Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mer 22 - 0:34
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
mercoledì 15 febbraio 2017, 18:45

Dati alla mano, perché bloccare i diesel è sbagliato

A me, e alle migliaia di torinesi a cui i blocchi del traffico di Appendino non piacciono, non va di passare per inquinatore pigro col sedere sempre sull’auto. Per questo, permettetemi di contestare questo provvedimento coi dati; sono tutti presi dal sito del Comune di Torino, sezione Informambiente, ossia sono gli stessi che hanno sul tavolo sindaca e consiglieri comunali.

Si dice che il blocco dei diesel è necessario perché siamo in una emergenza ambientale che fa “centinaia di morti l’anno”, dovuta a livelli intollerabili di PM10. A parte che il concetto di “morte da inquinamento” è valido ma difficilissimo da quantificare oggettivamente, dato che diventa una concausa di una presunta anticipazione della morte naturale, se prendiamo i dati storici nelle tabelle qui sotto vediamo che da otto anni ormai Torino è entro i limiti di legge (50 microgrammi al metro cubo) in termini di media.


Siamo ancora fuori legge in termini di numero di giorni di sforamento; ma è evidente, pur nella forte oscillazione di questi dati dovuta alla variabilità del tempo nei vari anni, un trend in discesa legato al cambiamento strutturale di veicoli e abitudini. E’ giusto incentivarlo, anche accelerarlo, ma allora quello che si deve fare è promuovere il passaggio dall’auto privata a forme di mobilità più sostenibile, invece che l’acquisto di un’auto privata più nuova; e comunque, non c’è nessuna emergenza, altrimenti dieci o vent’anni fa, quando l’inquinamento era doppio o triplo, Torino sarebbe stata sterminata.

Bene, voi direte: ma anche un provvedimento come questo, che invece di incentivare a lasciare l’auto privata spinge a comprarne una nuova passando da diesel a benzina, è utile a questo trend, perché il PM10 è responsabilità dei diesel. Peccato che la realtà sia ben diversa: la prossima tabella mostra le emissioni medie di PM10 dei veicoli diesel e benzina, secondo la categoria “Euro X”. Notate qualcosa?

Certo, i vecchi diesel Euro 0 o precedenti producevano quantità abnormi di PM10, ma a partire dall’Euro 5, le emissioni di PM10 dei diesel sono uguali a quelle dei benzina. Uguali! E allora che senso ha bloccare anche i diesel Euro 5-6 ma non i benzina, come prevede la delibera dell’amministrazione torinese in caso di sforamenti elevati?

Anche per gli Euro 3-4, le emissioni medie sono circa doppie dei corrispondenti benzina; più alte, certo, ma non così tanto da attribuire solo a queste macchine la responsabilità del PM10, che invece è ormai distribuita su tutto il parco circolante, benzina o diesel che sia, e dipende molto di più dalle abitudini di spostamento, ossia da quanto ognuno usa la propria macchina. Per esempio, un veicolo a benzina Euro 6 che percorre 30 km al giorno emette il 50% in più di PM10 di un diesel Euro 3 che ne percorre 10.

L’ultima figura, qui sopra, è quella che usa il Comune per giustificare l’accanimento contro il traffico, invece che contro le caldaie o i roghi della plastica. Ci sta, probabilmente è vero che il traffico è tuttora il principale responsabile del PM10, però guardate la data in fondo: sono cifre del 2010. Vista la continua discesa del numero e delle emissioni dei veicoli circolanti, viene naturale pensare che sette anni dopo le proporzioni potrebbero essere cambiate significativamente; per esempio, questo studio, dati alla mano, sostiene che il grosso del particolato nell’aria della pianura padana derivi dall’uso di legna e pellet come combustibile.

Morale? Secondo me questo blocco non ha nulla a che fare con la salute e con motivazioni scientifiche; se così fosse, guardando queste tabelle, la scelta sarebbe stata di concentrarsi sull’incentivazione della mobilità alternativa, proseguendo il trend degli anni scorsi senza tanti allarmismi; ma anche volendo invece fare qualcosa, si sarebbe allora provveduto a bloccare uniformemente tutte le auto, a rotazione, vecchie e nuove, benzina e diesel, colpendo allo stesso modo tutti, per mandare il messaggio che bisogna usare di meno l’auto privata e di più gli altri sistemi di mobilità, invece che quello di cambiare l’auto (chi ha i soldi per farlo) da diesel a benzina, per poi poter sgasare liberamente persino con un SUV da sei chilometri al litro.

E allora perché questo provvedimento? Secondo me la risposta è una sola: propaganda. Ben studiata, perché fermare tutti fa arrabbiare tutti, mentre fermare solo i diesel fa arrabbiare solo chi possiede un diesel, che però viene additato come sporco inquinatore, mentre tutti gli altri possono dire: vedi, questa sindaca ci tiene alla salute, non come quello prima! Peccato che l’effetto sulla salute di questo provvedimento, per come è studiato, sarà circa nullo, e comunque indimostrabile. Ma per far finta di fare qualcosa, va bene.

divider
sabato 11 febbraio 2017, 10:35

Il ventennio grillista

Qualche giorno fa su Radio Popolare intervistavano Emiliano Fittipaldi, il giornalista dell’Espresso autore dello scoop sulle polizze della Raggi. Popolare vive ancora negli anni ’90, se non nei ’70, e quindi gli hanno chiesto: ma i continui attacchi di Di Maio e di tutto il M5S ai giornalisti e ai magistrati non sono un modo di fare berlusconiano? Lui li ha gelati rispondendo: a me ricordano piuttosto il periodo che portò al ventennio fascista.

Questo piccolo scambio ha suscitato in me una riflessione. E’ dalla nascita del Movimento 5 Stelle che si dice che al suo interno ci sono modi di fare squadristi, ma dall’interno noi abbiamo sempre, credo a ragione, derubricato la cosa a folklore marginale di pochi idioti; il Movimento delle origini, infatti, brulicava di partecipazione, di riflessioni sulla democrazia, di assemblee, di decisioni collettive. Era una cosa a metà tra il Partito Pirata e i girotondi antiberlusconiani, pieno di persone che venivano dai partiti e dai movimenti di sinistra, dall’ambientalismo, dalla cittadinanza attiva; e questo corpo diffuso bilanciava ampiamente il ruolo e il tono forte dei due capi politici, e il seguito personale carismatico di Beppe Grillo nella pancia del Paese.

Il problema è che, progressivamente, la partecipazione e la democrazia si sono spente; degli originari attivisti di 7-10 anni fa per cui “ognuno vale uno”, adesso una parte sono VIP televisivi o comunque politici in carriera, concentrati sulla gestione del consenso collettivo e personale, mentre quasi tutti gli altri hanno smesso o sono stati allontanati. Nessuna decisione è più presa dal basso; le discussioni avvengono tra eletti, in stanze chiuse, e vengono poi trasformate in propaganda con cui indottrinare la base e l’elettorato, o al massimo in qualche plebiscito online dall’esito già scritto.

Nel frattempo, la situazione politica italiana non fa che deteriorarsi. La somma di una crisi economica nazionale senza sbocchi e di un dibattito politico e mediatico sempre più rabbioso, divisivo e slegato dai fatti ricorda davvero il periodo di cent’anni fa che precedette il fascismo, peggiorato ulteriormente dalla novità della pressione socioculturale dovuta a flussi migratori ingestiti e probabilmente ingestibili. Nessun italiano di oggi ha vissuto quel periodo, e l’Italia, a differenza di altre nazioni, non ha mai maturato alcun anticorpo contro di esso.

Il M5S probabilmente dall’anno prossimo governerà l’Italia, o sarà perlomeno il maggior partito in una situazione di stallo totale che ridurrà ulteriormente la fiducia nella democrazia. Per questo è giusto chiedersi se sia davvero possibile un Ventennio a cinque stelle; non è detto che il M5S al potere porti per forza a un nuovo regime autoritario, ma i segnali preoccupanti esistono.

Preoccupante, difatti, non è soltanto lo squadrismo diffuso della base, di cui sotto vi darò un piccolo esempio; è preoccupante la reazione dei vertici e degli eletti a tutti i livelli, ovvero la futura classe dirigente del Paese, che non si dissociano mai da questi comportamenti, ma stanno zitti o peggio aizzano la folla contro chi dissente, contro i giornali, contro i giudici (solo quelli che indagano il M5S però), cioè contro gli elementi fondamentali di qualsiasi democrazia occidentale.

Sono quelli che se Feltri fa un titolo sessista e disgustoso contro la Raggi si scandalizzano a morte, salvo poi applaudire il capo e i colleghi, o perlomeno esibirsi nei distinguo, quando essi fanno la stessa cosa. Sono quelli che davanti a qualsiasi cattivo comportamento di qualcuno del M5S rispondono dicendo che è tutto un complotto dei giornali, o di “traditori” che vogliono “apparire sui giornali” o “tenersi la poltrona”. E non si capisce se ci credono veramente, nel qual caso sono talmente dissociati dalla realtà da essere pericolosi, o se sono solo furbetti, nel qual caso sono disonesti e pronti a tutto per mantenere il consenso e quindi altrettanto pericolosi.

Per questo a me spaventano i discorsi un po’ da bar, pieni di luoghi comuni, della nuova dirigenza grillina. Non è tanto un problema di grammatica e stile letterario, ma di scarsità di cultura politica, che porta queste persone a fare tutto un discorso sulla censura dei poteri forti o sulla resistenza al nazifascismo, e poi ad andare nelle riunioni interne a imporre la linea unica del capo o a cercare di cacciare chi la pensa diversamente da loro, essendo pure convinti che queste cose stiano bene insieme.

Oltre a quella della propria effettiva capacità amministrativa, questa è per me la principale questione sul tavolo del Movimento 5 Stelle. Siamo tutti convinti che il vecchio sistema politico sia corrotto e incapace, non c’è bisogno di ripeterlo; ma è comunque meglio una democrazia corrotta che una nuova dittatura. Per questo, se il M5S vuole governare il Paese, è il momento che i suoi eletti e i suoi sostenitori cambino registro – se ne sono capaci.

E ora, per farvi capire di cosa parlo, incollo un po’ dei commenti e dei messaggi che ho ricevuto da simpatizzanti e attivisti a cinque stelle dopo il mio post sulle polizze della Raggi: buona lettura.

 

divider
martedì 7 febbraio 2017, 10:50

Cari consiglieri, una proposta da Malpensa

Cara giunta e consiglieri comunali che vi occupate di trasporti, invece di inventarvi solo nuovi modi di complicare la vita alla gente come i blocchi del traffico e il bip a gomitate sui pullman strapieni del mattino, volete fare qualcosa che la semplifichi? Leggete qui.

Stamattina sono tornato dalla Germania con un volo su Malpensa, perché il mio giro prevedeva un biglietto sola andata a prezzi ragionevoli e questo su Caselle è impossibile. Ora, se viaggiate, saprete che l’unico collegamento diretto tra Malpensa e Torino è un pullman della Sadem, la ditta che gestisce in monopolio tutti i collegamenti via bus tra Torino e gli aeroporti. Saprete anche che costa 22 euro, che vuol dire un migliaio di euro di incasso a viaggio, non certo poco; che c’è circa ogni due ore, per cui perderlo vuol dire perdere un sacco di tempo; e soprattutto, che da qualche anno la Sadem ha istituito la prenotazione obbligatoria, per cui è necessario comprare il biglietto in anticipo, stamparlo su carta, e sapere esattamente quale corsa si prenderà.

Ora, anche un bambino capisce che questo approccio a una navetta aeroportuale è una follia, perché è facile che i voli siano in ritardo, che la valigia non si trovi, che insomma ci sia un contrattempo che rende impossibile sapere in anticipo, prima del volo di andata, a che ora si riuscirà a prendere il bus al ritorno. Certo, la prenotazione obbligatoria permette di dire prima alla gente che non c’è posto, ed evita il problema del gruppone che arriva senza preavviso; ma questo problema sarebbe affrontabile semplicemente aumentando un po’ il numero delle corse e quindi la disponibilità di posti. Certo, però, questo vorrebbe dire aumentare un po’ i costi per il gestore, e ridurre i suoi utili, che però, a 22 euro a corsa, presumo siano davvero molto elevati; evidentemente il servizio è gestito nell’ottica di fare più soldi possibile, a costo di peggiorare la qualità del servizio per i torinesi.

Nel mio caso, l’atterraggio era previsto alle 8:20, e il bus era alle 8:35; era veramente difficile capire in anticipo se ce l’avrei fatta o no, per cui è normale che io abbia deciso di comprare il biglietto sul posto, solo nel caso in cui fosse andato tutto liscio. Peccato che, uscito alle 8:25 davanti alla porta 4 (quella da cui partono i bus), io sia andato al banco vendita e l’abbia trovato vuoto; al che ho percorso mezzo aeroporto, fino alla porta 6, per cercare un punto vendita aperto; non ce n’erano, al che ho pensato di comprare il biglietto dall’autista, come ho fatto già più volte arrivando la sera tardi.

Mi reco quindi alla palina sulla strada, dove una folla di varia umanità (prevalentemente cinesi) aspetta il bus; bisogna sapere che ferma lì, perché sulla palina c’è scritto solo “navetta Holiday Inn” (evidentemente un collegamento più importante di quello per Torino). Arriva il bus, l’autista scende e dice: avete tutti i biglietti? Io mi svelo e lui mi risponde che vendermi il biglietto non è un suo problema, e devo andarlo a comprare “nell’ufficio là in fondo”; gli spiego che l’ho già cercato, mi fa “in fondo in fondo, vicino alla porta 7”. Faccio qualche centinaio di metri di corsa con la valigia e trovo finalmente l’ufficio Sadem; spiego la situazione, e l’impiegata mi risponde “io non faccio biglietti per Torino, deve farli per forza dalla collega alla porta 4”. Segnalo che non c’era nessuno, mi dice “no vada vada, adesso c’è sicuramente qualcuno”; non si capisce perché non possa vendermi lei il biglietto, ma evidentemente anche per lei non è un suo problema.

Rifaccio di corsa mezzo aeroporto, arrivo lì, effettivamente c’è una signorina, le passo i 22 euro, lei non mi dà un biglietto, no: comincia a prendere un computer e a collegarsi a un applicativo Windows, o forse un sito Web, cliccando e ricliccando come se dovesse comprare un biglietto aereo per Tokyo. Infine, dopo due minuti di clic, fa partire una stampante che produce un foglio di carta. Lo prendo, corro fuori… e ovviamente vedo l’autista che mi parte in faccia senza aspettarmi.

Torno dentro, stanco e furioso, gridando mi faccio ridare i soldi (dovevo essere talmente incazzato che me li ha ridati senza battere ciglio) e vado a prendere il treno; il primo treno per Milano Centrale viene soppresso, una massa di stranieri perplessi (o sghignazzanti il solito “ah, Italien”) si sposta all’altro binario, dove per soli 13 euro posso prendere un regionale per Milano, e da lì un treno per Torino, mettendoci tre ore.

Ora, voi probabilmente potreste anche anche pensare che sia un problema da poco, ma io adesso ho dovuto spiegare al mio capo come mai ci sto mettendo più tempo da Malpensa a Torino che da Colonia a Malpensa, e dopo due o tre volte l’azienda potrebbe anche dirmi: senti, ma perché non ti trasferisci in Germania o perlomeno a Milano, così risparmiamo un sacco di soldi in trasporti e in tempo lavorativo buttato? E’ anche così che i posti di lavoro vanno via da Torino.

Per cui, amministrazione comunale: non fatevi infinocchiare quando vi promettono un treno alta velocità per Malpensa che costerebbe miliardi; sarebbe comunque pronto tra vent’anni, e nel frattempo a Torino saranno rimasti solo studenti e pensionati. Quindi datevi da fare; basterebbe un secondo operatore che non faccia cartello per far magicamente scendere i prezzi e migliorare le condizioni; o basterebbe andare a battere i pugni sul tavolo e imporre l’eliminazione della prenotazione obbligatoria, o almeno la vendita a bordo dei biglietti per i posti liberi, o una macchinetta automatica con la carta di credito, o tutte quelle cose che sono ormai scontate, nei Paesi sviluppati.

divider
domenica 5 febbraio 2017, 12:49

Il vero problema del M5S

Dopo che mi hanno girato alcuni articoli dei giornali di stamattina, mi vedo costretto a tornare sull’argomento Raggi per precisare alcune altre cose.

Io ho partecipato alla discussione collettiva che avveniva in rete, facendo ipotesi basate sulle notizie di stampa, come tutti; e tutte le mie congetture sono sempre state chiaramente marcate come ipotetiche e da verificare. Non ho mai detto di avere altri elementi, né che l’uso di polizze vita di investimento sia di per sé la prova di alcunché; ho semplicemente menzionato diverse possibili ipotesi, tra cui anche quella che la Raggi non ne sapesse niente. Il fatto che questa pratica possa essere usata, a seconda delle clausole, per trasferire dei soldi a un terzo, non vuol dire che questo sia per forza vero nel caso della Raggi, tanto più che nessuno di noi ha tuttora visto il contratto e letto le relative clausole.

Inoltre, non ho mai detto, né penso, che questo tipo di pratiche siano comuni nel M5S (ma quando mai) o che esso fosse a conoscenza delle polizze. Non sono un “superpentito del M5S“, che non è una associazione a delinquere, e non sono affatto pentito di averne fatto parte e averlo fatto crescere, almeno fino a quando non è andato in una direzione politicamente molto diversa da quella originariamente prospettata.

Non mi interessa la visibilità, se così fosse avrei fatto il giro delle televisioni e dei giornali nazionali in questi due giorni; invece gli unici giornalisti con cui ho parlato in questi giorni sono Gabriele Guccione e Maurizio Pagliassotti, spiegandogli peraltro le cose di cui sopra, e poi ho rimbalzato tutti gli altri. Tutto il resto è una interpretazione o invenzione dei giornalisti, senza averne discusso con me, e spesso ben oltre le mie affermazioni: quanto sopra è quanto ho sempre detto, quindi non c’è niente che io debba ritrattare, ma non è accettabile attribuirmi altro.

Aggiungo però un’altra cosa: che tutto questo polverone inutile generato dai media rischia di spostare l’attenzione dalla vera questione che il M5S deve risolvere.

Il M5S deve spiegare come seleziona la propria classe dirigente, in particolare quella non eletta, ma nominata nelle posizioni di massimo potere dalle persone elette.

Posso capire che non ci fosse alcuna intenzione di compensare alcunché da parte di Romeo quando ha stipulato la polizza a favore della Raggi, ma questo non spiega come mai lui lo abbia fatto (“per amicizia”? voi avete amici che vi intestano polizze da 30.000 euro?) né esclude il potenziale conflitto di interessi insito nella nomina, da parte della Raggi, di una persona così strettamente amica in una posizione di grande potere e con uno stipendio quasi triplicato.

Il M5S deve spiegare come mai le sue amministrazioni, dopo tante promesse di rivoluzione, nominano proprio nelle posizioni più importanti diverse persone già legate alle amministrazioni precedenti o con un passato in altri partiti, talvolta anche due o tre partiti uno dopo l’altro (è successo anche a Torino); e come mai, una volta preso il potere, spesso esso porta avanti le stesse scelte amministrative delle precedenti giunte piddine.

Il M5S deve convincere di essere capace di governare il Paese con capacità ed efficienza, cambiando davvero le cose, senza scandali continui, senza giunte e dirigenze che vanno e vengono in pochi mesi, senza informazioni imbarazzanti che vengono fuori a spizzichi e bocconi, solo quando le scoprono i magistrati e/o i media ostili.

Il M5S, inoltre, deve trovare il modo di mantenere la discussione sui binari della democrazia e del rispetto anche di chi la pensa diversamente, perché il livello di insulti (talora minacce) che ho ricevuto questi giorni è davvero ben oltre qualsiasi cosa abbia visto fino a due o tre anni fa, e, nella prospettiva di un M5S al governo, lascia davvero preoccupati su come sarà trattato chi la penserà diversamente da esso; e questo secondo me è un punto cruciale per chi, da elettore, dovrà decidere se dargli o meno credito.

E sarebbe bello se il M5S e i suoi sostenitori, invece di sghignazzare, di insultare o di cercare traditori e nemici, si dedicassero una buona volta ad affrontare questi problemi.

divider
lunedì 23 gennaio 2017, 14:36

Meno torte, più ascolto

Sabato, in una affollata assemblea, tantissime facce a me note – persone che si impegnano per Torino da anni come cittadini attivi, persone con cui ho lavorato a stretto contatto nel mio mandato da consigliere, persone che hanno attivamente sostenuto il M5S nella campagna elettorale – si sono riunite per condividere la delusione per i molti impegni pre-elettorali non mantenuti dalla giunta Appendino o addirittura completamente rovesciati, facendo l’opposto di quanto promesso. Io non c’ero e non ho voluto esserci, ma ciò nonostante da due giorni ricevo resoconti e richieste di commento, sia da cittadini che da attivisti M5S.

Sul programma in sé, io trovo la delusione giustificata, anche perché non tutte le mancate promesse sono giustificabili con problemi economici imprevedibili, peraltro ancora da dimostrare nel concreto; ma trovo anche giusto vedere cosa la nuova amministrazione riuscirà a fare quest’anno, sperando di trovare quel cambiamento che finora non c’è stato.

C’è, però, una cosa che mi ha fatto veramente incazzare, nel modo in cui il M5S Torino ha reagito a quella che è stata una civile e ben motivata richiesta di confronto: cercando di metterci il cappello. A sentire le dichiarazioni prima e all’inizio della riunione, sembrava quasi che l’assemblea fosse stata organizzata dalla giunta, ansiosa di confrontarsi coi cittadini, quando in realtà era frutto di esasperazione auto-organizzata dal basso, di tante richieste di confronto finite in promesse mai mantenute o addirittura in ripetuti rinvii e dinieghi all’incontro. E poi, dopo una riunione in cui gli amministratori presenti se ne son sentite gridare dietro di ogni, il comunicato ufficiale del M5S Torino conclude dicendo che “la cittadinanza ha fiducia nella nuova politica di ascolto e confronto del Movimento”: ma con che faccia?

In più, in parallelo, magari per nascondere un po’ il problema, la sindaca invece di venire alla riunione si è data a un improvviso attivismo alimentare, passando dall’arrotolare grissini al fare la torta per la figlia, sempre ben in vista davanti alle macchine fotografiche. Ora, se avessimo voluto un sindaco che faceva le torte avremmo candidato un pasticciere; il sindaco, invece, dovrebbe innanzi tutto essere a disposizione dei cittadini, specie di quelli che si sono sbattuti per anni per la città e/o per farlo eleggere.

Permettetemi, questa non è nuova politica; questa è politica-fuffa all’americana, in cui l’importante non è risolvere i problemi, ma manipolare la comunicazione in modo da negarne l’esistenza. Funzionerà con le persone più semplici, ma chi ha un po’ di conoscenza delle cose percepisce una presa in giro insincera, calcolata freddamente con un solo obiettivo in testa, conservare il consenso. Nel frattempo già partono, verso chi non è contento, le accuse di ingenerosità, di essere pakato chissà da ki, di rosicare, di non essere costruttivo.

E allora, se posso dare un consiglio, cambiate marcia, ma non solo nei fatti: cambiate atteggiamento, ritrovate l’umiltà, chiedete scusa.

divider
giovedì 12 gennaio 2017, 09:28

Addio articolo 18, parliamo del futuro

Vedo in giro molte persone tristi o arrabbiate perché la Consulta ha bocciato la proposta di referendum sull’articolo 18, abrogativa nella forma ma di fatto propositiva, visto che mirava apertamente a reintrodurlo. Negli anni, “articolo 18” è diventata infatti una espressione di uso comune per dire una cosa ben precisa: divieto di licenziare per le aziende.

Eppure, al di là del fatto che le motivazioni della Consulta siano giuridiche e non politiche, io spero proprio che dell’articolo 18 non si parli mai più. Il problema che esso vorrebbe affrontare è importante, e, per essere chiari, non è il caso relativamente raro del dipendente mobbizzato e discriminato, che si può benissimo affrontare con la giustizia ordinaria; è invece la quantità enorme di italiani che perdono il lavoro senza grandi speranze di trovarne uno nuovo, se non, al massimo, una occupazione ultraprecaria e sottopagata; e in questo modo perdono tenore di vita o addirittura vedono messa a rischio la propria sopravvivenza.

Tuttavia, se questo accade, è per via di dinamiche economiche, in parte globali e in parte specificamente nazionali, che l’Italia non ha ancora saputo affrontare e risolvere appieno. Dunque l’idea che, in uno scenario in cui le nostre aziende chiudono per via di fenomeni epocali, il problema dell’occupazione si possa risolvere vietando alle aziende di licenziare è semplicemente folle.

E’ un’idea folle perché se le aziende non riescono a incassare più di quanto spendono prima o poi chiudono comunque, lasciando sul tappeto un numero di posti di lavoro probabilmente molto superiore a quello che si sarebbe perso se il problema fosse stato affrontato per tempo, e magari avendo bruciato nel frattempo montagne di denaro pubblico in ammortizzatori e sovvenzioni.

Ed è un’idea folle perché incentiva la mentalità per cui il posto di lavoro può esistere a prescindere da tutto, a prescindere dalla sanità del business in cui si lavora, a prescindere dall’efficienza aziendale, a prescindere dalle capacità e dalla produttività del singolo; il lavoro come prerogativa acquisita per diritto divino, sancita dagli articoli 1 e 4 della Costituzione.

E’ un peccato che l’economia se ne freghi della Costituzione e delle leggi degli uomini, quando esse la prendono dal lato sbagliato, cioè da quello degli effetti. L’economia è in effetti una invenzione umana, e dunque è assolutamente possibile modificarne per legge il funzionamento; purché, però, lo si faccia in maniera organica, costruendo un sistema in cui tutti gli ingranaggi funzionano insieme, e non prendendo un sistema basato su ruote dentate e ordinando per legge che l’ultima a sinistra diventi quadrata senza modificare le altre.

La vera questione che dovrebbe essere al centro del dibattito, infatti, è la fine del legame diretto tra lavoro e reddito, che ha caratterizzato la vita di tutti gli esseri umani più o meno da quando sono finiti il feudalesimo e la schiavitù.

Il capitalismo, specie quello più consumista degli ultimi cento anni, ha sfruttato al massimo questo legame, traendo la forza per crescere proprio dalla distribuzione di lavoro e quindi di reddito da spendere per alimentare l’economia, in un circolo virtuoso. Ma è ormai da qualche decennio che l’aumento di produttività e l’aumento demografico non vanno più di pari passo con l’aumento di posti di lavoro; e nonostante noi abbiamo rapinato il pianeta di tutte le risorse possibili, abbiamo concepito mille modi di farci anticipare i soldi dalle generazioni future, e ci siamo inventati ogni genere di nuova merce esistente e inesistente, alla fine la crescita della produzione non tiene più il passo della crescita della produttività e del numero di persone in cerca di lavoro, e non c’è più lavoro per tutti; e, stando a tutte le previsioni, non ce ne sarà mai più abbastanza per tutti, a causa del progresso tecnologico.

Non è certo una fine inattesa; per certi versi, da Marx in poi, molti la aspettavano da tempo. La soluzione più semplice, quella di ricevere da ognuno secondo le sue capacità e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, è tanto bella in teoria ma non pare funzionare nella pratica, perché perde di vista un parametro fondamentale: l’uomo è un animale utilitaristico e così come questo è bello quando lo motiva a darsi da fare, e con ciò a generare progresso per tutti, questo è meno bello quando si tratta di fargli venir voglia di lavorare anche per quelli che hanno poco o niente da dare alla società.

D’altra parte, io non credo che l’idea di riqualificare le persone, di trasformare tutti in geni della scienza o esperti massimi di qualche mestiere, sia una soluzione valida: può funzionare per un po’, ma non possiamo pensare che tutta l’umanità svolga lavori superqualificati, anche quando di lavori non qualificati non ci sarà più alcun bisogno. E nemmeno è pensabile che tutti guadagnino coltivando le proprie passioni e che la nostra società sia fatta al 50% da cantanti e pittori, almeno nel medio termine (magari nel lungo periodo, se tutto sarà completamente automatizzato).

E quindi? E quindi bisogna inventare qualcosa di nuovo; un sistema che garantisca reddito e sopravvivenza a chi non troverà più lavoro, mantenendo però una differenza di reddito e tenore di vita, rispetto a chi lavora, tale da motivare le persone a darsi da fare comunque.

Invece di attaccarci come un feticcio al mondo industriale del ventesimo secolo, di cui l’articolo 18 è un simbolo, bisogna allora parlare del futuro: del reddito di cittadinanza, ma più in generale dei tempi di lavoro, della percentuale di vita destinata ad esso, di come e quanto redistribuire la ricchezza sia in generale, nella società, sia all’interno delle singole aziende, in cui i lavoratori rimasti assumono un ruolo sempre più partecipe e imprenditoriale; bisogna parlare dello scopo per cui le aziende esistono, che non può più essere solo quello di creare valore di breve periodo per gli azionisti o peggio per i megamanager, ma deve comunque assumere una motivazione sociale; bisogna parlare persino dello scopo della vita umana, visto che da secoli l’uomo è definito e gratificato in buona misura dal suo lavoro.

Per tutto questo serve un pensiero innovativo, serve una leadership sociale, politica, morale, culturale che all’orizzonte non si vede da nessuna parte. Eppure, se non affrontiamo questi problemi, pensando di risolvere tutto imponendo per decreto il ritorno al ventesimo secolo, non ci aspetta altro che il disastro.

divider
lunedì 9 gennaio 2017, 19:46

A me, sinceramente, spiace

A me, sinceramente, spiace.

Spiace scoprire che il M5S non ha idea di quali siano i suoi valori fondanti, fino a ieri anti Europa e anti mercato, stamattina pro Europa e pro mercato, ma stasera di nuovo anti Europa e anti mercato, ma non per scelta propria, ma per “la reazione dei poteri forti” (ma se invece i poteri forti accettavano il Movimento, allora da oggi esso era felicemente liberista).

Spiace vedere il dilettantismo con cui la massima dirigenza a cinque stelle gestisce questioni fondamentali, rivendicando il potere decisionale tramite i plebisciti in rete e poi usandolo male, prendendo in giro e facendosi prendere in giro da chiunque, pensando di poterci poi sempre mettere una pezza con la propaganda, con gli slogan, con “è tutta colpa di qualcun altro”.

Spiace vedere che le votazioni online sono sempre un plebiscito bulgaro, persino quelle su questioni che apertamente spaccano la base nella discussione in rete: o i risultati sono taroccati, oppure la maggior parte dei pochi che ancora si prendono la briga di votare sono quelli che se Grillo mettesse ai voti il suicidio collettivo voterebbero comunque sì.

Spiace persino avere il sospetto che tutto questo fosse una questione di poltrone, di fondi, di paura che l’uscita di UKIP mettesse a rischio l’eurogruppo e le sue prebende, di “mettiamoci d’accordo così contiamo di più e abbiamo più soldi sia noi che voi”, e chi se ne frega di valori, programmi, obiettivi, promesse, qualsiasi cosa va bene se conviene.

In un partito normale, dopo una figura del genere qualcuno si dimetterebbe, e ci sarebbe una riflessione, una discussione dal basso, magari addirittura un congresso. Sarebbe persino l’occasione in cui tanti delusi e tanti neofiti potrebbero (ri)avvicinarsi al movimento, soffiare in esso nuova vita, portare idee e competenze, rilanciarne l’azione.

Ma non si può fare, perché questo metterebbe in dubbio le posizioni acquisite, la fila di gente spesso mediocre (in qualche caso pessima) che negli scorsi anni si è assicurata la poltrona, e che ora si immagina già ministro, presidente, sindaco, megadirigente pubblico.

E quindi, vai di slogan contro Rom… l’Europa ladrona, contro le banche e gli immigrati, contro il PD e i poteri forti, con ridicoli proclami celoduristi come “l’establishment è contro di noi” e “abbiamo fatto tremare il sistema”, qualsiasi cosa perché non si possa mai mettere in dubbio niente, non si possa mai chiedere conto di niente. E anche se così facendo alla fine non si vincessero le elezioni nazionali, senza dubbio vent’anni di seggi di opposizione e di qualche sindaco qua e là, con lauti stipendi pagati dai cittadini, saranno sempre assicurati.

Che amarezza…

divider
sabato 31 dicembre 2016, 08:59

La fine dell’anno è una bufala

Una discussione seria e approfondita sulle bufale che sempre più spesso popolano la comunicazione di massa è urgente e importante, ma sfortunatamente non è quella che si è sviluppata in questi giorni tra Grillo e il garante antitrust, che è solo l’ennesima battaglia di propaganda, quindi una bufala anch’essa.

La nostra società del consumo si basa da sempre sul marketing, che è l’arte di dire mezze bugie senza mai arrivare a una bugia intera, anche se poi spesso la bugia intera si dice lo stesso. La “post-verità” nell’informazione ne è solo la naturale evoluzione, e peraltro, già molto tempo fa, da Goebbels a Orwell, in molti ci hanno avuto a che fare.

Comunque, ho passato gli ultimi vent’anni a usare la rete per fare controinformazione rispetto alle manipolazioni dei giornali, per cui non dovete spiegare a me che siamo in fondo alle classifiche della libertà di stampa. Tuttavia, il fenomeno visto sulla rete italiana in questo ultimo paio d’anni è qualcosa di nuovo, incomparabile rispetto alle “linee editoriali” e agli articoli scandalistici della carta stampata (compresa persino la colonnina destra di Repubblica). E’ nuovo per sfacciataggine, è nuovo per sistematicità, è nuovo per diffusione, è nuovo per la completa anonimità dei suoi responsabili.

Io non ho mai visto alcun giornale pubblicare una bufala tipo quella che ho segnalato qualche giorno fa, quella della foto di un ponte crollato a Piacenza anni fa spacciata per un ponte della Salerno-Reggio Calabria crollato subito dopo l’inaugurazione di Renzi. Non si possono paragonare le interviste sdraiate dei telegiornali a una cosa del genere.

E dato che la moneta cattiva scaccia quella buona, se queste pratiche vengono ammesse come legittima forma di comunicazione, allora anche i giornali e la televisione, prima di scomparire del tutto per la naturale evoluzione tecnologica, ci si adegueranno completamente; e vivremo davvero dentro il libro di Orwell.

divider
venerdì 30 dicembre 2016, 08:44

Chavez al pomodoro

La Cassazione sancisce anche in Italia il modello anglosassone dei rapporti di lavoro – ovvero, l’azienda può licenziare semplicemente perché ritiene che tu non le serva più, e che quindi possa risparmiarsi il suo costo. E questo, che in una società dinamica come quella americana è spesso alla base della crescita e dello spirito di iniziativa, in una società vecchia e produttivamente obsoleta come la nostra è per molti l’inizio della fame.

Si potrebbe commentare a lungo parlando della crisi da troppo successo dell’economia capitalista, della fine del lavoro salariato e di altri fenomeni storici che stanno inesorabilmente portando al collasso il modello socialdemocratico alla base delle società europee.

Oppure si potrebbe commentare, come ho letto poco fa su una bacheca di Facebook, “E tutti d accordo PD sindacati massoni e falsi profeti!!La gente umile e onesta calpestata e sfruttata.Il popolo ha capito è sta capendo!!!”.

Il problema è proprio questo: che il “popolo” pensa di capire, perché le soluzioni semplici sono sempre affascinanti. E la soluzione semplice è che nessuno debba rimettersi in gioco tranne i politici, che se non trovo un lavoro è colpa del PD e non del fatto che non riesco a scrivere una frase in italiano compiuto, e che arriverà un nuovo regime che caccerà i corrotti e farà ricca “la gente umile e onesta” – che poi, non di rado, è quella che pensa di meritare duemila euro al mese senza fare niente e che si fa fare i lavori in nero appena può.

Capire davvero il nostro tempo è, temo, fuori dalla portata dell’italiano medio; e quindi, chiunque sia a sfruttare la situazione per arrivare al potere, rischiamo davvero un ventennio di chavismo al pomodoro, grida ai complotti plutomassonici e ghigliottine di Stato.

divider
giovedì 29 dicembre 2016, 14:35

Il divieto dei botti a Capodanno

Credo di poter parlare con una certa cognizione di causa della questione del divieto di botti a Capodanno, visto che in cinque anni da consigliere sono stato l’unico a intervenire puntualmente prima della fine dell’anno per sollecitare il rispetto del divieto, e dopo il capodanno per chiedere conto della sua applicazione. I botti di fine anno, infatti, sono un disturbo inutile non solo per gli animali ma anche per le persone che per qualsiasi motivo (malati, anziani…) non possono festeggiare e hanno bisogno di tranquillità, oltre che essere un pericolo per le persone (non solo quelle che li accendono).

Capisco dunque chi ci è rimasto male e anche chi parla di un complotto contro la sindaca pentastellata di Roma, ma le cose stanno in maniera un po’ diversa. I botti, difatti, sono legali, esattamente come il gioco d’azzardo; e proprio perché sono legali, il sindaco può imporre divieti solo se la legge glielo concede esplicitamente, o in alternativa lo può fare solo parzialmente (nel tempo e/o nello spazio) e solo per motivi gravi e urgenti legati alla salute pubblica.

In passato, sindaci di ogni colore (Fassino compreso) si sono appellati a questa possibilità per introdurre il divieto di botti sotto Capodanno, in una ordinanza o in un regolamento comunale, anche se quasi mai poi il divieto è stato fatto seriamente rispettare, viste le oggettive difficoltà; diciamo che si tratta più di una campagna di opinione (e, per i politici, del tentativo di accaparrarsi i numerosi voti degli animalisti).

Quest’anno, tuttavia, c’è stata una novità: una circolare del Ministero dell’Interno di tre settimane fa dice che il potere di un divieto in tal senso non sta nelle mani del sindaco, ma in quelle del prefetto, in quanto si tratterebbe di una questione di ordine pubblico legata a un evento unico e imprevedibile, e non di un problema di salute pubblica; se fosse un problema di salute pubblica, i botti sarebbero vietati sempre (dalla legge) e non solo a Capodanno.

La circolare di un ministero non ha valore di legge, ma quel che è successo è che le associazioni di categoria dei venditori di botti hanno impugnato al TAR Lazio l’ordinanza di Roma, chiedendo se l’interpretazione giusta della legge fosse quella dei sindaci o quella del ministero; e il TAR Lazio, che invece ha potere vincolante, ha deciso che potrebbe avere ragione il ministero, e quindi ha sospeso l’ordinanza in attesa di poter discutere dettagliatamente nel merito a fine gennaio.

Perché è stata impugnata solo l’ordinanza di Roma? Può darsi che ai pirotecnici stia antipatico il M5S, ma la cosa più probabile è che, dovendo scegliere (visti i tempi e i costi) una città in cui impugnare il provvedimento, essi abbiano scelto la capitale, sia perché è la prima città d’Italia e può fare da esempio, sia perché per legge il TAR Lazio è il “TAR supremo” e dunque la sua pronuncia prevarrebbe su quella eventualmente contraria di altri TAR in altre regioni. Insomma, questi sono onori e oneri di governare la capitale.

Non è chiaro se questa pronuncia renda automaticamente invalide anche tutte le ordinanze delle altre città, e comunque per ora è solo una sospensiva; magari a gennaio la pronuncia finale sarà opposta, e comunque c’è da aspettarsi un ricorso al Consiglio di Stato.

Per l’anno prossimo, sperabilmente, la questione legale sarà conclusa e sapremo se i sindaci hanno o no il potere di vietare i botti, e come (essendo in Italia, magari basta riscrivere l’ordinanza in modo diverso). Tuttavia, la soluzione vera è una sola, ovvero quella di cambiare la legge a livello nazionale, inserendo nella legge stessa la prerogativa dei sindaci di vietare i botti in occasione di determinate feste.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2017 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike