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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


venerdì 6 Marzo 2009, 19:15

Sfiga di suora

Ho già detto che, da adulto laico ma di mente aperta, ho sviluppato un rapporto dialettico e non privo di stima con la Chiesa Cattolica, pur rimanendo spesso sconcertato dai suoi aspetti più moralistici o più affaristici (tra questi, in questo viaggio si è aggiunto il santuario della Beata Vergine di Guadalupe, dove per massimizzare il flusso di pellegrini che riescono ad ammirare la reliquia dell’apparizione è stato installato tra l’altare e la teca un sistema di tapis roulant modello aeroporto, i quali, muovendosi costantemente a una certa velocità, impediscono ai fedeli di sostare per troppo tempo davanti alla reliquia e con ciò diminuire il throughput del santuario).

Comunque, ogni tanto si risveglia anche l’anima da quindicenne, risalente a quando, durante una vacanza estiva o forse una gita, mi fu insegnato il gioco della sfiga di suora; gioco tanto semplice quanto irrazionale, perché consisteva nel contare il numero di suore che si incontravano sul cammino, e applicare le opportune formule per scaricarne la supposta potenza iettatrice su qualcun altro.

Bene, capirete quindi che quando ieri sera – in attesa di decollare da Città del Messico, seduto sull’aereo nel posto finestrino di un blocco di tre – l’occupante del posto accanto a me si è rivelata essere una suora con tanto d’abito d’ordinanza, mi son chiesto: che sfiga, cosa ci potrebbe essere di peggio?

La risposta è arrivata subito: peggio di una suora seduta accanto a te, c’è che la suora seduta accanto a te chieda al passeggero sistemato dall’altro lato se può cambiare posto, in modo da far accomodare nel tuo blocco di tre una seconda suora.

E non finisce qui: quando le suore hanno attaccato a parlare in italiano, ho subito capito che la cosa era lì per durare; infatti, dove mai in Italia possono essere destinate due suore missionarie che tornano dal Messico, se non a Torino? E infatti, puntualissime, le due suore si sono palesate anche a Francoforte, all’imbarco del volo per Torino.

Qui, il mio inconscio si è ribellato e ha deciso di fare un esperimento in due parti; e parlo di inconscio perché sono due cose di cui mi sono accorto solo atterrato a Torino, e che non mi era mai capitato di fare, nessuna delle due, in decine e decine di voli in giro per il mondo. In pratica, quando a metà volo mi sono alzato un attimo e mi sono riseduto, mi sono dimenticato di allacciare le cinture, e ho fatto tutto l’atterraggio slegato; inoltre, quando alla partenza ho messo la giacca nella cappelliera, mi sono completamente dimenticato di spegnere il cellulare che stava in tasca, e che è rimasto acceso e attivo per tutto il volo.

L’esperimento prova dunque che non solo le suore non portano sfortuna, ma anzi fanno girare tutto per il verso giusto: i voli erano in perfetto orario, la valigia è arrivata senza problemi, e nonostante i ripetuti rischi non è successo nulla di negativo. In più, anche se non abbiamo avuto modo di chiacchierare più di tanto visto il volo notturno (e sinceramente mi dispiace), la suora alla mia destra mi ha anche offerto il suo pasto, che però ho cortesemente rifiutato per esaurimento di stomaco. Insomma, l’esperienza è stata positiva: spero di incontrarne ancora.

[tags]chiesa, suore, sfortuna, viaggi, incontri, aerei, sicurezza, beata vergine proteggici dai cellulari[/tags]

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martedì 3 Marzo 2009, 23:29

Ripido

La giornata di ieri ha ridefinito il mio concetto di ripido; ma ne è valsa la pena.

Infatti, a differenza di oggi – in cui sono stato preso tutto il giorno in riunioni, e quel paio d’ore libere che ho avuto è stato speso facendo altre cose per l’Italia e crollando a dormire con la faccia sul letto – ieri mi sono preso la giornata libera e sono andato con un giro organizzato a vedere le piramidi di Teotihuacan.

Ed è stata una visita davvero impressionante: una città-tempio di duemila anni fa in cui anche solo il poco che è stato ricostruito è di un’imponenza impressionante; una cosa la cui grandiosità, tra ciò che ho visto, è comparabile forse solo con le rovine di Efeso, ma che ad esse unisce il fascino alieno di una civiltà lontana dalla nostra, un po’ come su per la montagna di Hattusha.

Ma quando si arriva in cima alla Piramide del Sole, o alla piattaforma di metà di quella della Luna (più su non si può andare), la sensazione è eccezionale. La prima è più alta, ma la seconda per me è stata più impressionante, perché è posta al fondo di una grande piazza perfettamente quadrata a cui si giunge da un enorme viale lungo un paio di chilometri, e da lì sopra tutto questo è inchinato ai tuoi piedi.

DSC09271s.JPG

C’è solo un piccolo particolare: o questi aztechi discendevano dagli stambecchi, o avevano le gambe di due metri, perché tutti questi edifici sono accessibili soltanto mediante scalinate ripidissime. E quando intendo ripide dico sul serio: questo ad esempio è il punto più ripido dell’ascesa alla Piramide del Sole.

DSC09323s.JPG

Oltre a questo, si è a circa duemila metri di altitudine; e la temperatura gradevole (circa venticinque gradi) non toglie il fatto che si è dritti sotto il sole e non c’è una nuvola in cielo da nessuna parte. Io mi sono limitato ad arrossarmi un po’, ma i miei compagni di viaggio finlandesi hanno rischiato grosso. Sulla salita, però, abbiamo rischiato tutti l’infarto, o in alternativa di perdere l’equilibrio per sfinimento e rotolare giù sulle pietre per qualche decina di metri.

E poi, la cosa è stata resa più difficile da un altro piccolo particolare: come in tutti i tour organizzati, la prima sosta obbligata è stata presso il classico “negozietto tipico di artigianato” dove ti dimostrano le abilità locali e poi cercano di farti comprare qualcosa. Solo che in questo, oltre alle statuine di ossidiana e ai tessuti di fibra di agave, ci hanno rifilato (alle dieci del mattino) una dimostrazione di liquori del posto: e prova il pulque, e prova la tequila, e prova il liquore alle mandorle, e quello rosso e quello verde… come tattica di vendita è interessante, e comunque, quando siamo usciti di lì e siamo arrivati alle piramidi, il clima era piuttosto allegro.

Però valeva la pena di andarci, e di riuscire a salire fin lassù: se non altro per essere riuscito a farlo senza ammazzarmi.

[tags]viaggi, messico, teotihuacan, piramidi, aztechi, tequila[/tags]

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lunedì 2 Marzo 2009, 04:19

Un grande Paese

Probabilmente, voi del Messico avete in testa l’immagine vista nei film: deserto e calore, sombreri pigri a fare la siesta, oppure città degradate, traffico e inquinamento, violenza di ogni genere, destini in fuga dall’ordine americano verso l’anarchia misteriosa del mondo latino. Bene, il Messico è esattamente così: ma è anche completamente l’opposto.

Oggi, per esempio, sono uscito da una riunione verso le undici, e la giornata era meravigliosa: c’erano una ventina di gradi, un sole che spaccava le pietre e un vento intenso e rinfrescante. Sembrava di essere al mare a giugno, e invece siamo in inverno e a quasi duemila metri di altitudine. Quando siamo arrivati, l’organizzazione americana ci ha dato un vademecum terrificante: non uscite mai da soli dall’albergo, non prendete la metro perché vi scippano, non prendete un taxi per strada perché vi rapiscono, non portate mai dietro soldi o documenti, e quando (quando, non se) vi rapineranno consegnate subito tutto quello che avete.

E invece, io sono uscito da solo e ho trovato questo: un grande viale alberato, circondato da grattacieli ed edifici nuovissimi di vetro e cemento. Il viale, come tutte le strade principali, era stato pedonalizzato per l’intera domenica – lo fanno ogni domenica – ed era invaso da centinaia e centinaia di persone in bici, a piedi, sui monopattini, di corsa. Ogni qualche centinaio di metri c’era un punto dove il comune offre gratuitamente acqua e assistenza alle biciclette; in alcuni punti ti davano anche gratis la bici in prestito.

A metà del vialone c’era un concerto: dal palco un gruppo locale suonava rock, hip hop e crossover di stile americano, altro che mariachi, davanti a centinaia di persone. Al centro della piazza c’era un bel monumento, mentre più in là c’erano aiuole e fontane. Su un angolo, c’era una campagna per la riforestazione degli spazi attorno alla città, che spiegava come l’intero evento fosse a emissioni zero.

Ho camminato per un’ora e per un’ora ho trovato solo grattacieli, negozi moderni e alberghi in stile internazionale, tutto piuttosto nuovo; e migliaia di persone sulla strada pedonalizzata. Alla fine, ho trovato il parco: un grande parco urbano pieno di persone in gita, di bancarelle che vendono di tutto (sono stato tentato dalle maschere di lucha libre), di spazi attrezzati per il barbecue o per mangiare da uno dei vari chioschi che vendono tacos e carne alla griglia. Poi c’era un lago, dove una lunga e ordinata fila di persone aspettava di poter noleggiare una barchetta per fare un giro.

Oltre il lago e oltre il viale c’era il Museo Nazionale di Antropologia, un edificio enorme e meraviglioso, pieno di reperti dalle svariate culture che popolavano il Messico prima della Conquista; molti erano davvero belli, con le imponenti ricostruzioni di interi templi, e alcuni erano veramente eccezionali, come il gigantesco disco solare (o calendario azteco) o la statua olmeca di un giaguaro. E’ la prima volta, a parte l’Estremo Oriente, che mi trovo davanti ai resti di una cultura non europea ma pure chiaramente sviluppata almeno altrettanto della nostra: si può davvero toccare con mano che per complessità, per risultati artistici, per scienza i popoli e gli stati dell’era pre-colombiana non avevano nulla da invidiare ai nostri, a parte, purtroppo per loro, la polvere da sparo. Insomma, il Messico non ha nulla a che vedere con il Brasile, con l’Africa, con gli stessi Stati Uniti, con altre parti del mondo non europeo dove prima della colonizzazione lo sviluppo dell’umanità locale era ancora molto arretrato; dopo aver visto il museo, mi viene da accomunarlo soltanto all’India e alla Cina.

E’ una sensazione straniante: anche perché alle cineserie siamo abituati, ma quasi nessun magnate o ricercatore nostrano si è mai preoccupato di promuovere in Europa queste culture. Ci si trova insomma davanti a un’estetica raffinata ma radicalmente diversa: una forma di cultura aliena e a noi ignota, che esiste soltanto qui.

E’ evidente quindi come la cultura sia in qualche modo rimasta; il museo era pieno di ragazzi che ricopiavano le didascalie per portarsi a casa qualcosa della propria storia… e l’altro giorno in centro ho visto lunghe code non all’ingresso di un negozio di scarpe, ma davanti a una fiera del libro.

Dopo tre ore al museo sono tornato indietro, e per spregio agli americani che avevano compilato le istruzioni ho preso la metro: efficiente, ampia, discretamente pulita e facile da usare, anche perché è stata pensata per gli analfabeti, così ogni linea ha un proprio colore e ogni fermata ha un proprio logo; e allo sportello dei biglietti – umano, ma basta avvicinarsi e dire “uno”, il prezzo è di circa 10 centesimi di euro a corsa – c’è la tabella che dice quanto costa un numero di biglietti qualsiasi da 1 a 50. Costano sempre due pesos l’uno, per cui la tabella è “1 = 2$, 2 = 4$, 3 = 6$… 49 = 98$, 50 = 100$”: insomma si può viaggiare in gruppo anche senza sapere fare le moltiplicazioni.

In tutto questo giro, mai una volta mi sono sentito in pericolo; attorno a me c’era gente, tanta gente, molti con macchine fotografiche e Ipod, tutti tranquilli ed allegri a godersi la domenica di sole senza traffico. Tutto ben diverso da come ce l’avevano dipinto.

Insomma, a prima vista è un paese strano, pieno di tinte forti e di contraddizioni, sospeso a metà tra Simon Bolivar e Jennifer Lopez. Ma è senza dubbio un grande paese.

[tags]viaggi, messico, città del messico[/tags]

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sabato 28 Febbraio 2009, 21:31

Messico a cinque stelle

Ci avevano avvisato che le manifestazioni di protesta, a Città del Messico, sono frequentissime: e chiaramente sconsigliato di avvicinarsi se ne avessimo visto una. Ovviamente io mi ci sono infilato e l’ho seguita fino alla piazza centrale, dove ho filmato la fase finale (avendo esaurito lo spazio-dossier presso la Digos italiana, non volevo farmi mancare l’apertura del faldone presso quella messicana). E così ho colto – nonostante i due che ci si sono subito messi davanti – il messaggio fondamentale, affidato allo striscione al centro del corteo:

“Questo evento è trasmesso in diretta via Internet”.

[tags]messico, protesta, corteo, internet, diretta, politica digitale[/tags]

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venerdì 27 Febbraio 2009, 05:07

Arrivo in Messico

La prima cosa che ho scoperto del Messico è che lontanissimo. Lo so che non ci crederete ma, causa curvatura terrestre, è stato il volo più lungo che abbia fatto (dodici ore pulite da decollo ad atterraggio) ad esclusione del viaggio in Nuova Zelanda: persino la California, persino il Giappone, persino il Sudafrica sono più vicini… o almeno mi sono sembrati tali.

Il volo è stato un po’ così: non fanno più i film di una volta, e mi sono toccati una inesistente commedia al femminile con Meg Ryan (sì, è ancora viva) e un improbabile film di spionaggio con Rosario Dawson e Billy Bob Thornton (il protagonista era tal… aspe’ che me lo sono scritto… Shia LaBoeuf: vabbe’ che negli Stati Uniti qualsiasi stringa di caratteri è legale come nome o come cognome, ma questo si posiziona ben in alto nelle classifiche dei nomi assurdi).

Però il viaggio mi si è riscattato quando, nei venti minuti di coda all’immigrazione messicana, mi sono trovato dietro a due coppie di una certa età che, dall’accento, venivano da qualche parte tra Brescia e Verona. Quando il poliziotto messicano ha fatto tagliare la coda a una mamma con un bambino di sei mesi (persino in Messico ci arrivano…), loro hanno esordito commentando con garbo “uè, i soliti culattoni”; poi i due signori hanno cominciato a far casino perché secondo loro quelli in cima alla fila non erano abbastanza veloci nell’avvicinarsi agli sportelli man mano che si liberavano: e giù di “impedito!”, “deficiente!”, “baluba!” a voce altissima verso gente di tutte le nazionalità. Quindi se la sono presa con due ragazzi tedeschi che non avevano compilato i moduli sul volo, e appena possibile li hanno superati nella fila approfittando del loro rallentamento. Naturalmente, arrivati praticamente alla fine, al pre-controllo dei moduli gli hanno fatto notare che (nonostante fosse scritto e spiegato chiaramente sia in spagnolo che in inglese) non avevano compilato tutta la parte bassa dei moduli, e loro che fanno? Si fermano a compilare, ma nel contempo si allargano strategicamente a ventaglio in modo che nessuno possa superarli. Ah, la furbizia lombardo-veneta!

Comunque, ho scoperto ancora una volta che prepararsi vale: la prima regola per non farsi fregare da turista sperduto all’estero è scoprire in anticipo quanto devono costare le cose. Così sono arrivato allo sportello dei taxi prepagati (come si usa in tutto il Sudamerica, per evitare che il tassista possa ricattarti sul prezzo a corsa finita) e ho chiesto il taxi per il centro; e mi hanno chiesto 250 pesos (20 pesos = 1 euro). Io ho fatto tanto d’occhi e ho detto: scusate, mi hanno detto che ne costa 130! La risposta è stata: “Ah, ma lei signore vuole il biglietto singolo perché è da solo, poteva dirlo subito! Allora fanno 152 pesos.” Deciso che la contrattazione era soddisfacente, ho accettato e anzi ho dato pure altri 20 pesos di mancia al povero autista, che era gentile e d’aspetto simpatico.

Certo, ho capito molte cose già solo nel viaggio dall’aeroporto a qui: non solo che il posto forse non è poi così insicuro, visto che – a differenza del Brasile – i vetri del taxi non erano oscurati, l’autista non si è chiuso dentro con la sicura e la strada dall’aeroporto era a livello terra e non sopraelevata per evitare che dalla favela sottostante assaltino le auto dei turisti.

Per esempio, ho intuito che qui il tempo è irrilevante, tanto è vero che io ho lasciato l’aeroporto alle 19:30 ora locale sotto un tabellone luminoso che segnava le 21:13, e poco dopo in strada ne ho incrociato un altro che diceva “6:27”. Insomma, tutto è relativo, e si fa come si può: quando il tassista è arrivato e ha scoperto che per arrivare davanti alla porta dell’albergo doveva fare il giro dell’isolato, non ha avuto voglia: è andato avanti, poi ha messo la retro e ha percorso un centinaio di metri all’indietro a velocità folle perché così faceva prima.

Del resto, è la prima volta che arrivo in un business hotel e non solo non vengo inseguito dai fattorini che vogliono assolutamente portarmi la valigia, ma non trovo nemmeno nessuno alla reception; devi suonare un po’ di volte e poi compare qualcuno. Il collegamento inalambrico funziona, ma ti devono avvertire che nel modulo di login devi scrivere il cognome tutto maiuscolo e il numero di stanza con uno zero davanti, perché aggiungere una riga di codice al programma che lo faccia era faticoso. E poi vai a cena nel centro commerciale sottostante e in un invitante griglieria ci sono tre inservienti lì, ma chiedi se ti possono servire e ti rispondono di no, che in quel momento non hanno voglia di cucinare.

Però al gabbiotto di fianco mi hanno dato tacos del pastor e un misto di carne grigliata e jalapeños tritati con tortillas che era davvero buonissimo, il tutto per tre euro compresa la bibita. La parte culinaria promette bene; e adesso che qui sono le dieci, posso andare finalmente a dormire.

[tags]viaggi, messico, città del messico, cucina, aerei, cinema, nomi, brescia, verona, italiani all’estero[/tags]

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venerdì 7 Novembre 2008, 15:09

Lasciando il Cairo

Sono nella lounge dell’aeroporto del Cairo, e mentre aspetto il mio volo posso finalmente postare qualche spigolatura di questo soggiorno egiziano.

Ieri il mio meeting si è concluso con una cena in crociera sul Nilo offertaci dal collega kuwaitiano Qusai Al-Shatti, che ci ha dimostrato come l’ospitalità, da queste parti, sia una cosa seria e davvero eccezionale. Abbiamo spazzolato il buffet, ignorando la pur procace danzatrice del ventre, e poi ci siamo spostati in coperta, dove l’ambiente era davvero piacevole: il Nilo al Cairo sembra un mare, con tanto di onde increspate e venticello, ma sulle due sponde e nelle isole svettano grattacieli e torri illuminate. E’ veramente uno spettacolo molto particolare, e davvero il paragone più immediato è con Manhattan; di notte, poi, il cemento e le brutture si vedono molto di meno.

La giornata è stata piena di episodi aneddotici che racconterò a parte; comunque, terminata la conferenza nella mattinata (anzi, non terminata, perché erano in ritardo; ma li ho mandati a stendere e ho inviato i miei commenti per iscritto) siamo andati nel pomeriggio al Museo Egizio, e poi a intravedere il Cairo copto. Il museo è davvero affascinante, perché sembra una specie di deposito di vecchi bagagli, solo che nelle teche di vetro ci sono tesori di ogni genere; proprio questo contrasto tra valore degli oggetti e squallore dell’esposizione ne accresce il fascino.

Ci sono reperti meravigliosi, partendo ovviamente dalla maschera di Tutankhamon, ma la maggiore impressione la fanno le mummie, e non solo perché ti chiedono un biglietto extra di quasi 15 euro solo per entrare in quella stanza. E’ incredibile come questi corpi siano contemporaneamente… vivi e morti, cioè chiaramente simili al corpo originale, eppure chiaramente morti, anneriti, con pezzi smozzicati e cadenti. La prima impressione, pertanto, è davvero di paura, come se da un momento all’altro dovessero alzarsi e improvvisare una replica de La notte dei morti viventi; poi subentrano il fascino e la soggezione per qualcosa di tanto antico eppure tanto reale; infine, però, la conclusione a cui si arriva è che restare chiusi per oltre tremila anni per poi venire esposti alle noccioline dei turisti è un destino che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico, e che forse la cosa più rispettosa sarebbe lasciare queste persone riposare finalmente in pace.

In opposizione a tutto questo, stamattina ho fatto ancora un veloce giro nel centro commerciale annesso all’albergo. Vi ho detto infatti che il complesso che ospitava il meeting era enorme e centrato attorno a un mall all’americana. Bene, questo centro commerciale era davvero incredibile: stiamo parlando di qualcosa con un numero di piani da quattro a sette, arrangiati attorno a quattro o cinque vertiginose corti centrali; qualcosa come le Gru, ma con una superficie quattro volte maggiore e il triplo dei piani.

Dentro, ci sono circa 600 negozi (seicento!), oltre a un multisala da 21 schermi e a un enorme ipermercato; eppure, la cosa più incredibile è che non c’è anima. Ci sono solo negozi luccicanti che vendono esattamente le stesse identiche cose dei nostri centri commerciali, più una sezione “chincaglieria per turisti” di mezzo piano; sono entrato per cercare un regalo e sono uscito senza niente, perché non c’era assolutamente nulla di interessante, o che fosse diverso da ciò che si può trovare in Italia. In compenso, pensate a un qualsiasi marchio famoso in una qualsiasi parte del mondo, e lì c’è un negozio con quel marchio: che so, Adidas, Virgin, Radio Shack, Dockers, Nike, e ovviamente tutti i fast food del pianeta, con un Burger King di fronte a un McDonald’s.

Insomma, da lì si vede una grande, enorme voglia d’Occidente: e anche se solo una ragazza su dieci non ha i capelli velati, e anzi una su dieci ha il burka, vi è un chiarissimo desiderio di essere uguali ai benestanti del resto del pianeta, di far parte del mondo scintillante del consumismo globale. Ad esempio, tutti i giovani in giro per i corridoi erano vestiti comunque in modo elegante/tamarro, con scritte inglesi per ogni dove; l’unica differenza con noi sta nei centimetri di pelle esibita. I prezzi ovviamente erano obbrobriosi, anche se per la maggior parte non si potevano vedere: siamo pur sempre in Egitto, nessuno ti fa un prezzo senza prima averti valutato e impostato una negoziazione. Persino a Pizza Hut non erano esposti i prezzi!

Però, teniamo presente anche questo aspetto, quando pensiamo al mondo arabo chiuso nelle sue tradizioni e nelle sue prescrizioni religiose: in realtà c’è anche l’altra campana, e spesso – come ci hanno spiegato – chi in pubblico è socialmente limitato, in privato si scatena. Per esempio, le stesse autorità pubbliche la cui carriera politica o diplomatica sarebbe stroncata dall’organizzare un ricevimento governativo in cui venga servito del vino, a casa hanno cantine di centinaia di bottiglie costosissime…

[tags]viaggi, cairo, egitto, islam, nilo[/tags]

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martedì 4 Novembre 2008, 13:10

Bloggare in Egitto

È istruttivo notare come Internet cambi le cose in quei paesi ancora persi nel mezzo della Storia, che non sono nè compiutamente democratici nè totalmente dittatoriali. Da una parte è necessario rispettare le usanze e le culture delle varie parti del mondo, anche quando esse prevedono la disapprovazione sociale per chi sfida l’ordine costituito; dall’altra, non si può permettere che questa disapprovazione degeneri in imprigionamento, esilio, morte.

Per questo motivo trovo istruttivo riportarvi questo video sul bloggare in Egitto, sperando che tra qualche anno non se ne debba vedere uno analogo con la nostra faccia dentro.

[tags]egitto, internet, censura, blog, libertà di espressione, diritti umani[/tags]

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lunedì 3 Novembre 2008, 21:24

La maledizione del barone Montezuma

Se proprio vi interessa saperlo, in questo momento sono in bagno e festeggio un inatteso crossover tra l’Egitto e Montezuma. Gli è che stasera c’era il ricevimento del lunedì, che si è tenuto in un posto stranissimo nel quartiere elegante e novecentesco di Heliopolis: il Palazzo del Barone, ovvero una affascinante mostruosità costruita per un nobile belga negli anni Venti in “stile orientale”, cioè come un occidentale immaginerebbe un palazzo orientale.

Naturalmente è abbandonato e in decadenza da tempo, e anche piuttosto pericolante; solo che noi eravamo il primo gruppo ad arrivare e non ce l’hanno detto, così varie signore si sono infilate dentro, hanno preso la vecchia scala nel buio più pesto e hanno rischiato di ammazzarsi dal primo piano, prima di scoprire che il ricevimento era in realtà nello spiazzo antistante.

Comunque, a forza di mangiucchiare porcatine di ogni genere e di bere succhi e coca cola, ho avuto un incontro da vicino con i cessi chimici egiziani, trovandomi peraltro nell’insolita situazione in cui la coda era davanti a quelli degli uomini, a dimostrazione di come la governance di Internet sia ancora saldamente in mano al sesso forte (ma debole di stomaco).

Proprio questo mi fa sovvenire del racconto che ci ha fatto durante la cena una coppia del posto, lui italiano e lei egiziana: infatti, lui per poterla sposare ha dovuto non solo convertirsi, ma anche ottenere da un apposito ufficio statale un certificato di conversione all’Islam, a cui è potuto seguire il certificato di matrimonio.

Tale certificato va tenuto da conto: infatti, quando andarono in vacanza a Sharm, l’albergo si rifiutò di dare loro la stanza in quanto non avevano dietro la prova di essere sposati. L’unica via di uscita era quella di dormire in stanze separate, ma (oltre alla mancanza di intimità) si sarebbe dovuto raddoppiare il costo. Alla fine, però, la soluzione si è trovata quando, a forza di escalare la situazione, si è scoperto che il mega-manager dell’albergo era italiano; tra italiani ci si capisce, e quindi il manager dell’albergo ha offerto alla coppia una seconda stanza gratis tra quelle comunque invendute, dando disposizione agli inservienti di chiudere un occhio sulla sua effettiva occupazione…

[tags]viaggi, icann, egitto, cairo, islam, matrimonio[/tags]

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domenica 2 Novembre 2008, 16:29

Cairo di notte

Ieri sera mi sono un po’ rappacificato con Il Cairo: infatti, dopo aver trascorso praticamente tutto il giorno in camera a lavorare a varie cose, avevo voglia di uscire e ho combinato la serata con Roberto Gaetano e famiglia. Io e Roberto frequentiamo ICANN insieme ormai da sei anni, e abbiamo una lunga storia di riunioni e ristoranti in giro per il mondo; peraltro la prima volta che ci incontrammo in Italia fu al meeting ICANN di Roma 2004, ma prima di allora ci eravamo già incontrati in mezzo mondo, nell’ordine prendendo un orrido panino pieno di salse in un bar fighetto di Marina del Rey (Los Angeles, 2000), incontrandoci per completo caso all’uscita di un pub ristorante a Dublino (estate 2001) e poi ancora a Montevideo, Bucarest, Amsterdam, Rio de Janeiro, insomma ovunque ma non in Italia.

Lui, comunque, aveva lì una voglia di ristorante Falfela in centro al Cairo, rimasta dal meeting ICANN del 2000, e così ci siamo fatti chiamare una macchina dall’albergo e siamo andati lì. Il posto è carino, abbastanza tipico, anche se pieno di turisti; ti guardano comunque male, e persiste quella sensazione di non essere poi così benvenuti da queste parti, però il cibo era buono e abbiamo speso una cifra umana, tipo 13 euro a testa, contro i 40 abbondanti di cui ti pelano i ristoranti dell’albergo. Oggi a pranzo con la stessa cifra ho preso un panino e una coca cola!

Soprattutto, ciò che mi ha riconciliato con questa città è stato il giro a piedi per il centro – o meglio, per la parte mondana del centro, la zona novecentesca costruita in stile europeo-newyorchese – dopo cena, a notte avanzata. Quello stesso centro che visto di giorno è squallido e cadente la sera si trasforma in un magico fiume di luci: ci sono insegne ovunque, in latino e in arabo, di ogni colore.

Capisci così che Cairo è la New York del mondo arabo: l’unica vera metropoli del Medio Oriente (tenendone fuori la Turchia). Non che le abbia viste tutte, ma vi garantisco che Tunisi o Marrakech sono completamente diverse, perché non hanno questa dimensione; qui vivono venticinque milioni di persone, e lo si percepisce. In realtà vi sono molti centri, e mi è anche venuta voglia di scoprire come sono di notte i vicoletti del Cairo islamico e della zona della Cittadella (non temete, non la soddisferò). Ma anche solo il centro basso è affascinante: in mezzo a questo fiume di luce vi sono in giro migliaia di persone, che escono ed entrano da locali e caffé. Ci sono negozi di ogni tipo, e si può trovare in fila, spesso ancora aperti, un forno dove un bimbo guarda estasiato un enorme vassoio di biscotti; un venditore di meraviglioso antiquariato in stile orientale; un buco lurido dove riparano motociclette; l’ingresso di un vicolo misterioso che porta in casa di qualcuno, o forse a uno dei tanti mercatini.

Certo, i marciapiedi sono sconnessi e pieni di auto in ogni dove, e a ciascun attraversamento si rischia il game over: credo di aver già scritto l’altra volta che Cairo è un enorme Frogger dal vivo, dove ordinariamente le auto e persino i camion ti sfrecciano a cinque centimetri dalla faccia mentre attraversi, calcolando dinamicamente la tua e la loro posizione, indipendentemente dal colore del semaforo, dai segnali e dalle precedenze. Esitare è fatale, in senso assolutamente stretto: quando parti, vai e prega.

Però, girando a caso per il centro del Cairo, si scoprono angoli di vero mistero; e si finisce per esempio addentro a una lunga fila di taxi che occupa la strada, in coda per fare benzina (24 eurocent al litro) all’unico distributore; oppure in un mercato notturno pieno di gente che compra, dove una parete è occupata da scatole sbugnate e scrostate di monitor LCD da computer, mentre dall’altra un nuovissimo negozio di lampadari sfoggia delle composizioni vetrarie che sembrerebbero barocche e pesanti persino a uno spagnolo.

Certo, quando ti accorgi che è tardi e devi tornare indietro, ti rendi conto che non sai dove sei e che nessuno ha una cartina; ma non importa. Basta camminare un po’ per il mercato, fino a uno spiazzo dove due dei classici taxi bianchi e neri, tenuti insieme dallo scotch, aspettano clienti; il primo tassista non parla altro che dialetto cairota, ma va ad abbrancare il giovanotto che fa da interprete. Citystars – il nome del nuovissimo, periferico complesso dove stiamo noi; e periferico vuol dire una ventina di chilometri di case ininterrotte – è la parola d’ordine; il tassista non è sicuro di aver capito, ma il giovanotto lo istruisce. E così, per quasi un’ora giriamo a caso nella periferia nord del Cairo, pigiati in cinque in una 127 bianconera, in mezzo a dedali di vie e sopraelevate e svolte obbligate, pregando che lui trovi alfine una strada.

Muoversi per l’immensa periferia del Cairo è complicato; i grumi di case sulle colline e sulle dune sono intercalati da enormi vialoni da sei corsie per senso di marcia, sui quali invece che a Frogger si gioca a Out Run. Si inchioda per arretrare e passare dall’altro lato il camion che sta sterzando a destra costringendo a frenare altre due auto che nel frattempo accostano verso un pedone che deve salire evitando l’albero di palme e il tombino rotto con un palo di ferro arrugginito piantato dentro, nel bel mezzo della carreggiata, a dire “qui non si passa”. Abbiamo anche fatto il livello del tunnel: un buco a due corsie lungo quasi quattro chilometri, dal percorso a serpentina, con auto che si sorpassano da entrambe le parti e moto che sorpassano in mezzo, nessun tipo di ventilazione forzata, e una atmosfera gassosa che implica morte certa per asfissia nel caso in cui ti si fermi la macchina lì sotto.

E poi c’è il livello tortuoso: infatti i vialoni non hanno incroci perché sarebbero troppo pericolosi, né semafori perché tanto sarebbero inutili. Se due vie si incrociano e non si può fare un mega-raccordo cementizio, la soluzione è che una delle due vie si scontri con lo spartitraffico dell’altra; quindi chi arriva di lì è costretto a girare a destra, andare avanti per qualche centinaio di metri, poi in mezzo c’è un buco nello spartitraffico che permette una inversione a U, in modo da tornare indietro e poi risvoltare nel proseguimento della via. Insomma, una rotonda schiacciata!

Notevole anche quando la passeggera alla mia sinistra voleva aprire il finestrino: il tassista, mentre con una mano tiene la sigaretta, con l’altra tiene il cellulare e con la terza tiene il volante, con la quarta mano estrae da sopra il parasole la manovella mancante, che infila a forza, girandosi per metà, nel buco del finestrino posteriore sinistro, girando per aprirlo mentre slalomeggia tra le auto per strada e scarica la cenere sull’asfalto.

A un certo punto abbiamo passato senza danno persino il difficilissimo livello “attraversamento dell’autostrada”, in cui due gruppi di pedoni, invisibili nel buio della notte, attraversano le sei corsie del vialone a distanza di esattamente un metro e ottanta l’uno dall’altro, e il tuo tassista lanciato a oltre cento all’ora ci si infila in mezzo, dieci centimetri dal culo dei primi e dieci dalla faccia dei secondi, mentre questi continuano a camminare a velocità regolare, e senza nemmeno rallentare un briciolo la corsa del veicolo. Lì è scoppiato spontaneo l’applauso!

Ma il vero momento magico è stato quando, trovata la strada principale sbarrata, il nostro autista ci ha portati in mezzo a una intera città abbandonata: centinaia di metri di casupole a uno o due piani, eleganti e decorate, apparentemente risalenti a secoli fa, completamente vuote e abbandonate. A un certo punto c’era persino quello che sembrava un caravanserraglio, anch’esso abbandonato; si stagliava contro il cielo illuminato dalla luna e faceva davvero un grande effetto.

E’ stata solo una visione di pochi secondi, presto sottrattaci da un nuovo livello di Out Run; ma è stata sufficiente a farmi pensare che il Cairo abbia dentro di sé molto più di quel che potrebbe sembrare a prima vista.

[tags]cairo, taxi, traffico, egitto, viaggi, icann[/tags]

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venerdì 31 Ottobre 2008, 17:56

Scampoli di pianeta

A Torino, ieri pomeriggio, c’era un vento gelido che portava via il mondo; man mano che si avvicinava il tramonto, sembrava veramente che la città stesse per svanire in una lattigine indistinta. In bicicletta era difficile tirare diritto, anche perché si era continuamente avvolti da nuvole di polvere di foglie secche frantumate: gli alberi sono ancora carichi di giallo, ma non lo saranno per molto. Il sole era una palla pallida sopra i mattoni rossi dei poveri vecchi, appena nascosti da svergognate affissioni di politici bolliti e di Winx seminude.

Se tutto questo già è straniante, aspettate di vedere l’interno: perché in quel mondo nascosto di mattoni rossi, sospeso tra l’ospedale e il dimenticatoio, sta una realtà improbabile quanto poetica, fatta di anziani, di disabili e persino di anziani disabili. Capita così di trovare dietro un angolo, in una stanza che fu di degenza, una vera balera; un eccezionale ballo a palchetto alle tre di un pomeriggio feriale. L’età minima per varcare la porta è sui settantacinque, eppure, da fuori, si può rubare uno sguardo: ballano bene, e sembrano ancora innamorati.

Francoforte, oggi, è verde scura: le foreste attorno all’aeroporto sono rossicce e bagnate, e ti verrebbe da cercare presto un caminetto. Invece ci scaricano a metà dell’infinito corridoio A, e mi tocca lottare sui tapis roulant e poi intasarmi nell’ascensore; il tunnel lisergente dai colori artificialmente cangianti, per cui questo aeroporto è famoso, oggi è ancora peggio del solito. Rimaniamo intampati dietro a una famigliola con bambini: il genere di passeggero che l’industria definisce VFR, che ufficialmente significa “visiting friends and relatives”, ma che nel gergo taluni interpretano come “very frightened and rambling”. Vallo a spiegare al bambinetto irrequieto e al genitore che non capisce dove andare, che stanno bloccando una fila di almeno una decina di businessmen spazientiti che sanno quel percorso a memoria!

La lounge è pure peggio: non è più il Senator di una volta, ormai c’è più spazio nella metro di Londra che nelle sale Lufthansa di prima classe. Però, oltre a spararmi in vena un intero bretzel, mi godo i telegiornali tedeschi: tra il konjunkturpaket e la chiusura di Tempelhof, spunta un servizio su come fare Halloween da professionisti, con tanto di interviste a vari “profi-monster”. Non c’è niente da fare, i tedeschi sono così: tutto deve essere scientifico, tecnologico e soprattutto professionale. Qui ancora si ricorda quando la nota casa tedesca di pneumatici Continental scelse come slogan pan-europeo “Supremazia tecnologica tedesca”: a un tedesco sembrava la cosa migliore che si potesse dire di un pneumatico, ma al resto d’Europa faceva venire in mente il rumore di militari e carri armati in marcia all’unisono verso la Polonia, così le vendite non andarono benissimo.

Cairo… cosa si può dire del Cairo: veramente uno dei pochissimi posti dove non avrei voluto venire. Nulla voglio togliere alla meraviglia delle piramidi, al centro storico bellissimo e unico al mondo, e anche alla gentile ospitalità di questo popolo. Eppure vivere qui, anche per pochi giorni, è davvero stressante: il concetto di organizzazione non esiste nemmeno. All’aeroporto le persone che devono aspettarti per aiutarti a passare la frontiera e arrivare all’albergo non ci sono, hanno cartelli sbagliati, faticano a leggere i caratteri occidentali, e appena possibile litigano tra loro per contendersi il piacere di chiederti la mancia. Per passare la frontiera, una volta acquistato il visto al costo di 15 dollari americani (niente carte, niente valuta locale e per pagare in euro devi pregare e poi pagare 15 euro), il tizio prende in mano 15 o 20 passaporti del gruppo e va da una guardia che, dopo un po’ di discussione, fa passare tutti senza nemmeno aprire i documenti, contando semplicemente che numero di persone uguale numero di passaporti. Dopodiché la navetta gratuita promessa dall’organizzazione non c’è, o meglio c’è ma è parcheggiata in fondo allo spiazzo, in mezzo a un cantiere abbandonato, e gli autisti non ci sono, e comunque se ci fossero sarebbero stati corrotti da quelli delle limousine in modo da forzarti a prendere quelle.

Quindi attraversi la strada rischiando la vita e ti infili alla bell’e meglio in una macchina, con cui ti portano alla sede del convegno: un albergone a 20 chilometri dal centro, nel bel mezzo di un centro commerciale. E’ come se avessero preso l’Auchan di corso Giulio Cesare e ci avessero messo accanto un albergo, però con attorno palazzi di cemento cadente, niente verde e tutto dieci volte più squallido. E quando finalmente riesci a fare il check-in, dopo dieci minuti che sei in camera, nonostante tu abbia affisso fuori il segnale di non disturbare, entra un addetto senza bussare e ti porta dalla lavanderia un vestito e delle camicie non tue – e non parla mezza parola d’inglese per farglielo capire. Ah, e la rete dell’albergo funziona per dieci minuti, poi si pianta troncando i pacchetti di brutto, ma se stacchi e riattacchi il cavo (niente wi-fi) riprende a funzionare per altri dieci minuti.

Non so, spero di non sembrare snob; il problema, come dicevo, è che già essere in giro è pesante, se di fatto sei prigioniero in un posto del genere diventa poco piacevole. Ma forse è solo la stanchezza del viaggio.

[tags]torino, francoforte, cairo, viaggi, lufthansa, continental, tempelhof, autunno, vecchi[/tags]

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