente sostenibile a debito) perché non si è più fatta quella ordinaria.

Basta la prima slide dei dati di sintesi del bilancio 2014 per rendersi conto dei problemi strutturali del bilancio di Torino: sono calate significativamente le spese per beni e servizi e quelle per trasferimenti, il che può voler dire sì qualche taglio di sprechi, ma vuol dire anche tagli ai servizi e ai sussidi dati direttamente alla cittadinanza; le spese del personale sono diminuite ma di poco, perché tagli secchi e improvvisi al personale, come quelli ormai frequenti nel privato, nel pubblico sono ancora da venire; l’unica cosa che è aumentata, a parte i fondi di riserva, è la spesa per ripagare i debiti alle banche: 250 milioni di euro su un miliardo e 300 milioni di bilancio.

Progressivamente, quindi, la ricchezza comunale dei torinesi, rifinanziata ogni anno dalle nostre tasse, viene spesa sempre meno per dare lavoro e fornire servizi e sempre più per arricchire le banche, a partire da quella della fondazione fino a poco tempo fa presieduta dall’ex sindaco e attuale presidente della Regione Chiamparino. Per ogni cinque euro di entrate, per ogni quattro euro pagati in tasse dai torinesi, più di uno non va in spesa produttiva, ma va alle banche.

Di questa situazione non si vede la fine; è vero che l’indebitamento in questi anni è stato un po’ ridotto (non perdetevi la fantastica ultima slide dei dati di sintesi, in cui modificando la scala e facendola partire non da zero ma da quasi tre miliardi fanno sembrare che vi sia un crollo dei debiti che in realtà non c’è), ma questo è stato ottenuto al prezzo di vendere le partecipate, gli immobili e pezzi di città agli speculatori; finito di vendere tutto, non si sa che succederà.

In questo bel quadretto, noi abbiamo deciso di fare un gesto concreto, l’unico che potevamo fare dall’opposizione: abbiamo presentato un emendamento al bilancio che tagliava i nostri fondi di funzionamento del gruppo consiliare per destinarli al welfare. Come sapete, alla fine di ogni anno noi restituiamo quasi il 90% del fondo di funzionamento, perché spendiamo il minimo necessario per tenere aperto l’ufficio (telefoni, cancelleria ecc.; qui trovate i rendiconti). Quest’anno, sui circa 9000 euro ricevuti, ne abbiamo spesi un migliaio e, con tre mesi ancora da pagare, abbiamo dunque pensato di poterne restituire subito 7000; non saranno una cifra folle, ma è meglio di niente.

Purtroppo, non solo gli altri gruppi consiliari non hanno voluto fare lo stesso, ma la maggioranza di Fassino ha bocciato il nostro emendamento al grido di “populisti”; non ci hanno permesso nemmeno di tagliarci da soli i nostri fondi. Però sono andati avanti a fare grandi discorsi e promesse che presto recupereranno nuovi soldi per ripristinare lo stanziamento per il welfare, che anche quest’anno è stato tagliato; ma a parlare e parlare son capaci tutti.

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venerdì 10 ottobre 2014, 09:44

Emergenza duecento euro

Quando in Italia si parla dello smaltimento dei rifiuti, come di tante altre cose, è difficile intavolare una discussione razionale: si finisce subito a litigare sulle pizze alla diossina. Intanto, le mafie e la politica se ne approfittano: il business dei rifiuti è una delle vere miniere d’oro di questi anni. Soltanto Torino città paga ad Amiat oltre 150 milioni di euro l’anno per raccogliere e smaltire circa 400.000 tonnellate di immondizia; noi cittadini paghiamo i rifiuti circa 40 centesimi di euro al chilo, come i pomodori all’ingrosso.

Tra questi business, uno ottimo è quello degli inceneritori: si raccoglie tutta la schifezza possibile e la si brucia tutta insieme per produrre energia; si incassano tra i 100 e i 150 euro a tonnellata, derivanti dalla tassa rifiuti dei cittadini, più altri 100 euro di fondi pubblici come “sovvenzione ecologica”, perché secondo il governo produrre elettricità dalla schifezza è ecologico, più i soldi che si possono fare rivendendo l’energia prodotta.

Più tonnellate di schifezza arrivano e più si guadagna; le scorie – già, perchè anche bruciando i rifiuti mica essi svaniscono, ne rimane circa un terzo in cenere, in parte pericolosa – vengono mandate in discarica o usate nelle costruzioni, e il resto viene polverizzato e scaricato nell’aria che respiriamo, ufficialmente entro i limiti di legge, anche se in effetti l’inceneritore del Gerbido ha già avuto parecchi incidenti e ripetuti sforamenti dei limiti (la legge prevede persino che si possano sforare i limiti per un certo numero di volte…).

Gli inceneritori sono generalmente in mano alla politica o a suoi amici; come il nostro, che attualmente è al 20% del Comune di Torino e all’80% di Iren, la megasocietà a dirigenza nominata dal PD che è privata (del PD) quando c’è da gestire l’enorme flusso di denaro che vi transita, ma pubblica quando c’è da ripagare il suo gigantesco buco da miliardi di euro. E quindi, anche l’amico Renzi ha pensato bene di dare una mano al business degli inceneritori.

Come? Beh, nel famoso decreto Sblocca Italia, attualmente in fase di conversione in legge, ha inserito all’articolo 35 una misura che dice che il governo può scegliere un numero qualsiasi di inceneritori da definire “di interesse strategico nazionale”, i quali saranno automaticamente – fuori dalle normali procedure e dalla volontà degli enti locali, che avrebbero competenza su queste cose – portati al massimo della capacità possibile e utilizzati per bruciare i rifiuti delle regioni d’Italia che non si sono attrezzate per trattarli.

Il Gerbido, per esempio, è stato autorizzato per 421.000 tonnellate l’anno, una capacità considerata congrua per smaltire tutta quella parte dei rifiuti di Torino e provincia che non viene differenziata dai cittadini. E’ sempre stato detto dagli amministratori locali che questa capacità non sarebbe stata aumentata, e che era quella per cui l’impianto era stato progettato per poter funzionare bene e senza intoppi.

Bene, adesso il governo Renzi vorrebbe d’autorità alzare questa capacità di altre 100.000 tonnellate, il che vorrebbe dire far funzionare l’impianto all’estremo delle sue forze, ben oltre quello che fino a ieri era indicato come il regime di funzionamento sicuro. Ma essendo il Gerbido un impianto già pieno di problemi, cosa succederà pompandolo al massimo?

Noi abbiamo presentato in consiglio comunale una mozione d’urgenza per chiedere che la Città si schierasse contro questo aumento, chiedendo al governo di ritirare la misura durante l’attuale discussione in Parlamento. Questo non per campanilismo, ma nell’interesse di tutta Italia, perché è antiecologico e antieconomico far viaggiare i rifiuti nei camion su e giù per lo stivale, invece di smaltirli in loco; cosa peraltro che è persino obbligata dalle direttive europee, che obbligano a privilegiare riduzione, riuso e riciclo e solo dopo a considerare l’incenerimento.

La risposta del PD è stata che in alcune parti d’Italia c’è “l’emergenza rifiuti” e dunque bisogna rendersi disponibili ad accogliere l’immondizia altrui per evitare che debba essere mandata all’estero. Eppure “l’emergenza rifiuti” non è un disastro naturale imprevedibile, come un’eruzione o un terremoto. E’ il risultato delle scelte coscienti di chi ci governa, e delle cattive abitudini di intere popolazioni mai educate dai loro politici. Dare una via d’uscita semplice permettendogli di scaricare a forza i propri rifiuti altrove è diseducativo e contribuisce a perpetuare questa situazione invece di risolverla.

Per questo noi insistiamo giorno dopo giorno con la differenziata porta a porta, facendo fiato sul collo all’amministrazione (a breve sarà discussa una mia interpellanza sui ritardi e disagi nell’adozione del porta a porta alla Crocetta) e costringendoli ad assumersi le loro responsabilità, dimostrando che la vera “emergenza” che si vuole risolvere con questo provvedimento è il debito folle di Iren, fatto per logiche poco industriali e da ripagare bruciando rifiuti a duecento euro a tonnellata. La maggioranza di Fassino ha bocciato la nostra mozione, ma noi sullo stesso punto diamo battaglia in Parlamento; e andiamo avanti.

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venerdì 3 ottobre 2014, 12:28

Fassino e la vera storia di via Roma pedonale

Ha destato sicuramente una reazione positiva, in chi è favorevole a una mobilità più sostenibile, l’annuncio fatto dal sindaco Fassino alcuni giorni fa sui giornali: la domenica ecologica che si svolgerà dopodomani sarà, come scrive Repubblica, “la prova generale della proposta che il sindaco Piero Fassino ha rilanciato a inizio settembre, durante il seminario di giunta alla Pellerina: “Dobbiamo aprire via Roma ai pedoni, e lo faremo”.”.

Tuttavia, chi conosce un po’ la politica comunale avrà senz’altro avuto qualche sospetto: come mai Fassino, più noto alle cronache cittadine come un indefesso tifoso di Marchionne e dell’industria olandese dell’auto FCA, viene improvvisamente animato dallo spirito ecologista?

Difatti, siamo al quarto anno di amministrazione di Fassino e ancora la sua giunta non è riuscita a pedonalizzare un metro di strada che sia uno; l’unico avanzamento è stato chiudere al traffico cento metri di via Durandi, davanti alla cattolica Piazza dei Mestieri, per agevolare il parcheggio e le attività ricreative di quest’ultima, salvo poi rimangiarsi tutto quando un’altra corrente di cattolici del PD, non in buoni rapporti con quella della Piazza, ha inscenato un braccio di ferro sull’argomento.

Certamente ha fatto effetto la grande mobilitazione di massa del Bike Pride, ogni anno più splendido e affollato; anche i partiti hanno realizzato che tantissima gente è stufa di vivere in una città pensata solo per le auto, e pretende che la politica agevoli anche tutti gli altri modi di vivere il territorio urbano, che siano a piedi, in bici o coi mezzi pubblici. Ma il motivo per cui improvvisamente Fassino pensa a pedonalizzare via Roma, almeno nel weekend e nel tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello, è che sei mesi fa, come vedete nel video, il consiglio comunale ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che lo impegna a fare esattamente questo.

Non che, quando un anno fa ho scritto e presentato la mozione (che inizialmente aveva richieste anche più ambiziose, che poi ho dovuto negoziare con la maggioranza), io abbia avuto un’idea particolarmente originale: di pedonalizzare via Roma si parla da trent’anni, e vi fu addirittura un referendum comunale in merito, nei lontani anni ’80. Per un certo periodo fu già chiusa al traffico nei fine settimana, poi però fu riaperta: difatti, i commercianti della via si sono sempre opposti, ritenendo che per poter acquistare i clienti debbano poter arrivare davanti alla loro vetrina in auto.

Mi sembra tuttavia evidente che, anche per il commercio, questa è una strategia perdente. Mentre quasi tutte le strade pedonalizzate hanno visto una rinascita del commercio, via Roma è andata sempre più in crisi. Certamente il motivo principale è la congiuntura economica, però a me sembra evidente che se una persona parte e viene in centro per fare acquisti è per godersi una passeggiata in un contesto aulico, e non per comodità di parcheggio; se il criterio è la comodità di parcheggio, uno si dirige piuttosto in uno dei tanti ipermercati e centri commerciali che la Città ha lasciato costruire negli ultimi anni. Avere via Roma piena di auto costantemente ferme che sgasano e fanno le vasche, mentre i pedoni almeno nel fine settimana strabordano dai portici che non sono sufficienti a contenerli, ne riduce l’attrattività, non il contrario.

Personalmente, io non sono per pedonalizzare tutto a tutti i costi; l’auto è ancora un mezzo di trasporto irrinunciabile in diverse situazioni e bisogna valutare caso per caso quale soluzione produce la migliore qualità della vita per tutti, chiedendo in primo luogo a chi in quella strada ci vive e ci lavora, senza imposizioni dall’alto. In alcuni casi, come corso De Gasperi, sono gli stessi che ci vivono a non volere la chiusura, e allora è giusto che la strada resti aperta. E’ però evidente che in tante situazioni – penso anche al primo tratto di via San Donato, dove gli stessi commercianti chiedono da anni l’isola pedonale – una strada chiusa al traffico può migliorare la vita della città.

E allora, ben venga la chiusura al traffico, e ben venga che Fassino sia costretto dalla pressione pubblica e dall’azione concreta del M5S a cambiare atteggiamento.

Dopo quattro anni, però, stiamo ancora aspettando un fantomatico piano di pedonalizzazioni con cui la giunta dovrebbe dire alla città quali strade intende pedonalizzare e quando, in modo da poterle discutere con la cittadinanza e da preparare e tranquillizzare tutti, sia chi vuole le chiusure che chi non le vuole. Pertanto, spero di vedere in futuro anche in questa materia meno annunci sui giornali, meno azioni estemporanee, più pianificazione e più fatti concreti.

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venerdì 19 settembre 2014, 12:09

La vera storia dello stadio Olimpico

A Torino e non solo, le vicende legate agli stadi sono sinonimo di speculazione, di favoritismi e di manovre politiche sin dall’epoca della costruzione del Delle Alpi (su cui raccomando sempre l’enciclopedica trattazione dell’ex assessore Matteoli); io, da cittadino e da tifoso, me ne occupo da molto prima di fare politica.

Da consigliere comunale, sono stato uno dei pochi a dare battaglia sui regali della Continassa alla Juventus – ancora qualche mese fa la Città gli ha abbuonato una ulteriore milionata di euro, come vedete nel video – e, anche se non abbiamo potuto fermare l’operazione, siamo stati noi a scoprire e pubblicizzare il prezzo di vendita di 0,58 €/mq/anno, che poi ha girato l’Italia. Ovviamente, all’epoca mi sono beccato parecchi insulti dai tifosi della Juventus, che mi accusavano di essere accecato dal tifo, visto che notoriamente io sono tifoso del Toro e vado allo stadio da sempre.

In compenso, alcuni giorni fa ho firmato una mozione per rimettere in discussione il contratto tra il Torino FC e la Città per l’affitto dello stadio Olimpico. I giornali cittadini hanno presentato la cosa come “i consiglieri comunali vogliono aumentare l’affitto al Toro per fare cassa”, e così stavolta mi sono beccato insulti da una parte dei tifosi granata, quelli più disinformati; alcuni hanno persino provato a dire che io avevo regalato la Continassa alla Juventus…

C’è, indubbiamente, il problema di far pagare il giusto a chi utilizza un bene pubblico, che ovviamente è dovere di un amministratore; prima ancora di discutere se i 250.000 euro annui che paga il Toro – con contratto di anno in anno, a differenza degli accordi pluriennali che vigono quasi ovunque – sono pochi o tanti, va segnalato che il Toro non ha ancora saldato il dovuto per la stagione 2013-14. Inoltre, non ha pagato nemmeno la tassa rifiuti, sulla quale però ha chiesto e ottenuto uno sconto del 30 per cento sostenendo di essere un “affittuario saltuario”, né il costo del servizio straordinario dei vigili, anche quello già scontato del 50 per cento rispetto ai 100.000 euro annui iniziali.

Pertanto, noi non possiamo mandare gli ufficiali giudiziari a chi non paga la Tarsu perché non arriva a fine mese e poi chiudere un occhio per una società a fine di lucro che incassa decine di milioni di euro l’anno. Inoltre, il Comune con quello che incassa paga la manutenzione straordinaria dello stadio, che per ora è di circa 150.000 euro l’anno ma che sarà di 400.000 nel 2016, quando si dovranno rivedere i tiranti. Il Toro paga la manutenzione ordinaria, come chiunque affitti un immobile; Cairo ha sparato una cifra di 1.300.000 euro annui, ma andando a vedere pare che ci sia dentro pure mezzo milione di euro di bolletta della luce e altre voci che con la manutenzione c’entrano poco.

La vera questione, però, è un’altra: non è tanto importante quanto si incassa oggi, ma è importante per la città che ci sia un progetto a lungo termine relativo all’area dell’Olimpico. Anzi, è importante soprattutto per il Toro, perché al giorno d’oggi tutte le società che ambiscono a stare in alto si stanno muovendo per avere uno stadio di proprietà, come ha già fatto la Juventus. Difatti, anche depurato dalle regalie urbanistiche aggiuntive che la squadra degli Agnelli ha avuto in abbondanza, lo stadio di proprietà permette di moltiplicare le entrate relative ai servizi ai tifosi, al marketing e al merchandising in senso lato.

Se il Toro non si mette in quest’ottica, non potrà avere un futuro all’altezza, o perlomeno sarà sempre svantaggiato rispetto alle altre squadre dalla mancanza di una fonte di ricavi cospicui. Per questo è giusto pretendere da Cairo un impegno a non vivere alla giornata, a non andare avanti affittando lo stadio di stagione in stagione, barboneggiando ventimila euro di sconto e ritardando i pagamenti finché si può, ma ad avere invece un progetto di lungo termine per far crescere e sopravvivere il Toro ad alti livelli, un progetto che – oltre magari a non vendere i giocatori migliori ogni anno per fare cassa – non può in ogni caso prescindere dall’avere il proprio stadio, con un contratto e un progetto di lunga durata. Dovrebbero essere proprio i tifosi i primi a pretenderlo, e non soltanto il consiglio comunale.

La situazione attuale, invece, combacia se mai proprio con quell’accordo al ribasso che tanti ipotizzano, quello per cui Cairo ha preso il Toro anche per risolvere un problema di ordine pubblico all’elite cittadina, ma sapendo di non dover rompere troppo le scatole alla squadra a strisce, coi cui proprietari peraltro ha successivamente imbastito ottimi affari calcistici e non (vedi l’ingresso in RCS).

Anche la vicenda della ristrutturazione dell’Olimpico, come quella del Delle Alpi, è uno scandalo italiano: doveva farla Cimminelli, ex proprietario del Toro e fornitore Fiat, che però è fallito permettendo alla Fiat stessa di acquistare la sua azienda per un euro, lasciando a noi le spese. La collettività ha infatti sborsato 45 milioni di euro per ristrutturare lo stadio in ottica olimpica, pessima però per il calcio; per cui ora il Comune, oltre alla manutenzione straordinaria, continua a pagare anche 1.200.000 euro l’anno di mutuo contratto per sostenere la spesa, per uno stadio comunque poco adatto allo scopo. Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha ipotecato lo stadio per 38 milioni di euro per le tasse non pagate da Cimminelli, e tuttora non si sa chi pagherà per togliere queste ipoteche, che impediscono qualsiasi operazione.

Questi sì sono scandali, a danno del Toro e a vantaggio dei soliti noti, che la politica cittadina ha attivamente consentito se non promosso; tuttavia, ciò non ci permette di accettare che il Torino FC, che non è solo una società privata ma una entità con un grande valore collettivo sociale e culturale, continui a vivacchiare rassegnandosi a un progressivo declino.

Chiudo con un’ultima nota: con grande eleganza, Cairo ha risposto alla questione tirando in ballo i (presunti) 80.000 euro che “spende” ogni anno per biglietti omaggio al Comune (sindaco, assessori e consiglieri). Come sapete, noi rifiutiamo questi privilegi, e io continuo ad andare in curva ogni volta facendo la fila e comprando il biglietto di tasca mia; è però vero che la maggior parte dei miei colleghi utilizza gli omaggi, e l’uscita di Cairo dimostra come questi privilegi della politica siano pericolosi, perché permettono poi ai privati di esercitare un ricatto morale.

Pertanto, ieri in commissione mi sono permesso di fare una semplice proposta: visto che per Cairo è un problema dare quei biglietti, la Città vi rinunci e in cambio si faccia dare questi 80.000 euro annui in contanti, destinandoli poi a qualcosa di più utile, ad esempio al welfare comunale. La proposta è piaciuta a tutti, anche se dubito molto che poi sarà veramente portata avanti dall’amministrazione; ma chissà mai che per una volta la politica cittadina, anche quella abituata a vendersi per due noccioline, non abbia uno scatto di dignità.

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giovedì 15 maggio 2014, 15:09

Il compagno Q

In politica, si sa, la visibilità è tutto: chi vuole fare carriera sgomita per apparire. Non sempre, però, le persone più visibili sono le uniche a pesare: c’è anche chi, lontano dai riflettori, si occupa della rete di potere che tiene a galla il partito. E se a Torino da trent’anni ormai cambiano i nomi dei partiti ma i volti del potere sono sempre gli stessi due, Fassino e Chiamparino, il terzo volto, praticamente sconosciuto, è quello di Giancarlo Quagliotti.

La carriera del compagno Q, peraltro, inizia brillantemente: nel 1970, non ancora trentenne, diventa consigliere comunale del PCI a Torino, e dopo qualche anno capogruppo; nel marzo 1983 diventa vicesegretario regionale del partito, mentre Fassino, appena più giovane, diventa segretario provinciale. La sua carriera politica è folgorante, ma si schianta subito dopo contro un doppio scandalo tangentizio: quello del faccendiere Zampini, che provoca la caduta della giunta rossa del sindaco Novelli, e quello per l’appalto dei semafori intelligenti. Quagliotti viene condannato in primo grado (sarà poi assolto in appello) e lascia la politica, e da allora il suo destino è segnato: sarà l’uomo dietro le quinte.

Lui si reinventa come manager insieme a un altro politico emergente: Vito Bonsignore, democristiano di peso. Si occupa di cemento parapubblico, dalle autostrade ai parcheggi. Arrivata infine l’assoluzione, nel 1992 La Stampa pubblica una straziante lettera di Chiamparino, segretario del neonato PDS torinese: “Compagno Quagliotti, ti chiediamo scusa… il PCI non ti ha riabilitato moralmente e politicamente, lo facciamo noi”.

Neanche a farlo apposta, tempo un anno, il riabilitato compagno Q viene coinvolto in Mani Pulite. Si scoprì un conto in Svizzera a lui intestato, su cui, insieme a un altro conto intestato all’altro ex PCI Primo Greganti, transitarono 260 milioni di lire relativi all’appalto per il depuratore Po-Sangone, destinati al PCI e provenienti da una società del gruppo Fiat; il compagno Q e il compagno G vennero infine entrambi condannati. Interrogato dai magistrati, secondo i giornali Quagliotti disse: “Immaginai che si trattasse di un contributo al PCI. Allora quelle forme di finanziamento non erano rare.”; La Stampa riassunse le sue dichiarazioni come “Nel PCI sapevano tutto“.

Chiamparino dichiarò pensoso ai giornali: “Forse non abbiamo saputo sottrarci del tutto al patto consociativo”. Fassino si trincerò invece dietro un più sbrigativo no comment, suscitando questo commento dell’editorialista Saverio Vertone: “Fassino, quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”.

Passano alcuni anni e il compagno Q ritorna all’onor delle cronache giudiziarie: nel 2000, il procuratore Bruno Tinti lo fa rinviare a giudizio in una vicenda di falsi nei bilanci e di compravendita di quote pubbliche della Satap, concessionaria dell’autostrada Torino-Piacenza controllata dall’imprenditore tortonese Marcellino Gavio. La cosa finisce in prescrizione e poi in assoluzione, ma l’intreccio tra le autostrade di Gavio e i DS ritornerà nel 2005 con il caso Penati: mentre Unipol scala BNL e Fassino esclama “Abbiamo una banca”, la Provincia di Milano di Penati compra da Gavio azioni autostradali al triplo del prezzo precedente e subito dopo la Satap versa 14 milioni di euro alla BPL di Fiorani, che sostiene la scalata. Da fonti di stampa, l’ex sindaco di Milano Albertini dichiara ai magistrati: “Una quota significativa della plusvalenza ottenuta da Gavio è stata utilizzata per favorire la scalata di Unipol a BNL. È denaro pubblico che porta un vantaggio economico rilevantissimo a un imprenditore privato che poi aiuta quella componente politica che ha fatto questo passaggio per controllare una società finanziaria”.

In questi anni Quagliotti riveste incarichi dirigenziali nel gruppo Gavio, dal quale transitano altri esponenti storici del PCI e del PDS di Torino. Ricomincia anche a fare politica nel partito: già nel 2001 è avvistato alle riunioni in cui i DS discutono le candidature, nel 2003 discute chi candidare a presidente della Provincia, nel 2007 è candidato alle primarie cittadine del PD.

Quando nel 2011 Fassino si candida a sindaco, affida al compagno Q il ruolo di coordinatore politico della sua campagna elettorale: è il definitivo rientro, anche se sempre dietro le quinte. L’intreccio tra cemento e PD è sempre più stretto: presto un giornale locale definisce Quagliotti “l’eminenza grigiastra di Fassino”, e titola “OPA dei Gavio sul PD torinese”. E non solo torinese: la società del gruppo Gavio di cui è amministratore Quagliotti è tra i contractor per la costruzione del terzo valico Milano-Genova dell’alta velocità, e per essa ha lavorato anche la società del marito dell’ex sindaco PD di Genova Marta Vincenzi.

Siamo ad oggi, e si rivede anche il compagno G: con in tasca la tessera del PD torinese, che pure nega di conoscerlo, viene di nuovo arrestato per gli appalti dell’Expo 2015, un’altra grande colata di cemento. Il compagno Q, intanto, è sul ponte di comando del partito; tutte le vicende interne del PD torinese, dalle candidature alla preparazione del congresso, passano da lui.

Nessuno sa che rapporti intrattengano ancora i vecchi compagni Q e G. Una cosa che si sa, però, è che a Torino da decenni la politica cittadina è in mano allo stesso partito e alle stesse facce; quelle sotto i riflettori, che si rimpallano le cariche di sindaco, presidente della Regione, segretario di partito e così via; e quelle lontano dai riflettori, che ogni tanto ricompaiono sui giornali per vicende di questo genere. Torino e il Piemonte sono congelati da decenni in questo gioco per pochi; ed è adesso, finalmente, il momento per cambiare.

(Articolo originariamente scritto per il blog di Beppe Grillo)

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