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martedì 12 Settembre 2023, 21:10

Nel vento del tempo

Tornare bambini ci rende felici, dice oggi lo spot del Mulino Bianco. Ma è falso; e lo dimostra il fatto che oggi è il mio compleanno, e il compleanno è la festa dei bambini per eccellenza, e io non sono particolarmente felice. Sarà che mi ricordo le tristezze dell’infanzia e dell’adolescenza, o che anticipo quelle della vecchiaia; ma tutte le storie che scrivo, che come noto non leggerete mai, contengono sempre, e senza particolare pianificazione, un compleanno triste, talora straziante.

In fondo, il compleanno è uno specchio forzato dal tempo; e ogni tanto, mentre viaggio, io cerco di catturare il mio riflesso (qui a Londra, lo scorso novembre). Non riesco però bene a metterlo a fuoco; so solo che c’è qualcosa di destrutturato e fatto a pezzi, un po’ come l’Internet del mio saggio. È un periodo di scioglitudine, di spezzatino del sé e di accesso a parti interiori che sarebbe stato meglio lasciar macerare nel buio. È un’esperienza di vita; ma una poco piacevole.

In tutto questo, però, vi ringrazio di cuore per gli auguri. Spero prima o poi di potervi donare qualcosa in cambio, qualcosa che sia bello e luminoso; non so però se ne sarò mai capace. Se ognuno di noi ha un talento, il mio ancora non mi è chiaro; lo cerco e non lo trovo. Dev’essere il talento nel bucarsi i vestiti e le gomme da solo, nel restare a terra persino volando e nel volare ovunque senza mai andare da nessuna parte. Dev’essere il talento nell’entrare nei tunnel senza più uscirne, e nello strappare di notte le tele che i ragni delle mani tessono di giorno; dev’essere la lama di non poter essere, estratta da un fodero laccato e piantata dietro un orecchio come un gioiello tagliente. Dev’essere un autunno incombente e perenne, pieno di aceri rossi e morenti che chiedono perché; una cascata che sommerge e costringe all’apnea persino nell’aria pulita. Tutto questo è una descrizione accurata, eppure fantastica; e non c’è nulla di più reale per noi di ciò che immaginiamo, tra i nervi e i segnali di un misterioso calcolatore di carne.

Quindi, grazie, e forse ci sarà un anno prossimo, speriamo; con occhi sempre più miopi e vecchi, ci rivedremo di nuovo nel vento del tempo.

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mercoledì 6 Settembre 2023, 17:01

Una serata altrove

Insomma, finisco di lavorare e sono le sette e mezza di sera, che è come dire le nove, e qui l’ora di cena è agli sgoccioli; e non ho tanta fame ma qualcosa mangerei, certo però non il cibo dell’albergo. Così, dopo rapida ricognizione, esco a valutare un paio di posti qui in giro, nel villaggetto di case basse che sta dall’altra parte dello stradone, quella verso l’interno, quella opposta a questa fila infinita di albergoni da spiaggia di tutte le catene del mondo, nessuna esclusa.

Attraverso la strada – è la parte più pericolosa – e seguo il marciapiede, e poi mi infilo in un vicolo sul retro e finisco nell’altra via, una ex stradina di campagna circondata da case basse in cui la gente sopra abita e sotto fa cose, anche se la popolazione principale è dei motorini. E anche guardando non capisci cosa facciano, però la zona è turistica, quindi la metà sono bar e posti da cibo, ma sono tutti deserti.

Alla fine arrivo a quello che mi interessava, ed è deserto; l’ora è tarda, è buio, e non è stagione, e insomma non c’è nessuno tranne loro, la famiglia. Qui tutto è a conduzione familiare, quindi lo è anche questo caffè ristorante, con un menu stampato bene in tre lingue, vietnamita inglese e coreano. Sono una mezza dozzina o più, di cui la mamma è il capo, e un ragazzo ventenne che parla l’inglese molto bene, e una sorella più giovane, e poi qualche parente, e un’infilata di bambini imprecisati. Sono seduti in strada attorno a un tavolo di plastica, e chiacchierano per far passare la serata, come si faceva d’estate anche da noi una volta.

Così, il ragazzo mi fa sedere nel salone che dà sul fuori, ed è deserto; c’è anche un certo tentativo di arredamento, che gli stranieri se no si spaventano, e c’è un bancone da bar, con sopra improbabili ma vere bottiglie di Jack Daniel’s e sciroppi Monin, e pile di calici con sopra la polvere di almeno un paio di generazioni. Il ragazzo mi porge il menu, poi prende due ventilatori grossi come un frigorifero, e me li spara addosso dai due lati, schiacciandomi nella tormenta come un panino.

Io guardo il menu, questo è un caffè, ci sono pochi piatti ma saranno buoni, e prendo un mi quang, che è tipo il pho ma con meno brodo e tiepido, adatto all’estate. Gli chiedo se devo prendere altro, ma mi dice che una cosa basta, che qui le porzioni sono grandi (è così ovunque). Prendo anche una birra, ovviamente la birra vietnamita originale, la Larue, che però ha praticamente lo stesso logo della Tiger, la birra singaporthai che qui passa per un nettare; e gli dico due parole, che vengo dall’Italia, che vado via tra poco.

Così aspetto la mia ciotola, e giochicchio col cellulare, e arriva un bambino: avrà cinque o sei anni. Mi si ferma a fianco e mi fissa, e insomma non è che non siano mai passati occidentali da qui, ma dev’essere comunque uno stupore; e io guardo lui, e quegli occhi asiatici che a noi sembrano sempre strabici, e quello stupore che non sappiamo più di avere dentro. Non c’è gran modo di comunicare, e poi lui va via subito, e arriva il mio piatto.

Ovviamente è ottimo, come tutto il cibo qui, e ha questi spaghetti bianchi e piatti che si gonfiano nel brodo, e delle fettine di manzo, e di contorno un’insalata e la salsa di pesce fortissima che qui si mette su tutto. Me lo mangio tranquillo, anche se il bambino riappare, ma poi si mette a giocare con un’altra bambina, e corrono di qua e di là per la sala e giustamente nessuno ci fa caso, perché questa in fondo è casa loro, e so che dietro c’è la cucina e sopra le camere e la loro vita intera scorre qui, in una strada di periferia di Da Nang, sotto la montagna dell’acqua e dietro uno stradone di turisti che corrono anche loro, ma senza sapere bene dove andare.

I bambini invece vanno avanti e indietro, e alla fine spalancano le porte di legno lucido che danno sul retro, e io mi giro pensando di vedere la cucina, ma in realtà vedo la nonna, cioè, il butsudan della nonna, con una fotografia in bianco e nero di una vecchina vecchissima che non c’è più da tempo e una candela tra le offerte di cibo, e un pugno di riso per non dimenticare. Ma è un frammento di vita altrui che si apre, ed è un bel vedere, certo a chef Barbieri non piacerebbe, e sulla nonna metterebbe un topper, ma siamo qui per fare cena e ringraziare, e per una sera saper di vita vera; e brucerei senz’altro il cellulare, e le recensioni su Google dei locali, e tutti gli aspiranti Masterchef in ogni pizzeria d’Italia, per poter andare fuori anche da noi com’era prima, semplicemente da qualcuno che ti offre le cose di casa perché tu possa essere sazio, e continuare contento la tua vita.

Alla fine prendo il conto, che fa centotremila, e arrotondo a centoventi; sono comunque cinque euro scarsi. Saluto, e non ci rivedremo, però grazie; grazie anche al karaoke cinese stonato della casa poco più avanti, e alla gente su un patio aperto che guarda la televisione, e al buio appena illuminato dei lampioni, in un posto in cui fa caldo, sempre.

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sabato 2 Settembre 2023, 13:33

Un vero Vietnam

E insomma, se non mi è venuto un collasso oggi… Era una giornata libera e volevo andare a vedere le parti più lontane di Da Nang, così ho preso un Grab fino alla gigantesca statua della Buddha femmina sulla collina sul mare (Grab è l’Uber del sud-est asiatico e funziona benissimo, in un paese quasi privo di trasporti pubblici come questo non ha alternative).

Sulla strada, però, ho visto un grosso tempio di Buddha, la spiaggia, il porto galleggiante dei pescatori e un sacco di panorami, e così ho guardato la mappa, ho visto che erano quattro chilometri in discesa e salutata la statua mi son detto: andiamo a vederli facendo una passeggiata, così risparmio anche sul ritorno. Solo che invece di partire dall’albergo alle otto ero partito alle undici, e il cielo era coperto, quindi non avevo nemmeno preso l’ombrello; e quando ho iniziato la passeggiata era l’una e mezza e non c’era più una nuvola, c’erano 35 gradi, umidità al 200 per cento e sole a picco.

Mi sono ritrovato così su una statalona a curve a mezza costa sul mare che, avevo visto, non aveva marciapiede ma aveva un’ampia corsia-banchina tracciata sul lato; ho capito solo dopo che per loro è una corsia riservata per le centinaia di motorini e moto che viaggiano ovunque e comunque con 2-3-4 persone sopra, Napoli style. Quindi ho fatto delle belle foto ai panorami ma ho rischiato la vita a ogni curva cieca, e quando sono finalmente arrivato all’inizio della città e del marciapiede ho ringraziato qualunque santo preghino qui, ma ero già sciolto.

E sì, è vero che persino in mezzo al nulla, ogni qualche centinaio di metri, c’è un tizio steso sotto una palma che vende bibite: in queste condizioni, dev’essere una specie di presidio sanitario pubblico. Però, avrei dovuto spendere quei 20-30 centesimi di euro, solo per la mia debolezza nel soffrire il caldo, e quindi non me lo sono permesso. Ho invece tirato avanti con una marcia automotivata di tipo militare e ho avuto successo, però ho capito molte cose, e anzi ora mi sorprende che gli americani abbiano resistito per un decennio.

Comunque, alla fine sono arrivato alla passeggiata sul mare, e sedendomi ogni tanto (quando mi girava troppo la testa) ho fatto le foto alla spiaggia e ai navigli dei pescatori (tantissimi, sembrava un’isola greca tipo Fistfakòs) e infine sono arrivato lì, al tempio di Buddha (qui son tutti templi di Buddha, a parte la cattedrale francese). Come vedete, ero abbastanza cotto e accecato dal sole da non riuscire nemmeno a fare la foto dritta; poi sono entrato e il testo non l’ho visto, perché era totalmente deserto (chi cacchio va al tempio alle due del pomeriggio col sole a picco?) ma guardato da un cane randagio.

Ora, chi mi conosce meglio sa che intimamente ho un’identità di volpe, e notoriamente tra volpi e cani è come tra italiani e francesi, si è parenti ma non ci si sopporta. Infatti il cane si è messo a ringhiare, e siccome la rete è piena di storie di turisti che a Da Nang sono stati morsi da cani randagi, io mi sono limitato al cortile, che tanto era pieno di draghi (qui adorano i draghi ancora più che in Cina).

Me lo son visto per bene, poi ho chiamato il Grab per ritornare. Ho rischiato la vita in molti modi, ma effettivamente ho risparmiato: quattro euro invece di sei euro e cinquanta.

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domenica 20 Agosto 2023, 22:59

Creare immagini con l’AI

Oggi, domenica d’agosto con poco da fare, ho deciso di dedicarmi al piacere e al dovere insieme: dopo averne tanto parlato, ho passato la giornata a provare Stable Diffusion, una delle AI specializzate in disegno. Me la sono installata in locale sul portatile; c’è voluto un po’ di smanettamento, la lettura di prontuari su diversi siti, la comprensione di una dozzina di acronimi e componenti, nonché un bel po’ di spazio disco (comprese tutte le aggiunte, ho già occupato una quindicina di GB), ma dopo un paio d’ore ero a posto.

Bene, che dire? Come primo esperimento, ho scelto per soggetto un famoso personaggio cinese, Xiao di Genshin Impact (non preoccupatevi se non sapete cos’è, se avete più di vent’anni è normale): l’ho scelto perché è allo stesso tempo complesso da disegnare ma molto diffuso. Questo mi ha permesso di recuperare in rete una serie di modelli già pronti: il generico modello ottimizzato per il disegno in stile anime, e poi il modello specialistico per disegnare questo specifico personaggio.

Infatti, a differenza di quasi tutti i sistemi AI concorrenti, Stable Diffusion è un sistema molto aperto che può funzionare anche sui personal computer: così, c’è stato qualcuno che ha passato una montagna di tempo a far vedere all’AI centinaia o migliaia di immagini di questo personaggio, specificando per ognuna tutte le caratteristiche del disegno, in modo che l’AI imparasse a disegnarlo in qualunque forma e posizione.

Insomma, c’è voluta un’oretta per capire come mettere insieme i vari componenti e come usare l’interfaccia utente, ma alla fine… la prima delle immagini che vedete è soltanto la quinta che ho generato in tutta la mia vita: le prime quattro non c’entravano nulla, ma questa è già notevole.

C’è però un piccolo problema: come ho scoperto nel pomeriggio, è relativamente facile generare immagini piuttosto belle, ma è molto difficile generare immagini perfette, nonché davvero corrispondenti a ciò che vorresti tu. Non mi riferisco soltanto al fatto che ogni tanto – non spesso, a dir la verità – escono fuori immagini con una gamba sola o con tre. Mi riferisco piuttosto al fatto che tu puoi anche dare una caterva di istruzioni e dettagli su come vuoi l’immagine, ma più ne metti più il sistema si incasina, perché può soltanto mettere insieme imitazioni di ciò che ha visto: e se “Xiao in piedi con lo sguardo truce” è abbastanza semplice, “Xiao vestito di un kimono blu mentre guarda a sinistra col braccio piegato e una spada in mano, sullo sfondo del cielo con le nuvole” è già troppo complicato, e non viene mai eseguito alla lettera. Ogni tanto, al posto della spada c’è una candela, oppure il cielo è nero e senza nuvole, e il kimono è sempre bianco perché il modello ha imparato solo kimono bianchi.

Insomma, è come guidare una Ferrari senza volante, provando a partire venti volte per sperare che almeno una vada più o meno nella direzione che desideri. Ovviamente io sono un operatore AI molto incompetente, eppure pare che tutti facciano così: si prova a dargli un insieme di istruzioni, viene fuori un risultato più o meno carino, gli si dice “riprova”, magari si aggiunge o si toglie una parola, e poi semplicemente si ripete, anche perché più ripetizioni diverse delle stesse istruzioni danno risultati anche piuttosto diversi; quindi, si ripete a caso fin che l’AI non ne imbrocca una meno brutta.

Non parliamo poi di disegnare scene con più personaggi: a quanto pare, al momento – a meno che non si tratti di un generico gruppo – non è fattibile, non con questi strumenti almeno. E poi, non ho ancora provato le illustrazioni fotorealistiche: penso che lì ottenere buoni risultati sia ancora più difficile.

Morale: è un giochino divertente, ma per ora può sostituire i disegnatori umani solo in certi tipi specifici di composizione, e solo per committenze che si accontentino, che non abbiano un’idea molto precisa dei dettagli che vogliono e che si adattino a quel che viene fuori dal sistema. Però, è impressionante che per quel tipo specifico di illustrazione io, con un normale portatile e poche ore di addestramento, possa fare quel che fino a ieri richiedeva talento, manualità e anni di studio; e questi strumenti certamente continueranno a migliorare.

P.S. Naturalmente, questo è un esperimento: dato che nelle discussioni di policy che seguo per lavoro si parla continuamente di AI, mi sembrava il caso di capirne di più. Le immagini generate sono prove per uso personale; nel frattempo, la discussione sulla legittimità dell’uso di questi strumenti senza compensazione degli autori originali è tuttora aperta.

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sabato 15 Luglio 2023, 10:11

Basta oggetti

Dopo aver passato mezz’oretta a riordinare la credenza del tinello per riuscire a infilare ancora un set di tazze che rischiava di crollare sulle mie tazzine da caffé ogni volta che aprivo lo sportello, ho un importante appello da fare a tutti voi: basta oggetti.

Per favore, basta coi ricordini materiali, con i regalini di compleanno, con il pensierino per Natale che poi resta lì fino a Pasqua, con il souvenir che ti ho portato da Ibiza o da Sharm, che tanto restano posti di merda.

Basta con i nuovi accessori da cucina convenienti e imperdibili, che io ho ceduto e infine la friggitrice ad aria l’ho comprata, ma è soltanto un fottuto forno e in cucina ne avevo già due, e adesso il ripiano del mio cucinino sembra la vetrina di un negozio di elettrodomestici del Lidl.

Basta con le bomboniere utili agli ospiti dei matrimoni, che “così quando userai questo prezioso vassoietto di design ti ricorderai di noi”, che tanto io mangio direttamente dalla pentola o comunque porto le cose in tavola con le mani, e comunque se siamo amici vi ricorderò anche se non mi fate un regalo, e se mi avete invitato solo per applaudire penserò che siete stronzi lo stesso, anche con il vassoietto in mano.

Certo, dobbiamo far girare l’economia: se smettiamo di comprare e regalare puttanate, tutto si ferma. Ma tanto si fermerà lo stesso, perché non abbiamo più spazio fisico e neanche mentale. Quindi, anche basta, grazie: e buona giornata.

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sabato 17 Giugno 2023, 09:41

L’invasione

Dunque l’avevo già capito sul volo, che c’era qualcosa di strano: da Washington Dulles a Francoforte su un’inguardabile carretta Lufthansa, un 747-8 con le ginocchia nei denti che neanche Ryanair, i piedi a zigo zago tra sostegni dei sedili e scatole dell’entertainment, il touchscreen che non funziona e soprattutto una marea di bambini di ogni età, di cui quattro – quattro! – sotto l’anno, a darsi i turni a rompere le orecchie. Già dopo un’ora dal decollo, lo steward si è scusato in questo modo: “a causa dell’elevato numero di ragazzini, abbiamo finito la Sprite”.

La situazione è degenerata del tutto a dieci minuti dall’atterraggio: nonostante l’obbligo di stare seduti con le cinture allacciate, vedo passare accanto a me nel corridoio un ragazzone americano di quelli pompatissimi, con magliettina tecnica, culo scolpito e bicipiti da sollevatore di pesi. Il volo era tranquillissimo, eppure lui fa altri tre passi in avanti, si gira verso un lato e buargh, vomita anche l’anima come neanche i bambini di cui sopra. Il passeggero a fianco, anche lui americano, interviene prontamente: si alza, lo abbranca e cerca di scaraventarlo via al grido di “can you just go somewhere else”.

Bene, come dicevo, avrei dovuto capire, e invece no. Arrivo a Francoforte, faccio tutto il corridoio degli Z, e al fondo trovo una nuova freccia: B a sinistra, A a destra. È strano, perché subito a sinistra c’è il controllo passaporti che porta proprio nel cuore degli A; ma io sono un cittadino onesto e devo andare alla lounge degli A, quindi seguo la freccia. Mi fanno fare tutto l’altro corridoio degli Z, e in fondo comincio a vedere una strana folla. Alla fine del corridoio, scopro un nuovo controllo passaporti con quattro sportelli in tutto, e nessuna porta automatica, e una coda di gente per almeno un’ora, tutti col loro passaporto blu; non se ne vede la fine.

Penso che ok, mi son fatto fregare, ma vale la pena di tornare indietro. Ripercorro tutto il corridoio e arrivo alla scala mobile in discesa verso il vecchio controllo passaporti: trovo l’ingresso sbarrato col nastro e una signora che manda via la gente verso il nuovo passaggio, anche se sotto c’è comunque gente in fila. Faccio il finto tonto: vado a Torino, B13, per B dice di qui. La signora mi guarda male, poi però nota una cosa: in mano ho il passaporto, ed è bordeaux. Amico! Mi apre il nastro e mi dice testualmente: “you are lucky, European passport”.

Sotto, stessa scena: ondate di americani in fila, disperati per la connessione da prendere; io mi metto in fondo alla lunga coda, ma noto più avanti il cartello “passaporti europei” verso un passaggio vuoto. Esibisco il passaporto bordeaux, mi aprono il nastro e mi fanno passare accanto a tutta la fila, fino alle mie solite e adorate porte automatiche per passaporti bordeaux, completamente deserte; e in un minuto sono di là.

È che in sostanza, su un volo di trecento persone, ero l’unico europeo o quasi. Non so se Lufthansa abbia deciso di regalare biglietti a tutta l’America, ma il volo era pieno a tappo, e ce n’erano altri, e qui adesso c’è una marea di americani in vacanza che vagola per l’aeroporto cercando di capire dove andare e chiedendo a tutti, perché gli americani sono abituati a fermare l’addetto di turno e a chiedere, non a seguire i cartelli in silenzio.

Ora sono nella lounge, e anche qui sono tutti americani: li riconosci perché abbrancano le inservienti tedesco-magrebine e pretendono che gli venga immediatamente approntato un tavolo per fare colazione, chiedendolo in americano stretto a una signora immigrata che a malapena capisce il tedesco. Li riconosci perché è ora di colazione e hanno una sola parola in testa, “cappuccino” (qualcuno anche “latte” o “venti”, sono quelli degli Starbucks), e però si fanno il cappuccino e poi ci mettono non uno, non due, ma quattro cubetti di ghiaccio, giuro l’ho appena visto fare or ora a una signora, mentre il marito chiedeva dove fosse la bottiglia del Jack Daniel’s.

E così, mi mangio uova e salsicce su un tavolino e resisto all’invasione, però, ragazzi, prepariamoci: da qui a settembre, in ogni angolo di ogni città e di ogni paese italiano, ci sarà la folla dei nuovi vacanzieri; una sostituzione etnica del tempo libero da Roma a Venezia. È il mondo del post-lavoro, e porta soldi; e questo mette a sedere qualunque discussione.

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mercoledì 3 Maggio 2023, 14:53

Maree

Se vi state chiedendo dove io sia sparito nelle ultime ventiquattr’ore, ecco qui.

Ieri alle 18 a Milano, alla Cattolica, abbiamo presentato Internet fatta a pezzi. È stato un successone, sala piena, molte domande, multiple promesse di adozione come libro di testo o di riferimento, una caterva di complimenti sia per i contenuti che per lo stile di scrittura (per uno come me che scrive sin da ragazzo ma non ha mai avuto la fiducia in se stesso necessaria per provare seriamente a pubblicare libri fino a pochissimo tempo fa, quest’ultima cosa è bella ma anche una grande sorpresa).

Ma invece che di me vorrei parlare della vita, perché quella di ieri è stata anche una buffa coincidenza. Qualcuno, non molti, sa che il primo vero discorso pubblico della mia vita fu l’8 dicembre 1996: era l’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico e io, da rappresentante degli studenti, mi presentai tutto emozionato con giacca nuova e scarpe nuove per parlare dal palco. Anche allora l’ospite d’onore era Romano Prodi, allora presidente del consiglio, e fu gentile, e ci incontrò anche in privato.

È quindi indicativo di qualcosa che non so, forse solo la supremazia del caso, che alla presentazione ufficiale del mio primo vero libro, ventisette anni dopo, l’ospite d’onore fosse ancora Romano Prodi. Lui ovviamente non poteva ricordarselo, ma quando si è presentato dicendo “piacere, noi non ci siamo mai incontrati” (il momento nella foto) io gli ho subito risposto che non era vero, e che era la seconda volta.

Ho avuto il privilegio di andare poi in auto e a cena con lui, ed è stato una miniera di racconti, considerazioni e aneddoti (che ovviamente non posso riferire). È stato gratificante e arricchente e mi ha ricordato l’ultima persona che avevo potuto incontrare in modi simili e da cui ho imparato molto: un altro grandissimo intellettuale italiano, Stefano Rodotà. Volevo comunque ricordare anche lui, perché molto di quel che c’è nel libro dipende da ciò che ho capito da lui.

Insomma, le fortune nella vita sono strane, e vengono per cicli e per maree che non si possono prevedere e forse nemmeno cavalcare, ma soltanto un pochino indirizzare. Dev’essere per questo che ieri ho fatto una cosa che un tecnico non dovrebbe fare, e mi sono rimesso le stesse scarpe da cerimonia del 1996, molto consumate da numerosi giri del mondo, ma ancora presentabili; e quest’ultima descrizione è un po’ come mi sento anch’io in questa fase della vita.

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lunedì 1 Maggio 2023, 18:06

Il lavoro di massa è finito

Oggi ho letto in rete molti post sul primo maggio, quasi tutti reclamanti più stipendio, più garanzie, più diritti e meno sbattimento sul posto di lavoro, e non di rado il diritto di vivere senza lavorare. È un’idea che piace a tutti, però, ecco…

…ecco, scusate ma ve lo dico: il lavoro di massa, nel primo mondo, è finito. Già oggi siamo molto più importanti come prodotti, come prosumatori per il business di qualcun altro, che come produttori di qualsivoglia valore. Ci sono eccezioni, ma per la maggior parte di noi il poco che produciamo sarà presto realizzato a costi molto inferiori e con qualità molto superiore da un’intelligenza artificiale americana o cinese o ben che vada tedesca, da un robot controllato da essa, oppure da qualche asiatico che si è sbattuto a studiare e a competere per i primi venticinque anni della sua vita ed è molto più preparato e determinato di tutti noi, o, se proprio serve, da qualche operaio in un paese in via di sviluppo.

Ne consegue che le condizioni di lavoro del 90% di noi non faranno altro che peggiorare, e nessun governo – specialmente quello di un Paese impoverito e anziano come il nostro, che di questi temi non riesce manco a parlare – potrà mai evitarlo. Per cui sì, alla fine molti di noi vivranno senza lavorare, ma a condizioni sull’orlo della sussistenza, e solo per quanto sarà necessario per restituire subito tutti i soldi ricevuti come consumo di beni e servizi.

Buon primo maggio!

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lunedì 10 Aprile 2023, 15:00

Cacciare la scimmia

Ritornare a casa, svegliarsi alle otto nonostante il jet lag, cominciare a smazzare insieme tre valigie e due zaini da disfare, tutti gli arretrati personali, tutti gli arretrati di lavoro, tutti gli arretrati di varie comunità online e del libro da presentare, la casa da risistemare, il frigo vuoto e quant’altro. Mandare il report bisettimanale posticipato dal venerdì di ferie, prepararsi alla call col capo, lanciare un aggiornamento su un paio di server, mettere a posto pile di ricevute. Cambiare di nuovo le spine americane in spine europee, mettere a posto la moneta e le banconote in yen e riprendere gli euro, sistemare nel cassetto il passaporto, la IC card giapponese e la patente internazionale, tirare fuori le chiavi della macchina. Estrarre dalle valigie tutti gli acquisti, impaccati in ogni cavità esistente, e poi lasciarli lì perché non sai ancora dove metterli.

E poi, ricordarsi che bisogna anche ricominciare a bussare a più porte possibili per i libri da pubblicare, e finire di rileggere per la terza o quarta volta il nuovo romanzo, aggiustando virgole e frasi fin che non diventa scorrevole davvero, e piacevole all’orecchio e al cervello e al cuore, anche se poi pensi che tanto nessuno lo leggerà mai, e ti dispiace, ma non è quello il punto.

Nel volo di ritorno – finite le sei ore di lavoro che la batteria del portatile mi ha concesso – ho intravisto un bel film, The Fabelmans di Spielberg. Parla di com’è crescere con una passione artistica di cui non puoi fare a meno, persino quando ti isola dagli altri e ti rovina la vita, persino quando hai continuamente il dubbio che faresti meglio ad ammazzarla. Ed è proprio così: alla fine, quando ti esce la scimmia dell’arte – o quando finalmente, dopo averla repressa a mazzate per cinquant’anni, le lasci mettere la testa leggermente fuori dalla tasca del cappotto – capisci che tu non potrai smettere di inseguirla, che caccerai la scimmia giorno e notte con il fucile, con le pietre, con le mani, e non la catturerai mai, mai e poi mai, ma non potrai più evitare di farlo, anche se la tua mira fosse ridicola, anche se nessun altro al mondo fosse mai interessato a vederne il cadavere, anche se tu fossi l’unica persona rimasta sul pianeta.


(Calligrafia di YÅ«ma Oki; i kanji, “saru” e “ka[ri]”, me li diede l’anno scorso il mio yamatologo preferito, Massimo Soumaré.)
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mercoledì 21 Dicembre 2022, 08:58

Su SPID e carta d’identità elettronica

Sul possibile pensionamento dello SPID ho letto tante cose, da chi pensa che sia solo una boutade per far parlare i giornali a chi è contento perché vuole che tutto sia sempre gestito dallo Stato. Credo dunque, da persona un po’ più addentro alle cose, di dovervi fornire alcuni elementi di riflessione.

Per prima cosa, l’idea di usare al posto di SPID la carta d’identità elettronica (CIE, dotata di chip digitale da leggere con un apposito dispositivo) non è nuova. Non ci siamo solo noi; il maggior sostenitore dell’idea è la Germania, dove SPID non esiste, ma che negli anni ha messo in piedi ripetuti e costosissimi progetti di identità digitale, tutti falliti. La Germania ha una CIE come la nostra: ha poche centinaia di migliaia di utenti e fa in un mese il numero di transazioni che SPID fa in due ore.

Il motivo è semplice: la CIE è molto più complicata da usare di un sistema basato sui cellulari, che non a caso è quello che usano tutte le piattaforme americane. Serve un cellulare moderno con lettore NFC (SPID funziona anche sul Nokia del nonno via SMS…), oppure un lettore da attaccare al computer; e serve un PIN, che la gente o si dimentica o si scrive. Poi, quando la perdi o scade, aspetti per mesi il nuovo documento e nel frattempo che fai? Se poi, come successo in Estonia, si scopre che il chip è fallato e insicuro e che le carte vanno bloccate in massa, di botto tutto il Paese resta senza identità digitale fin che non hai riemesso tutte le carte, mentre SPID si aggiorna al volo via software.

Tuttavia, pochi giorni fa Germania e Francia hanno imposto al Consiglio Europeo una posizione che renderebbe illegali i sistemi come SPID perché “insicuri”, in quanto il cellulare sarebbe craccabile più facilmente di un pezzo di plastica. È una stupidaggine, perché i sistemi di identità non vengono craccati informaticamente, ma corrompendo uno all’anagrafe di Roccacannuccia perché rilasci un documento falso, oppure facendo phishing delle credenziali; e a quel punto, il metodo di autenticazione è irrilevante, anzi, la CIE può essere rubata e usata fisicamente. Del resto, non risulta che SPID sia mai stato craccato per via informatica.

Ma allora, perché il governo italiano va dietro a questo trend e prova a distruggere l’unica esperienza di identità digitale che funziona davvero in tutta Europa, con quasi 35 milioni di utenti? La risposta io non la so, ma temo sia molto banale. Il PNRR prevede l’istituzione di una nuova mega software house di stato, partecipata da INPS, INAIL e ISTAT; due settimane fa, il governo Meloni ha nominato il suo amministratore delegato. Ma una software house deve pur avere qualcosa da fare, e quindi, cosa meglio di una commessa per fare un nuovo sistema di identità nazionale e migrare a esso tutti gli SPID già esistenti? Ci sono tutti i soldi del PNRR da spendere. E se non fossero loro a farla, comunque questa commessa la si può dare a qualche ente pubblico che piaccia, come il Poligrafico che già stampa le carte d’identità, magari con subappalto ad altre aziende che piacciano: rifare qualcosa che già esiste è un gran motivo per spendere soldi dei contribuenti.

In fondo, quello che dà fastidio di SPID è che è un sistema misto pubblico-privato, in cui, orrore, il cittadino può scegliere a chi far gestire la propria identità, magari cercando qualcuno che abbia un’app che funzioni meglio delle altre o che garantisca meglio la privacy. Perché invece non rimettere tutto in mano ai luminari che hanno prodotto siti come quelli dell’Agenzia delle Entrate e dell’INPS, fulgidi esempi di usabilità ed efficienza? Sicuramente, con il monopolio informatico pubblico, verrà fuori un sistema migliore.

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