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sabato 4 Aprile 2020, 10:24

Una rapida analisi dei dati (3)

Vedo in molti di voi i primi segni di cedimento. Anzi, vedo molti che non ci hanno nemmeno provato, che cercano ogni scusa per uscire tutti i giorni a fare la corsetta, il giro col bambino, la spesa di tre euro al supermercato. Vedo anche quelli che postano le analisi costituzionali, “la mia libertà ingiustamente limitata”. Vedo quelli che si ritengono vittima di un complotto, che dicono che in realtà non muore poi tanta gente, che si poteva andare avanti normalmente. Vedo quelli che, comprensibilmente, dicono che va bene ancora un po’ ma poi basta, che entro maggio comunque si deve riaprire.

Allora, stamattina ho pensato di rispiegare per bene ancora una cosa, senza entrare troppo nella matematica (ben spiegata nel post da cui è tratta la figura sotto). Una epidemia si diffonde secondo un suo valore caratteristico chiamato R0, che dipende dalla sua contagiosità e da quanto le persone si incontrano tra loro. Se R0 > 1 ogni persona ne infetta più di un’altra e il numero dei malati aumenta, se R0 < 1 il numero dei malati diminuisce; col tempo, quando compare un grande numero di immuni (e siamo ancora molto lontani da esso, persino se ipotizziamo di avere moltissimi malati asintomatici) il fattore R effettivo diminuisce naturalmente perché non ci sono più persone da infettare. Con un tasso normale di contatti sociali, il covid-19 ha un R0 almeno pari a 2, e cresce velocemente.

Per questo, nel momento in cui “si riapre”, se in giro ci sono ancora dei casi, l’epidemia riparte esattamente come all’inizio, come se non ci fossimo mai fermati, vanificando tutti i sacrifici che abbiamo fatto. Basta guardare la figura qui sotto.

Questo vuol dire che si può “riaprire” solo nei seguenti casi:
1) è stato trovato un vaccino e quasi tutti sono stati vaccinati;
2) il numero di casi in Italia è sceso a zero, e siamo in grado di controllare anche le infezioni di ritorno, chiudendo per bene le frontiere;
3) il numero di casi è diventato basso, e la riapertura è molto parziale, facendo in modo che i contatti siano molto meno del normale e quindi mantenendo R0 inferiore o al massimo quasi uguale a 1, e preparandosi a tornare subito al blocco se si scopre che R0 è risalito sopra 1.

Inizialmente, confido che speravo nel caso 2: ci chiudiamo in casa, portiamo R0 molto sotto 1, ammazziamo l’epidemia in un paio di mesi, eradichiamo il virus e riapriamo tutto, come hanno fatto (dicono) in Cina. Ma poi siete arrivati voi: quelli che non ci provano nemmeno, quelli che cercano ogni scusa per uscire “tanto non incrocio nessuno, che male faccio?”. Ma ogni uscita ha comunque una probabilità di un incrocio e di un contagio; magari è molto bassa, ma se milioni di persone escono, una probabilità molto bassa moltiplicata per milioni di persone fa migliaia di contagi. E non è una buona giustificazione il fatto che siano permesse uscite anche più pericolose, come quelle per chi lavora nei servizi essenziali: quelle non si possono eliminare senza far morire tutti di fame, la vostra passeggiata invece sì.

Il risultato di tutto questo è che secondo un recentissimo paper dell’Imperial College il blocco italiano non è riuscito nemmeno a far scendere R0 chiaramente sotto 1; secondo loro, siamo probabilmente attorno a 1,1-1,2. Il che vuol dire che l’andamento oscillante dei dati di questi giorni potrebbe non preludere a un progressivo calo delle infezioni, ma restare così all’infinito, potenzialmente per anni, fin che non ci siamo infettati tutti. Oppure potrebbe trasformarsi in un calo, ma lentissimo, portando a “zero o quasi” e alla parziale riapertura solo in autunno – e nel frattempo passando tutta la primavera e tutta l’estate chiusi in casa con molta gente in bancarotta. Possiamo sperare che l’ulteriore stretta di due settimane fa dia nei prossimi giorni una spinta più chiara verso il basso, ma non è detto che faccia più di tanto.

Questo perché? Perché i cinesi non sono pieni di gente che reclama il suo diritto costituzionale alla corsetta e al giro al mercato, noi sì.

(Faccio notare che su questa questione la prestazione del sistema sanitario è irrilevante, il sistema sanitario cura meglio o peggio chi si è infettato e determina il numero dei morti, ma non influenza il numero dei contagi: quello è solo determinato dal comportamento sociale e al massimo dalle protezioni, tipo le mascherine che ufficialmente non servono ma che comunque un governo decente dopo un mese e mezzo avrebbe procurato a tutti – ma questa è un’altra storia.)

Quello che voglio dunque sottolineare è che i segni di cedimento di cui parlavo all’inizio allontanano la riapertura, e non il contrario. Ogni uscita fatta oggi, specialmente quelle fatte senza criterio e senza protezioni, vuol dire settimane di uscite in meno più avanti, vuol dire maggiori danni economici e più gente senza lavoro. Uscendo, non rischiate soltanto voi, ma danneggiate tutti, compresi quelli che sono diligentemente in casa da oltre un mese. Non c’è nessun diritto costituzionale, nessuno sfinimento da bambini in casa che possa alterare questa realtà. Pensateci.

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domenica 22 Marzo 2020, 09:59

Una rapida analisi dei dati (2)

Per mantenere un po’ di ordine mentale in ciò che sta succedendo, ecco una nuova analisi dei dati matematici.

L’Italia è stata messa in “lockdown”, quello in vigore fino a ieri, tra domenica 8 e mercoledì 11 marzo. Come vi scrissi in un post di allora, qualsiasi misura ha un effetto sui contagi che nella realtà è immediato, ma nei numeri rilevati e comunicati alle sei di sera si vede con un ritardo legato al tempo di incubazione e di crescita dei sintomi fino al momento del tampone, che a Wuhan risultava essere mediamente di 12 giorni. Trattandosi di una media sulla somma di casi singoli, questo vuol dire che i primi effetti dovrebbero vedersi 9-10 giorni dopo, e poi aumentare ed essere pienamente efficaci dopo un paio di settimane.

L’obiettivo del “lockdown” è quello di far scendere il fattore R0 dell’epidemia, cioé il numero medio di persone contagiate da ogni infetto, sotto 1. Infatti, se R0<1 ogni nuovo infetto contagia meno di un’altra persona e quindi il numero dei nuovi casi tende a diminuire, fino ad azzerarsi; se R0>1 invece il numero tende ad aumentare e si ha una crescita di tipo esponenziale, in cui a essere costante non è il numero di nuovi casi, ma la percentuale dei nuovi casi rispetto al valore precedente.

Quindi, l’andamento dei nuovi casi ci dice se siamo riusciti a bloccare la diffusione esponenziale del virus oppure no; nel momento in cui R0 scende sotto 1, i nuovi casi dovrebbero stabilizzarsi in valore assoluto per qualche giorno e poi iniziare a scendere.

L’andamento nazionale è la somma degli andamenti dei vari focolai, ma vista anche la concentrazione dell’epidemia nelle zone chiuse per prima, ci aspettavamo che intorno al 18 marzo la crescita percentuale cominciasse a scendere, e che intorno a oggi il numero di casi iniziasse a stabilizzarsi. Questo era importante perché, come scrissi alla fine del post precedente, “sappiamo che un blocco stile Wuhan (cioé compresi uffici, fabbriche e tutti i negozi non strettamente vitali) funziona. Non sappiamo se funzioni un blocco come l’attuale”.

I dati, nella realtà, hanno fatto qualcosa di piuttosto imprevisto. La crescita percentuale fissa dell’esponenziale dei nuovi casi, che prima delle misure era del 20-25%, ha iniziato a scendere già attorno al 13 marzo, ma dal 16 si è assestata con impressionante regolarità attorno al 14% e non è più scesa. In pratica, da una settimana siamo ancora in fase di crescita esponenziale, soltanto più lenta, con un tempo di raddoppio di 5-6 giorni invece che di 2-3. In compenso, il cambio di trend che ci aspettavamo negli ultimi 3-4 giorni non è minimamente apparso.

Come interpretare questi dati? Ci sono diverse possibilità.

Una è che i nostri tempi di ritardo siano più lunghi del previsto, magari per problemi del nostro sistema di rilevamento dei casi, o perché ci vogliono diversi giorni perché la maggior parte della gente inizi davvero a rispettare le prescrizioni. Questo vorrebbe dire che gli effetti visti una settimana fa sono quelli delle misure prese l’ultima settimana di febbraio, e che vedremo quelli dell’8 marzo tra qualche giorno. Potrebbe dunque darsi che già il “lockdown” delle scorse settimane fosse sufficiente, e serva solo avere pazienza.

L’altra è invece che il “lockdown” applicato fino a ieri sia insufficiente a far scendere R0 sotto 1, e che questo calo sia già l’effetto delle misure dell’8 marzo, e che sia finito così, dimostrandosi largamente insufficiente. In questo secondo caso, vedremo continuare la crescita al 14% ancora per 10-12 giorni; magari un po’ meno, visto che i primi effetti in questa ipotesi si sarebbero visti cinque giorni dopo le prime misure. Poi, scopriremo gli effetti del nuovo lockdown più stretto deciso stanotte.

Il problema è che, se siamo nel secondo scenario, al punto attuale dell’epidemia ogni giorno di ritardo nell’introdurre misure più stringenti significa migliaia di morti in più. Applicando il 14% di crescita per dieci giorni a partire da oggi, si ottengono 145.000 nuovi casi e quasi 17.000 nuovi morti. Applicandolo invece a partire da ieri, con un solo giorno di anticipo si sarebbero potuti evitare (o fortemente ridurre) 25.000 casi e quasi 4.000 morti. E tutto questo senza considerare che in realtà l’effetto delle misure sul numero dei morti è ritardato rispetto a quello sui nuovi casi, e infatti i morti stanno tuttora salendo al 18-19%.

Capite dunque perché, nel dubbio, il governo si sia finalmente deciso a introdurre nuove restrizioni. A dire il vero, credo che il governo le abbia introdotte adesso per calcoli politici, perché le stavano già introducendo le Regioni con loro ordinanze e Conte non voleva perdere il ruolo di leader agli occhi degli italiani. Ad ogni modo, hanno un senso: se si vedrà un netto calo già nei prossimi giorni le si potrebbe parzialmente riconsiderare, altrimenti ce le terremo senz’altro per settimane.

Nel frattempo, ecco, se – a parte chi lavora nelle attività essenziali, e ha tutta la mia gratitudine – poteste cortesemente stare a casa quando non è strettamente necessario a sopravvivere, fareste un favore a tutti.

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martedì 17 Marzo 2020, 14:14

Stamattina sono uscito di casa

Stamattina, dopo nove giorni, sono uscito di casa – per fare la spesa.

Ero leggermente ansioso, tipo che ero sveglio dalle cinque con la tachicardia solo al pensiero di uscire; perché alla fine, casa propria è il simbolo del proprio animo e chiudercisi dentro dà sicurezza. Mi immaginavo un deserto postnucleare, e invece no: le strade sono piene di macchine e di gente che si fa i cazzi suoi. Ok, non piene come in un giorno normale, ma comunque a ogni semaforo sei in mezzo a diverse altre macchine, e pure i pullman (quasi vuoti – tanto vale che li riducano).

Sono arrivato al Lidl di corso Potenza alle 8:20, dieci minuti prima che aprisse: ero il numero nove, ma siccome la capienza è di dieci alla volta, sono entrato subito. Ma ci ho messo comunque un’ora e mezza: credo che 140 euro al Lidl non li rispenderò mai più… (anche se compravo per noi e per mia mamma).

La sorpresa è che c’era quasi tutto: persino le ricariche del sapone liquido, sparite da febbraio. Mancavano solo i guanti di gomma (e l’alcool, beh, quello è ormai leggenda). Però quando dopo un po’ di ricerca ho trovato in fondo allo scaffale gli ultimi pezzi di mozzarella per pizza, ho comunque esultato a braccia alzate come ai mondiali di calcio. Invece non ho comprato carta igienica, anche se ne ho solo più 47 rotoli: scusate ma per noi anali la certezza di cagare in morbidezza è psicologicamente vitale (comunque l’ho comprata per mia mamma).

Dentro, il clima era surreale. La mascherina ce l’avevamo in pochi (la mia era autoprodotta con un tovagliolo e dello spago, perché pensavo che senza mi avrebbero guardato male). Le distanze sono chiare alla cassa, dove hanno anche messo degli utili adesivi per terra; meno altrove, perché buona parte semplicemente se ne frega. Attorno alla verdura sembrava Porta Palazzo… E pure a me è toccato il vecchio, senza mascherina, che mi è venuto a mezzo metro perché doveva assolutamente farsi dire dove si trovava lo yogurt greco che a sua moglie piace tanto e allora l’aveva mandato lì e (a questo punto, dopo avergli indicato col dito il vicino scaffale di metri e metri di yogurt, ero già andato via).

In cassa non ho aspettato molto, meno del solito; avevo ancora mezzo carrello pieno quando tutto il nastro trasportatore era già occupato, ma la santa cassiera mi ha detto di fare con calma, io l’ho ringraziata e mi sono scusato per lo spesone da 7-10 giorni di autonomia più scorte, lei mi ha detto che faccio bene e che dovremmo fare tutti così. Infatti prima di me è passata una signora che ha speso sei euro in tutto, tipo pane e latte e bon, e si è pure lamentata che aveva dovuto aspettare tutta la spesa di quello davanti. Forse sarebbe il caso di mettere un minimo di spesa o un massimo di uscite settimanali per la spesa, se no questa diventa una scusa buona per uscire continuamente di casa.

Nota di assurdità al fatto che ste povere cassiere hanno anche dovuto mettersi a transennare il pezzo con la cartoleria, il fai da te e gli accessori da giardino. Capisco che chi ha la cartoleria chiusa si lamenti se i supermercati invece vendono le stesse cose, ma tanto le vende comunque anche Amazon. E non ha molto senso che io lavori da casa e però se finisco la carta da stampante debba restare senza, o comprarla online per forza e far girare qualcuno per portarmela.

Infine, io avevo la mia brava autocertificazione (grazie al fatto che non ho finito la carta da stampante) ma nessuno mi ha fermato, né era molto probabile che succedesse, vista la quantità di veicoli in giro. C’erano due vigili in mezzo a corso Francia subito prima di piazza Massaua, fermavano una macchina ogni tanto, una in un senso e poi una nell’altro, mentre altre 50 macchine sfrecciavano via.

In sostanza, è stato bello mettere il naso fuori, ma tutto sommato si sta meglio a casa: a disinfettare due volte tutta la spesa con due diversi disinfettanti.

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mercoledì 11 Marzo 2020, 15:08

Una rapida analisi dei dati

Mi rendo conto che capire i dati di una epidemia non è immediato; detto che io non sono una fonte ufficiale di previsioni, tantomeno in una situazione così incerta, viste le domande ribadisco alcune cose.

1. Qualsiasi misura di contenimento del covid-19 ha effetto visibile mediamente 10-12 giorni dopo, che è il tempo medio che passa tra quando uno si infetta e quando ha sintomi così gravi da andare in ospedale a fare il tampone.

2. Questo vuol dire che quasi tutti quelli che si sono infettati dall’inizio di marzo a oggi non sono ancora ufficialmente noti (anche se, incontrandoli, in gran parte mostreranno qualche sintomo ancora lieve) né conteggiati. Però vi possono infettare.

3. Questo vuole anche dire che i dati di questa settimana e dell’inizio della prossima NON misureranno l’efficacia delle misure introdotte questa settimana, se non in minima parte (che cresce col tempo).

4. E’ dunque presumibile che da qui a metà-fine della prossima settimana continueremo a vedere una crescita esponenziale di tutto (tra l’altro, il dato ridotto dell’incremento di casi di ieri non fa testo perché mancava mezza Lombardia, e facilmente ad esso corrisponderà un incremento più alto stasera). Speriamo che la crescita sia un po’ più lenta perché la settimana scorsa più gente è rimasta a casa, ma non so quanto.

5. Al ritmo attuale, tutto raddoppia ogni tre giorni. Questo significa che da qui a metà settimana prossima i numeri giornalieri di nuovi casi e nuovi morti si moltiplicheranno per cinque o giù di lì, a meno di quanto detto al punto precedente. Non è quello che vi deve spaventare: ormai non ci si può fare niente.

6. In Piemonte mi risultano (a oggi a mezzogiorno) 75 ricoverati su 312 posti di terapia intensiva (poi immagino ci siano altri posti occupati da malati di altro). Questo, più il punto precedente, vuol dire che a metà settimana prossima, se il trend non rallenta, gli ospedali saranno ampiamente saturi. In Lombardia credo lo siano già, o quasi.

7. Quindi questa settimana è il momento più rischioso per incontrare persone (perché ci sono in giro molti infetti non ancora sintomatici, esponenzialmente più che nelle settimane passate) e anche quello più rischioso per ammalarsi (perché non ci sarà posto in ospedale se ci doveste finire). State a casa, uscite giusto solo una volta per la spesa.

8. Se le misure prese domenica saranno sufficienti, da metà-fine della prossima settimana succederà come a Wuhan, cioé il numero di nuovi casi rilevati (che, in realtà, è il numero di nuovi infetti di 10-12 giorni prima) si stabilizzerà per qualche giorno e poi inizierà a scendere. Se non succederà, allora sarà un disastro.

9. Tutto questo vi fa capire anche perché, nel dubbio, adottare ancora ulteriori restrizioni senza aspettare di vedere l’effetto delle precedenti potrebbe non essere una cattiva idea. Sappiamo che un blocco stile Wuhan (cioé compresi uffici, fabbriche e tutti i negozi non strettamente vitali) funziona. Non sappiamo se funzioni un blocco come l’attuale, con uffici e fabbriche aperte e la gente che interpreta la legge per farsi una corsetta al parco o andare a comprare il giornale; siamo i primi a sperimentarlo.

P.S.: Tutto quello che avete letto è una stima logica in base ai dati disponibili, ma che potrebbe essere anche molto sbagliata in meglio o in peggio.

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martedì 3 Marzo 2020, 13:53

Nuovo cinema Coronavirus

Uno degli effetti di essere chiusi in casa in questi giorni è di aver voglia di guardare qualcosa la sera; e così, sto apprezzando Prime Video.

Finalmente dopo trent’anni ho potuto vedere Sonatine di Kitano: molto bello… se apprezzate il cinema giapponese. E’ un film di gangster, con regolamentari sparatorie e ammazzamenti, ma è completamente diverso da un film di gangster americano, e facilmente dopo la prima mezz’ora, agli ennesimi trenta secondi di inquadratura di un’auto che corre nel nulla, vi sentirete annoiati e perplessi.

Superata quella fase, se siete fortunati, comincerete ad apprezzare non solo l’estetica e la simmetria delle inquadrature di Kitano e la meravigliosa natura di Okinawa, nonché la colonna sonora di Hisaishi (che, per chi non lo sapesse, è l’autore di quasi tutte le musiche dei film di Miyazaki), ma il senso alienante e dis-alienante dell’intera faccenda. Andando avanti, durante le famose scene dei giochi sulla spiaggia o nel fantastico climax finale, potrete chiedervi se il protagonista è impazzito o ha ritrovato la ragione, se ha distrutto o riconquistato la sua vita.

Essendo un film giapponese, racconta la vita per elisione, per piccoli dettagli da cui è compito dello spettatore inferire il tutto, e comunque lascia con più domande di quelle con cui si è partiti; ma nonostante il ritmo (che se era lento nel 1993, figuratevi nel 2020), è una esperienza premiante che ricorda che una volta, prima dei polpettoni miliardari di supereroi in mutande, esisteva anche un cinema non puramente di intrattenimento.

Ieri sera invece ho visto Le ricette della signora Toku, un film molto più recente, bello anch’esso (specialmente, due ottimi attori protagonisti); ma a confronto persino Una tomba per le lucciole è il carnevale di Rio. E niente, i giapponesi sono pessimisti sulla vita; e con tutte le epiche disgrazie che regolarmente li affliggono, vorrei vedere.

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martedì 21 Gennaio 2020, 21:19

Cinque cose da non fare a Pechino

Cinque cose da non fare per un turista occidentale che visita Pechino:

1. Quando si va ad omaggiare la salma del compagno Mao, passandogli vicino e notando il volto liscio e gommoso della mummia, esclamare a voce alta: “MA E’ BERLUSCONI!”.

2. Attraversando la grande porta che conduce dentro la Città Proibita, in mezzo a un flusso continuo di migliaia di persone, e notando che sopra di essa è costruito un vero palazzo di molte stanze e che molte persone si staccano dalla folla per salirci, chiedere all’addetto: “Schiusmi, is this the autogrill?”.

3. Visitando il meraviglioso tempio Yonghegong dei lama tibetani, di fronte al pannello della storia del tempio che in inglese rimarca come i monaci sin dal dopoguerra siano degli instancabili “baluardi del patriottismo e del socialismo”, fermare un monaco e chiedere “But if you monks are all socialist, who do you steal from?”.
(mai dimenticare)

4. Sempre nel tempio lama, fotografare con inquadrature tendenziose che sembrano far uscire l’incenso acceso dai fedeli direttamente dal culo dei leoni di bronzo.

5. E inoltre, quando un fedele gira la ruota della preghiera, intonare a gran voce la musichetta de Il pranzo è servito per poi, quando la ruota si ferma, gridare “IL FORMAGGIO!”.

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lunedì 6 Gennaio 2020, 21:46

Una nota storica sulla candidatura a sindaco di Appendino

Vedo in giro la polemica suscitata da una intervista di Marco Canestrari che afferma che la candidatura a sindaco di Torino di Chiara Appendino nel 2016 fu decisa dall’alto da Davide Casaleggio, con conseguenti smentite degli attuali eletti M5S che assicurano di averla scelta loro. Dove sta la verità? Beh, sta nel mezzo.

E’ vero che il 7 novembre 2015 ci fu una assemblea generale degli attivisti M5S in cui Chiara fu nominata candidato sindaco per acclamazione, in assenza di altri candidati (ce n’erano un paio, sostanzialmente sconosciuti persino a me, che prima della votazione si alzarono e si scusarono tanto per aver sbagliato ad offrirsi, ritirandosi e sostenendo Chiara).

E’ anche vero però che già il 28 ottobre 2015 la “candidatura unanime” di Chiara fu annunciata sul Fatto Quotidiano come cosa fatta, tramite un articolo non firmato. Inoltre, il 30 ottobre, ultimo giorno dell’assemblea ANCI che si teneva a Torino, io incontrai Nogarin, allora sindaco di Livorno, che mi prese da parte e mi disse che quell’articolo era stato fatto uscire da Casaleggio in persona, e di sostenere Chiara anch’io, proponendomi piuttosto come suo vice per il bene e l’unità del M5S.

Alla fine, qualunque votazione avrebbe comunque portato alla scelta di Chiara, perché le alternative erano state allontanate e screditate con un lavoro di almeno due anni, condiviso con gli allora leader regionali e almeno approvato, se non richiesto, da Milano. Ma ci fu certamente una scelta comunicativa pianificata e organizzata nel far uscire la sua candidatura come risultato di una acclamazione unanime, pensando che ne avrebbe lanciato con successo (come è stato) la campagna contro Fassino. Non sapevo dell’incontro privato tra Appendino, suo marito, Bono e Casaleggio avvenuto a inizio ottobre 2015, di cui parla oggi Lo Spiffero e in cui si sarebbe presa questa decisione, ma mi sembra estremamente verosimile.

Non mi pare niente di troppo sconvolgente, visto che tutti i partiti funzionano così; già allora le idee originali del Movimento erano decadute da un pezzo, sostituite dall’ambizione di potere a cui tutto veniva piegato. Semplicemente, molti di noi della prima ora, compresi tanti che quel 7 novembre alzarono la manina in buona fede credendo di contare davvero qualcosa, non l’avevano ancora capito appieno.

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venerdì 8 Novembre 2019, 18:37

Rocketman è meglio di Bohemian Rhapsody

Dunque, sul volo del ritorno dal Canada ho finalmente visto Rocketman, e dunque ora posso rispondere anch’io alla domanda cinematografica dell’anno: ma Joaquin Phoenix vincerà l’Oscar? No, scusate, intendevo: ma è meglio Rocketman o Bohemian Rhapsody?

Ecco, è meglio dire da subito (io non lo sapevo) che si tratta di due film completamente diversi: Bohemian Rhapsody è una biografia, Rocketman è un musical. E’ vero, Rocketman racconta la storia e la carriera di Elton John dall’infanzia fino agli anni ’80, ma bastano i primi cinque minuti, in cui penserete di stare vedendo La La Land in London, a farvi capire che qui cantano, ballano e ogni tanto volano pure come in un fottuto film Disney.

Questa, però, è anche la forza del film: perché alla fine, se da Bohemian Rhapsody mettete un attimo da parte la strepitosa performance di Rami Malik e le canzoni dei Queen e vi concentrate sulla sceneggiatura e sui dialoghi, cioé sul cuore di qualsiasi film, ecco, Bohemian Rhapsody si riduce alla triste agiografia dell’avvocato dei Queen, con più scene in cui lui spunta dal nulla e impone le mani per salvare il mondo mentre quei quattro rockettari dalla sessualità comunque dubbia lo guardano adoranti.

Oddio, alla fine anche Rocketman forse si può ridurre all’obiettivo di far cantare di nuovo I’m Still Standing a Taron Egerton, come già aveva fatto in Sing, il secondo film d’animazione più sottovalutato del decennio dopo il meraviglioso quanto mal promosso Kubo-e-non-so-che-cavolo-ci-hanno-messo-in-italiano-per-allungare-il-titolo-che-se-no-si-confondeva-con-un-furgone. Ma tornando a Rocketman, il punto è che se anche gli togli il fanservice (e Bohemian Rhapsody è invece puro fanservice dal primo all’ultimo minuto, senza quello non c’è niente) Rocketman resta un film con ambizioni artistiche più che sostenibili, un musical su un ragazzino di grande talento e grande successo ma a cui manca l’amore. Ok, quindi bastava che rimandassero in sala Tommy e saremmo stati tutti più felici (e non a caso in Rocketman Pinball Wizard c’è), ma anche così, dai, sono passati 45 anni, se anche scopiazzi il soggetto da te stesso e dai tuoi amici non se ne accorgerà nessuno.

Questa scelta è comunque molto coraggiosa, perché togliendo il fanservice Rocketman spiazza proprio il suo pubblico predestinato, quello dei fan di sir Elton (e ai più giovani magari sir Elton dice poco, ma è stato il musicista più venduto al mondo per tutti gli anni ’70 o quasi). Infatti in giro è pieno di recensioni di fan che gli danno quattro, perché è impossibile, è uno scandalo, al famoso concerto del Troubadour che si vede nel film lui non ha mica davvero suonato Crocodile Rock, che anzi non era ancora stata composta; e come mai non si parla degli arrangiamenti, delle evoluzioni stilistiche, delle note sul retro della prima edizione in vinile del quarto album (sapete, i fan sono così). E oltretutto, visto il soggetto ci si aspetterebbe anche un film pieno di manzi e di lingue al verde, ma – a parte Crudelio Demon, l’inevitabile manager cattivo di tutti i film sulle band – non si vede nemmeno granché da quel punto di vista (o forse non lo si vede nell’edizione Air Canada).

Insomma, Rocketman è soprattutto un film coraggioso, che invece di fare una puntata lunga di Techetechetè sulla musica di Elton John prova a fare qualcosa di originale e di artistico, e ci riesce anche piuttosto bene. Già solo per questo, per me è un grande sì.

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sabato 12 Ottobre 2019, 12:21

Segnali di resa

Come sapete, non ho mai simpatizzato per la politica dell’accoglienza a prescindere e delle frontiere spalancate, ma nemmeno per il razzismo o per l’idea di una società “pura” e monoculturale. Tra i due estremi, ho sempre pensato che comunque ci fosse più illuminazione e futuro in chi vuole accogliere, rispetto a chi vuole rifiutare. Eppure, più passa il tempo e più mi preoccupo dei segnali che vedo: i segnali di una resa progressiva della società europea a chi, venendo da culture diverse dalla nostra, vorrebbe cancellarne i principi di laicità e modernità.

A differenza del razzismo, generalmente sguaiato e immediatamente visibile, i segnali di resa sono seminascosti; ne parlano solo i media di “centrodestra”, e siccome spesso li esagerano in maniera indegna, con titoli acchiappaclick da vomito, viene facile ignorarli del tutto. Ma sotto il titolo c’è comunque un fatto reale, il comportamento di una parte di società – ben inserita e sovrarappresentata ai vertici delle nostre istituzioni – che non capisce che all’aggressione antica, atavica, di un millenario istinto di sopraffazione tipico di tutte le religioni monoteiste (oggi in Europa il problema è l’integralismo islamico, ma il cristianesimo lo è stato mille volte) bisogna rispondere con la forza e con la fermezza, non con la dolcezza e con la tolleranza. E invece, si scopre che i terroristi islamici arrivano facilmente fino nei posti più delicati della struttura statale, quelli vitali per combatterli, perché nessuno ha il coraggio di buttar fuori un poliziotto al primo segno di radicalizzazione, perché “oddio poi è razzismo”.

Il razzismo c’è, è un problema che è necessario risolvere per costruire una società pacifica nel futuro, ma è troppo semplice dire che l’unico problema culturale fondante della società di oggi sia il razzismo. Anche solo dai simboli, persino quelli più banali come la nazionale di calcio (il più sacro simbolo laico nazionale a livello popolare) improvvisamente presentata come una fila di modelli mulatti vestiti di verde, o dalle reazioni scomposte all’idea che un commissariato europeo abbia nel suo nome la difesa dello stile di vita europeo, si capisce che davvero abbiamo un altro grosso imprescindibile problema che ci può ipotecare il futuro: quello di non sapere più chi siamo, quali siano i nostri simboli e i nostri valori, e cosa ci distingua dal resto del mondo, specialmente da quel resto del mondo, gran parte di esso, che passa la vita ad ammazzare ed ammazzarsi l’un l’altro.

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martedì 24 Settembre 2019, 21:17

La triste verità sull’ambiente

Vi giuro, non volevo parlare anch’io di Greta Thunberg, ma mi sembra che siate tutti abbastanza fuori strada, divisi tra sostenitori e critici. Ma lei è solo una ragazzina, e per quanto lodevole non può salvare il mondo, perché non ha la minima idea di come funzioni davvero. Greta che grida, piange e attacca i politici rassicura esattamente come rassicurava Grillo, suggerendo soluzioni semplici a problemi complessi, ma con un piccolo problema: non funzionano.

E’ duro sentirselo dire, ma per quanto sia giusto mettere in atto ogni passo possibile contro il cambiamento climatico, non esiste una soluzione che sia efficace, immediata e socialmente sostenibile. Esistono soluzioni parziali che miglioreranno le cose piano piano, forse troppo piano per la scala del problema. Accelerare più di tanto, però, non è fattibile, e non per cattiveria dei politici o per ingordigia degli industriali.

Semplicemente, al momento l’umanità non dispone di tecnologie e risorse sufficienti a garantire neanche lontanamente il nostro stile di vita ma a emissioni zero. E non è una questione di cambiare la macchina, di riciclare la plastica o di non andare in vacanza in aereo – quelle, permettetemi, sono meritorie cagate. E’ tutta la nostra organizzazione sociale – la creazione e distribuzione del cibo, la generazione di energia, le attività che permettono a ognuno di guadagnare i soldi con i quali sopravvivere – che non può prescindere dall’inquinamento.

Oggi, vivere tutti a emissioni zero – e non solo una manciata di ricchi con abbastanza soldi per mangiare vegano e comprare una Tesla – vorrebbe dire vivere molto peggio e in molti casi morire di fame, innanzi tutto nei paesi non occidentali, che già oggi generano due terzi delle emissioni e hanno ancora meno alternative di noi.

Per cui, fate attenzione a che Greta non vi intrattenga troppo, distraendovi dal vero problema: siamo davvero disposti, tutti, a rinunciare in profondità al livello di benessere materiale che abbiamo raggiunto, e non solo per due o tre cose superficiali? Io penso di no, e quindi, quale politico potrebbe mai porsi come obiettivo una cosa del genere? E’ impossibile; è solo possibile tirare avanti minimizzando i danni, e sperando che, ancora una volta, l’umanità riesca a cavarsela.

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