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Archivio per la categoria 'StillLife'


mercoledì 5 Novembre 2025, 10:32

Elezioni etniche

Anche a Montreal c’erano le elezioni comunali. Le ha vinte Soraya Martinez, cilena-canadese, figlia di esuli di sinistra immigrati qui per sfuggire a Pinochet. Ma anche gran parte degli altri candidati erano immigrati: nei cartelli per strada, per esempio, si trovano i volti di candidati consigliere arabo-canadesi associati a candidati sindaco afro-canadesi.

Montreal, come tutte le grandi città del Canada, è un melting pot totale: e ieri, a pranzo dal cinese, ho ascoltato dal tavolo a fianco la storia di un giovane programmatore immigrato dal Pakistan che ha ancora la famiglia là, ma aspetta tra un anno di avere il passaporto canadese per poi con quello poter viaggiare liberamente per il mondo, specialmente in Europa.

Però, non è sempre stato così. Fino ancora agli anni Novanta, Montreal voleva essere l’opposto: un’isola di purezza franco-canadese e cattolica, in cui chi parlava inglese era odiato, gran parte della popolazione voleva l’indipendenza e per un lungo periodo i nazionalisti mettevano bombe qua e là con l’appoggio di molti.

L’aspetto interessante, però, è questo. Proprio per questo atteggiamento, per tutta la seconda metà del Novecento la “purezza francofona” è stata mantenuta innanzi tutto dalle scuole. Per mandare i propri figli alle scuole francofone, bisognava essere cattolici di madrelingua francese. I cattolici di altre lingue, tra cui gli italiani, venivano accolti nelle scuole cattoliche in speciali sezioni in inglese; tutti gli altri – ebrei, cinesi, greci, indiani – potevano solo mandare i figli alle scuole protestanti inglesi.

Il risultato è stato ovvio: quando nel 1995 si è infine tenuto il referendum per l’indipendenza, i separatisti, pur prendendo oltre il 60% tra i francofoni, si sono fermati nel complesso al 49,4%. A fare la differenza sono stati proprio i voti degli immigrati da paesi terzi, che erano stati forzatamente costretti a non diventare francofoni ma anglofoni, e di conseguenza erano in massa contro l’indipendenza. Nel discorso del giorno dopo, il leader dei separatisti gridò che i franco-canadesi erano stati sconfitti da “l’argent et les votes ethniques”: una frase talmente storica da avere una pagina dedicata nella Wikipedia in francese.

Eppure, trent’anni dopo, anche se la questione linguistica è ancora molto sensibile, Montreal è una città di ogni colore, amalgamata ben più delle nostre; e anche in politica, gli “allofoni” sono ormai integrati.

In fondo, è quello che spero che succeda a New York: che il primo sindaco musulmano della loro storia si riveli un integratore e non un disintegratore, che sappia trattare tutti allo stesso modo senza rivendicare il primato della propria religione e della propria etnia, che lasci una città più unita di prima. Molti temono l’opposto, ma se la paura del nuovo è normale, è giusto anche sperare che venga smentita dai fatti.

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mercoledì 6 Agosto 2025, 10:37

Al festival di Wrangler

NOTA INTRODUTTIVA PER I MELOMANI: Questo post vi sta trollando.

Ebbene sì: dopo anni di tentativi (della mia compagna melomane), nel 2025 siamo riusciti ad avere i biglietti per andare a Beirut al festival di Wrangler. No, scusate, a Bayreuth al festival di Wagner.

Ebbene sì: per la prima volta nella vita, da non melomane, ho assistito per intero a un’opera di Wagner: i Maestri cantori di Norimberga, quattro ore e mezza di musica più due ore di pause nel mezzo.

E com’è?

Sarò sincero: per tre quarti è una palla unica, aggravata dal fatto di essere rappresentata tutta in tedesco, senza sopratitoli, e quindi senza che io potessi capire granché di quello che succedeva. Però, non c’è solo questo.

Innanzi tutto, con pochi momenti di eccezione, la musica di Wagner è piatta e tutta uguale, quattro ore di sviolinate infinite che accelerano e frenano senza andare mai da nessuna parte, avvincenti come un ingorgo in autostrada. Se vai a vedere Verdi o più o meno qualunque altro autore italiano, esci comunque dal teatro con un paio di arie orecchiabili incollate in testa. Qui, no. La musica che ascolti in ogni scena potrebbe anche essere gradevole, ma è sostanzialmente la stessa della scena di dieci minuti prima, o di quaranta minuti prima, o di tre ore prima. Le eccezioni sono i momenti corali, che valgono il prezzo del biglietto, e l’aria finale con cui il protagonista vince.

Ora, però, veniamo al problema principale: la trama. Questa opera racconta di un concorso canoro in cui il premio in palio è una donna infiocchettata, e già questo vi fa capire le idee sociali di Wagner. C’è un protagonista buono e innamorato della ragazza, e un antagonista cattivo che sarebbe il “cantante antico”, quello che si rifà alla musica classica tradizionale che a Wagner fa schifo. L’antagonista cattivo diventa la spalla comica del tutto, tramite una gag in cui si esibisce in maniera apertamente stonata e pomposa, e la gag sarebbe anche carina, se non fosse che è l’unica di tutto il copione e che viene tirata in lungo per tre ore, rendendo l’umorismo più ripetitivo che in un film dei Vanzina. Ah, e ovviamente alla fine vince il buono.

Ora, se questa storia venisse data in mano a un buon editor avrebbe anche delle speranze, ma l’editor come prima cosa ne taglierebbe due terzi, e come seconda strapperebbe le ultime dieci pagine, perché contengono il peccato mortale di qualunque storia: la morale esplicita, quella sbattuta addosso allo spettatore con la dolcezza di un’incudine sulla testa di Wile E. Coyote.

Già, perché finisce che il buono vince la gara cantando con tedeschitudine, e poi fa il gesto di rifiutare la medaglia, e allora l’anziano saggio lo prega di accettare per diventare un vero “maestro tedesco”, e dimostrare la superiorità della cultura nazis… scusate, tedesca su quella del resto del mondo, e lui accetta perché è tedesco e orgoglioso di esserlo.

Ora, come si può rappresentare una roba del genere nel 2025, credendoci? Non si può, e infatti l’opera viene salvata dal regista, che trasforma la mezz’ora finale in una farsa completa, ambientandola su un palco in stile Eurovision dominato da un gigantesco gonfiabile a forma di mucca verde e viola. Per sicurezza, il regista cambia anche il finale, facendo sì che sia la donna, liberandosi dal trattamento da oggetto che le riservano tutti questi maschi, a rifiutare la medaglia nazis… scusate, tedesca. Dopodiché, sull’ennesimo zumpappà uguale ai cento precedenti che chiude lo spartito, tutto il coro alza le spalle e fa una faccia tipo “wtf, rappresentiamo questa roba solo perché ci pagano”. Sapete che io non simpatizzo per le riscritture woke, ma quanno ce vo’, ce vo’; in questo caso, senz’altro ce vo’.

Ovviamente, agli appassionati la regia non è piaciuta: “ha snaturato l’opera” e “non è abbastanza rispettosa”. D’altra parte, se non sei nazista ma ti piace Wagner – un uomo non solo apertamente nazionalista, razzista e antisemita, ma disgustoso anche nella vita reale; non a caso Hitler lo adorava – hai già deciso di ignorare le sue idee per concentrarti solo sulla musica. Che questo sia possibile o meno è l’oggetto di un lungo dibattito. Per quanto mi riguarda, anche se per curiosità ci potrei riprovare, per ora è un no.

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domenica 20 Agosto 2023, 22:59

Creare immagini con l’AI

Oggi, domenica d’agosto con poco da fare, ho deciso di dedicarmi al piacere e al dovere insieme: dopo averne tanto parlato, ho passato la giornata a provare Stable Diffusion, una delle AI specializzate in disegno. Me la sono installata in locale sul portatile; c’è voluto un po’ di smanettamento, la lettura di prontuari su diversi siti, la comprensione di una dozzina di acronimi e componenti, nonché un bel po’ di spazio disco (comprese tutte le aggiunte, ho già occupato una quindicina di GB), ma dopo un paio d’ore ero a posto.

Bene, che dire? Come primo esperimento, ho scelto per soggetto un famoso personaggio cinese, Xiao di Genshin Impact (non preoccupatevi se non sapete cos’è, se avete più di vent’anni è normale): l’ho scelto perché è allo stesso tempo complesso da disegnare ma molto diffuso. Questo mi ha permesso di recuperare in rete una serie di modelli già pronti: il generico modello ottimizzato per il disegno in stile anime, e poi il modello specialistico per disegnare questo specifico personaggio.

Infatti, a differenza di quasi tutti i sistemi AI concorrenti, Stable Diffusion è un sistema molto aperto che può funzionare anche sui personal computer: così, c’è stato qualcuno che ha passato una montagna di tempo a far vedere all’AI centinaia o migliaia di immagini di questo personaggio, specificando per ognuna tutte le caratteristiche del disegno, in modo che l’AI imparasse a disegnarlo in qualunque forma e posizione.

Insomma, c’è voluta un’oretta per capire come mettere insieme i vari componenti e come usare l’interfaccia utente, ma alla fine… la prima delle immagini che vedete è soltanto la quinta che ho generato in tutta la mia vita: le prime quattro non c’entravano nulla, ma questa è già notevole.

C’è però un piccolo problema: come ho scoperto nel pomeriggio, è relativamente facile generare immagini piuttosto belle, ma è molto difficile generare immagini perfette, nonché davvero corrispondenti a ciò che vorresti tu. Non mi riferisco soltanto al fatto che ogni tanto – non spesso, a dir la verità – escono fuori immagini con una gamba sola o con tre. Mi riferisco piuttosto al fatto che tu puoi anche dare una caterva di istruzioni e dettagli su come vuoi l’immagine, ma più ne metti più il sistema si incasina, perché può soltanto mettere insieme imitazioni di ciò che ha visto: e se “Xiao in piedi con lo sguardo truce” è abbastanza semplice, “Xiao vestito di un kimono blu mentre guarda a sinistra col braccio piegato e una spada in mano, sullo sfondo del cielo con le nuvole” è già troppo complicato, e non viene mai eseguito alla lettera. Ogni tanto, al posto della spada c’è una candela, oppure il cielo è nero e senza nuvole, e il kimono è sempre bianco perché il modello ha imparato solo kimono bianchi.

Insomma, è come guidare una Ferrari senza volante, provando a partire venti volte per sperare che almeno una vada più o meno nella direzione che desideri. Ovviamente io sono un operatore AI molto incompetente, eppure pare che tutti facciano così: si prova a dargli un insieme di istruzioni, viene fuori un risultato più o meno carino, gli si dice “riprova”, magari si aggiunge o si toglie una parola, e poi semplicemente si ripete, anche perché più ripetizioni diverse delle stesse istruzioni danno risultati anche piuttosto diversi; quindi, si ripete a caso fin che l’AI non ne imbrocca una meno brutta.

Non parliamo poi di disegnare scene con più personaggi: a quanto pare, al momento – a meno che non si tratti di un generico gruppo – non è fattibile, non con questi strumenti almeno. E poi, non ho ancora provato le illustrazioni fotorealistiche: penso che lì ottenere buoni risultati sia ancora più difficile.

Morale: è un giochino divertente, ma per ora può sostituire i disegnatori umani solo in certi tipi specifici di composizione, e solo per committenze che si accontentino, che non abbiano un’idea molto precisa dei dettagli che vogliono e che si adattino a quel che viene fuori dal sistema. Però, è impressionante che per quel tipo specifico di illustrazione io, con un normale portatile e poche ore di addestramento, possa fare quel che fino a ieri richiedeva talento, manualità e anni di studio; e questi strumenti certamente continueranno a migliorare.

P.S. Naturalmente, questo è un esperimento: dato che nelle discussioni di policy che seguo per lavoro si parla continuamente di AI, mi sembrava il caso di capirne di più. Le immagini generate sono prove per uso personale; nel frattempo, la discussione sulla legittimità dell’uso di questi strumenti senza compensazione degli autori originali è tuttora aperta.

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mercoledì 7 Dicembre 2022, 13:29

Quando i moderatori di Facebook dovrebbero andare a ballare in Puglia

Questo aggiornamento di stato è stato censurato da Facebook per “violazione degli standard della community”; naturalmente non ti dicono in cosa, ma suppongo che sia per la metafora di tagliare le dita, che dal tono generale del testo mi pare evidente essere una metafora, ma per Facebook no. Quindi, lo pubblico qui.

Sono a Malpensa, sul bus per Torino, in attesa della partenza, e c’è l’autista che inganna il tempo guardando qualcosa sul cellulare, e io temevo fosse la partita, e invece no, è molto peggio: è un film natalizio americano che ha dei dialoghi tremendi, e non solo per i livelli di glucosio da ricovero, ma proprio per la scelta delle parole e delle frasi, perché tutti parlano come nella pubblicità del Glen Grant degli anni ’80, e sono doppiati in quel modo, con l’enfasi di Michele l’intenditore, e – mio dio, lui le ha appena detto “sei straordinariamente bella stasera”, no dico, chi direbbe mai una frase così nella vita reale? Ma basta, tagliate le dita agli sceneggiatori, e anche – no, mamma, il colpo di scena adesso è che lui non andava malvagiamente via a Natale per fare carriera, ma per aiutare “una ong di un orfanotrofio in Nigeria”, che fino a un attimo prima non esisteva, alla faccia della prefigurazione e di ogni principio di base delle sceneggiature, ma basta, basta, bruciategli il cellulare o scendo, che non lo reggo più.

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giovedì 12 Agosto 2021, 13:46

Molte stelle fa

Oggi vi racconto un aneddoto.

Era il 2009 ed era la prima volta che in Piemonte si presentavano alle elezioni le liste “grilline”: una a Rivoli, con candidato sindaco Ivan Della Valle, e una per la provincia di Torino, con candidato presidente il sottoscritto. Era un periodo di grandi ideali e grandi discussioni ideologiche, ma uno dei pilastri era indiscusso: dovevamo candidarci come “portavoce dei cittadini”, non per noi stessi e per il nostro ego. Anche la comunicazione doveva quindi centrarsi sul programma e non sul candidato, e assolutamente mai sulla sua immagine personale.

La cosa era interpretata rigidamente: ancora nel 2010 alle regionali, e poi nel 2011 quando mi candidai sindaco, non ci fu mai da nessuna parte un manifesto con la foto del candidato, nonostante tutti i manuali di marketing politico intimassero il contrario. Già ci fu grande controversia prima di ammettere che si potessero fare dei “santini” per raccogliere i voti degli amici dei singoli candidati, anche questi però uguali per tutti, centrati sul programma e al massimo con una fototessera del soggetto.

Bene, in quel 2009, qualche settimana prima del voto, ero a Bologna per un mio impegno di lavoro e camminavo per tornare a prendere il treno quando mi squillò il telefono. Era un giornalista della Stampa, non ricordo più chi, ma il primo che decise di menzionare questa listarella sconosciuta in un articoletto di taglio basso. Mi fece le domande, io risposi, e poi mi disse: mi puoi mandare una tua foto? Io rabbrividii, e dissi: assolutamente no, noi vogliamo solo far vedere il simbolo. Lui insistette, disse che ero un perfetto sconosciuto e che la gente voleva vedere la mia faccia, che senza foto l’articolo non aveva senso, e alla fine ci accordammo: gli mandai una foto piccolissima che fu pubblicata in un quadratino non più grande di due centimetri per due.

Apriti cielo! Per una settimana partì un processo ideologico (uno dei tanti che ho subito negli anni, a dire il vero) accusandomi di avere tradito il gruppo e gli ideali per vanità personale. Alla fine, facendo notare che comunque il giornale non lo facevamo noi e non è nemmeno bello che la politica ordini ai giornalisti come fare gli articoli, finì con un “per questa volta passi”.

Stamattina immaginavo come avrebbero reagito i militanti pentastellati del 2009 – praticamente tutti ormai fuori dal Movimento, persino quelli che hanno poi fatto un po’ di carriera politica, tranne forse un paio che evidentemente dal principio puntavano a metter radici – nel vedere un manifesto come quello della foto, con la candidata in posa studiata con un sorriso accecante, la Mole strategicamente piazzata sullo sfondo, la collezione di simboli sotto, e multipli strati di Photoshop.

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giovedì 31 Dicembre 2020, 18:52

Il mio 2020: la storia di come non ho fatto il covid

La mia foto dell’anno per il 2020 è sicuramente quella qui sotto. Era il 6 marzo e io stavo rientrando in ufficio dopo una misteriosa febbriciattola. L’Italia era in subbuglio, ma ufficialmente poco era successo; la parola “lockdown” era ancora sconosciuta, ed esisteva soltanto la “zona rossa di Codogno”.

Non so dove avessi preso quella febbre; forse – proprio mentre l’Italia scopriva per la prima volta la presenza del virus – sabato 22 febbraio, di ritorno da San Francisco su uno dei miei tanti voli da Monaco a Torino, su uno di quegli aerei che da anni facevano ogni giorno su e giù senza sosta tra l’hub bavarese e gli aeroporti di Piemonte, Lombardia e Veneto. O forse lunedì 24, quando ero andato – in auto, vista l’improvvisa paura per i treni lombardi – fino a Milano, al consolato russo, per chiedere un visto per una conferenza a Mosca in aprile che poi non si svolse mai.

Martedì 25 e mercoledì 26 ero andato in ufficio, e così, per caso, il mio collega alla scrivania di fronte mi aveva fatto notare che mi era venuta una tosse secca e insistente, sempre più frequente; e fece anche qualche battuta sul fatto che a metà gennaio ero stato in Cina, “non porterai mica il covid?”. Ma no, era impossibile: il covid, si diceva allora, emerge in 14 giorni e ormai erano passati da un pezzo; anche a San Francisco, per farmi imbarcare sul volo di ritorno, mi avevano chiesto se fossi stato in Cina negli ultimi 14 giorni, e io gli avevo detto di no, che era passato almeno un mese.

Comunque, dato che ero stato in giro per il mondo senza sosta sin dalla fine delle vacanze di Natale, decisi di cambiare ambiente, e mercoledì sera partimmo per la montagna, con l’idea di lavorare da lì e magari prendere un giorno di riposo extra, per compensare il fatto che domenica alle 13:15 avrei avuto un altro volo, da Caselle per Londra, e poi il martedì da lì in Germania.

Eppure giovedì 27, man mano che lavoravo, mi vennero degli strani brividini; ma niente di che, e il massimo di temperatura fu di 37 gradi precisi a fine pomeriggio. Ero preoccupato per un solo motivo: se avessi avuto più di 37,5 di febbre, domenica non mi avrebbero lasciato salire sul volo e sarebbe stato un disastro. Venerdì 28 la storia fu circa uguale; al mattino avevo 36,5, ma verso fine giornata arrivai addirittura a 37,3.

Non ero quindi preparato a una serata particolare. Dopo cena, ci mettemmo nel letto a guardare la televisione. Erano già le dieci passate quando mi accorsi che facevo sempre più fatica a respirare, e che non riuscivo affatto a rilassarmi. Cominciai ad andare in bagno ripetutamente, con la sensazione di affanno e di dover vomitare, ma senza che venisse fuori niente. All’ennesimo giro, ed era quasi mezzanotte, dopo diversi minuti a guardare la tazza del WC stando malissimo senza riuscire a vomitare decisi di tornare in camera, e… non ci arrivai: i quattro metri dal bagno alla camera divennero infiniti, ero in apnea, mi girava la testa, non vedevo niente, e ansimavo cercando di respirare, senza molto successo; alla fine, mi appoggiai ai mobili per non cadere, cercando di gridare per attirare l’attenzione di Elena. Lei venne di corsa, mi trascinò nel letto, mi mise orizzontale, e per qualche motivo, di botto, la crisi finì; ricominciai a respirare un po’ meglio, ma ci volle fino alle due di notte perché riuscissi a rilassarmi e poi a dormire. Naturalmente ci chiedemmo se chiamare il 118, ma eravamo in mezzo ai monti, a un’ora di curve dall’ospedale di Aosta, e se fosse stata una vera emergenza nessuno sarebbe mai giunto in tempo. Sperammo in bene, e così andò.

Il mattino dopo, sabato 29 febbraio, chiamai subito la mia dottoressa, che mi chiese: negli ultimi 14 giorni sei stato in Cina? No. Sei stato a Codogno? No. Allora, mi disse, non è covid, e anche se avessimo il dubbio, non mi è comunque permesso di farti fare un tampone; così erano le linee guida di quel momento. Mi disse comunque di comprarmi un saturimetro e di chiamare subito il 118 se avessi avuto una nuova crisi. Non essendo covid, e continuando io a non avere febbre, non ero nemmeno soggetto a quarantena; e così, per sicurezza, decisi di mettermi in macchina e tornare fino a Torino, più vicino a un qualunque ospedale.

Nel frattempo, sia gli inglesi che i tedeschi che dovevo incontrare mi avevano scritto chiedendomi di stare a casa, perché quella era la settimana in cui gli italiani erano pericolosi untori e il resto d’Europa pensava di potersi salvare. Quindi tornai a casa senza uscire mai dalla macchina, e per sicurezza mandai Elena da sola a fare la spesa, aspettandola fuori dal supermercato; il medico mi aveva detto che certamente non era covid, e comunque all’epoca non si sapeva ancora che ci fossero così tanti asintomatici e nemmeno che gli asintomatici fossero potenzialmente infettivi.

Domenica fu un giorno altrettanto straordinario; cominciò a colarmi il naso. Ma non normalmente; continuamente, a fiotti. Non la pubblicherò, ma fui così impressionato da fare la foto alla grossa scatola di cartone del Lidl che tenevo vicino al letto, completamente piena di pezzi di carta igienica usati per soffiarmi il naso. Dopo di quello, bon: non ebbi più febbre né brividi, e anche la tosse andò rapidamente scemando; ricominciai a stare bene.

Lunedì 2 marzo decisi da solo di mettermi in smart working; non era un obbligo (se ricordate, la maggior parte delle aziende italiane continuò a tenere anche gli impiegati in ufficio fino a fine marzo) ma mi chiesi perché, pur non avendo il covid, avrei dovuto rischiare di contagiare qualche collega. Lunedì pomeriggio, tre giorni dopo la crisi, mi arrivò anche il saturimetro da Amazon: alla prima prova segnava 93.

C’era però un problema: a febbraio avevo viaggiato e accumulato spese per quasi mille euro, che avrei dovuto rendicontare appena possibile, con tanto di allegati cartacei. E così, arriviamo alla foto: venerdì 6 marzo verso le sei del pomeriggio, contando di non incontrare nessuno, mi presentai in ufficio per fare la mia pratica. In realtà incontrai un collega, ma ci tenemmo ben alla larga (all’epoca non esistevano mascherine, ma si diceva che bastassero due metri di distanza per evitare il contagio anche al chiuso) e lui andò via praticamente subito. In più, io mi portai da casa il disinfettante, e disinfettai attentamente tutto quello che avevo toccato: la stampante, le buste, le scrivanie, le maniglie. Anche se non avevo il covid, anche se il venerdì pomeriggio era stato scelto apposta per far passare più tempo possibile fino al nuovo riempimento dell’ufficio, anche se mi sembrava talmente assurdo da farmi fare la foto da Elena, sono contento di averlo fatto lo stesso.

Alla fine, nessuno nel nostro ufficio ha mai avuto il covid. Più tardi, verso l’estate, diventò possibile fare i test sierologici per capire se lo si aveva avuto, ma il governo dispose che i positivi dovessero mettersi in quarantena in attesa di un tampone, e a quel punto mi sembrò stupido rischiare settimane di quarantena solo per capire che cosa avessi davvero avuto. Non lo saprò mai: resterà uno dei misteri della mia vita.

So solo che spero di non provare mai più quella sensazione di non riuscire a respirare, mentre gli occhi si spengono, e ti sembra proprio di stare per morire; e spero che il 2021, almeno da un certo punto in poi, non la regali più a nessuno.

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venerdì 30 Ottobre 2020, 08:56

Ho provato a comprare la fibra di Sky e Openfiber – ed è stato un disastro

EDIT: Dopo aver pubblicato questo post il venerdì mattina, grazie anche all’interessamento di alcuni che l’hanno letto, in poche ore sono stato ricontattato da Sky e il lunedì pomeriggio avevo la mia fibra installata e funzionante – e adesso sono più che soddisfatto del servizio. Grazie a tutti :)

Non mi piace parlare troppo di problemi personali, ma quella che mi sta capitando è una vicenda emblematica di come l’Italia, alla fine, sia un Paese la cui digitalizzazione è senza speranza. Mi scuso se il racconto sarà lungo e dettagliato, ma non temete: è talmente assurdo che diventa tristemente divertente.

Tutto comincia tre settimane fa, quando decido di pensionare il mio vecchio ADSL di casa (nonché di lavoro, vista la situazione generale) e sostituirlo con la fibra FTTH di Openfiber, dal cui sito risulto coperto. L’occasione è il lancio di Sky Wifi, la nuova martellante e fantasmagorica offerta fibra di Sky; essendo da oltre un decennio cliente del satellite, mi offrono sei mesi gratis senza impegno. Perché no, mi dico. Quel che segue è un girone infernale di cui, dopo tre settimane, non si vede la fine – e nel frattempo presto resterò senza Internet.

Mer 7/10, ore 10:45
Ho deciso, compro la fibra! Vado sul sito Sky, leggo l’offerta, clicco “chiamami”.

Mer 7/10, ore 10:50
Prontamente ricevo una telefonata. E’ una gentile signorina che, con apprezzabile trasparenza, per 25 minuti mi legge tutte le clausole del contratto e registra il mio assenso. Alla fine bisogna fissare l’appuntamento per l’installazione della fibra, e chiedo se posso scegliere il giorno; lei mi dice che non si può, però posso indicare i giorni in cui non sono disponibile; escludo venerdì, lunedì e mercoledì. Chiedo anche se la disdetta del vecchio contratto è automatica; lei mi risponde che dovrebbe essere così, ma mi dice anche di mandare “per sicurezza” una mail al vecchio provider, perché molti ci provano e continuano a fatturare.

Mer 7/10, ore 15:40
Arriva una mail da Sky: siamo pronti a installarti la fibra, saremo da te sabato mattina! Io trasecolo: nessuno mi aveva parlato di sabato, quel giorno sarò fuori Torino.

Mer 7/10, ore 15:50
Chiamo il 170 (servizio clienti Sky). Chiedo di spostare l’appuntamento, la signorina mi propone martedì alle 8:30. Io dico: sì, potrebbe andare, nel frattempo apro il calendario, verifico, in realtà ho un problema, quindi rispondo: anzi no, facciamo giovedì. Nel frattempo però la signorina ha già cliccato e confermato martedì alle 8:30, allora deve rifare tutto un’altra volta, ma poi ce la facciamo: fissiamo giovedì 15/10 alle 8:30.

Mer 7/10, ore 16:40
Visto che l’appuntamento è fissato e confermato, come da istruzioni, mando la mail al vecchio provider (Isiline) annunciando il passaggio ad altro operatore. Mi rispondono che no, vogliono una raccomandata o una PEC. Mando anche la PEC.

Mer 7/10, ore 19:30
Trovo una chiamata persa dallo 02 4954 5385 (ero sotto la doccia). Chissà cos’è. Richiamando non succede niente.

Gio 8/10, ore 8:30
Arriva una nuova, entusiastica mail di Sky: ti confermiamo il tuo appuntamento per sabato mattina, mancano solo due giorni! Bestemmio.

Gio 8/10, ore 10:00
Richiamo il 170. Mi accoglie una voce registrata: “benvenuto Vittorio Bertola, ti ricordiamo il tuo appuntamento fissato per martedì mattina alle 8:30!” Rido nervosamente. Alla fine parlo con un operatore, che controlla e mi dice: no è tutto a posto, le confermo giovedì prossimo alle 8:30, ignori qualsiasi messaggio che dica altrimenti.

Gio 8/10, ore 15:00
Squilla il telefono, è una nuova chiamata da 02 4954 5385, ma non faccio in tempo a rispondere: ha squillato in tutto 11 secondi.

Ven 9/10, ore 8:30
Arriva la terza entusiastica mail di Sky: “Vittorio festeggia, il tuo Sky Wifi arriva domani mattina!!”. Bestemmio di nuovo, ma, come da istruzioni, ignoro.

Ven 9/10, ore 12:00
Terza chiamata da 02 4954 5385. Non so chi siano, ma sono in una videoconferenza di lavoro, non posso proprio rispondere.

Sab 10/10, ore 9:30
Quarta chiamata da 02 4954 5385, e finalmente riesco a rispondere. Mi dice che è per la fibra, e io già temo: sarà l’installatore lì davanti alla mia porta che non trova nessuno. Ma no, sono malfido: mi conferma l’appuntamento di giovedì, ma mi chiede di ripetere di nuovo tutti i miei dati: nome, cognome, indirizzo…  tutti dati che ho già fornito ampiamente. Se non fosse che conosceva l’ora precisa dell’appuntamento, avrei pensato a un attacco di social engineering per ottenere i miei dati personali, o a uno di quelli che cercano di venderti un contratto luce a tradimento.

Gio 15/10, ore 8:20
E’ il grande momento! Finalmente avrò la fibra in casa. Aspetto. E aspetto… e aspetto… e aspetto…

Gio 15/10, ore 10:10
Sono passate quasi due ore: chiamo il 170. La signorina Sky di questa volta (ogni volta parli con una persona diversa) mi dice: mah, a noi risulta tutto a posto, magari è solo in ritardo, provi ad aspettare ancora un po’. Non sanno chi debba venire e non hanno modo di contattarlo: ottima organizzazione.

Gio 15/10, ore 12:10
Quarta chiamata al 170. L’operatore Sky mi mette in attesa, fa lunghi silenzi: mi dice “oggi abbiamo il sistema lento”. Mi dice che per loro è tutto a posto, anzi, a loro non risulta che il tecnico non si sia presentato. Poi aggiunge: però vedo qui che non è la prima volta che non si presenta! Gli devo spiegare io che gli appuntamenti precedenti (sabato e martedì) non sono mai esistiti. Mi dice che lui per ora non può fare niente, che “apre una segnalazione al reparto tecnico” e che richiameranno loro, ma “per sicurezza” richiami anche lei domani mattina.

Ven 16/10, ore 8:15
Nessuno mi ha richiamato: quinta chiamata al 170. Questo operatore Sky controlla e mi dice: Openfiber (prima volta che viene menzionata apertamente, solo quando le cose cominciano ad andare male) ci ha mandato esito “ko” ma non ci ha spiegato perché; quindi “apro una segnalazione al reparto tecnico” (un’altra?). Mi dice di aspettare che mi richiamino loro, ma “per sicurezza” riprovi anche lei la prossima settimana. Chiedo quanto tempo ci vuole, visto che prima o poi resterò senza il vecchio ADSL, e mi dice: ma non doveva mandare la disdetta! Faccio notare che mi hanno detto loro di farla, mi suggerisce di cancellarla.

Ven 16/10, ore 20:00
Scrivo a Isiline chiedendo se si può posticipare la cessazione del contratto. Risposta: noi il 6/11 stacchiamo tutto, cordiali saluti.

Mar 20/10, ore 18:10
Nessuno si è più fatto sentire: sesta chiamata al 170. Questa signorina Sky mi spiega che la pratica è bloccata perché “devono” (non si sa chi) “ricontrollare i miei dati”. Io resto un po’ basito, lei allora, per dare un senso alle cose, mi chiede di nuovo il mio indirizzo (terza o quarta volta). Mi dice anche lei di aspettare (non si sa cosa, presumo l’apparizione di qualche santo con la fibra in mano), le spiego che mi staccheranno la linea, mi dice: va bene, “le fisso un call me back per domani alle 15-15:30”. “Call me back” dev’essere dialetto milanese per “appuntamento telefonico”.

Mer 21/10, ore 15:00
Ovviamente, per tutto il pomeriggio, non mi chiama nessuno.

Gio 22/10, ore 14:00
Settima chiamata al 170. Il tizio mi mette in attesa per un po’, poi mi dice che ha parlato con un supervisore e loro non possono fare nulla perché sono in attesa di Openfiber. Mi dice che magari potremmo cancellare questo ordine e ripartire da zero, magari con una nuova procedura sarei più fortunato! (La lotteria della fibra…) Però aggiunge che magari c’è un problema in centrale, e in realtà non è sicuro che io sia coperto, anzi magari non possono proprio darmi la fibra, o lo scopriranno dopo un mese, chissà. Mi dice anche lui che ho sbagliato a seguire la sua collega che mi aveva detto di mandare la disdetta, come se fosse colpa mia. Si scusa a profusione e mi dice di richiamare lunedì sera per valutare cosa fare.

Mar 27/10, ore 9:00
Non ho ancora richiamato, ma passo un attimo in un centro Sky vicino a casa, perché nel frattempo mi si è pure smagnetizzata la tessera del satellite (qualità totale). La signorina me la cambia, e poi mi dice: ma non le interesserebbe mica il nuovo Sky Wifi? Io sospiro, le spiego la situazione, lei fa un controllo a video e fa: mah, a me non fa fissare l’appuntamento, però mi pare tutto a posto, chiami pure il 170 per procedere.

Mar 27/10, ore 12:45
Ottava chiamata al 170. L’ennesimo operatore Sky gentilissimo ma totalmente inutile mi dice che “l’attivazione è stata sospesa da Openfiber senza indicare alcun codice di errore, non sappiamo cosa sia andato storto, non possiamo fare niente se non mandare solleciti, ne mando subito un altro” (il terzo, quarto, boh; dev’esserci qualcuno che li colleziona prima di cancellarli). Mi dice che non mi dovrebbero staccare la linea perché ho fatto la portabilità del numero, io gli chiedo quale numero (non ho il telefono fisso da decenni), e lui fa “ah allora ok, capisco”. Quindi devo aspettare, mi richiameranno loro, ma non richiami prima di novembre. “Ah a fine chiamata le faranno un questionario, se vuole mi dia un voto positivo, nove o dieci!”

Mar 27/10, ore 14:00
A questo punto sono ovviamente furioso con Openfiber, che sta bloccando la mia pratica senza spiegazioni da due settimane. Quindi vado sul loro sito, trovo una form di contatto, la riempio di insulti, poi ci penso meglio e mando una gentile richiesta: spiego la situazione e chiedo se possono dirmi qual è il problema.

Mer 28/10, ore 12:30
Colpo di scena! Openfiber risponde alla mail e mi dice: guardi che la richiesta di attivazione della sua linea è stata annullata da Sky, devono fare loro una nuova richiesta. Mi cascano i cosiddetti.

Mer 28/10, ore 14:30
Nona chiamata al 170. Spiego tutto di nuovo cercando di restare calmo, la signorina di Sky mi mette in attesa, l’attesa dura molti minuti. Però alla fine mi ridice la stessa cosa: loro sono in attesa di Openfiber, è tutta responsabilità di Openfiber, loro non possono fare niente finché non si “aggiorna il sistema” (cosa vorrà dire? boh). Le faccio notare che Openfiber, come da risposta, non farà niente fin che non fanno qualcosa loro, lei mi dice: ma questa è competenza di un altro reparto (ah beh, sai che me ne frega a me). Mi dice che manderà l’ennesimo sollecito all’altro reparto e poi devo aspettare che mi richiamino, faccio notare che in dieci giorni non mi hanno mai richiamato una volta, lei non sa più cosa dire.

Mer 28/10, ore 15:00
Riscrivo anche a Openfiber, segnalando che per Sky sono loro a doversi muovere. Mi rispondono subito: “abbiamo girato la mail al reparto competente”.

A questo punto nessuno si è più fatto sentire da due giorni, tra una settimana mi staccano Internet a casa e non si vede il modo di uscirne. E’ chiaro che il call center di Sky è popolato di ragazzi gentilissimi messi in mezzo a una procedura fuori controllo, piena di bachi e di buchi. E’ anche chiaro che chiunque abbia pensato queste procedure – nonostante l’accesso a Internet sia un servizio essenziale – non ha alcun interesse a fornire un servizio centrato sul cliente, ma solo a parcellizzare tutto in un milione di sottosistemi e subcontratti che ovviamente poi non riescono a funzionare insieme, anche perché a ognuno importa solo di fare il proprio compitino. Sospetto dunque che l’Italia debba limitarsi a comunicare coi segnali di fumo, lasciando la modernità al resto del pianeta.

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venerdì 2 Ottobre 2020, 19:07

Criminali in monopattino alla cassa del Lidl

So che sembra assurdo, ma ieri pomeriggio ho rischiato di essere pestato a sangue da un criminale in monopattino a una cassa del Lidl.

Ero andato al gobbostadium (sì, lo confesso) per una visita medica, e ne ho approfittato per fare la spesa all’adiacente Lidl di via Sansovino. Vado in cassa con tutta la mia roba, e dietro di me arriva un tizio grosso, tutto tatuato, sulla quarantina abbondante, con la spesa in un sacchetto, sopra un monopattino.

Passa di lì il capofiliale, lo vede e gli dice “scusa, non puoi entrare dentro col monopattino”. Il tizio gli risponde male, in un profluvio di bestemmie inframmezzato al seguente concetto: “io minchia cazzo non lo posso lasciare fuori porcod*, se no ne ritrovo quattro, oggi porcam* non c’avete neanche il cazzo di guardiano” (ho eliminato un po’ delle bestemmie). L’altro gli risponde: “non è un problema nostro, la prossima volta vieni a piedi” – e poi si allontana.

A quel punto il tizio è già incazzato, e si accoda in cassa subito dietro a me. Comincia a gridare che “porcod* guarda come mi trattano di merda, solo perché cazzo ho fatto vent’anni di carcere, e adesso aprite un’altra cazzo di cassa, porcam*”. Prende il mio carrello e lo butta in avanti gridando: “vai avanti, cazzo!” Io ovviamente sono fermo dietro a una signora, che è ferma dietro a un vecchietto che ha comprato tre cose e deve assolutamente pagarle tutte in monetine da un centesimo. Allora lui comincia a dar fuori di matto e a minacciare urlando: “vai avanti o ti meno, io vi ammazzo tutti, guardate che ho fatto vent’anni di carcere!”

La cassiera coglie la situazione, mette da parte il vecchietto e dice al tizio: “venga venga, passi pure”. Stranamente, nessuno obietta. Il tizio però ormai mi ha preso di mira come responsabile della sua attesa alla cassa e dei suoi problemi nella vita, così passa, poi si gira e dice: “che cazzo guardi? Guarda che porcod* vengo lì e ti ammazzo”.

Nel frattempo sono discretamente arrivati un altro paio di dipendenti, ma nessuno sa cosa fare: se anche chiamassimo la polizia, questo fa in tempo davvero a picchiare tutti, per non parlare di possibili ritorsioni future. Incrociamo le dita per la soluzione pacifica, lui apre il sacchetto e rivela la sua spesa: un barattolo di cetriolini e tre bottiglie di sambuca di sottomarca. Le sbatte sulla cassa, ma poi si gira e dice: “no adesso ti meno!” Torna indietro fino a un centimetro da me, comincia a urlare: “adesso ti ammazzo, vi ammazzo tutti porcod*, ne ho il cazzo pieno di voi”.

Io adotto l’unica strategia che si può adottare quando uno cerca solo una scusa qualunque per fare rissa con te, cioé non rispondere, non guardare, non dire niente, fare la statua di sale. Mi dà uno spintone sul braccio, ma visto che non rispondo nemmeno a quello, che ha attorno una dozzina di testimoni e che probabilmente essendo stato vent’anni in carcere non ci vuole ritornare, per fortuna decide di andarsene. Estrae una carta di credito dorata (wtf), paga, piglia la sambuca, e parte sul monopattino verso l’uscita insultando tutti.

Siamo tutti sollevati, la cassiera mi fa: “non ci faccia caso eh, qui c’è certa gente…” Ecco, mi spiace per la gente normale che abita il circondario delle Vallette, ma tutti gli stereotipi sul quartiere si sono materializzati. Meno, invece, gli stereotipi su chi si compra un monopattino, ma chissà che nel tempo anche su questo non ci sia un’evoluzione.

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giovedì 14 Maggio 2020, 19:52

La torta di riso abbonda

Ho conosciuto Alice Salvatore da Genova nel 2014. C’erano le elezioni europee insieme alle regionali piemontesi, e organizzammo un grande comizio del M5S in piazza Castello per presentare i candidati. Lei venne su apposta fino a Torino e si presentò da noi scortata da un personal assistant (non ricordo chi fosse, spero un amico volontario, però le correva dietro come un consulente d’immagine), e piantò una scenata unica perché secondo lei, visto che alle europee Piemonte e Liguria sono insieme, dovevamo darle il microfono in mano e farle fare mezz’ora di comizio alla folla per garantire una “competizione equa” per le preferenze. Mi scuso per aver privato i torinesi di quell’esperienza; sicuramente avrebbe conquistato migliaia di voti. In compenso, credo di essermi conquistato io un nemico interno (non che scarseggiassero).

Negli anni successivi io ero già ai margini e piuttosto deluso, ma seguii a distanza tramite amici le sue performance liguri. Lascerò ad altri, se vorranno, il racconto dei dettagli, ma la Salvatore si distinse da subito per la sua totale fedeltà ai vertici e per la grande aggressività nell’attaccare le persone che esprimevano una qualunque idea pensante e non allineata, a partire dallo storico consigliere genovese Paolo Putti.

Ottenuta candidatura ed elezione in Regione, il suo capolavoro furono le elezioni comunali genovesi del 2017, in cui “spintaneamente” prima Putti e poi Cassimatis furono fatti da parte per assegnare la candidatura a sindaco alla terza scelta Pirondini, da lei molto caldeggiato. Fu sempre più flop, e alla fine il M5S, pur veleggiando oltre il 30% alle politiche, non è andato mai nemmeno vicino a conquistare né il sindaco né la Regione.

Arriviamo così alle prossime elezioni regionali di quest’anno, dove evidentemente lei dava per scontato di essere di nuovo candidata a presidente, con la rielezione e lo stipendio assicurato per altri cinque anni; e aveva anche vinto la votazione tra gli attivisti su Russò (non una sorpresa, visto che quelli a cui lei non piaceva sono fuori dal Movimento da un pezzo).

Lo scenario politico però è cambiato, e poco dopo Russò ha anche deciso che bisognava allearsi col PD, logicamente con un altro candidato presidente, che non fosse di nessuno dei due partiti. Dopo due mesi di congelamento da lockdown è arrivata la sua risposta: da volto-selfie del M5S ligure senza mai una critica e pronta alla competizione elettorale, una improvvisa e profonda epifania l’ha portata in coscienza al dissidio totale verso il M5S di oggi, in cui non si riconosce più.

E così, ha deciso di candidarsi lo stesso a presidente, ma con un suo nuovo movimento politico, ripercorrendo ironicamente gli stessi passi degli esecrati Putti e Cassimatis, al tempo ampiamente accusati di tradimento.

Il movimento si chiama “IL BUONSENSO”, e come vedete nella foto la scritta e il tipo di caratteri nel simbolo sono circa gli stessi de “IL BUON RISO”, ha solo cambiato un paio di lettere. In linea con la sua nota modestia, il simbolo contiene anche il suo nome a caratteri cubitali e persino un disegno del suo volto. Cosa pensare? Come si usa dire in questi casi, il suo probabile destino è il prefisso telefonico (zerodieci per cento).

Ma non riesco nemmeno più a incazzarmi: detto tra noi, chi se ne frega. Son solo qui a chiedermi come sia nata la maledizione di noi italiani, costretti invariabilmente, nonostante i tentativi, a subire un mondo politico che non ci disgusta nemmeno più, ma ci fa solo ridere amaro, sapendo che il buon riso è ormai l’unica cosa che la nostra classe politica è ancora in grado di darci.

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domenica 12 Aprile 2020, 12:17

Taglio pasquale

È primavera, fa caldo, l’ultima volta che sono andato dal barbiere era metà febbraio, e i capelli cominciano a dare fastidio – anche perché i miei non crescono in lunghezza, ma in altezza e in volume. Speravo di poter rivedere presto Anna, la mia parrucchiera cubana che ha ereditato clienti e negozio dal povero Dante, lo storico barbiere di corso Francia mancato qualche anno fa dopo una lunga malattia. Ma venerdì sera, all’ennesimo annuncio di nessuna riapertura in vista per settimane, ho deciso che dovevo fare da solo.

Ho passato la serata a documentarmi sulle macchinette tagliacapelli, e poi a preoccuparmi: a quanto pare non sono l’unico con questo problema, per cui su Amazon tutti i modelli più gettonati sono esauriti e disponibili solo tra un paio di settimane, mentre gli altri prevedono la consegna dopo il 22 aprile. Su molti negozi online i tagliacapelli sono difficili da trovare, ma alla fine mi ha salvato Unieuro: aveva ancora disponibile un Philips che sembrava adatto, per 46 euro consegna compresa. Il problema è che non erano specificati tempi di consegna; molti e-commerce ormai hanno un grosso avviso che dice “non possiamo garantire tempi, ci saranno ritardi”.

Tuttavia, provando a fare l’acquisto, ho scoperto che chiedendo la consegna in negozio – quello di Porta Nuova è aperto, anche a questo scopo – era garantita la disponibilità entro 5 giorni lavorativi. Bene, penso, arriverà alla fine della prossima settimana, comunque prima di Amazon, e posso andarlo a ritirare alla prossima uscita per la spesa.

E invece mi hanno sorpreso: ieri mattina, a meno di 12 ore dall’ordine, è arrivato l’avviso che il prodotto era già disponibile e potevo ritirarlo. E così, spinto dal fastidio di una nuca troppo spessa, ho fatto una ulteriore puntata fuori, fino a una Porta Nuova post-apocalittica e completamente deserta, e ho recuperato il mio tagliacapelli.

Restava l’impresa di usarlo. Pensavo che sarebbe stato un disastro, e invece tra me e Elena, nonostante la nostra inesperienza, è venuta fuori una cosa più che accettabile. Certo, in pratica l’unico taglio che siamo stati in grado di fare è una rasatura uniforme a due centimetri con effetto coperta pelosa, ma è venuta fuori sorprendentemente a posto. Non vedo comunque l’ora che riaprano i barbieri, ma almeno per un po’ sono a posto.

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