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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


venerdì 3 luglio 2015, 11:51

Torino avrà il PEBA: un risultato a cinque stelle

Spesso si sente dire che il Movimento 5 Stelle sa dire solo “no”, che non fa mai proposte costruttive, che non √® capace a dialogare con le altre forze politiche per ottenere dei risultati. Oggi vi racconto una storia che dimostra esattamente il contrario: il Movimento 5 Stelle √® riuscito, dopo quasi trent’anni di attesa, a ottenere che la Citt√† di Torino realizzasse il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), un adempimento previsto da una legge del 1987 a cui il Comune non aveva mai ottemperato.

Ovviamente, non √® che la Citt√† non abbia mai lavorato per eliminare le barriere; tuttavia, lavorando su questo tema nei primi anni di consiglio comunale, ci siamo resi conto che il problema √® ben lontano dall’essere risolto, grazie anche a diversi cittadini e comitati di disabili che hanno preso a collaborare con noi.

Spesso, le barriere restano perch√© prevale la visione incurante di qualche architetto, come sulla copertura del passante ferroviario alla Crocetta dove le meravigliose pavimentazioni in ciottoli dei controviali li rendono inaccessibili a una carrozzina (gi√† anni fa, con una interrogazione, riuscimmo ad escludere questa scelta per il resto della copertura). Alle volte le questioni sono organizzative: per esempio alla chiesa della Consolata le auto dei disabili non arrivavano perch√© non si sapeva come farsi abbassare il pilomat che blocca l’accesso dei veicoli non autorizzati alla piazza. Talvolta si tratta di problemi di competenza rimpallata, come quella farmacia che ha abbattuto le barriere fino al proprio ingresso, che per√≤ si trova sotto il portico di un caseggiato separato dal marciapiede da tre gradini. Spesso, poi, √® proprio una questione di elusione delle norme: alle volte i commercianti che ristrutturano il negozio, pur essendo tenuti a eliminare le barriere, presentano un progetto senza barriere e poi lo modificano nella realizzazione rimettendo le barriere, tanto il Comune non manda mai nessuno a controllare. E poi non ci sono solo le barriere fisiche per le carrozzine; ci sono le barriere comunicative e sensoriali, quelle associate ad altri tipi di disabilit√† (per esempio i ciechi o i sordi).

Per questo motivo, ci siamo resi conto che una pianificazione √® necessaria, per dare una sistematicit√† e una uniformit√† al processo di eliminazione delle barriere; e quindi, con l’aiuto del nostro Gruppo di lavoro Urbanistica, abbiamo preparato e presentato un anno fa una mozione che chiedeva la realizzazione del PEBA.

Dopo averla presentata, abbiamo scoperto che l’associazione Luca Coscioni e i radicali stavano avviando una petizione per chiedere la stessa cosa. E dato che a noi interessa innanzi tutto l’obiettivo, abbiamo deciso che era meglio unire le forze; abbiamo sospeso l’iter della mozione attendendo che venissero raccolte e presentate centinaia di firme, cosa che √® avvenuta negli ultimi mesi. In questo modo, la nostra mozione √® stata sottoscritta anche dal radicale Viale, che fa parte della maggioranza; e poi, in commissione, abbiamo accolto i suggerimenti di numerosi altri consiglieri sia di maggioranza che di opposizione, che hanno aggiunto altri punti utili alla mozione, aggiungendo anche le loro firme. A quel punto, visto il consenso generale, anche la giunta, prima ancora dell’approvazione dell’atto, ha cominciato a ragionare su come attuarlo.

In questo modo, siamo arrivati luned√¨ scorso in consiglio comunale con un sostegno generalizzato alla proposta di mozione, che √® stata approvata all’unanimit√†. Tra i punti che abbiamo inserito, c’√® anche quello per cui il piano dovr√† essere elaborato coinvolgendo direttamente i disabili e tutti i cittadini, anche tramite il Web e strumenti innovativi, in modo da evitare lavori inutili e affrontare prima le priorit√†.

Ora il nostro lavoro √® finito, e la palla passa all’amministrazione comunale, che dovr√† stendere il piano e poi realizzarlo nel tempo. Continueremo comunque a fare fiato sul collo; resta la soddisfazione di avere dimostrato che, con una buona proposta e con la capacit√† di dialogare con le altre forze politiche, il Movimento 5 Stelle pu√≤ smuovere anche questioni vecchie di trent’anni.

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giovedì 25 giugno 2015, 15:28

La politica demenziale: PD e SEL contro Marco Carena

Quando avevo quindici anni, una compagna di scuola mi duplic√≤ una cassettina con le canzoni di Marco Carena: e la consumai a forza di ascoltarla. Era il periodo del boom del demenziale, e per qualche anno i doppi sensi pi√Ļ o meno volgari e l’umorismo pecoreccio la fecero da padroni; fu un boom di cui rimase poco, a parte Elio e le Storie Tese (altro livello per√≤). Marco Carena ha continuato onestamente la sua carriera musicale, riproponendo per venticinque anni quei brani su tutti i palchi di Torino e altrove; e anche se a quarant’anni fanno un po’ meno ridere, a me fa sempre piacere ascoltarli.

Per questo, quando stamattina ho aperto Facebook e ho visto la consigliera comunale del PD Laura Onofri, rappresentante del movimento femminista Se non ora quando, pubblicare il suo sdegno contro l’esibizione di Carena ieri alla festa di San Giovanni, mi son messo a ridere. Poi ho cliccato sul link, ho letto il comunicato delle femministe e ho pensato che fossero impazzite tutte.

E’ vero, ci sono due canzoni di Carena (le conosco a memoria) che contengono le frasi citate. Una si chiama Che bella estate ed √® il racconto di una estate terribile in cui il povero vacanziero assiste a disgrazie e misfatti di tutti i colori: oltre alla ragazza violentata, ci sono un vicino di ombrellone sbranato dai granchi, un bambino corroso dall’acqua inquinata del mare, uno che si suicida nel porto… e per√≤, in un ritornello comico e menefreghista, il protagonista conclude “che bella estate amore mio, ci sei tu ci sono io, ma che c’importa dell’altra gente, ci siamo noi non c’√® pi√Ļ niente”. E’ palese a chiunque che si tratta di satira, proprio a proposito delle persone che vanno in vacanza fregandosene delle disgrazie di tutti gli altri, salvo poi scoprire che a forza di egoismo non rimane pi√Ļ niente.

Idem per la seconda canzone incriminata, Io ti amo. Che √®, appunto, la storia di uno stronzo che si riempie la bocca di “ti amo” per la sua fidanzata e poi la maltratta in ogni modo. Basta leggere il testo per intero, ed √® perfettamente chiaro che la canzone prende per il culo i maschi violenti e, anzi, denuncia l’ipocrisia con cui ci si dice “ti amo” per poi dimostrare tutto l’opposto nei fatti. E’ un gran pezzo di satira che comprende diverse battute fulminanti, tra cui “ti amo perch√© sei diversa / infatti ti confondo spesso”, o anche “io ti amo perch√© se no ti avrebbe amato un altro / ma ti amo, sono arrivato prima io”, che mette a nudo con spietatezza la vera dinamica sociale con cui si formano moltissime coppie.

E se ancora qualcuno avesse il dubbio che Marco Carena √® un buzzurro maschilista, basta citare un’altra canzone che evidentemente le femministe non hanno sentito. Si chiama Bongustata e in essa √® l’uomo a essere molto innamorato, mentre la donna lo maltratta in ogni modo, fino a chiuderlo a cuocere nel forno in mezzo alle patate – e lui, da dentro il forno, la avverte gentilmente che si √® dimenticata il sale. Secondo la stessa logica, questo sarebbe un incitamento al maschicidio, che non rispetta la sensibilit√† dei maschi vittima di violenza domestica…

La consigliera Onofri e le sue compagne femministe, in questo thread su Facebook, si sono lanciate in pacati commenti: si sono lamentate ad esempio che l’assessore Gallo non sia salito sul palco per staccare la spina personalmente a met√† dell’esibizione, chiedendo che l’eventuale compenso di Carena sia sequestrato e dato (chiss√† a chi) per “progetti contro la violenza sulle donne”. Poi hanno aggiunto frasi come “prima di esibirsi non ha dovuto presentare una scaletta? √ą prassi consolidata” e “vergognoso che Carena ha potuto cantare quelle frase CONTRO le donne, nessuna le aveva lette prima della spettacolo per impedirle di cantare!!” (certo, √® prassi consolidata che un artista debba dire prima ai politici parola per parola cosa dir√† dal palco: nella Romania di Ceausescu, presumo) e persino “I suoi testi sono su YOUTUBE. Vanno rimossi dalla rete. Li ho citati dopo purtroppo averli ascoltati quindi non riascoltateli altrimenti il soggetto per sa di incrementare la sua audience.” (sono senza parole).

Solo qualcuna, con un po’ di buon senso, spiega che sono canzoni vecchie di venticinque anni e aggiunge “forse all’epoca non lanciava un messaggio cos√¨ negativo come adesso che la violenza sulle donne √® cos√¨ manifesta” (non direi, se mai √® che venticinque anni fa la politica mangiava uguale, ma almeno non era piena di censori bacchettoni e di sentinelle in piedi e/o con la tastiera in mano).

La cosa pi√Ļ preoccupante, per√≤, √® che sono subito apparsi i vigili politici anti-satira. Il capogruppo del PD Michele Paolino si √® limitato a un “mi piace”, ma il capogruppo di SEL Michele Curto ha subito promesso vendetta: “oggi stesso verifico con un atto interpellativo: interpellanza/richiesta di comunicazioni”. L’assessora di SEL Mariagrazia Pellerino si √® lanciata in una lirica condanna di Carena: “quelle parole sono un’apologia di reato, un inno alla violenza contro le donne, come se qualcuno cantasse l’emozione provata a fare del male al prossimo”. L’assessora PD Ilda Curti √® scatenata: “Siamo un’amministrazione in prima fila sul contrasto alla violenza e ‘sto qui sul palco di San Giovanni davanti a decine di migliaia di persone lancia questo messaggio? Mi viene caldo alla testa” (ok, che il caldo abbia dato alla testa a molti √® palese), e prosegue: “i peggiori stereotipi machisti e buzzurri”, “quelle strofe offendono e mi fanno infuriare”.

A questo punto la cosa si fa seria, anche perch√© tutte queste persone erano in piazza a manifestare gridando “Je suis Charlie”, per cui ne consegue che per loro fare satira anche offensiva sul profeta dell’Islam √® legittimo, ma non lo √® fare satira sul rapporto di coppia denunciandone l’ipocrisia e la violenza (concetto, peraltro, che mi √® appena stato ribadito di persona da un’altra consigliera della maggioranza).

Eppure queste sono le persone che governano Torino, ed √® preoccupante scoprire che mancano di tante qualit√† fondamentali, a partire dalla capacit√† di comprendere il registro di un testo e di distinguere satira e sarcasmo dall’apologia di reato. Non manca loro solo il senso dell’umorismo, ma anche il senso delle proporzioni (questo s√¨ che √® il primo problema di Torino e/o delle donne che subiscono violenza: le canzoni di Carena), e la stima per l’intelligenza dei torinesi, dato che evidentemente pensano che una strofa di una canzone satirica che menziona uno stupro spinga le persone a stuprare, proprio come chi gioca ai videogiochi sparatutto poi va in giro ad ammazzare tutti. E, soprattutto, manca il rispetto per la libert√† di espressione: Carena pu√≤ non piacere, si pu√≤ anche pensare che per San Giovanni fosse meglio un altro tipo di spettacolo, ma da l√¨ a chiederne la crocifissione in Sala Rossa e il bando da tutti i palchi cittadini passa parecchio.

Per fortuna che Freak Antoni √® morto e non pu√≤ vedere questo scempio…

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venerdì 19 giugno 2015, 23:00

Letzgo, rimborsami un caffé

Avevamo appena messo un punto fermo sulla vicenda Uber (rimando al post precedente per chi avesse ancora bisogno di essere convinto che Uber cos√¨ com’√® non va bene) ed ora ne arrivano i cloni: ecco Letzgo, il nuovo clone di Uber che per√≤ assolutamente non √® Uber e non √® un servizio taxi, eh! E’ solo un modo per condividere i propri spostamenti divertendosi.

Io vi consiglio infatti di leggere le FAQ di questo servizio, perch√© sono ricche di equilibrismi verbali che talvolta sfociano un po’ nel ridicolo; e se le cose, per poter essere scritte, devono venire raccontate in maniera inverosimile, vuol dire che qualcosa che non torna c’√® davvero.

Letzgo non √® un servizio taxi ma una comunit√†, dicono loro: difatti √® il passeggero che sceglie quanto “rimborsare” all’autista, in piena libert√† e amicizia, fatto salvo che l’app ti suggerisce lei il “rimborso” sulla base dei chilometri, che comunque il “rimborso” non ha limiti concreti e pu√≤ anche essere di 30 euro per un viaggio di due chilometri, che se non “rimborsi” abbastanza l’autista ti pu√≤ rifiutare il passaggio e anzi Letzgo ti caccia dal servizio, e che c’√® persino quella che nei taxi si chiama “bandiera”, ovvero solo per farti salire in macchina il “non-tassametro” dell’app segna gi√† un “rimborso” minimo di 1,90 euro. Ma il trasporto √® a titolo gratuito, eh! Per√≤ devi sempre “rimborsare” almeno 1,90 euro per corsa.

E se vuoi fare il driver? Devi dichiarare nel contratto di “non essere un trasportatore professionale”, quindi non soggetto a orpelli del passato tipo tasse e contributi previdenziali; d’altronde √® noto che chiunque pu√≤ fare il dentista o l’avvocato a titolo di “non professionista”, e in tal caso non ha bisogno di titoli e pu√≤ non pagare le tasse, basta dire che “non √® una professione”. Se poi invece si scopre che lo fai per guadagnare sono tutti cavoli tuoi, noi di Letzgo non ti conosciamo proprio. E devi anche avere tu una assicurazione che copra i terzi trasportati “in amicizia”, noi di Letzgo non ne vogliamo sapere niente, se poi hai un incidente e l’assicurazione ti fa storie sono problemi tuoi e del poveretto che trasportavi.

Ah, e te l’ho detto che, in amicizia, devi darci il 20% dei “rimborsi” che ricevi?

E c’√® di pi√Ļ: c’√® un periodo di prova iniziale (non si sa prova di cosa, visto che “non √® una attivit√† professionale” e quindi non ha requisiti minimi), durante il quale noi non ti giriamo i “rimborsi” dei tuoi clienti, e se prima della fine della prova non ci vai bene ti cacciamo e ci tratteniamo “a titolo di penale amministrativa” il 100% dei “rimborsi” pagati dai tuoi clienti. E arrivederci e grazie eh!

Ora, io mi premurer√≤ di parlare con questa azienda e magari mi convinceranno che veramente non vogliono fare un servizio di trasporto a pagamento su chiamata, ma una semplice piattaforma di condivisione delle spese per viaggi gi√† programmati. Se questa √® l’intenzione, per√≤, c’√® un modo molto semplice di chiarirla: mettano nell’app un limite massimo al “rimborso” fissandolo pari al 50% del costo chilometrico del viaggio, visto che si tratta di condividere le spese e non di farsi pagare per trasportare qualcuno sperando di guadagnarci; e aggiungano anche un bel pulsantone per segnalare rapidamente i driver che dovessero chiedere un extra in nero.

In questo modo potr√≤ credere nella buona fede di Letzgo e sostenere il loro diritto ad esistere; altrimenti, mi spiace, ci stiamo solo facendo prendere tutti in giro un’altra volta.

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venerdì 5 giugno 2015, 10:21

Se la politica sale in bicicletta

Negli ultimi anni, soprattutto per effetto della crisi, la mobilit√† dei torinesi √® cambiata moltissimo; in primo luogo, le persone si spostano di meno (-15% in tre anni). Se negli “anni zero” aveva continuato a crescere la mobilit√† motorizzata, pubblica e privata, dal 2010 al 2013 √® aumentata invece la mobilit√† ecologica, dal 28 al 34 per cento; il grosso sono gli spostamenti a piedi, ma la bicicletta rappresenta ormai circa il 4,5% degli spostamenti complessivi, contro il 48% dell’auto privata e il 18% dei mezzi pubblici.

E’ cambiata, soprattutto, la percezione pubblica della bicicletta. Se fino ad alcuni anni fa la bici era un mezzo da prendere solo per divertirsi la domenica coi bambini, e chi la usava per i normali spostamenti era considerato un pazzoide, oggi la bici √® diventata, specie per le giovani generazioni, un mezzo di spostamento normalissimo. A questa diversa percezione pubblica hanno contribuito soprattutto i torinesi; non ci sono state campagne pubblicitarie e sovvenzioni per la bici privata, anche se sicuramente ha contribuito l’investimento pubblico nel bike sharing, ma la bici si √® affermata per il passaparola sulle sue “tre E virtuose”: ecologica, economica, efficiente.

Ha contato certamente anche una manifestazione nata dal basso: il Bike Pride, che ogni primavera ha portato per le strade torinesi sempre pi√Ļ biciclette, a decine di migliaia, per chiedere il rispetto e l’attenzione che la nostra citt√†, da sempre basata sull’automobile, ha sempre negato ai ciclisti.

Una simile mobilitazione non poteva certo passare inosservata alla politica. Domenica, infatti, si terr√† la nuova edizione del bike pride, ma in maniera completamente nuova. La manifestazione, difatti, √® stata inglobata dai Bike Days, una due giorni promossa dall’amministrazione comunale e generosamente sponsorizzata dalla Coop, con un ampio programma per grandi e piccini, interviste, ospiti famosi; ed √® facile prevedere le paginate dei giornali torinesi con bagni di folla e foto sorridenti di assessori in bicicletta, e magari una nuova edizione del famoso video di Fassino terrorizzato che pedala per non pi√Ļ di duecento metri da Palazzo Civico.

Questa “istituzionalizzazione” del bike pride √® un bene o un male? Beh, √® sicuramente un bene che chi amministra la citt√† dia un maggiore riconoscimento al mondo della bicicletta; il problema √® se lo fa soltanto due giorni l’anno per propaganda, continuando a fregarsene nei fatti. Il bike pride √® sempre stato un evento contro il potere, pieno di orgoglio e di rivendicazioni anche dure verso l’amministrazione comunale; non √® che siano sparite, ma quest’anno la rivendicazione del bike pride √® “un tavolo di discussione interassessorile sull’avanzamento dei lavori”, non esattamente un duro atto di accusa verso chi governa la citt√†.

Negli anni, difatti, di promesse ai ciclisti ne sono state fatte moltissime, ma ne sono state mantenute ben poche; e lo dice un consigliere che sulla mobilit√† ciclabile lavora tutto l’anno (qui una recente interpellanza sugli attraversamenti delle piazze Rivoli e Bernini).

A fine 2013, con quasi quattro anni di ritardo sul piano della mobilit√†, √® stato approvato dal consiglio comunale il “bici plan”, un documento che doveva rivoluzionare l’approccio dell’amministrazione comunale alle infrastrutture ciclabili. Grazie anche a una serie di nostri emendamenti, a pagina 21 del piano furono inserite delle linee guida che dovevano impedire la costruzione di nuove piste ciclabili “alla torinese”: quelle che, pur di non eliminare nemmeno un posto auto, consistono in una riga di vernice che divide a met√† il marciapiede coi pedoni, che iniziano e finiscono nel nulla, che a ogni semaforo fanno uno zig-zag che richiede almeno tre fasi semaforiche, che hanno nel bel mezzo pali, edicole, benzinai, ostacoli di ogni genere. Inoltre, nel piano (pag. 142) fu inserito l’impegno a destinare alla mobilit√† ciclabile il 15% delle entrate dalle multe stradali, che vorrebbe dire tra i 5 e i 10 milioni di euro ogni anno, fino a completare il piano.

Di tutto questo, pur messo nero su bianco e approvato dal consiglio comunale, poco o nulla √® stato mantenuto. I soldi non si sono visti; qualche intervento √® stato fatto, ma per cifre molto minori, spesso grazie a finanziamenti preesistenti di altro genere; ad esempio la pista ciclabile di via Anselmetti, 750.000 euro per 1300 metri di pista nel nulla su un vialone di estrema periferia, √® stata pagata da TRM come compensazione per l’inceneritore (ti avvelenano l’aria, per√≤ puoi respirarla meglio andando in bicicletta).

E’ stata fatta la pista in corso Novara, in maniera assurda, violando molti dei criteri di buona progettazione che ci si erano dati; per√≤ si √® tolta quella in corso Galileo Ferraris per istituire nuovi parcheggi blu per le auto. Persino la famosa fermata del pullman installata nel bel mezzo della pista di lungo Dora Firenze, nonostante le promesse di pronto intervento, dopo due anni √® ancora l√¨; la soluzione √® stata di mettere un cartello per dire ai ciclisti di condividere il marciapiede coi pedoni.

Non molto meglio va su altri aspetti; insieme al bici plan siamo riusciti a far approvare una nostra mozione per realizzare un piano parcheggi per le biciclette, oggi spesso abbandonate a caso su pali e ringhiere; non si √® ancora visto praticamente niente, nemmeno il parcheggio coperto alla stazione di Porta Susa pi√Ļ volte promesso.

Un sostenitore della mobilit√† ciclabile a fronte di tutto questo non pu√≤ che sentirsi preso in giro; altro che patrocini e sponsorizzazioni. Non a caso, questa svolta ha spaccato il mondo associazionistico torinese. La maggiore associazione cittadina di ciclisti, Bici e dintorni, si √® chiamata fuori con un duro comunicato, parlando di “parata con i finanziamenti pubblici”, e facendo notare che in tutte le altre citt√† italiane le amministrazioni fanno “meno parate, e molti pi√Ļ fatti”.

Probabilmente domenica decine di migliaia di torinesi pedaleranno felici e inconsapevoli per le vie cittadine, e in fondo √® giusto cos√¨. Certamente, questa storia √® un bell’esempio di cosa sia la politica torinese di oggi: una macchina da propaganda, pronta ad attirare e inglobare al proprio interno qualsiasi istanza ma solo in superficie, pur di allinearla al potere e di far s√¨ che, nella sostanza, tutto possa sempre continuare esattamente come prima.

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sabato 30 maggio 2015, 15:41

Di nomadi, cani e immondizia (3)

Stamattina, insieme ad altri portavoce ed attivisti del¬†Movimento 5 Stelle, sono stato in via Germagnano per parlare sia con gli abitanti del campo nomadi che con i volontari dell’ENPA.

I volontari, giustamente esasperati, chiedono che il Comune provveda a garantire la guardia notturna del canile, attualmente svolta da uno di loro. La famosa pattuglia dell’esercito che doveva garantire l’ordine sostanzialmente non si √® ancora vista; i danni sono stati quasi interamente riparati, grazie anche a numerose donazioni, ma hanno paura che possa arrivare presto un nuovo assalto. Ad ogni modo, non c’√® nessuna intenzione di abbandonare il canile costruito con tanta fatica ben prima che il Comune mettesse l√¨ i rom.

Nel campo nomadi siamo stati accolti nella casetta occupata da due anziane suore (sante donne veramente), dove abbiamo avuto una lunga discussione che ha coinvolto anche uno dei vecchi capifamiglia del campo e alcune persone che lavorano o hanno lavorato l√¨ come operatori sociali. Ho avuto un’altra conferma delle dinamiche interne di cui vi parlavo; il campo, che nei primi 6-7 anni di vita √® stato relativamente tranquillo, √® degenerato negli ultimi anni per via di alcune famiglie prepotenti, che hanno fatto anche fuggire altre famiglie, bruciando le loro baracche. Qualcuna di queste famiglie violente √® stata anche allontanata dal campo, ma continua ad esercitare il proprio potere dall’esterno.

Comunque, emerge un problema di fondo: il campo √® stato progressivamente abbandonato a se stesso. Le casette vengono abbandonate e bruciate perch√© dal 2006 il Comune non procede a nuove assegnazioni di quelle che si liberano, e alcuni servizi che erano stati creati, ad esempio per intrattenere ed educare i bambini, sono stati nel tempo dismessi con la scusa che si vogliono smantellare i campi. E’ vero che i campi vanno smantellati, ma o lo si fa veramente oppure nel frattempo essi diventano una incontrollabile terra di nessuno.

Parte del problema √® veramente legato ai bambini; ci sono famiglie che li curano, li accudiscono e li mandano a scuola, ma ce ne sono altre che se ne fregano completamente dei propri figli, col risultato che (grazie anche all’elevata prolificit√† dei rom) nel campo si √® creato un nucleo di decine di bambini e ragazzini che vivono in gruppo dalla mattina alla sera, completamente allo stato brado, e per passare il tempo tirano i sassi, bruciano le cose, spaccano, disturbano in giro per la zona. Alcuni capifamiglia hanno cercato di convincere gli altri che quello non √® un buon modo di gestire i figli, ma senza grandi risultati.

Ho comunque scoperto numerosi fatti che attribuiscono alle istituzioni italiane altrettanta responsabilit√† del degrado di quella che hanno gli occupanti del campo. Per esempio, la baracca costruita dagli stessi rom per dare ai ragazzini un luogo dove giocare nel campo, senza andare a dar fastidio in giro, √® stata sequestrata dalla magistratura tempo fa ed √® ancora l√¨ sigillata. Per esempio, le casette non hanno l’abitabilit√†, perch√© il Comune le ha date ai rom a titolo di “magazzino”, pur costruendoci dentro il bagno e quant’altro. Per esempio, i lavori di recupero di quattro delle casette bruciate, attesi da tempo, sono casualmente iniziati proprio mercoled√¨ scorso, giorno della manifestazione in strada. Per esempio, il progetto di sostegno sociale e avviamento all’integrazione finanziato quasi due anni fa con 1.200.000 euro non √® ancora partito, perch√© la convenzione con le cooperative prevede che i destinatari siano gli occupanti autorizzati del campo, ma il Comune non √® stato in grado di fornirne la lista; tra sei mesi il contratto scade, e sospetto che i soldi dovranno essere pagati comunque alle cooperative, che il progetto sia stato fatto oppure no.

Io penso che invece di gridare slogan, che siano pro o contro i rom, sia necessario rimboccarsi le maniche ed entrare nel dettaglio dei problemi, scavando fino a scoprire cosa non funziona e come lo si può sistemare. La sensazione è che tra i rom ci siano sicuramente molte persone che delinquono o perlomeno che non sono in grado di stare in una società civile, ma anche che molta gente in giacca e cravatta ben inserita nella società italiana ci marci sopra in ogni modo, tanto è facile dare la colpa ai rom per qualsiasi propria inefficienza, negligenza o addirittura ladrocinio.

Oggi nel campo c’erano i carabinieri in forze, stanno cercando di identificare uno per uno i ragazzini e ragazzoni che hanno compiuto l’assalto al canile. Poi, per√≤, bisogner√† capire cosa farne; i servizi sociali cercano di darli in affido diurno, ma a parte la difficolt√† di trovare una famiglia che voglia prendersi in casa un ragazzino rom quindicenne cresciuto per strada e molto pi√Ļ adulto (soprattutto nel male) dei suoi coetanei italiani, poi la sera lo si rimanda nel campo e siamo da capo. Anche i progetti di educazione alla genitorialit√†, gi√† difficili con gli italiani, sono molto pi√Ļ difficili coi rom.

Tuttavia, le scelte non sono molte: detto che molte delle famiglie che vivono nel campo sono in Italia da quarant’anni almeno e i pi√Ļ giovani sono cittadini italiani come tutti noi (quindi non esiste “rimandiamoli al loro Paese”), o pensiamo di far schiacciare alle ruspe oltre alle baracche anche le persone, bambini compresi, oppure bisogna faticosamente educare al rispetto della convivenza civile, un po’ con la carota e un po’ con il bastone. Il primo passo di tutto ci√≤ √® guardarsi negli occhi, cosa che a quanto pare, in dieci anni, tra campo e canile non √® mai avvenuta. Scoperto che abbiamo tutti due braccia, due gambe e una testa, talvolta illuminata e talvolta un po’ di cazzo, si pu√≤ proseguire ad affrontare i problemi invece di gridarne soltanto.

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giovedì 21 maggio 2015, 15:51

Ancora su nomadi e cani

L’Ente Nazionale Protezione Animali¬†ha pubblicato le foto dell’ennesimo raid nel suo canile privato, adiacente al campo rom di via Germagnano, di cui vi avevo gi√† parlato in un articolo di poche settimane fa; strumentazione distrutta, arredi fatti a pezzi, animali molestati e forse avvelenati, tubi divelti con allagamento, e circa centomila euro di danni.

L’ENPA¬†aggiunge un “pacato” commento sulle politiche pro nomadi della Citt√† di Torino, parlando di “una citt√† che, mentre ridimensiona e centellina servizi previsti e garantiti dalla Legge, abdica ai ROM con milioni di euro spesi in permissivi mediatori culturali, disprezzata assistenza sanitaria nei campi, inefficaci cooperative di sostegno, inutile personale di vigilanza, continue ristrutturazioni di ci√≤ che essi distruggono, con quotidiani interventi di vigili del fuoco.”¬†Solo nelle prime due ore (dalle 6 alle 8 del mattino) il post ha ottenuto circa 5000 condivisioni in tutta Italia, e dopo nove ore √® oltre le 60.000; e potete immaginare il tono dei commenti e la bella figura della citt√†.

Il problema √® arcinoto e gi√† pi√Ļ volte discusso in consiglio comunale, e anche se non lo sbandieriamo tanto noi ce ne stiamo occupando da un po’ in modo serio. Grazie a una rete di contatti, stiamo cercando di aprire un dialogo diretto tra volontari ENPA e abitanti del campo, per capire le ragioni di questo accanimento distruttivo (non √® solo questione di rubare). Ieri ero all’ufficio nomadi del Comune e ho avuto modo di parlarne anche con chi segue istituzionalmente il campo.

La questione non √® semplice come sembra. Non √® che tutti gli abitanti del campo si divertano a prendersela con l’ENPA; se mai, nel campo √® in corso da tempo una guerra per il controllo dello stesso, e questo √® un modo per gli aspiranti capi del campo di dimostrare che possono distruggere e far scappare non solo eventuali oppositori interni, ma addirittura la polizia e le istituzioni italiane. I campi rom sono spesso come i paesini mafiosi dell’Italia profonda; gli abitanti non sono tutti mafiosi o delinquenti, ma hanno paura di esporsi; vige l’omert√†, tutti sanno chi compie questi atti ma nessuno ha il coraggio di denunciarli.

Questo ovviamente non giustifica i danni subiti dall’ENPA e non li rende accettabili, e non giustifica nemmeno il palese fallimento delle politiche pubbliche adottate verso i rom in questi vent’anni in tutti i loro aspetti, dalla scelta di mantenere i campi al permissivismo verso la piccola criminalit√† fino al boldrinismo di istituzioni nazionali ed europee che bacchettano il Comune se si permette anche solo di abbattere una baracca (esiste persino un ricorso dei rom alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro lo sgombero di lungo Stura Lazio…).

Gridare slogan e insulti √® facile, ma non risolve i problemi. Tuttavia, √® chiaro che √® ora di un giro di vite su questa situazione, che si risolve innanzi tutto assicurando i colpevoli alla giustizia e dimostrando che le istituzioni esistono e non si fanno mettere i piedi in testa. Purtroppo, qualsiasi richiesta di intervento da parte delle forze dell’ordine in queste settimane, per qualsiasi motivo, riceve la risposta per cui adesso esse sono troppo impegnate a garantire la sicurezza dell’ostensione della Sindone, e che se ne parler√† a luglio. Anche questo √® il simbolo di una citt√† che investe solo in grandi eventi per poteri forti nel centro cittadino, e che abbandona le persone comuni e le periferie al proprio destino.

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martedì 12 maggio 2015, 10:50

Una prova del car sharing

Ieri ho trascorso una bella serata a cena in centro con amici. Alla fine ero in piazza Carlo Alberto;¬†essendo venuto al mattino con i mezzi pubblici, pensavo di tornare con il 13 da prendere in via Po, se non che, secondo l’app di GTT, avrei dovuto attenderlo “solo” 28 minuti; oppure, dopo 18 minuti sarebbe passato un mezzo che mi avrebbe portato alla metropolitana… che per√≤, essendo luned√¨, era pure gi√† chiusa.

Fortunatamente avevo ancora un po’ di minuti gratuiti di prova di Car2Go e cos√¨ ho deciso di provare per la seconda volta il servizio: aperto (faticosamente, sul mio vecchio cellulare sul quale non ci sta nemmeno l’app) il sito, ho scoperto che c’era un’auto disponibile a pochi minuti a piedi, dall’altra parte dei Giardini Reali; cos√¨ l’ho prenotata e sono andato a prenderla.

Allora, bisogna dire che queste Smart da guidare non sono granch√©, sembrano un cubo di ghisa con il motore di un Ciao e il freno di una Graziella (ma forse sono abituato troppo bene io con la mia vecchia 147). Peggio ancora il cambio automatico, con cui ogni accelerata √® un’agonia; il folle dura diversi secondi e il risultato √® uno stile di guida “nonnino col cappello”, per cui sui viali cittadini verrete superati persino da Luca Badoer. D’altra parte, la bassa velocit√† √® tranquillizzante, su un’auto a cui per forza di cose non si √® abituati.

La procedura di accensione √® all’inizio un po’ complicata; bisogna seguire una serie di schermate sul display, poi trovare la chiave che sta sul cruscotto a destra del display stesso, poi prenderla di l√¨ e metterla nel nottolino che per√≤ non sta al volante ma in mezzo accanto al cambio, e lo stesso cambio automatico √® meno intuitivo della media. Di sera poi la macchina √® buia e la luce nemmeno si accende da sola, in compenso si accende subito la radio a un volume esagerato.

Detto questo, il servizio per√≤ √® veramente interessante: alla fine io sono arrivato a casa nel momento in cui sarei salito (salvo altri imprevisti) sul 13 in via Po. Da corso San Maurizio a piazza Rivoli ci sono voluti 18 minuti, di cui due abbondanti (euro 0,58) spesi in attesa del verde al semaforo di rond√≤ Rivella, e quasi altrettanti (altri euro 0,58) in attesa di poter girare a sinistra al rond√≤ della Forca. Certo che pagare al minuto ti mette una certa ansia, e in caso di semafori rossi particolarmente lunghi ti fa bestemmiare ripetutamente il nome dell’assessore Lubatti; forse era meglio pagare al chilometro.

Alla fine il viaggio √® stato gratis, ma se avessi pagato avrei pagato 5,22 euro; non pochissimi, ma nemmeno cos√¨ tanti per una serata fuori, magari in due (non di pi√Ļ perch√© la Smart √® biposto). Si tratta dunque di un servizio che si posiziona a met√† tra il pullman (che costa molto meno ma va atteso a lungo, √® spesso pieno come un uovo e va dove vuole lui) e il taxi (che costa un po’ di pi√Ļ ma ti raccoglie e ti porta esattamente a destinazione, e pu√≤ ospitare gruppi pi√Ļ grossi); √® particolarmente interessante per andare in aree di sosta a pagamento, visto che si lascia l’auto senza dover pagare lo stazionamento, mentre lo √® di meno per raggiungere zone imparcheggiabili, dove si rischia di spendere diversi euro per girare all’infinito per parcheggiare.

In particolare, non potendo usare i parcheggi in struttura o comunque protetti da sbarre, non √® cos√¨ facile usarlo per andare in pieno centro, dove i posti su strada sono una rarit√†; per ovviare a questo problema, sarebbe opportuno predisporre nelle zone pi√Ļ centrali dei parcheggi appositi (vedr√≤ di sollevare la cosa in consiglio comunale).

Adesso devo provare a usare i minuti gratuiti di Enjoy;¬†almeno se ci riesco, visto che sul mio vecchio cellulare l’app non √® compatibile e il sito non funziona proprio… Comunque, vale la pena di iscriversi a entrambi i servizi per usufruire delle promozioni di questo periodo, con l’iscrizione gratuita e un bonus di minuti per fare una prova; non si sa mai quando potrebbe tornare utile.

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giovedì 12 marzo 2015, 15:19

Cara Stampa, mi autodenuncio

Cara Stampa, mi autodenuncio. Mi chiamo Vittorio Bertola e sono il consigliere comunale che con una mozione ha chiesto di proteggere le corsie preferenziali di via Pietro Micca e via Cernaia dalle auto che svoltano illegalmente a sinistra, in piazza Solferino e negli altri incroci.

Ogni giorno, migliaia di torinesi usano tram e bus su quelle strade per andare dalla metro al centro di Torino e viceversa. Ogni giorno, i tram e i bus vengono bloccati in mezzo all’incrocio dalle auto private che, nonostante sia vietato, tengono ferme per minuti un centinaio di persone per la loro personale svolta a sinistra, per non perdere un minuto a fare il giro da via Botero. Ogni giorno su quei mezzi, gi√† sovraccarichi e ridotti a carri bestiame dai continui tagli, vedo anziani volare via e persone farsi male perch√© l’autista deve inchiodare per evitare un SUV o un furgone che gli taglia la strada con arroganza.

Certamente i vigili devono rispettare per primi le norme, e spesso i Comuni esagerano nel fare cassa con le multe. Tuttavia, il problema del traffico di Torino non è il vigile dietro la colonna, ma la quantità crescente di incivili che rendono stressante e pericoloso girare per la città con qualsiasi mezzo, tra manovre pericolose e veicoli abbandonati ovunque.

Io sono stufo di vivere in un Paese che garantisce sempre e solo i furbi e i delinquenti, e trovo agghiacciante che ci siano consiglieri comunali (molti e di ogni colore) che li difendono pure. Pu√≤ capitare a tutti, me compreso, di violare una regola, ma se si viene beccati si tace e si paga senza cercare scuse; ed √® anche peggio l’idea che i vigili debbano prima “farsi vedere”, in modo che tutti possano violare in tranquillit√† le regole ovunque non ci sia un vigile con divisa fluorescente in bella mostra.

La vera emergenza √® liberare Torino dalla malasosta e dagli egoisti del traffico, e dato che la dissuasione e i gentili inviti ricevono in risposta soltanto scherno ed insulti, l’unico modo per farlo √® avere pi√Ļ vigili e pi√Ļ multe. Sar√† anche impopolare dirlo apertamente, ma credo che alla fine, se riusciremo ad avere una citt√† un po’ pi√Ļ simile all’Europa anche in termini di comportamenti stradali, ne avremo guadagnato tutti.

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venerdì 6 marzo 2015, 17:43

Di nomadi, cani e immondizia

Ancora una volta in questi giorni si √® parlato molto di via Germagnano, per le difficolt√† di convivenza tra il canile e i nomadi. Mi sono per√≤ reso conto che su questa realt√† tutti hanno un’opinione, ma pochi la conoscono veramente; per questo ho deciso di usare il materiale reperito in vari sopralluoghi per accompagnarvi in un giro virtuale.

Per prima cosa, via Germagnano √® una traversa al fondo di corso Vercelli; appena superato il ponte sulla Stura in direzione autostrada, c’√® un semaforo e sulla sinistra inizia la via, con una ripida discesa che finisce in una curva secca che si infila in un sottopasso sotto la ferrovia. Questa √® una caratteristica molto importante, perch√© quello stretto sottopasso √® l’unico accesso da Torino a tutta l’area, che risulta cos√¨ praticamente chiusa e abbandonata a se stessa, anche se la strada, dopo il lungo rettilineo della baraccopoli, diviso in due dal ponte della superstrada per Caselle, gira poi verso nord e raggiunge il Molino del Villaretto. Qui sotto vedete l’area su Google Maps, secondo cui (non l’ho aggiunto io con Photoshop!) il nome ufficiale del quartiere da indicare sulla mappa √® Baraccopoli di via Germagnano.

In via Germagnano – a parte alcuni bassi palazzi all’angolo di corso Vercelli – ci sono solo tre cose: nomadi, cani e immondizia. Per farvi capire, ho preso la foto dal satellite e ho evidenziato le diverse zone attorno al rettilineo della via, che scorre da sinistra a destra inclinata verso il basso (corso Vercelli √® nell’angolo in basso a destra).

Nella zona, storicamente agricola, la prima ad arrivare fu l’immondizia: gi√† nel dopoguerra si cominci√≤ ad accumularla lungo la Stura, in un’area oltre la fine della via, e poi, dagli anni ’80, in un’altra enorme area subito a nord, tra la vecchia discarica e la tangenziale: la famosa discarica Basse di Stura, chiusa nel 2009. Le discariche sono fuori da questa visuale, ma in verde chiaro vedete evidenziata l’area occupata dagli uffici e dagli impianti dell’Amiat, nonch√© dal centro sportivo antistante.

Dopodich√©, arrivarono i canili. Gi√†, perch√© in via Germagnano ci sono ben tre canili, indicati in giallo; quello identificato col numero 1 (nella foto qui sotto) √® di propriet√† del Comune, che lo utilizza come canile sanitario, ovvero per il ricovero di animali malati o aggressivi e dunque bisognosi di cure mediche e difficilmente adottabili. Il numero 2 √® della Lega Difesa del Cane, mentre il numero 3 √® quello dell’ENPA; entrambi sono privati, usati dalle associazioni per le proprie attivit√†.

L’ENPA, in particolare, costru√¨ il canile numero 3 negli anni ’60, in sostituzione del loro precedente canile che fu sfrattato per realizzarci sopra il laghetto di Italia ’61. L’ENPA, essendosi aggiudicata un appalto da quattro milioni di euro in tre anni, gestisce anche per conto del Comune il canile numero 1 e l’altro canile comunale, ossia il canile e gattile rifugio di strada Cuorgn√© alla Falchera, dove vengono tenuti e/o dati in adozione gli animali smarriti.

Gli ultimi arrivati sono i nomadi, nelle aree indicate in rosso. Nel 2004 venne inaugurato il campo regolare di via Germagnano, quello indicato dalla lettera A; fu creato per ospitare le famiglie sgomberate dal campo di strada dell’Arrivore, che cos√¨ pot√® venire chiuso; si trattava di bosniaci che vivevano a Torino sin dagli anni ’70, per cui, tranne gli anziani, sono nati e cresciuti a Torino. Si tratta di un’area con 30 piazzole, ognuna delle quale contiene una o due casette in muratura dotate di tutti gli impianti; purtroppo per√≤, tra incidenti, faide interne al campo e saccheggi, molte sono bruciate e inagibili.

A fianco di questo, sono nati via via altri insediamenti (B, C e D), che a differenza del campo A sono tutti abusivi; si tratta prevalentemente di rom romeni, arrivati qui da alcuni anni. (Qui sotto il campo B, oltre la strada, visto uscendo dal canile comunale in un giorno di pioggia.)

Queste sono baraccopoli vere e proprie, realizzate con mezzi di fortuna; sono costruite sulla terra, che diventa un mare di fango appena piove; sono per gran parte in aree alluvionabili dalla Stura; sono prive di acqua, e l’unico modo per averla √® andarsela a prendere con le taniche fino alla fontanella, che sta presso il puntino azzurro sulla mappa.

Se volete avere un’idea delle dinamiche di rom e sinti, vi consiglio di leggere almeno le prime pagine di¬†questa tesi; oltre a raccontare nel dettaglio alcune delle attivit√† per cui le istituzioni stanziano ogni anno centinaia di migliaia di euro, spiega tra le altre cose perch√© alla fine “zingaro” sia il termine pi√Ļ corretto da usare. Tra i punti importanti da ricordare, il fatto che l’80% degli zingari non vivono nei campi ma in normali abitazioni sparse per la citt√†; quello che gli zingari, pur culturalmente portati a viaggiare, non sono pi√Ļ nomadi da un pezzo, per cui il campo √® semplicemente la loro abitazione; quello per cui non vivono nei campi perch√© gli piace (in Jugoslavia o in Romania generalmente avevano una casa), ma perch√© lo Stato italiano ha creato i campi nomadi come unica risposta all’immigrazione di zingari dall’Est europeo, e con essi li ha ghettizzati impedendo di distinguere tra buoni e cattivi, e rendendo praticamente impossibile uscirne (se nel campo uno ruba, tutto il campo √® di ladri; e chi di noi affiderebbe a uno zingaro del campo una casa o un lavoro?); che gli zingari sono sporchi anche perch√© provate voi a vivere in una baracca nel fango senza acqua corrente e a rimanere sempre puliti.

Sia il campo ufficiale che quelli abusivi sono pieni di immondizia in ogni dove, cos√¨ come la strada stessa. Questo √® legato al fatto che gli zingari, se non vivono di elemosina o di furti, vivono di una economia dell’immondizia: recuperano tutto quello che possono – in origine metalli, dato che quella del fabbro √® una delle loro professioni secolari, ma oggi qualsiasi cosa – e lo rivendono o riciclano per quanto possibile, o lo usano per realizzare le proprie abitazioni.

Il resto, per√≤, viene abbandonato dove capita; e se √® vero che generalmente non hanno a disposizione i cassonetti, √® anche vero che anche quando vengono messi vengono in gran parte ignorati. Si creano cos√¨ aree miste, dove ci sono baracche, panni stesi, distese di immondizia e anche i luoghi predisposti per i roghi con cui si cerca di liberarsi di un po’ dei rifiuti, ma anche di liberare dalla plastica i metalli recuperati o rubati (foto dal campo D).

I campi, comunque, sono relativamente stabili; il turn-over √® limitato e legato all’approvazione delle famiglie “capo” del campo. Anche il livello di baraccamento √® vario; ci sono baracche poverissime e cadenti, ma anche casette relativamente solide e comode, col generatore per la corrente elettrica che alimenta il televisore, e magari un’auto nuova o un camper costoso a fianco. Generalizzare √® l’ultima cosa che si dovrebbe fare; bisognerebbe conoscere ogni famiglia, distinguere chi vive onestamente da chi non lo fa, capire quali sistemazioni sono possibili (i guai spesso iniziano da gruppi di origine diversa che si trovano troppo vicini).

I problemi di convivenza tra gli zingari e gli altri sono molteplici. Nella prima parte della via, il problema principale √® la vicinanza del canile privato dell’ENPA (numero 3) col campo regolare (A). Come vedete dalla mappa, per accedere al canile √® necessario percorrere una stretta strada sterrata, chiusa tra il campo e il terrapieno della ferrovia; su questa strada si apre uno degli ingressi laterali del campo ufficiale, che √® recintato.

Purtroppo, lo sport preferito dei ragazzini rom per passare i pomeriggi √® il tiro al bersaglio con le pietre, o in alternativa con rottami e immondizia; per cui il Comune ha realizzato una seconda recinzione, che vedete al centro della foto sotto (a sinistra vedete gli edifici comuni, semibruciati, che costituiscono il bordo esterno del campo, e i cassonetti messi a disposizione del campo, con immondizia tutta attorno). La recinzione divide la strada in due; a destra si va al canile, a sinistra all’ingresso laterale del campo, creando cos√¨ uno spazio cuscinetto. Gli abitanti del campo, tuttavia, hanno progressivamente spinto in avanti la recinzione, riducendo l’accesso al canile a un viottolo impercorribile dai mezzi pi√Ļ grandi, compresi quelli di soccorso.

Sempre per creare un cuscinetto, ENPA √® stata costretta ad affittare dal Comune il terreno situato tra il canile e il campo, salvo poi doverci pagare sopra la tassa rifiuti e subire le ordinanze di sgombero dei rifiuti buttati l√¨ dal campo. E poi, c’√® il problema dei furti e dei vandalismi, che peraltro si ripetono continuamente da anni. Nessuno pu√≤ dire con certezza che siano stati fatti da abitanti del campo, ma se vedete la via d’accesso capite che non √® facilissimo arrivarci di notte da fuori.

Ora, una possibilit√† sta nel fatto che il Comune ha ricevuto da un benefattore animalista una eredit√† di 350.000 euro destinata alla costruzione di un nuovo canile sanitario, probabilmente in strada Cuorgn√©, abbandonando il vecchio, che, pur anch’esso soggetto a furti e minacce, stando dall’altra parte della strada √® decisamente pi√Ļ protetto. Una possibilit√† dunque √® che ENPA vinca il bando per la concessione del canile comunale e abbandoni il suo; tuttavia, abbandonare completamente un edificio di propriet√† su cui si sono investiti molti soldi non √® n√© giusto, n√© indolore. D’altra parte, il Comune non pu√≤ certo rifondere danni fatti da privati (nemmeno identificati) ad altri privati.

Analoghi problemi di convivenza si verificano dall’altra parte, tra i campi C (nella foto qui sopra) e D e i lavoratori Amiat. Nonostante le discariche siano ormai chiuse, l√¨ lavorano ancora 400 persone, tra la gestione della discarica (che produce tuttora biogas), il call center e la raccolta dei rifiuti di Torino nord, che vengono concentrati l√¨ per essere poi inviati tramite camion all’inceneritore del Gerbido o ai consorzi di riciclaggio.

Gli episodi non si contano: macchine danneggiate da lanci di pietre, addirittura con fionde; aggressioni a lavoratrici che tornano alla macchina, con richieste di soldi e/o sputi a raffica; dipendenti degli uffici intossicati dai fumi dei roghi che entrano dalle finestre; assalti ai camion di rifiuti quando si fermano per la pesa, prima di entrare nell’impianto; furti (in pieno giorno) di materiale riutilizzabile, ad esempio rifiuti elettronici. Anche qui, spesso queste attivit√† sono svolte da bambini e ragazzini, che vivono nel fango allo stato brado.

La presenza di un presidio fisso di vigili dalle 7 alle 20, o nella palazzina Amiat o in giro per la zona, ha un po’ migliorato le cose. Tuttavia, il problema di fondo resta.

Purtroppo, difatti, le baraccopoli esistono e, con la crisi, sono in costante crescita. L’unico modo di evitare le baraccopoli, una volta rimossi quelli che ci vivono non per povert√† ma per necessit√† di un territorio franco per attivit√† criminali, √® di sussidiare le persone che ci vivono, cosa che per√≤ non √® compatibile con la scarsit√† di fondi per il welfare e soprattutto, specialmente se si parla di zingari, vede contraria tutta la popolazione. Altrimenti, si pu√≤ fare quello che si sta facendo, ossia cercare di mettere in piedi progetti per mandare i bambini a scuola e aiutare gli adulti a trovare un lavoro e uscire dal campo, cosa che per√≤ non risolve immediatamente il problema, n√© gestisce il continuo arrivo di nuovi ospiti (anche perch√© i rom si sposano da giovanissimi e fanno molti figli).

Gli sgomberi, tanto richiesti, non risolvono il problema; servono a evitare di avere un campo in un determinato punto, sapendo che le persone rimaste senza baracca andranno a farsene una nuova poco pi√Ļ in l√†, perch√© da qualche parte devono pur vivere; e non √® possibile pattugliare con l’esercito qualsiasi anfratto di Torino e cintura. E’ giusto sgomberare subito quando nascono nuovi insediamenti, per non far degenerare la situazione, ma sgomberare centinaia di persone in una volta sola, come in teoria si potrebbe fare in via Germagnano, provocherebbe solo la nascita di parecchi nuovi accampamenti in altri punti della citt√†.

(Tra l’altro, gira voce che per gli ultimi sgomberi di lungo Stura Lazio, pur residuali rispetto a tanta gente accomodata volontariamente in altro modo, il Comune sia stato appena denunciato dalle associazioni pro diritti umani dei rom, con tanto di richiesta dei danni materiali per le baracche demolite e di quelli per il trauma psicologico subito dagli sgomberati.)

E allora, sapete che c’√®? Che un’area defilata, chiusa e poco visibile, in cui concentrare i poveri, i cani e l’immondizia, fa comodo a tutti. Piano piano, anzi, succeder√† che andranno via i cani e l’immondizia, e rester√† soltanto la baraccopoli, un pezzo di favela brasiliana in una citt√† del nord Italia. A questo proposito aggiungo ancora un’immagine, la foto dall’alto di una zona molto pi√Ļ grande, di cui quella di cui abbiamo parlato finora √® solo l’angolino in basso a destra.

Vedete quanto sono enormi le due discariche, che si estendono per chilometri: pensate a quanti rifiuti abbiamo prodotto… Comunque, mentre la discarica Basse di Stura sar√† ancora in gestione Amiat per quasi trent’anni, in quanto instabile e fonte di gas, quella pi√Ļ vecchia √® ormai stabilizzata ed √® diventata un parco, il parco della Marmorina. Erano anche stati spesi dei soldi per realizzare un accesso indipendente per il pubblico, senza dover passare dentro l’Amiat, ma l’accesso √® ormai inglobato nel campo D e il parco √® inaccessibile.

Vedete per√≤ quella zona indicata con E? E’ grande come tutti gli altri campi messi assieme e anche pi√Ļ, si trova tra il parco e le rive della Stura, e dall’alto √® gi√† punteggiata di baracche, completamente a rischio alluvione. Una volta erano orti urbani abusivi, ma io non ho idea di chi ci viva adesso e perch√©. Anche penetrare nel parco chiuso al pubblico non sar√† cos√¨ difficile; per la nostra favela appartata, lontano dagli occhi e dal cuore, lo spazio non mancher√† di certo.

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venerdì 27 febbraio 2015, 14:10

Malasosta all’italiana

Questa settimana in Comune abbiamo ricevuto il presidente di GTT Ceresa. Si √® parlato un po’ di tutto, dagli investimenti in nuovi tram (speriamo, ma non c’√® ancora niente di concreto) alla situazione finanziaria dell’azienda, legata anche ai tagli della Regione Piemonte.

I fondi per il trasporto pubblico, difatti, dipendono dalla Regione, che dal 2010 al 2013 li ha tagliati del 15%, con il conseguente taglio di linee e di passaggi, nonostante l’utenza sia molto aumentata a causa della crisi. Poi nel 2014 c’√® stato un ulteriore taglio di 18 milioni di euro, che non √® stato tradotto in tagli di servizio perch√© altrimenti esso sarebbe collassato; per cui √® rimasto il buco. Con un ricorso al TAR, la Regione √® stata condannata a ripianare almeno in parte questo buco; Chiamparino vorrebbe cavarsela con 3 milioni su 18, e se cos√¨ sar√† ci saranno altri tagli nel 2015 per recuperare il resto.

E non pensiate che basti “far pagare quelli che non pagano”: in realt√† i biglietti coprono meno di un terzo dei costi del trasporto, e anche se tutti i portoghesi pagassero si recupererebbe al pi√Ļ qualche milione di euro, a fronte per√≤ dei costi necessari per potenziare i controlli. Ceresa, peraltro, a fronte delle lamentele dei cittadini sull’evasione del biglietto ha anche esposto una contro-lamentela, raccontando che quando alcuni giorni fa √® stato infine bloccato il ragazzo senza biglietto che aveva appena picchiato due controllori e cinque vigili, la gente gridava “lasciatelo stare poverino”.

Tra le altre cose discusse stamattina con GTT c’√® la questione delle multe degli ausiliari del traffico. In un Paese normale, a fronte di qualcuno che parcheggia male ci sarebbe qualcun altro che gli fa una multa, ma noi non siamo un Paese normale; per questo esistono due tipi diversi di ausiliari del traffico, quelli abilitati secondo l’art. 17 comma 132 della relativa legge, che possono fare le multe solo per violazioni di sosta relative alle strisce blu, e quelli abilitati secondo l’art. 17 comma 133, che possono fare le multe per qualsiasi violazione di sosta su tutto il territorio comunale.

Il risultato pratico √® che gli ausiliari della divisione parcheggi di GTT, che sono quasi tutti “comma 132″, possono multare la vettura parcheggiata nelle strisce blu che ha sforato di dieci minuti la scadenza del tagliando, ma non possono multare la vettura a fianco parcheggiata su un portone o nel posto dei disabili, cosa che richiede l’abilitazione “comma 133″; il che certo fa piacere a chi parcheggia abitualmente nei posti dei disabili, ma non agli altri che si beccano la multa per molto meno, e ai cittadini in generale.

La soluzione sarebbe abilitare gli addetti secondo il comma 133, cosa per cui sono gi√† stati fatti corsi di aggiornamento nel lontano 2012; per√≤ tutto si √® fermato su problemi sindacali, perch√© ovviamente, se l’addetto deve fare la multa non solo sulle strisce blu ma anche sull’adiacente posto dei disabili, deve anche essere pagato di pi√Ļ e compensato per questa responsabilit√† aggiuntiva (peraltro nel settore trasporti il contratto nazionale √® scaduto e non rinnovato da sette anni, gli scatti sono bloccati da un pezzo, e capisco che a quel punto si riduca anche la disponibilit√† lato lavoratori).

Dato per√≤ che gli stipendi li paga GTT, ma le multe le incassa il Comune, che per questo servizio paga a GTT un fisso di 3.700.000 euro l’anno, per i bilanci di GTT la cosa √® comunque un costo. Inoltre, come sapete, sia GTT che il settore parcheggi sono da anni in vendita, anche se nessuno se li piglia; e dunque all’acquirente privato fare multe a vantaggio del Comune non interessa per niente, per non parlare del fatto che la legge richiede che gli ausiliari del traffico “comma 133″ siano comunque dipendenti di una societ√† di trasporto pubblico, per cui se per caso l’acquirente privato dei parcheggi fosse stato uno che fa solo parcheggi le multe sarebbero andate a farsi benedire.

Comunque, pare che adesso si sia giunti a pi√Ļ miti consigli, ossia che si sia concluso che tanto il settore parcheggi non si vende, e si sia deciso di procedere con l’abilitazione “comma 133″ di almeno una ventina di addetti su cento; anche il consiglio comunale potrebbe esprimersi a breve in senso favorevole.

Secondo me, per√≤, questo √® tutt’altro che sufficiente. Torino ha seri e crescenti problemi di sosta selvaggia un po’ dappertutto, e non parliamo di auto formalmente in divieto ma che non disturbano nessuno, ma di automobili abbandonate sui posti per disabili, sulle fermate dei pullman, sui passi carrai, sugli scivoli agli incroci, sulle piste ciclabili, spesso per molto tempo e con arroganza, spesso bloccando pedoni, anziani, disabili, ciclisti o semplicemente le altre auto, e non di rado causando incidenti: basta scorrere l’agghiacciante galleria di Malasosta.

Per questo, un aumento sensato delle multe a chi sosta in maniera incivile e pericolosa farebbe solo bene; non lo riterrei una “spremitura” dei cittadini. Allora, dato che il Comune comunque incasserebbe non poco dalle multe in pi√Ļ, non basterebbe fare un accordo per formare altri addetti, magari gli ex autisti inabili alla guida, e mandarli a fare gli ausiliari del traffico, pagando a GTT il loro costo?

Non so se sia un’idea troppo semplice, comunque ho presentato una mozione in tal senso, che comprende anche la proposta di pattuglie in bicicletta per controllare le piste ciclabili e quella di nuove telecamere a protezione delle corsie preferenziali e delle aree pedonali. I partiti evitano di fare queste proposte, perch√© ritengono che gli incivili siano in maggioranza e fare multe sia impopolare; io per√≤ penso che siamo giunti a un livello in cui l’anarchia per le nostre strade non √® pi√Ļ tollerabile.

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