Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Sab 24 - 19:27
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
venerdì 23 giugno 2017, 20:02

In onore di Stefano Rodotà

Se ne è andato così, in un venerdì caldissimo, Stefano Rodotà, uno degli ultimi grandi intellettuali politici del nostro Paese. Da tempo aveva sempre più rarefatto le uscite, non stava bene, insomma non è stata una sorpresa, come non può esserlo oltre una certa età.

Adesso mi vengono in mente, affastellandosi, molti ricordi: la volta che diedi il suo numero di cellulare a Casaleggio, perché lo chiamasse e gli chiedesse di essere il candidato a presidente della Repubblica. Quella, poco dopo, in cui mi chiese di chiamare qualcuno a Roma che avvertisse Crimi e Lombardi perché andassero da lui, e feci l’ambasciata ad Airola sul bus. La volta ancora, qualche settimana dopo, che passai un quarto d’ora sul prato davanti a casa mia in montagna, cercando di far funzionare il cellulare sotto la pioggia, mentre lui, non con presunzione ma con incredibile umiltà, si discolpava dalla colpa inesistente di “voler fondare un partito con Civati per portarci via il consenso” (Grillo dixit), e mi pregava di mettere una buona parola con i cari leader per lui, e io trovavo tutta la situazione totalmente assurda, e gli dissi che al massimo sarebbero dovuti essere loro a ringraziare che lui fosse stato a sentirli, per venire poi scaricato in maniera così turpe.

Ma ricordo anche, tanti anni prima, ben prima del M5S, una cena ad Atene in cui ci raccontò della fuga di Toni Negri, di come si sentì turlupinato. O un pulmino verso l’ambasciata italiana a Rio, in cui eravamo in dodici e c’erano undici posti, e lui continuava a insistere che essendo il più smilzo era quello che doveva viaggiare in piedi. O la volta in cui, negli uffici di via Isonzo, io gli diedi del lei durante una riunione e lui mi interruppe dicendo per l’ennesima volta “ma ti prego, dammi del tu”, e io sbottai dal cuore, gridando disperato “ma non ci riesco!!”.

Sono stato molto fortunato ad avere a che fare con lui di persona, a poter leggere le sue mail e i suoi pensieri sulla rete in anteprima, a cercare di rubargli almeno un po’ di intelligenza, di rigore, di umanità, di quella incredibile energia e voglia di fare, di capire, di riflettere, che credo per lui fosse l’essenza stessa della vita. Involontariamente, è colpa sua se a un certo punto mi sono deciso a credere davvero nella possibilità di cambiare l’Italia tramite la vita pubblica, a impegnarmi direttamente in politica come lui aveva fatto per tutta la vita; e forse, ed è un rimorso, è colpa mia se anche solo per qualche mese ha dato credito al pentastellismo nascente, forse cogliendone la stessa allegra voglia di sparigliare le carte che è un po’ la caratteristica di chiunque sia mai stato radicale.

Ormai molti mesi fa ci eravamo scambiati per mail un augurio di rivederci ancora, e non è stato possibile; e mi dispiace moltissimo che non sia potuto succedere, per dirgli ancora una volta, semplicemente, grazie.

divider
giovedì 22 giugno 2017, 14:13

Palestina (5) – Betlemme dalla mangiatoia al muro

A Betlemme ci sono essenzialmente due cose da vedere: il luogo di nascita di Gesù e i murales di Banksy. Questo, ad esempio, si trova sul muro di un autolavaggio dietro un campo di zucchini striminziti a Beit Sahour:

Il Flower Thrower è talmente famoso che l’altro giorno in televisione c’era la Camusso che protestava contro i voucher e aveva una maglietta con questo disegno; tutti lo interpretano a proprio uso e consumo, ma il senso del murale non è sostenere una causa o un lato di un conflitto, quanto piuttosto chiedere a chi combatte di agire per la pace invece che per la guerra.

Proseguendo, si capisce di essere arrivati nella zona centrale di Betlemme perché compaiono le classiche trappole per turisti; ammetto che mi sarebbe piaciuto fare check-in al KFC di Betlemme solo per poter dire di averlo fatto.

Betlemme è la città palestinese che è stata più danneggiata dall’intifada. In vista del Giubileo del 2000, infatti, era stato lanciato dall’Unesco un grande progetto di cooperazione per costruire infrastrutture e attrattive per i turisti religiosi cristiani, con la collaborazione di innumerevoli entità in gran parte italiane. La partecipazione di Leoluca Orlando deve avergli portato sfiga, perché nel settembre 2000, in risposta a una provocatoria passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee, Arafat chiese al mondo arabo di fermare la dissacrazione dei luoghi santi islamici di Gerusalemme, e la seconda intifada cominciò.

Il risultato fu che i turisti sparirono e tutta l’economia di Betlemme fu azzerata per anni; e tuttora i negozi della via della Stella, la tradizionale salita dei pellegrini fino alla chiesa della Natività, restano interamente chiusi per mancanza di passaggio.

Secondo la nostra guida, c’è stata negli ultimi anni una certa ripresa del turismo, anche se non è mai tornato ai livelli precedenti all’intifada. Tuttavia, adesso i turisti viaggiano praticamente sempre scortati nei pullman fino alla piazza, senza più fare il tratto a piedi; e così, i negozi si sono spostati e si sono concentrati subito attorno alla piazza.

La piazza della Natività, tuttavia, proprio perché richiama ospiti internazionali, è diventata anche il palcoscenico per le proteste politiche dei palestinesi, al punto che Trump, nella sua visita di un mesetto fa, ha evitato di andarci per non farcisi fotografare in mezzo. E così, un intero palazzo è coperto dalla bandiera con la scritta “Free Palestine” e le foto dei due leader storici del popolo palestinese, Yasser Arafat e Bruno Gambarotta (o qualcuno che gli somiglia molto):

Dall’altro lato, c’è una infografica in stile giornalistico sui numeri dei detenuti politici palestinesi – basta un copia e incolla et voilà le reportage:

La Chiesa in sé, come per il Santo Sepolcro, è costruita attorno a un luogo sacro rigidamente diviso, dopo secoli di scazzi incrociati, tra le principali marche di cristianesimo. E’ interessante notare come ai cattolici sia toccato anche qui lo scarto degli altri, perché mentre il punto esatto in cui è nato Gesù Cristo (esatto esatto eh! l’hanno misurato col GPS durante le doglie), marcato da una stella d’argento in cui puoi infilare le mani per toccare la pietra su cui venne al mondo il figlio di Dio, è metà di proprietà dei greci ortodossi e metà di proprietà degli armeni, al Vaticano tocca soltanto l’angolino tre metri più in là in cui si trovava la mangiatoia.

In compenso, l’intera piazza si chiama Manger Square, ovvero piazza della Mangiatoia; la nostra guida palestinese cercava di spiegare a una insopportabile turista americana (che ha passato tutto il tempo a lamentarsi di Trump) che “manger” è una parola che indica appunto il posto in cui mangiano gli animali, in cui Gesù fu messo subito dopo il parto, e lei rispondeva: “ok, nursery!”. E lui: “no nursery, where animals eat, eat, and Christ was put there”, e lei: “ok, got it, manger means nursery!”. Niente, non ci arrivava, probabilmente era una dei sedici milioni di americani che credono che il latte al cioccolato sia quello prodotto dalle mucche marroni.

Comunque, la Chiesa Cattolica si è rifatta dell’emarginazione costruendo un secolo fa una seconda chiesa tutta sua accanto a quella storica, la Chiesa di Santa Caterina, che era piena di veneti con cappellini bianchi e gialli che pregavano, ciò. Diciamo che uscendo di lì avevo una gran voglia di rivedere Brian di Nazareth.

Tuttavia, non è finita qui; c’è ancora una cosa da vedere a Betlemme. No, non sono le umili autovetture tra cui devi fare lo slalom a piedi come in una qualsiasi strada pedonale di Torino:

e no, non è nemmeno il monumento collocato al centro di piazza Azione Cattolica:

e nemmeno il panorama digradante di Betlemme verso il Grand Park Hotel:

e nemmeno l’ottima pasticceria in cui abbiamo mangiato il fantastico dolce palestinese fatto da una crepe ripiena di formaggio e ricoperta di miele:

Lo so, voi siete qui per questo, volete vedere sangue e guerra e quindi ve lo mostro: il muro di Betlemme in tutto il suo splendore.

Questo muro marca il confine di fatto tra Palestina e Israele. Qui è particolarmente alto e difeso, perché subito dietro la parete c’è un luogo sacro agli ebrei, la tomba di Rachele (che dev’essere un personaggio biblico famoso, ma non chiedete a me; in termini di epiche, io mi sono fermato al Signore degli Anelli). Betlemme si trova subito a sud di Gerusalemme e il confine normalmente segue la separazione amministrativa tra le due città, ma in questo caso gli israeliani hanno costruito un “dito” di circa 400 metri per annettersi il luogo santo e uno stretto corridoio attorno alla strada per arrivarci.

Il muro è coperto di graffiti, alcuni molto belli, altri boh, altri ancora frutto del vandalismo di occidentali in fregola; questo è uno dei miei preferiti, che ricorda anche come i musulmani di Betlemme, pur abitando a una decina di chilometri dalla Cupola della Roccia ossia uno dei luoghi più sacri dell’Islam, non hanno né la possibilità di vederla né di visitarla, a meno di non ottenere un complicato permesso speciale; e non possono nemmeno visitare i propri parenti e conoscenti dall’altra parte del muro.

Sul muro sono affissi manifesti stampati dai palestinesi per raccontare tutte le difficoltà e i maltrattamenti subiti per recarsi a Gerusalemme, dalle lunghe attese per i controlli al trattamento sprezzante o minaccioso dei soldati israeliani al confine. Proprio di fronte, inoltre, c’è l’ultima trovata di Banksy, un albergo con “la peggior vista del mondo”.

In effetti, la sensazione è doppiamente straniante. Da una parte, un muro di cemento per separare a forza due comunità è orrendo; non esiste rappresentazione migliore della bruttezza innanzi tutto estetica della guerra etnica che si trascina da cent’anni in Medio Oriente; parla di sofferenza, di incomunicabilità, di violenza, di storie terribili, di diritti negati. Dall’altra, basta girarsi dall’altra parte per vedere una strada col traffico (una BMW e un’Audi… me ne sono accorto solo ora riguardando la foto), i negozi, la pubblicità della birra Bavaria, la vita che scorre tranquilla come in un posto qualsiasi. E in mezzo, a collegare le due parti, gli occidentali, che sfruttano la tranquillità e le infrastrutture della parte normale, alle loro spalle, per guardare e fotografare soltanto la parte conflittuale.

E’ per questo che penso che una foto obiettiva della Palestina di oggi debba comprendere tutte e due queste facce, anche se ovviamente ciascuna delle due parti in causa cerca in ogni modo di farne vedere una soltanto.

divider
lunedì 19 giugno 2017, 19:15

Palestina (4) – Vietato l’accesso agli ebrei

Sì, lo so che voi volete solo sentir parlare della mia visita nelle colonie ebraiche, dei ragazzi dell’Intifada e dei soldati coi mitra, ma lì ci sono arrivato solo il giorno dopo. La verità è che davvero la Palestina è in gran parte un posto normale, e che lo sarebbe ancora di più se fossero di più i turisti stranieri che visitano queste terre, ignorando l’impressione sbagliata di stare per trovarsi in mezzo a gente che passa la giornata a spararsi. E così, anche il resto del mio primo giorno è stato piacevolmente tranquillo, sia a Gerico che a Betlemme.

Anche Gerico è quindi un posto normale; una pianura caldissima piena di alberi di banano, di strade e di case, delimitata a ovest dalla parete rocciosa quasi verticale del Monte della Tentazione, raggiungibile con una moderna funivia Doppelmayr, e occupata da una cittadina talmente normale che in centro c’è persino la sosta a pagamento, con le auto targate “P” piuttosto nuove e ordinatamente parcheggiate a spina di pesce, anche se la doppia fila c’è anche qui.

Dall’altra parte della piazza principale ci sono invece i taxi:

Anche qui, tutto sommato, il commercio non manca, e in città ho visto numerosi cartelloni pubblicitari, soprattutto di cibo, dai gelati alla Coca Cola, ma anche di viaggi (almeno così pare quella nella foto; se qualcuno sa l’arabo mi aiuti) e persino del parco dei divertimenti Banana Land, il sogno di tutti i bambini palestinesi, anche se da un po’ ha aperto anche il concorrente Waterland.

Gerico è infatti la capitale del turismo interno palestinese, il luogo in cui vanno i palestinesi benestanti a passare il fine settimana; prima dell’Intifada speravano di attrarre anche molti israeliani, sfruttando la vicinanza alla strada di grande comunicazione che collega la Galilea con Gerusalemme, con la Giudea e con la Giordania, ma ovviamente nella situazione attuale non è possibile. Infatti, se per caso un israeliano che passa di lì decidesse di visitare la città, appena svoltato dalla strada principale si troverebbe di fronte questo cartello:

La nostra guida palestinese ha fatto fermare apposta il pullman in mezzo al niente per farcelo fotografare, pregando di farlo vedere agli amici in Occidente; e ha aggiunto che non c’è alcun vero motivo di sicurezza per vietare agli israeliani l’accesso alle loro città, e che loro non gli farebbero del male. Anzi, secondo lui il vero motivo di questo divieto è evitare che le due popolazioni possano conoscersi e scoprire di non odiarsi poi così tanto; i governi di destra che amministrano Israele vivono sulla paura degli arabi, e la loro egemonia culturale sarebbe così messa a rischio. Inoltre, i prezzi nelle comunità arabe sono inferiori, e “da noi si mangia meglio” (detto da lui con molto orgoglio, ma in effetti sono abbastanza d’accordo), per cui se gli israeliani potessero portare i loro soldi nei territori occupati l’economia palestinese ne beneficerebbe mentre quella israeliana ne soffrirebbe; e anche per questo l’accesso è vietato.

Queste considerazioni non sono infondate, ma devo però dire che se fossi un israeliano, visto che una volta al mese un terrorista palestinese si presenta a Gerusalemme e ammazza qualche israeliano a caso, non sarei affatto convinto che la mia visita nelle cittadine arabe sarebbe accolta a braccia aperte; considerando che la stessa guida ci ha istruiti a non mangiare e bere per strada perché avrebbe potuto essere ritenuta una provocazione dai musulmani in digiuno per il Ramadan, la tolleranza verso gli altri non sembra tanto comune da queste parti.

divider
sabato 17 giugno 2017, 11:35

Palestina (3) – Sono stati gli zingari

Lasciata Ramallah, abbiamo iniziato la lunga discesa verso la valle del Giordano: Ramallah si trova a quasi 900 metri di altitudine, mentre Gerico è 250 metri sotto il livello del mare, un dislivello quasi alpino che viene superato da strade in forte pendenza, in mezzo a un deserto ancora più brullo del lato verso la costa mediterranea.

Questo nulla desertico è però punteggiato da baracche al bordo delle strade, sotto le quali si riparano piccoli gruppi di pecore; generalmente vicino ci sono un vecchio pickup e una tenda, spesso protetta anch’essa da una baracca. Sono gli accampamenti dei beduini, i terzi incomodi nel conflitto israelo-palestinese; popolazioni nomadi che vivono ancora come diecimila anni fa, a parte un po’ di attrezzatura moderna.

Saputo questo, un altro turista del gruppo ha chiesto alla nostra guida palestinese: ma quindi i palestinesi sono discendenti dei beduini che a un certo punto sono diventati stanziali? Lì la guida è rimasta in silenzio, poi con una faccia offesa ha risposto: ma cosa vuol dire, tutti gli uomini diecimila anni fa erano nomadi, no? In pratica, abbiamo capito che si era offeso a morte all’idea che i palestinesi potessero essere accostati ai beduini, un po’ come se gli avessimo detto che sua nonna era una puttana.

E in un attimo, di sua iniziativa, ha iniziato a raccontarci cose sui beduini, e precisamente che:

  • il governo palestinese ha provato a dargli delle case vere, ma loro ci si accampavano dentro con la tenda o ci tenevano gli animali;
  • il governo palestinese deve costringerli a mandare i figli a scuola, se no loro non lo farebbero;
  • non hanno rispetto per la proprietà, sono abituati a prendere quello che trovano in giro, anche se non è loro, anche rubandolo;
  • sembrano poveri ma in realtà sono ricchi, hanno conti in banca miliardari, vivono così perché lo vogliono loro.

Insomma, ha raccontato esattamente le stesse cose che gli abitanti di Falchera Nuova mi dicevano dei rom, precise identiche.

E lì ho definitivamente capito che ogni popolo ha i suoi zingari, che disprezza allo stesso modo, con gli stessi luoghi comuni, probabilmente per gli stessi motivi profondi e istintivi; e mi chiedo quanto questi motivi siano moderni e quanto invece siano ancestrali, archetipi che si propagano sin da diecimila anni fa, nati quando tra gli uomini emersero i primi che smisero di vivere da cacciatori-raccoglitori (come i beduini e i rom di fatto sono ancora oggi) e iniziarono a vivere da agricoltori, in società organizzate e regolate da leggi sempre più complesse, imposte con l’aiuto della religione, strumento vitale per creare la paura della punizione che porta le persone a rispettare le regole e a fare cose che non avrebbero poi così tanta voglia di fare, tipo alzarsi tutte le mattine alle cinque per andare a zappare un pezzo di deserto.

(E qui vien bene ricordare che uno dei punti di massimo orgoglio degli ebrei è l’introduzione dello Shabbat, ossia la prima rivendicazione sindacale della storia dell’umanità organizzata, quella di lavorare solo sei giorni ogni sette e averne uno di riposo.)

Del resto, poco dopo siamo arrivati nell’area archeologica di Gerico e la guida ci ha mostrato con orgoglio “il più antico edificio del mondo” (o giù di lì, comunque uno dei più antichi), questa torre di pietra costruita 10.500 anni fa.

Voi vedete una torre e pensate subito che fosse una struttura di guardia, con dentro i soldati; ebbene, la teoria invece è che non servisse a proteggere le persone, ma il grano, ossia il prodotto della dura fatica che aveva motivato un gruppo di esseri umani ad abbandonare il nomadismo e organizzarsi per coltivare insieme il terreno. Il raccolto era la motivazione fondante e costituzionale della società di allora, e quindi una torre per contenerlo era sia un simbolo, per dimostrare ai beduini il potere che derivava dal nuovo stile di vita, sia una garanzia, perché se fosse stato perso il raccolto sarebbe stata distrutta la ragione stessa della società umana.

Ma stringi stringi, riassumendo questo aulico discorso, viene fuori una grande verità: che già diecimila anni fa una delle principali paure del cittadino medio era quella di venire derubato dagli zingari.

divider
martedì 13 giugno 2017, 13:58

Palestina (2) РRamallah ̬ un posto normale

Non so quanti di voi siano mai stati davvero nei territori occupati o anche solo in Israele: penso pochi. Gli altri, presumo, avranno di Israele la stessa idea che avevo io prima di andarci per la prima volta, sentendone parlare solo tramite i media: e mi immaginavo un luogo militarizzato, pieno di pericoli, in cui c’era da avere paura anche solo a uscire di casa.

Non parliamo poi della Palestina occupata: fermatevi un attimo a immaginarvela, cosa vi appare in testa? Secondo me vi viene in mente un girone infernale, fatto di campi profughi e di case bombardate, popolato da gente poverissima, priva di mezzi di sostentamento, tagliata fuori dal mondo e rinchiusa dagli israeliani in vere e proprie prigioni a cielo aperto, dove militari ebrei col fucile in mano si divertono a passeggiare per le strade insultando gli abitanti e rendendogli la vita impossibile, pronti a sparare alla minima obiezione.

E così, noi siamo saliti su un pullman per un giro organizzato, con una guida palestinese, e per prima cosa siamo andati a Ramallah, la capitale dell’Autorità Palestinese. Abbiamo costeggiato un muro piuttosto inquietante, davvero simile a quello di un carcere, e mi aspettavo quindi lunghi controlli al checkpoint; con mia sorpresa, l’abbiamo invece passato senza nemmeno essere fermati; e improvvisamente lo scenario è cambiato.

Ci siamo infatti trovati su una lunga strada in salita in mezzo alle case, solo che non era un tratturo bombardato, anzi; l’asfalto era stato rifatto da poco, tra le due corsie c’era un’aiuola su cui stavano piantando l’erba, e ai lati c’erano case più che dignitose, negozi, e persino un concessionario Mitsubishi.

Il bus ci ha lasciato nella piazza centrale di Ramallah, che peraltro è al confine con il vicino paese di Albireh: infatti si trattava fino a poco tempo fa di villaggi minori, che sono diventati importanti da quando sono diventati l’avamposto palestinese alla periferia nord di Gerusalemme, ospitando molte funzioni che fino al 1967, quando la parte araba della Palestina era una provincia della Giordania, si trovavano a Gerusalemme est.

Bene, io qui sono sceso e sono rimasto ancora più confuso. Innanzi tutto, non c’era la minima traccia di israeliani, né militari né civili (ai civili è proprio vietato entrare nelle città palestinesi); e nemmeno di carri armati, bandiere con la stella di David, scritte in ebraico e altri segni di occupazione politica o anche solo culturale (tutte le insegne e i cartelli sono in arabo, al massimo con la traduzione in inglese). In compenso, la piazza era dominata da un modernissimo maxischermo che sparava pubblicità di cellulari, mentre il palazzo a fianco era dominato dal meraviglioso Stars & Bucks Café in perfetto stile U-S-A.

Ora, certamente Ramallah non è Montecarlo e i palestinesi non sono miliardari, e le strade comunque sono incasinate, piuttosto sporche per i nostri standard, piene di angoli abbandonati e di immondizia; eppure, nel complesso Ramallah mi è sembrata né più né meno come una città araba qualsiasi, come Tunisi, Cairo o Marrakech, per citarne tre che ho visto di persona; anzi, forse persino un po’ meglio.

Di sicuro, Ramallah non è un campo di concentramento, né un campo profughi, né un posto particolarmente povero o poco dignitoso per vivere; del resto, i palazzi non sarebbero tappezzati di gigantesche pubblicità se le persone del posto (turisti non ce n’è, ci guardavano tutti come alieni) non avessero soldi da spendere in cellulari o in Coca-Cola.

Ma il colpo finale ai miei preconcetti è arrivato quando abbiamo ripreso il pullman, e verso l’uscita della città ho visto questo:

Ecco, tutto mi aspettavo di trovare a Ramallah, meno che un concessionario Mercedes-Benz nuovo di zecca, in un bel palazzo denominato Brazil Tower. Ma probabilmente sono io che sono razzista e vorrei negare ai palestinesi, tra i loro diritti umani continuamente calpestati, quello di comprarsi un Mercedes, un bene di prima necessità di cui la morsa israeliana li vorrebbe crudelmente deprivare.

Seriamente: nessuno nega le ampie restrizioni ai diritti individuali, né i danni all’economia palestinese portati da cinquant’anni di limbo e legge marziale, né l’espansionismo israeliano sulle terre degli arabi; ho visto pure quello e ne parleremo ampiamente. Ma la prima cosa che ho notato, e mi è bastata mezz’ora nei territori occupati, è quanto l’immagine drammatica che ne danno i media occidentali sia lontanissima dalla realtà, e quanto si tratti tutto sommato di un posto quasi normale, discretamente autonomo almeno per l’ordinaria amministrazione, e tutt’altro che alla fame. Se ci pensate, è un segno di speranza: le cose laggiù non sono poi così brutte come vengono dipinte.

divider
venerdì 9 giugno 2017, 13:49

Palestina (1) – L’impatto

La prima cosa che colpisce all’impatto con la Palestina è che non c’è nessun impatto.

Questo già mi colpì alla mia prima visita in Israele, due anni fa: il tassista che ci portava da Tel Aviv a Gerusalemme (ci pagammo un taxi in obbedienza alle raccomandazioni ufficiali dello Stato italiano, secondo cui qualsiasi altro mezzo di trasporto in Israele salterà in aria con voi a bordo) invece di imboccare l’autostrada principale, che passa tutta in territorio israeliano, imboccò la strada alternativa che passa nei territori occupati.

Guardando il percorso sul cellulare, arrivati in prossimità del confine (quello dell’armistizio del 1949, ossia quello normalmente disegnato sulle nostre cartine politiche), mi aspettavo di trovare il portone dell’inferno, con una lunga fila di auto in attesa di passare il controllo passaporti di fronte a carri armati schierati, filo spinato e soldati incarogniti che frustano palestinesi in lacrime: e invece niente, neanche un cartello. C’è a un certo punto, molto più avanti, uno dei famosi “checkpoint”: in pratica è un casello autostradale dove un soldato israeliano dà un’occhiata annoiata alle auto in arrivo e le manda avanti; alla frontiera italo-svizzera ci sono controlli molto più stretti.

A ben pensarci, il motivo è lo stesso per cui nemmeno al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord c’è anche solo un cartello. Entrambe le parti infatti, al di là delle frasi diplomatiche e degli accordi internazionali, hanno sempre rivendicato concettualmente il possesso di tutta la Palestina dal mare al Giordano. Nei fatti, comunque, l’unico confine esistente è quello dell’armistizio del 1967, che separa Israele e Giordania lungo la valle del Giordano; quello del 1949 esiste solo nella testa degli occidentali.

La seconda cosa che colpisce all’impatto con la Palestina, e qui prego sia gli ebrei che gli arabi di non offendersi, è quanto sia naturalmente inospitale. Ovviamente non in senso umano: tutti sono stati molto generosi e accoglienti, e bisogna anche dire che gli israeliani hanno mostrato grandi capacità di investire, lavorare, trasformare il nulla in coltivazioni e villaggi. Tuttavia, percorrendo per la prima volta la strada verso Gerusalemme, vedevo dal finestrino una serie di colline aride e coperte di pietre su cui crescono a stento degli alberelli, almeno dove non sono state ricoperte invece di cemento e di case da una delle due fazioni; le colline sono separate da vallate brulle che sembrano canyon, costringendo spesso le strade a percorsi tortuosi e scomodi; e se vai oltre e scendi verso il fiume, finisci nell’equivalente indoeuropeo della Death Valley americana. Il fatto che da migliaia di anni tutti si ammazzino per questa terra è davvero la prova che la convinzione religiosa e l’appartenenza etnica prevalgono su qualsiasi logica di interesse immediato.

La terza cosa che colpisce sono i muri. Perché il confine non esiste, ma appena ti addentri un po’ nella parte abitata scopri che quasi tutto è recintato; attorno agli insediamenti arabi ci sono dei muri veri e propri, che si snodano per chilometri su e giù per le colline, mentre attorno a quelli ebraici generalmente ci sono recinzioni più discrete, più simili alle classiche protezioni dei compound residenziali americani; in entrambi i casi, ci sono pochi ingressi, sottoposti a controllo, che portano al territorio condiviso in cui passano le strade usate da entrambi. Persino a Gerusalemme – che fa eccezione, nel senso che non ci sono barriere di separazione tra la zona est (araba) e quella ovest (ebraica) – l’università, l’ospedale e altri grossi complessi sono recintati e con molti ingressi chiusi in permanenza, in modo da concentrare gli accessi in un solo punto controllabile; del resto, vista la densità di aspiranti terroristi suicidi, non si capisce come potrebbe essere diverso.

La scorsa volta, visto il quadro spaventoso che di Israele danno i media europei, già arrivare vivo a Gerusalemme mi sembrava un gran risultato. Dovendoci tornare, stavolta mi sono organizzato e ho passato due giorni a girare per i territori occupati. Ciò che ho visto è stato molto interessante, in parte simile a ciò che mi aspettavo, in parte molto diverso; e spero di avere tempo, nei prossimi giorni, di mostrarvi un po’ di cose.

divider
venerdì 9 giugno 2017, 09:09

La rivolta della seggiola

In politica, nelle aule elettive, ci si parla continuamente; nei corridoi, tra i banchi, persino coi cellulari, gli esponenti di tutti i partiti si scambiano battute, punzecchiature, idee e anticipazioni. Per questo motivo, ieri in Parlamento, era sicuramente chiaro da prima cosa stava per succedere. E’ uno scenario normalissimo; si è fatto un accordo tra maggioranza e opposizione, ma siccome molti da entrambi i lati lo vogliono far saltare, l’opposizione presenta un emendamento e si dice “costretta a votarlo per principio”, e sfruttando il voto segreto lo votano anche molti della maggioranza, così l’emendamento passa e l’accordo salta.

Quella che abbiamo visto ieri è insomma una maggioranza trasversale di parlamentari che volevano far saltare le elezioni anticipate, con varie motivazioni di cui la più elementare è il voler restare incollati alla poltrona fino alla scadenza naturale, o in alternativa la paura di perdere le proprie chance di rielezione con il nuovo sistema elettorale.

E se è vero che molti di loro erano del PD, è anche vero che molti di più erano i parlamentari del M5S (e se qualcuno del M5S ha davvero votato quell’emendamento senza capire cosa stava succedendo, non è in grado di sedere in Parlamento). Ciò che si è visto è una rivolta dei parlamentari a cinque stelle contro Grillo, Casaleggio e Di Maio, la cui leadership è continuamente sotto attacco, in modo da prolungare la legislatura.

In tutto questo, due sono le cose particolarmente deprimenti: la prima è il tentativo di dire che la posizione M5S sulla legge elettorale è decisa online dagli iscritti, quando la posizione cambia continuamente (ogni volta imboccando gli iscritti con una votazione online diversa) e poi la scelta di far saltare l’accordo non viene votata da nessuno.

La seconda è il titolo pietoso del Fatto Quotidiano, che dice “il PD fa saltare l’accordo, il M5S: al voto subito” – il che è palesemente propaganda ben lontana dal vero. Quand’è che il Fatto ha smesso di essere giornalismo e si è ridotto a essere un giornale di partito come l’Unità renziana, però pro M5S?

divider
venerdì 7 aprile 2017, 13:29

Risolvi anche tu la guerra in Siria

Anche tu esperto di geopolitica? Bene, proponi pure la tua soluzione pacifica per la guerra in Siria, tenendo conto delle seguenti condizioni:

1) Per accontentare Assad, bisogna che il nuovo presidente sia Assad.

2) Per accontentare l’ISIS, tutti gli altri devono morire (o, se donne, farsi stuprare e poi morire).

3) Per accontentare i ribelli dell’opposizione laica e democratica, bisogna stabilire in Siria un regime laico e democratico in cui i Fratelli Musulmani possano prendere il 51% alle prime elezioni e poi abolire la laicità e la democrazia.

4) Per accontentare i curdi, bisogna che il Rojava diventi indipendente.

5) Per accontentare la Turchia, bisogna che in Siria governi chiunque purché reprima i curdi, o in alternativa il Rojava deve passare alla Turchia.

6) Per accontentare il Libano… vabbe’, dai, il Libano come il Molise non esiste.

7) Per accontentare l’Iran, la Siria deve restare sotto il potere degli sciiti.

8) Per accontentare l’Arabia Saudita, la Siria deve passare sotto il potere dei sunniti.

9) Per accontentare Israele, bisogna che nessuno degli altri si avvicini troppo (stanno in cima al Golan apposta per questo).

10) Per accontentare la Russia, la costa siriana deve restare in mano a un alleato, specialmente il porto di Tartus.

11) Per accontentare gli Stati Uniti, bisogna che la Siria costruisca a sue spese un muro alto alto che impedisca ai sirianesi di venire a rubare i posti di lavoro dei veri americani, ma in alternativa anche sparacchiare qualche bomba qua e là può andare, se serve per fare i titoli del telegiornale.

12) Per accontentare l’Europa, bisogna che i siriani stiano lì a morire in silenzio senza rompere le balle con la convenzione di Ginevra.

Facile no?

divider
domenica 26 marzo 2017, 14:34

Un futuro alternativo al populismo

Ultimamente provo un grande senso di frustrazione e di impotenza per come vanno le cose in Italia e nel mondo. I miei critici personali lo attribuiscono al mio divorzio con il M5S, ma questo c’entra solo in modo molto indiretto.

Infatti, ciò che mi arrovella, ciò che mi rende spesso negativo, è che vedo il nostro mondo andare verso il disastro; e se fin che facevo politica attiva mi sembrava di far qualcosa per evitarlo, ora che non posso più fare niente mi sento frustrato. Anzi, visto che il M5S invece di evitare questa fine ha cominciato a lavorare attivamente per arrivarci, mi sento anche un po’ responsabile, pur avendo fatto tutto il possibile per combattere questa deriva dall’interno e dall’esterno, e avendo dunque la coscienza a posto.

Voglio dunque farvi un discorso lungo e importante, partendo da alcuni fatti, per dimostrare che il populismo che cresce in tutto l’Occidente ha le radici, come sempre accade nella storia, in un meccanismo di egemonia culturale che modifica la percezione delle cose, e in particolare della globalizzazione.

Ciò che è veramente accaduto grazie alla globalizzazione è ben esemplificato da un grafico che ripropongo a ogni occasione: l’aumento reale di ricchezza della popolazione terrestre tra il 1988 e il 2008, in funzione della fascia di ricchezza a cui ognuno di noi appartiene su scala globale.

Quando si dice che la globalizzazione ha beneficiato solo “l’1% più ricco” o “una piccola minoranza”, si dice una grande bugia. In realtà, dalla globalizzazione hanno guadagnato quasi tutti: hanno guadagnato le classi medio-alte dei paesi occidentali, che stanno all’estremo destro del grafico, e hanno guadagnato tutti, sia poveri che ricchi, nei paesi in via di sviluppo e persino in quelli più poveri del pianeta. Gli unici che non hanno guadagnato sono quelli tra il 75 e il 90 per cento, ovvero le classi medio-basse dei paesi ricchi.

Su scala planetaria, insomma, la globalizzazione ha portato crescita e ricchezza alla grande maggioranza degli esseri umani; negli ultimi trent’anni, miliardi di persone sono uscite dalla povertà.

Ma persino se prendiamo soltanto le nostre singole nazioni, questa idea che la disuguaglianza sia cresciuta, che “l’1% si è arricchito alle spalle del 99%”, è vera solo in parte. Questo grafico mostra l’andamento del coefficiente di Gini, la grandezza che misura la disuguaglianza economica all’interno della società, in Italia, Germania e Stati Uniti.

E’ vero che il trend generale dagli anni ’80 è in ascesa, e indubbiamente la competizione globale ha premiato di più chi era più in grado di approfittarne, in primis chi aveva i capitali per investire. Eppure, specialmente prendendo le curve più basse, cioè quelle dopo la redistribuzione di ricchezza operata dallo Stato tramite la tassazione, si scopre che il coefficiente di Gini non è salito poi di così tanto; in Italia, anzi, dopo un forte aumento nei primi anni ’90, dal 1998 non ha fatto che calare, e anche dopo il 2010 pare essere rimasto sostanzialmente stabile, nonostante persino Il Sole 24 Ore faccia un titolo che dice l’opposto.

Del resto, il “top 5%” su scala globale che stando al primo grafico si è arricchito non corrisponde a soltanto il 5% dell’Occidente, proprio perché esso è concentrato al suo interno; esso corrisponde almeno al 20-40% delle società occidentali. Per questo la disuguaglianza in Occidente è salita, ma non così tanto, perché l’arricchimento materiale dovuto alla globalizzazione, anche da noi, è stato molto più diffuso di quel che comunemente si dice; molti ne hanno beneficiato, ma non se ne rendono conto.

Più che aumentare le disuguaglianze, quindi, è l’intera società italiana che è cresciuta meno delle altre. Potremmo dire anzi che nel complesso, dal 2008 in poi, si è abbastanza uniformemente impoverita, in senso assoluto ma soprattutto in senso relativo, rispetto ai nostri vicini europei; perché restiamo comunque tra i più ricchi Paesi del pianeta, l’ottava economia del mondo e circa la trentesima (su duecento) in termini di PIL pro capite.

Qual è allora il problema? Il problema è che l’essere umano non è altruista, ma utilitaristico; pensa essenzialmente solo a se stesso. E quindi, alle classi medio-basse dell’Italia e di molti paesi occidentali importa poco se la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita degli asiatici e in buona misura anche degli africani, dei russi, dei brasiliani; importa il fatto di aver dovuto fare rinunce, o addirittura di fare fatica ad arrivare a fine mese.

Questo, peraltro, è sacrosanto; non si può dismettere la crescente antipatia occidentale di massa per la globalizzazione come frutto di ignoranza, di ingordigia o di xenofobia, come fanno da troppo tempo le élite dominanti; non si può trascurare la quantità crescente di persone che fanno fatica a tirare avanti, e che la globalizzazione ha oggettivamente danneggiato.

Del resto, ognuno ha il diritto di inseguire il proprio benessere materiale, e, da essere umano medio, lo farà anche a discapito degli altri. I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare; e mentre le élite si gingillano con questi sogni, le masse dei paesi occidentali si organizzano per provare a riprendersi la ricchezza che si è trasferita verso il resto del mondo.

Di qui nasce il populismo dilagante; l’abbondanza di politici che, talvolta credendoci sinceramente, talvolta sfruttando cinicamente la situazione, promettono alle masse ricchezza e benessere, andandolo a prendere a questo mitico 1% di privilegiati che però, come abbiamo visto, esiste, ed è probabilmente alla radice di molte scelte politiche a favore della globalizzazione, ma non è affatto il suo effetto primario o il problema principale dell’attuale momento storico.

Già, perché io ho fatto un calcolo molto semplice: sono andato sul sito della Banca Mondiale, ho scaricato la tabella con il PIL dei vari paesi nel 2015 e ho fatto la somma; fa 73 mila miliardi di dollari. Dividetela ora per i sette miliardi di abitanti del pianeta, quanto fa? Fa diecimila dollari a testa.

Il PIL italiano è attualmente di circa 36.000 dollari a testa, quindi, cari ragazzi, se anche riuscissimo a prendere tutti i ricchi nelle loro isole felici e ci mettessimo a redistribuire le loro immense ricchezze a tutto il pianeta, introducendo un bel reddito di cittadinanza globale, le frontiere aperte per tutti e la massima e totale uguaglianza tanto agognata dalle sinistre mondiali, tutti noi italiani dovremmo ancora rinunciare in media a tre quarti della nostra ricchezza.

Perché, vedete, alla fine i ricchi siamo noi, ma non solo gli Agnelli e i Berlusconi; siamo tutti noi, esclusi al massimo i rom che vivono nelle baracche e gli immigrati che raccolgono pomodori a tre euro l’ora; ma nemmeno loro sono i veri poveri del mondo, e infatti rischiano la vita pur di venire qui a raccogliere pomodori a tre euro l’ora, perché per loro è comunque un miglioramento economico.

Ma questo vuol anche dire un’altra cosa: che o siamo in grado di realizzare prodotti che valgano più della media mondiale, posizionandoci all’avanguardia della tecnologia e dell’innovazione di prodotto e di mercato, oppure, se continueremo a competere con tutto il pianeta su produzioni poco qualificate che si possono fare ovunque, siamo destinati a ristagnare fin quando il nostro reddito non sarà più o meno allineato con la media mondiale, cioè tra un paio di generazioni (persino se noi restassimo totalmente fermi e il mondo meno sviluppato crescesse regolarmente del 5% l’anno, ci vorrebbero ancora quasi trent’anni).

Allora, dove pensate che i populisti possano prendere la ricchezza per ridare soldi in tasca alle nostre classi medio-basse? Un po’, per carità, si potrà ancora provare ad aumentare la tassazione ai nostri ricchi, ma siamo già a livelli molto alti, e dato che ci stiamo relativamente impoverendo tutti, questo darà qualche soldo in più ad alcuni a scapito di altri, ma non fermerà certo l’impoverimento collettivo dell’Italia; del resto, tutti i tentativi di mettere più soldi in tasca ai poveri sostenendo che questo avrebbe rilanciato i consumi e la crescita sono finora essenzialmente falliti.

Per il resto, però, l’unica possibilità per ottenere ricchezza dall’alto e senza faticare, cioè senza riqualificarci, darci da fare e metterci a offrire prodotti e servizi unici che non possano essere imitati a un terzo del prezzo da un lavoratore asiatico o africano, è interrompere la globalizzazione con la forza, economica o militare, tirare su i muri e reimpoverire qualcun altro per riarricchirci noi; dove il qualcun altro, a scelta, può essere un altro paese europeo che è stato più bravo di noi a sfruttare la situazione, oppure può essere il resto del mondo.

Solo che, vedete, nel frattempo la Cina ha costruito le portaerei. No, ve lo dico, perché magari pensate ancora che noi europei siamo i padroni del mondo, e non è più così. Forse lo sono gli americani… forse. E del resto, è più facile che sia Trump a impoverire a forza l’Europa, che l’Europa a impoverire a forza gli Stati Uniti, specie se l’Europa si spezza e diventa una miriade di Paesi poco o per nulla rilevanti. Quanto a noi italiani, manco siamo autosufficienti energeticamente: abbiamo fatto progressi, ma basta che Putin si incazzi e stiamo al freddo.

Capirete dunque che, in queste condizioni, affidarsi al populismo è facile, ma è probabilmente un suicidio; perché un governo populista potrà inizialmente raschiare il fondo del barile per mantenere le proprie promesse di restituire ricchezza a pioggia, ma poi non ci riuscirà. Non volendo lasciare il potere (nessuno mai vuole lasciare il potere), in Italia e altrove vedremo le classiche fasi dei governi populisti:

1) Propaganda: il governo populista andrà avanti a dire che la situazione non cambia per colpa di quelli che c’erano prima, di quelli che stanno fuori dal Paese, dei cattivi europei/finanzieri/multinazionali/riccastri eccetera. Nel frattempo avrà il potere in mano, i nuovi politici si arricchiranno come e peggio di quelli vecchi, piazzeranno gli amici, e continueranno a prendere in giro i loro seguaci per farsi rivotare.

2) Paranoia: si comincerà a dire che la situazione non cambia perché ci sono dei traditori della nazione, innanzi tutto gli oppositori politici; poi, in base alle lotte di potere interno, improvvisamente anche qualcuno dei governanti verrà scaricato e additato alla folla come capro espiatorio. Questa è la fase in cui si rischia la violenza, perché se la gente ha fame e gli dici che è colpa di Tizio che abita tre isolati più in là, qualcuno che lo va a cercare salta fuori di sicuro; ed è anche la fase in cui chi sta al potere spesso coglie l’occasione per instaurare un regime autoritario o direttamente una dittatura (abbiamo già esempi ai bordi dell’Europa).

3) Guerra: alla fine, se il governo non crolla prima, l’unico modo di ottenere risorse sarà una guerra economica, diplomatica o persino militare con qualche Paese straniero vicino o lontano, cominciando a requisirne le proprietà o a non ripagargli i prestiti che ci ha fatto, senza sapere dove si andrà a finire.

Del resto, prima ancora di governare a livello nazionale, il M5S di oggi è già alla seconda fase; possiamo sperare che non arrivi mai alla terza, ma bisogna essere ciechi per non vedere i segnali tipici di questa deriva, già sperimentata da molti Paesi negli ultimi cento anni.

Eppure, il populismo vincerà le elezioni tra gli applausi della gente, e sapete perché? Non è soltanto perché la situazione è questa; è perché le misere leadership dell’Italia e dell’Europa di oggi, dopo aver per anni ignorato il problema, non hanno saputo dare una risposta alternativa né sul piano dei comportamenti, continuando a farsi i fatti propri e a ballare sul Titanic, né sul piano culturale.

Su questo piano, almeno in Italia, il populismo ha già vinto: perché non c’è alcun leader o progetto politico culturalmente alternativo. Berlusconi? Era populista prima di Grillo. Salvini? Un Grillo più xenofobo. Renzi? Renzi ha inseguito Grillo con slogan ad effetto, battute altrettanto arroganti e sparate altrettanto populiste, e se nel brevissimo periodo questo lo ha portato al 40%, nel medio periodo, non avendo ovviamente mantenuto alcunché, si è bruciato. E’ inutile che il PD candidi Renzi, il suo sorriso vacuo e i suoi slogan; è bruciato, e per quanto la gente possa essere poco convinta di Grillo, tra lui e Grillo a questo giro l’Italia sceglierà il secondo, proprio come l’America ha scelto Trump piuttosto che riavere i Clinton, e l’Inghilterra ha scelto la Brexit; con l’aggravante che mentre all’estero il populismo fa presa soprattutto sui vecchi, da noi la fa soprattutto sui giovani.

L’unico modo di battere il populismo è rovesciarne l’egemonia culturale, nel dibattito pubblico e nella mente degli italiani; avere il coraggio di dire chiaramente le verità scomode, di parlare di valori democratici non negoziabili e di progetti a lungo termine, di spiegare che la globalizzazione non ha impoverito “tutti tranne i super-ricchi” e che non c’è alcuna scorciatoia per il benessere collettivo rispetto al darsi da fare, di trattare gli ignoranti per gli ignoranti che sono, di promuovere l’idea che non è la politica che deve scendere al livello della marmaglia da social network, ma la marmaglia che deve educarsi se vuole avere un ruolo nel dibattito pubblico, da cui altrimenti deve essere estromessa non con la forza, ma con gli argomenti, con i fatti (quelli sì, difesi con forza dalle bugie), ed eventualmente con la ridicolizzazione che ben le sta.

Per come è ridotta la mentalità degli italiani oggi, temo che sia comunque troppo tardi; le verità scomode potranno essere riconosciute soltanto sulle ceneri di un disastro totale del populismo, spero non grave come quello del populismo di Mussolini, anche se persino la giustamente decantata Italia seria e operosa del dopoguerra è esistita soltanto dopo che la via facile del populismo era stata catastroficamente sperimentata fino in fondo.

Eppure, questa è l’urgenza della politica italiana ed europea oggi: produrre una alternativa politica e culturale globalista, moderna, seria, competente e non compromessa col passato, quindi altrettanto credibile del populismo come proposta per il futuro.

Questo, si badi, non vuol dire astenersi da qualsiasi critica o richiesta all’Unione Europea e a chi gestisce i fenomeni globali, a partire dal dibattito sulla sovranità monetaria, e nemmeno da qualsiasi limite alla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, limite invece che è auspicabile proprio per rendere gestibile una situazione sociale che altrimenti rischia di esploderci in mano. Questo, però, vuol dire scegliere i valori prima che il consenso immediato, e decidere per principio di essere europei e cittadini del mondo, anche se questo dovesse costarci qualcosa nel breve termine, perché è l’unica via per la pace e la prosperità nel lungo termine.

divider
sabato 18 marzo 2017, 10:34

Cellulare pazzo

Ho l’abitudine di controllare ogni tanto i consumi del cellulare, e continuo a farlo anche col numero aziendale TIM. Evidentemente serve, perché stamattina (sono ancora in Inghilterra) ho aperto l’app e ho notato il credito in discesa: nonostante l’azienda abbia ovviamente scelto una tariffa che include il roaming voce e dati in tutta Europa, da un paio di giorni hanno cominciato a farmi pagare i dati; ed è sparita dal mio profilo l’opzione “5 Eurogiga”.

Recupero da un collega il numero di telefono dell’assistenza clienti dall’estero, e chiamo: mi sorbisco quasi due minuti di messaggini registrati, poi risponde una signorina, comincio a spiegare il problema, e tac! “casualmente” cade la linea.

Seconda chiamata: rifaccio la trafila, arrivo all’operatrice, mi dice che quello che ho fatto è il numero per le ricaricabili consumer, mentre io ho una ricaricabile business, quindi non può aiutarmi, ma “anche dall’Inghilterra le basta fare il 191”.

Terza chiamata, faccio il 191: silenzio e poi una voce inglesissima mi dice “you have dialled an incorrect number”.

Allora apro il PC, cerco online, trovo il numero estero dell’assistenza TIM business: +39 33 44 191. Chiamo, e mi risponde una voce computerizzata, che mi chiede di spiegare il mio problema. Lo spiego, c’è un po’ di silenzio, e poi la voce computerizzata mi dice: scusi non ho capito, può ripetere il problema? Io ripeto, silenzio, e il computer mi dice: sto cercando di aiutarla, può ripetere il problema? Al terzo inutile tentativo, finalmente mi passano l’operatrice.

Stavolta è l’operatrice giusta, la conversazione inizia bene perché parto con “buongiorno” e lei risponde “buongiorno” quasi stupita, si vede che la gente di solito nemmeno saluta. Lei controlla, e mi dice: certo, lei ha finito i 5 GB. Ma come? Dato che li controllo regolarmente, so che tre giorni fa avevo ancora quattro giga e mezzo, e poi non ho fatto altro che controllare la posta e poco altro. Mi dice che si può ordinare una verifica, ma ci vogliono 48 ore, e nel frattempo non c’è niente da fare, o disabilito i dati o pago. E poi aggiunge: può provare a guardare anche lei sul web.

Io ordino la verifica, ringrazio, riprendo il PC, navigo tra interfacce incomprensibili, faccio una estrazione dati, e viene fuori quel che vedete nella foto: la mia tariffazione dati ha un buco di 24 ore esatte, l’ultimo giorno in Danimarca, e poi riemerge con la tariffa disattivata.

A questo punto il mistero si infittisce: cosa sarà successo? Aspetto la verifica; certo che mi chiedo come faccia TIM a sopravvivere funzionando così male.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2017 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike