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martedì 17 Marzo 2020, 14:14

Stamattina sono uscito di casa

Stamattina, dopo nove giorni, sono uscito di casa – per fare la spesa.

Ero leggermente ansioso, tipo che ero sveglio dalle cinque con la tachicardia solo al pensiero di uscire; perché alla fine, casa propria è il simbolo del proprio animo e chiudercisi dentro dà sicurezza. Mi immaginavo un deserto postnucleare, e invece no: le strade sono piene di macchine e di gente che si fa i cazzi suoi. Ok, non piene come in un giorno normale, ma comunque a ogni semaforo sei in mezzo a diverse altre macchine, e pure i pullman (quasi vuoti – tanto vale che li riducano).

Sono arrivato al Lidl di corso Potenza alle 8:20, dieci minuti prima che aprisse: ero il numero nove, ma siccome la capienza è di dieci alla volta, sono entrato subito. Ma ci ho messo comunque un’ora e mezza: credo che 140 euro al Lidl non li rispenderò mai più… (anche se compravo per noi e per mia mamma).

La sorpresa è che c’era quasi tutto: persino le ricariche del sapone liquido, sparite da febbraio. Mancavano solo i guanti di gomma (e l’alcool, beh, quello è ormai leggenda). Però quando dopo un po’ di ricerca ho trovato in fondo allo scaffale gli ultimi pezzi di mozzarella per pizza, ho comunque esultato a braccia alzate come ai mondiali di calcio. Invece non ho comprato carta igienica, anche se ne ho solo più 47 rotoli: scusate ma per noi anali la certezza di cagare in morbidezza è psicologicamente vitale (comunque l’ho comprata per mia mamma).

Dentro, il clima era surreale. La mascherina ce l’avevamo in pochi (la mia era autoprodotta con un tovagliolo e dello spago, perché pensavo che senza mi avrebbero guardato male). Le distanze sono chiare alla cassa, dove hanno anche messo degli utili adesivi per terra; meno altrove, perché buona parte semplicemente se ne frega. Attorno alla verdura sembrava Porta Palazzo… E pure a me è toccato il vecchio, senza mascherina, che mi è venuto a mezzo metro perché doveva assolutamente farsi dire dove si trovava lo yogurt greco che a sua moglie piace tanto e allora l’aveva mandato lì e (a questo punto, dopo avergli indicato col dito il vicino scaffale di metri e metri di yogurt, ero già andato via).

In cassa non ho aspettato molto, meno del solito; avevo ancora mezzo carrello pieno quando tutto il nastro trasportatore era già occupato, ma la santa cassiera mi ha detto di fare con calma, io l’ho ringraziata e mi sono scusato per lo spesone da 7-10 giorni di autonomia più scorte, lei mi ha detto che faccio bene e che dovremmo fare tutti così. Infatti prima di me è passata una signora che ha speso sei euro in tutto, tipo pane e latte e bon, e si è pure lamentata che aveva dovuto aspettare tutta la spesa di quello davanti. Forse sarebbe il caso di mettere un minimo di spesa o un massimo di uscite settimanali per la spesa, se no questa diventa una scusa buona per uscire continuamente di casa.

Nota di assurdità al fatto che ste povere cassiere hanno anche dovuto mettersi a transennare il pezzo con la cartoleria, il fai da te e gli accessori da giardino. Capisco che chi ha la cartoleria chiusa si lamenti se i supermercati invece vendono le stesse cose, ma tanto le vende comunque anche Amazon. E non ha molto senso che io lavori da casa e però se finisco la carta da stampante debba restare senza, o comprarla online per forza e far girare qualcuno per portarmela.

Infine, io avevo la mia brava autocertificazione (grazie al fatto che non ho finito la carta da stampante) ma nessuno mi ha fermato, né era molto probabile che succedesse, vista la quantità di veicoli in giro. C’erano due vigili in mezzo a corso Francia subito prima di piazza Massaua, fermavano una macchina ogni tanto, una in un senso e poi una nell’altro, mentre altre 50 macchine sfrecciavano via.

In sostanza, è stato bello mettere il naso fuori, ma tutto sommato si sta meglio a casa: a disinfettare due volte tutta la spesa con due diversi disinfettanti.

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mercoledì 11 Marzo 2020, 15:08

Una rapida analisi dei dati

Mi rendo conto che capire i dati di una epidemia non è immediato; detto che io non sono una fonte ufficiale di previsioni, tantomeno in una situazione così incerta, viste le domande ribadisco alcune cose.

1. Qualsiasi misura di contenimento del covid-19 ha effetto visibile mediamente 10-12 giorni dopo, che è il tempo medio che passa tra quando uno si infetta e quando ha sintomi così gravi da andare in ospedale a fare il tampone.

2. Questo vuol dire che quasi tutti quelli che si sono infettati dall’inizio di marzo a oggi non sono ancora ufficialmente noti (anche se, incontrandoli, in gran parte mostreranno qualche sintomo ancora lieve) né conteggiati. Però vi possono infettare.

3. Questo vuole anche dire che i dati di questa settimana e dell’inizio della prossima NON misureranno l’efficacia delle misure introdotte questa settimana, se non in minima parte (che cresce col tempo).

4. E’ dunque presumibile che da qui a metà-fine della prossima settimana continueremo a vedere una crescita esponenziale di tutto (tra l’altro, il dato ridotto dell’incremento di casi di ieri non fa testo perché mancava mezza Lombardia, e facilmente ad esso corrisponderà un incremento più alto stasera). Speriamo che la crescita sia un po’ più lenta perché la settimana scorsa più gente è rimasta a casa, ma non so quanto.

5. Al ritmo attuale, tutto raddoppia ogni tre giorni. Questo significa che da qui a metà settimana prossima i numeri giornalieri di nuovi casi e nuovi morti si moltiplicheranno per cinque o giù di lì, a meno di quanto detto al punto precedente. Non è quello che vi deve spaventare: ormai non ci si può fare niente.

6. In Piemonte mi risultano (a oggi a mezzogiorno) 75 ricoverati su 312 posti di terapia intensiva (poi immagino ci siano altri posti occupati da malati di altro). Questo, più il punto precedente, vuol dire che a metà settimana prossima, se il trend non rallenta, gli ospedali saranno ampiamente saturi. In Lombardia credo lo siano già, o quasi.

7. Quindi questa settimana è il momento più rischioso per incontrare persone (perché ci sono in giro molti infetti non ancora sintomatici, esponenzialmente più che nelle settimane passate) e anche quello più rischioso per ammalarsi (perché non ci sarà posto in ospedale se ci doveste finire). State a casa, uscite giusto solo una volta per la spesa.

8. Se le misure prese domenica saranno sufficienti, da metà-fine della prossima settimana succederà come a Wuhan, cioé il numero di nuovi casi rilevati (che, in realtà, è il numero di nuovi infetti di 10-12 giorni prima) si stabilizzerà per qualche giorno e poi inizierà a scendere. Se non succederà, allora sarà un disastro.

9. Tutto questo vi fa capire anche perché, nel dubbio, adottare ancora ulteriori restrizioni senza aspettare di vedere l’effetto delle precedenti potrebbe non essere una cattiva idea. Sappiamo che un blocco stile Wuhan (cioé compresi uffici, fabbriche e tutti i negozi non strettamente vitali) funziona. Non sappiamo se funzioni un blocco come l’attuale, con uffici e fabbriche aperte e la gente che interpreta la legge per farsi una corsetta al parco o andare a comprare il giornale; siamo i primi a sperimentarlo.

P.S.: Tutto quello che avete letto è una stima logica in base ai dati disponibili, ma che potrebbe essere anche molto sbagliata in meglio o in peggio.

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martedì 3 Marzo 2020, 13:53

Nuovo cinema Coronavirus

Uno degli effetti di essere chiusi in casa in questi giorni è di aver voglia di guardare qualcosa la sera; e così, sto apprezzando Prime Video.

Finalmente dopo trent’anni ho potuto vedere Sonatine di Kitano: molto bello… se apprezzate il cinema giapponese. E’ un film di gangster, con regolamentari sparatorie e ammazzamenti, ma è completamente diverso da un film di gangster americano, e facilmente dopo la prima mezz’ora, agli ennesimi trenta secondi di inquadratura di un’auto che corre nel nulla, vi sentirete annoiati e perplessi.

Superata quella fase, se siete fortunati, comincerete ad apprezzare non solo l’estetica e la simmetria delle inquadrature di Kitano e la meravigliosa natura di Okinawa, nonché la colonna sonora di Hisaishi (che, per chi non lo sapesse, è l’autore di quasi tutte le musiche dei film di Miyazaki), ma il senso alienante e dis-alienante dell’intera faccenda. Andando avanti, durante le famose scene dei giochi sulla spiaggia o nel fantastico climax finale, potrete chiedervi se il protagonista è impazzito o ha ritrovato la ragione, se ha distrutto o riconquistato la sua vita.

Essendo un film giapponese, racconta la vita per elisione, per piccoli dettagli da cui è compito dello spettatore inferire il tutto, e comunque lascia con più domande di quelle con cui si è partiti; ma nonostante il ritmo (che se era lento nel 1993, figuratevi nel 2020), è una esperienza premiante che ricorda che una volta, prima dei polpettoni miliardari di supereroi in mutande, esisteva anche un cinema non puramente di intrattenimento.

Ieri sera invece ho visto Le ricette della signora Toku, un film molto più recente, bello anch’esso (specialmente, due ottimi attori protagonisti); ma a confronto persino Una tomba per le lucciole è il carnevale di Rio. E niente, i giapponesi sono pessimisti sulla vita; e con tutte le epiche disgrazie che regolarmente li affliggono, vorrei vedere.

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martedì 21 Gennaio 2020, 21:19

Cinque cose da non fare a Pechino

Cinque cose da non fare per un turista occidentale che visita Pechino:

1. Quando si va ad omaggiare la salma del compagno Mao, passandogli vicino e notando il volto liscio e gommoso della mummia, esclamare a voce alta: “MA E’ BERLUSCONI!”.

2. Attraversando la grande porta che conduce dentro la Città Proibita, in mezzo a un flusso continuo di migliaia di persone, e notando che sopra di essa è costruito un vero palazzo di molte stanze e che molte persone si staccano dalla folla per salirci, chiedere all’addetto: “Schiusmi, is this the autogrill?”.

3. Visitando il meraviglioso tempio Yonghegong dei lama tibetani, di fronte al pannello della storia del tempio che in inglese rimarca come i monaci sin dal dopoguerra siano degli instancabili “baluardi del patriottismo e del socialismo”, fermare un monaco e chiedere “But if you monks are all socialist, who do you steal from?”.
(mai dimenticare)

4. Sempre nel tempio lama, fotografare con inquadrature tendenziose che sembrano far uscire l’incenso acceso dai fedeli direttamente dal culo dei leoni di bronzo.

5. E inoltre, quando un fedele gira la ruota della preghiera, intonare a gran voce la musichetta de Il pranzo è servito per poi, quando la ruota si ferma, gridare “IL FORMAGGIO!”.

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lunedì 6 Gennaio 2020, 21:46

Una nota storica sulla candidatura a sindaco di Appendino

Vedo in giro la polemica suscitata da una intervista di Marco Canestrari che afferma che la candidatura a sindaco di Torino di Chiara Appendino nel 2016 fu decisa dall’alto da Davide Casaleggio, con conseguenti smentite degli attuali eletti M5S che assicurano di averla scelta loro. Dove sta la verità? Beh, sta nel mezzo.

E’ vero che il 7 novembre 2015 ci fu una assemblea generale degli attivisti M5S in cui Chiara fu nominata candidato sindaco per acclamazione, in assenza di altri candidati (ce n’erano un paio, sostanzialmente sconosciuti persino a me, che prima della votazione si alzarono e si scusarono tanto per aver sbagliato ad offrirsi, ritirandosi e sostenendo Chiara).

E’ anche vero però che già il 28 ottobre 2015 la “candidatura unanime” di Chiara fu annunciata sul Fatto Quotidiano come cosa fatta, tramite un articolo non firmato. Inoltre, il 30 ottobre, ultimo giorno dell’assemblea ANCI che si teneva a Torino, io incontrai Nogarin, allora sindaco di Livorno, che mi prese da parte e mi disse che quell’articolo era stato fatto uscire da Casaleggio in persona, e di sostenere Chiara anch’io, proponendomi piuttosto come suo vice per il bene e l’unità del M5S.

Alla fine, qualunque votazione avrebbe comunque portato alla scelta di Chiara, perché le alternative erano state allontanate e screditate con un lavoro di almeno due anni, condiviso con gli allora leader regionali e almeno approvato, se non richiesto, da Milano. Ma ci fu certamente una scelta comunicativa pianificata e organizzata nel far uscire la sua candidatura come risultato di una acclamazione unanime, pensando che ne avrebbe lanciato con successo (come è stato) la campagna contro Fassino. Non sapevo dell’incontro privato tra Appendino, suo marito, Bono e Casaleggio avvenuto a inizio ottobre 2015, di cui parla oggi Lo Spiffero e in cui si sarebbe presa questa decisione, ma mi sembra estremamente verosimile.

Non mi pare niente di troppo sconvolgente, visto che tutti i partiti funzionano così; già allora le idee originali del Movimento erano decadute da un pezzo, sostituite dall’ambizione di potere a cui tutto veniva piegato. Semplicemente, molti di noi della prima ora, compresi tanti che quel 7 novembre alzarono la manina in buona fede credendo di contare davvero qualcosa, non l’avevano ancora capito appieno.

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venerdì 8 Novembre 2019, 18:37

Rocketman è meglio di Bohemian Rhapsody

Dunque, sul volo del ritorno dal Canada ho finalmente visto Rocketman, e dunque ora posso rispondere anch’io alla domanda cinematografica dell’anno: ma Joaquin Phoenix vincerà l’Oscar? No, scusate, intendevo: ma è meglio Rocketman o Bohemian Rhapsody?

Ecco, è meglio dire da subito (io non lo sapevo) che si tratta di due film completamente diversi: Bohemian Rhapsody è una biografia, Rocketman è un musical. E’ vero, Rocketman racconta la storia e la carriera di Elton John dall’infanzia fino agli anni ’80, ma bastano i primi cinque minuti, in cui penserete di stare vedendo La La Land in London, a farvi capire che qui cantano, ballano e ogni tanto volano pure come in un fottuto film Disney.

Questa, però, è anche la forza del film: perché alla fine, se da Bohemian Rhapsody mettete un attimo da parte la strepitosa performance di Rami Malik e le canzoni dei Queen e vi concentrate sulla sceneggiatura e sui dialoghi, cioé sul cuore di qualsiasi film, ecco, Bohemian Rhapsody si riduce alla triste agiografia dell’avvocato dei Queen, con più scene in cui lui spunta dal nulla e impone le mani per salvare il mondo mentre quei quattro rockettari dalla sessualità comunque dubbia lo guardano adoranti.

Oddio, alla fine anche Rocketman forse si può ridurre all’obiettivo di far cantare di nuovo I’m Still Standing a Taron Egerton, come già aveva fatto in Sing, il secondo film d’animazione più sottovalutato del decennio dopo il meraviglioso quanto mal promosso Kubo-e-non-so-che-cavolo-ci-hanno-messo-in-italiano-per-allungare-il-titolo-che-se-no-si-confondeva-con-un-furgone. Ma tornando a Rocketman, il punto è che se anche gli togli il fanservice (e Bohemian Rhapsody è invece puro fanservice dal primo all’ultimo minuto, senza quello non c’è niente) Rocketman resta un film con ambizioni artistiche più che sostenibili, un musical su un ragazzino di grande talento e grande successo ma a cui manca l’amore. Ok, quindi bastava che rimandassero in sala Tommy e saremmo stati tutti più felici (e non a caso in Rocketman Pinball Wizard c’è), ma anche così, dai, sono passati 45 anni, se anche scopiazzi il soggetto da te stesso e dai tuoi amici non se ne accorgerà nessuno.

Questa scelta è comunque molto coraggiosa, perché togliendo il fanservice Rocketman spiazza proprio il suo pubblico predestinato, quello dei fan di sir Elton (e ai più giovani magari sir Elton dice poco, ma è stato il musicista più venduto al mondo per tutti gli anni ’70 o quasi). Infatti in giro è pieno di recensioni di fan che gli danno quattro, perché è impossibile, è uno scandalo, al famoso concerto del Troubadour che si vede nel film lui non ha mica davvero suonato Crocodile Rock, che anzi non era ancora stata composta; e come mai non si parla degli arrangiamenti, delle evoluzioni stilistiche, delle note sul retro della prima edizione in vinile del quarto album (sapete, i fan sono così). E oltretutto, visto il soggetto ci si aspetterebbe anche un film pieno di manzi e di lingue al verde, ma – a parte Crudelio Demon, l’inevitabile manager cattivo di tutti i film sulle band – non si vede nemmeno granché da quel punto di vista (o forse non lo si vede nell’edizione Air Canada).

Insomma, Rocketman è soprattutto un film coraggioso, che invece di fare una puntata lunga di Techetechetè sulla musica di Elton John prova a fare qualcosa di originale e di artistico, e ci riesce anche piuttosto bene. Già solo per questo, per me è un grande sì.

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sabato 12 Ottobre 2019, 12:21

Segnali di resa

Come sapete, non ho mai simpatizzato per la politica dell’accoglienza a prescindere e delle frontiere spalancate, ma nemmeno per il razzismo o per l’idea di una società “pura” e monoculturale. Tra i due estremi, ho sempre pensato che comunque ci fosse più illuminazione e futuro in chi vuole accogliere, rispetto a chi vuole rifiutare. Eppure, più passa il tempo e più mi preoccupo dei segnali che vedo: i segnali di una resa progressiva della società europea a chi, venendo da culture diverse dalla nostra, vorrebbe cancellarne i principi di laicità e modernità.

A differenza del razzismo, generalmente sguaiato e immediatamente visibile, i segnali di resa sono seminascosti; ne parlano solo i media di “centrodestra”, e siccome spesso li esagerano in maniera indegna, con titoli acchiappaclick da vomito, viene facile ignorarli del tutto. Ma sotto il titolo c’è comunque un fatto reale, il comportamento di una parte di società – ben inserita e sovrarappresentata ai vertici delle nostre istituzioni – che non capisce che all’aggressione antica, atavica, di un millenario istinto di sopraffazione tipico di tutte le religioni monoteiste (oggi in Europa il problema è l’integralismo islamico, ma il cristianesimo lo è stato mille volte) bisogna rispondere con la forza e con la fermezza, non con la dolcezza e con la tolleranza. E invece, si scopre che i terroristi islamici arrivano facilmente fino nei posti più delicati della struttura statale, quelli vitali per combatterli, perché nessuno ha il coraggio di buttar fuori un poliziotto al primo segno di radicalizzazione, perché “oddio poi è razzismo”.

Il razzismo c’è, è un problema che è necessario risolvere per costruire una società pacifica nel futuro, ma è troppo semplice dire che l’unico problema culturale fondante della società di oggi sia il razzismo. Anche solo dai simboli, persino quelli più banali come la nazionale di calcio (il più sacro simbolo laico nazionale a livello popolare) improvvisamente presentata come una fila di modelli mulatti vestiti di verde, o dalle reazioni scomposte all’idea che un commissariato europeo abbia nel suo nome la difesa dello stile di vita europeo, si capisce che davvero abbiamo un altro grosso imprescindibile problema che ci può ipotecare il futuro: quello di non sapere più chi siamo, quali siano i nostri simboli e i nostri valori, e cosa ci distingua dal resto del mondo, specialmente da quel resto del mondo, gran parte di esso, che passa la vita ad ammazzare ed ammazzarsi l’un l’altro.

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martedì 24 Settembre 2019, 21:17

La triste verità sull’ambiente

Vi giuro, non volevo parlare anch’io di Greta Thunberg, ma mi sembra che siate tutti abbastanza fuori strada, divisi tra sostenitori e critici. Ma lei è solo una ragazzina, e per quanto lodevole non può salvare il mondo, perché non ha la minima idea di come funzioni davvero. Greta che grida, piange e attacca i politici rassicura esattamente come rassicurava Grillo, suggerendo soluzioni semplici a problemi complessi, ma con un piccolo problema: non funzionano.

E’ duro sentirselo dire, ma per quanto sia giusto mettere in atto ogni passo possibile contro il cambiamento climatico, non esiste una soluzione che sia efficace, immediata e socialmente sostenibile. Esistono soluzioni parziali che miglioreranno le cose piano piano, forse troppo piano per la scala del problema. Accelerare più di tanto, però, non è fattibile, e non per cattiveria dei politici o per ingordigia degli industriali.

Semplicemente, al momento l’umanità non dispone di tecnologie e risorse sufficienti a garantire neanche lontanamente il nostro stile di vita ma a emissioni zero. E non è una questione di cambiare la macchina, di riciclare la plastica o di non andare in vacanza in aereo – quelle, permettetemi, sono meritorie cagate. E’ tutta la nostra organizzazione sociale – la creazione e distribuzione del cibo, la generazione di energia, le attività che permettono a ognuno di guadagnare i soldi con i quali sopravvivere – che non può prescindere dall’inquinamento.

Oggi, vivere tutti a emissioni zero – e non solo una manciata di ricchi con abbastanza soldi per mangiare vegano e comprare una Tesla – vorrebbe dire vivere molto peggio e in molti casi morire di fame, innanzi tutto nei paesi non occidentali, che già oggi generano due terzi delle emissioni e hanno ancora meno alternative di noi.

Per cui, fate attenzione a che Greta non vi intrattenga troppo, distraendovi dal vero problema: siamo davvero disposti, tutti, a rinunciare in profondità al livello di benessere materiale che abbiamo raggiunto, e non solo per due o tre cose superficiali? Io penso di no, e quindi, quale politico potrebbe mai porsi come obiettivo una cosa del genere? E’ impossibile; è solo possibile tirare avanti minimizzando i danni, e sperando che, ancora una volta, l’umanità riesca a cavarsela.

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domenica 8 Settembre 2019, 18:54

Festival delle sagre 2019 – Giorno 2 – La recensione

Bene, dopo la recensione di ieri potevo lasciarvi senza i piatti di oggi? Ovviamente no. E vi confesso subito un’altra cosa: ho fatto ciò che non andrebbe fatto, e oggi sono andato in auto, perché dovevo poi fare altre commissioni in zona. E’ andata bene perché sono arrivato presto, prima delle 10, approfittandone per vedere la minima ma interessante mostra sull’usura medievale presso il Museo Diocesano; quindi ho evitato la tradizionale coda in uscita al casello di Asti Ovest, e sono riuscito a parcheggiare in centro – due cose che normalmente sarebbero impossibili. Ho però dovuto rinunciare quasi completamente al vino, e già questo è un buon motivo per venire in treno.

Senza ulteriore indugio, ecco i piatti di oggi; in buona parte sono dei classici, resi possibili anche dall’essere arrivati presto e aver fatto il giro alle varie casse a comprare quasi tutti i tagliandini entro le 11:20, prima che iniziasse la distribuzione. Volendo avrei persino potuto prendere le tagliatelle al tartufo, uno dei sacri graal delle sagre (scusate il paragone, ma camminando per il centro ho scoperto che la Grotta di Merlino si è espansa e ha aperto pure ad Asti). Ma mi sono limitato. Ah, e se vi sembra troppa roba, sappiate che oggi eravamo in due a dividercela.

1. Tajarin di mais ottofile con ragù di salsiccia (Antignano) – 8

Un superclassico che non delude mai; la differenza secondo me la fa il sugo, che ha quell’accento in più che li distingue dalle offerte concorrenti. Vista la lunga coda, va preso per primo ed è uno dei posti in cui mettersi a fare la coda al ritiro prima che aprano; la coda è già lunga ma quando iniziano a servire poi sono veloci.

2. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Vedi la recensione di ieri; l’ho talmente decantato che Elena ha voluto mangiarselo, ma sapendo che lì anche al ritiro si sarebbe formata una lunga coda, l’abbiamo ritirato subito e usato da antipasto (come peraltro si fa spesso anche col fritto misto).

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8,5

Anche questo deriva da ieri, e avendolo riprovato (perdipiù con zero coda) gli ho anche dato mezzo voto in più. Diventerà un mio piatto fisso.

4. Lasagnette della vigilia (Castello d’Annone) – 9

Ogni assiduo frequentatore delle sagre ha il suo piatto del cuore e per me è questo. In pratica, si tratta di una lasagnona di pasta all’uovo tagliata a pezzettoni, condita con una specie di bagna caoda molto acciugosa, piuttosto agliosa, e completata da un certo laghetto di olio (e burro?). Non delude mai, ed è pure comoda perché è l’unico stand in cui oltre ai tagliandini ti danno un numero progressivo, per cui se la compri all’inizio puoi presentarti dopo mezz’ora, quando davanti allo stand c’è già un grumo di gente e stanno disperatamente cercando il sessantasette, e agitarti da un lato dicendo “ehi, io avevo il diciannove!” e venire servito su due piedi.

5. Cotechino e purea di ceci (Cantarana) – 8,5

Questo è un piatto che nessuno conosce e che invece merita molto, almeno se vi piace il cotechino. La carne è di notevole qualità, e la purea di ceci, che ha il gusto della farinata ma la consistenza del puré di patate, ci si sposa benissimo. Avrete anche il pane per pulirla per bene…

6. Tomini elettrici (Cantarana) – 7

I tomini erano meglio della media del tomino da ristorante, del genere più cremoso che solido, e con sopra un ottimo bagnetto, elettrico (agliato e piccante) al punto giusto. Però alla fine, tra tante cose particolari, secondo me finiscono per perdersi un po’.

7. Tonno di coniglio (Serravalle) – 7,5

Il tonno di coniglio è un altro piatto piemontese piuttosto difficile da trovare, anche perché la sua preparazione richiede davvero tanta fatica – immagino poi fatto su scala delle sagre… Io lo apprezzo e lo mangio volentieri, e qui il suo guazzetto di olio e pepe, che poi è ciò che dà senso al piatto, era molto buono; però la carne era un po’ troppo sbriciolata e rimasta un po’ dura. Comunque complimenti a quelli di Serravalle per la voglia – è un’altra cosa che prendo regolarmente.

8. Gnocchi alla cunichese (Cunico) – 7,5

Un altro piatto che provoca sempre l’assalto; e son buoni, eh. Il sugo cunichese (non meglio specificato) è un pomodoro che probabilmente ha anche un po’ di carne dentro. Nel complesso, però, non mi hanno esaltato, forse anche perché ero già un po’ pienotto. La fila del ritiro era anche lunga ma molto veloce, insomma è un piatto fattibile come rinforzino a metà.

9. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Anche questo un bis da ieri, di nuovo eccelso; e se fare la panna cotta è facile, fare un’ottima panna cotta non lo è affatto.

10. Bonet (Revignano) – 8

Tanto per cominciare, questo è un bonet. Non è un budino, non è una mousse di cioccolato, non è un crumble di amaretti, non è un creme caramel al cioccolato: è un bonet, e anche se ci si aspetterebbe che in Piemonte tutti capissero la differenza, il ristorante medio ti rifila regolarmente un budino. Il bonet di Revignano, poi, è collaudatissimo e impeccabile, e nonostante io sia dell’antitetica e incompatibile parrocchia della panna cotta, è comunque impossibile non apprezzarlo. E poi, c’era sempre quell’ottimo moscato in abbinamento…

Il conto di oggi, con due bicchieri di vino, e prendendo uno di tutto ma due tajarin e due lasagnette, è stato di 46,40 euro in due: direi più che onesto.

Ora avrei finito fino all’anno prossimo, ma per concludere, permettetemi una domanda: ma secondo voi, uno (e non uno solo) che arriva davanti a due cassonetti marchiati rispettivamente “PIATTI E POSATE USA E GETTA” e “CARTA” e getta i piatti sporchi nel cassonetto della carta, che problema mentale ha?

Ok, sicuramente sono i più tamarri di tutti, quelli che arrivano dalle periferie gobbe di Torino e si riconoscono per due cose, ovvero 1) si mettono in coda per la friciola di Mombercelli e 2) la chiamano “friciùla”. Ma insomma, sapranno almeno leggere le scritte a caratteri cubitali sui cassonetti? Evidentemente no.

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sabato 7 Settembre 2019, 22:37

Festival delle sagre 2019 – Giorno 1 – La recensione

Normalmente, al festival delle sagre di Asti vado la domenica a pranzo: c’è un po’ meno gente e c’è tutto il pomeriggio per digerire. Stavolta, tuttavia, trovandomi solo a Torino il sabato sera, ho deciso di raddoppiare, avendo così modo di sperimentare un po’ di piatti che normalmente non prendo (i piatti interessanti sono molti di più di quelli che un umano possa mangiare in un pasto…). E così, a grande richiesta, ecco la recensione.

Prima, volendovi bene, i dettagli logistici. Ovviamente ad Asti si va in treno, per la precisione col treno delle 17:30, che ti scarica lì alle 18:05; sedendosi sulla seconda carrozza dalla cima, si scende proprio davanti al sottopassaggio e si batte la folla. Arrivando a quell’ora, si ha il tempo di acquistare gli scontrini per un po’ di piatti quando c’è ancora poca coda, prima che inizi la distribuzione alle 18:30 (facciamo alle 18:36, maledetta banda dei bersaglieri e la sua inutile esibizione extra-lunga quando tutti volevamo solo il via per mangiare); e questo fa risparmiare molto tempo dopo.

Certo, alle 18:15 la coda alla cassa del fritto misto era già così:

Ecco, ma fatevelo dire: non andate al festival delle sagre per prendere il fritto, o quelle altre due o tre robe che tutti vogliono, tipo gli agnolotti del plin o le tagliatelle al tartufo. C’è tanta altra roba ottima con molta meno coda, e quei piatti lì potete reperirli alle sagre dei singoli paesi, o dal vostro spacciatore monferrino di fiducia (che nel nostro caso, per il fritto, è il Nuovo Cicòt di Molinasso di Frinco – un posto stile Rubio definito “nuovo” perché la sala è stata rifatta negli anni ’70). Ma ogni volta vedo le maree di folla in coda per la friciola di Mombercelli, che poi sarebbe un maledetto gnocco fritto con salumi come alla festa dell’Unità di Bologna, e insomma, va bene a quelli di Mombercelli che ci fanno il 70% del PIL annuale di tutto il paese, ma davvero non vi capisco.

Veniamo dunque ai voti per i miei acquisti di questa volta, recensiti in ordine di ingurgitazione (considerate che alle 18:22 io già possedevo gli scontrini per tutto tranne i tajarin).

1. Crostone al lardo (San Marzanotto) – 6,5

Di tutto, è quello che mi ha convinto di meno: il pane non sa decidersi se essere morbido o croccante ma comunque è gnecchetto, e la pappa di lardo non è abbastanza sottile da sciogliersi e non è abbastanza spessa da soddisfare il morso. Non male eh, ma non lo riprenderei.

2. Crostone al bagnetto con acciuga (San Marzanotto) – 7,5

Questo era già meglio, il bagnetto era buono e le acciughe erano carnose, ma resta il problema del pane.

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8

 

Alla Motta hanno iniziato male: pur con una manciata di persone in coda son riusciti a farmi aspettare dieci minuti per un piatto che doveva essere pronto, ma in realtà c’era una signora (una sola) che estraeva gli ingredienti da un cassone e li impiattava piano piano. E però, valeva la pena: era veramente buonissimo. Deve piacervi il povron… io domani però lo riprendo.

4. Tajarin al sugo di carne (Boglietto di Costigliole) – 7

Questa è stata una improvvisazione, perché nei miei pre-acquisti mancava un primo, e passando davanti allo stand non c’era grande coda. Erano buoni, ma niente di indimenticabile: se ne avete voglia e non volete fare la coda per altri primi più rinomati, come gli ottofile al coniglio, possono essere un buon filler, un po’ come quelle canzoni nate per fare il terzo brano del lato B del disco.

5. Salsiccia alla barbera (San Damiano) – 8

Questa è stata la sorpresa positiva della serata. L’ho presa come secondo secondo, per curiosità e perché non c’era tantissima gente, pensando: ok, è salsiccia, che vuoi che sia? E invece era notevole: era in un sughetto addensato che restituiva il fondo di vino e un ricco mix di verdure, e la salsiccia era solida e piacevole al morso. Veramente buono anche il nebbiolo che offrivano in accompagnamento.

6. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Su un voto così alto ho riflettuto a lungo, perché della Pro Loco di Moncalvo sono un affezionato, e ogni volta (questa compresa) ci scappa pure la chiacchierata col sindaco, che è un sant’uomo che troverete tranquillamente alle sagre a buttare l’immondizia e servire i piatti, e insomma non vorrei esser di parte. Ma no, il bollito stavolta era veramente eccelso; la testina in particolare era grassa al punto giusto, piacevolmente appiccicosa; il cotechino sapeva di carne e di spezie, e non di trito per gatti; e il bagnetto era bagnetto, non pesto, non ketchup, non prezzemolo caramellato. E poi, una sleppa di ottima carne per dodicimila lire… Andate subitissimo a fare lo scontrino, che poi la coda per il ritiro è umana anche dopo; e godetevelo senz’altro. (L’unica osservazione è che io avevo una mano sola e loro mi han dato le posate in un sacchettino di plastica; senza un posto su cui appoggiarsi, aprire il sacchettino e tagliare la carne era una mission impossible.)

7. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Sarà che me l’ha servita il sindaco, ma era ottima la panna cotta e ottimo il miele: un’altra cosa che domani riprenderò (tanto la panna cotta ha una cassa a parte).

8. Zabajone al moscato con savojardi (Revignano) – 7,5

Questo è un superclassico delle sagre, e ci sta giusto bene a riempire quel buchino che ti rimane quando è ora di avviarti al treno. Lo zabajone è inappuntabile come sempre, i savoiardi però non mi hanno detto granché, mi son sembrati anche un po’ secchetti. Notevolissimo invece il moscato offerto in abbinamento, per chiudere è perfetto.

Conto:
– Crostone al lardo 2,00€
– Crostone bagnetto e acciughe 2,50€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Involtini di peperone 3,00€
– Tajarin al sugo di carne 3,50€
– Salsiccia alla barbera 4,00€
– 1 bicchiere di nebbiolo 2,00€
– Bollito misto 6,20€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Panna cotta 2,00€
– Zabaione 2,00€
– 1 bicchiere di moscato 2,00€
Totale: 31,20€

Insomma, nonostante i nemici della contentezza abbiano imposto un inusitato rincaro del bicchier di vino da 0,50€ a addirittura due euro in certi casi, alla fine ci si abboffa di robe buone, ci si sversa a sufficienza e si osservano con scherno un sacco di clueless tamarroes per un prezzo più che accettabile (aggiungeteci 10,50€ per il regionale a/r). Con buona pratica e sinuoso scivolamento di code, io alle 19:54 ero sul treno del ritorno, e sono arrivato a casa prima delle nove.

Bene, per oggi ̬ tutto, e ci vediamo domani a pranzo Рe ricordate: dotatevi della mappa sul cellulare e pianificate le vostre mosse; se siete in due, parallelizzate le code (uno alla cassa e uno al ritiro); e osservate bene la situazione prima di piazzarvi, perch̩ quasi sempre le casette hanno una coda/un lato pieno di gente e un altro lato che fa lo stesso servizio ma con molta meno coda. E poi divertitevi!

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