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Archivio per il giorno 30 Giugno 2010


mercoledì 30 Giugno 2010, 13:19

Gli aumenti della tangenziale

Salvo miracoli dell’ultimo momento, da domani mattina scatterà inesorabile l’aumento dei pedaggi della tangenziale: 20 centesimi di aumento (su tariffe precedenti di 1 o 1,10 euro) a Bruere, a Falchera e a Settimo (il casello di ingresso sulla Torino-Aosta, il cui pedaggio per chi entra/esce a Torino ingloba appunto la quota per la tangenziale).

E’ abbastanza incredibile il meccanismo che sta dietro a questi aumenti. Intanto, non sono aumenti che vanno in tasca all’Ativa (la concessionaria della tangenziale) ossia a quei buoni amici degli amici del gruppo Gavio, che già hanno abbondantemente incassato a gennaio. Vengono riscossi da loro, ma vanno in tasca all’Anas, ovvero allo Stato.

Già, perché questo è l’effetto della manovra finanziaria “che non mette le mani in tasca agli italiani”, e in particolare l’introduzione del pedaggio su ventidue superstrade realizzate dall’Anas e finora gratuite, tra cui, nel nostro caso, il raccordo per l’aeroporto di Caselle.

A questo punto voi direte: ma cosa c’entra? Cioè, perché per far pagare la superstrada per Caselle bisogna aumentare il pedaggio a chi va da Rivoli a corso Regina Margherita o da Volpiano a Orbassano? Il problema è che per incassare il pedaggio sulla superstrada bisognerebbe costruire perlomeno un casello, ad esempio tra la tangenziale e Borgaro, similmente a quello di Beinasco sulla Torino-Pinerolo (ah, tra l’altro aumenterà di 10 cent anche quello, non per questa vicenda ma per via di un generale aumento e di conseguenti arrotondamenti). Ma costruire un casello costerebbe più di quello che si incasserebbe; e allora, per far prima, è più facile aumentare un po’ il pedaggio a tutti quelli che passano in zona – meglio se su caselli che portano molto traffico, fregandosene del fatto che la grande maggioranza di chi passa di lì non imboccherà mai il raccordo per l’aeroporto.

Al contrario, chi percorrerà l’intero raccordo da corso Grosseto a Caselle continuerà a non pagare una lira; ed è invece facile prevedere un aumento del traffico sulla viabilità ordinaria che permette di aggirare i caselli della tangenziale, come corso Grosseto, piazza Rebaudengo e corso Vercelli a Torino, o come corso Susa, corso Torino e corso Einaudi a Rivoli.

E’ giusto? Sicuramente no; sarebbe giusto che ognuno pagasse proporzionalmente all’effettivo uso delle strade, anche se far pagare i sistemi tangenziali di solito porta solo all’intasamento della viabilità ordinaria, per cui quasi ovunque si tende a mantenerli gratuiti e basta… considerando tra l’altro che le autostrade che partono da Torino sono già tra le più care d’Italia (11,9 cent/km per Bardonecchia, 9,8 cent/km per Aosta, 7,3 cent/km per Milano e per Piacenza… vedi tabella di Quattroruote).

Si poteva fare diversamente? Ecco, a prima vista forse no, o meglio, non nell’attuale Italia. Il fatto che lo Stato abbia bisogno di soldi per non fallire è evidente; ed è facile prevedere un aumento di tutto ciò a cui gli italiani non possono sfuggire, a partire dalle tariffe dei servizi in regime di monopolio. Alla fine, tassare il traffico privato è ancora il meno peggio da vari punti di vista.

Resta il fatto che, sì, le cose potrebbero essere diverse; potremmo avere uno Stato che va veramente a cercare i soldi dove ci sono, nell’evasione fiscale, nei privilegi, nei trattamenti ingiustificati, negli sprechi della pubblica amministrazione, nei redditi assurdi dei concessionari politicizzati dei servizi, nelle clientele dei partiti e infine, quando tutto il resto sarà stato ottimizzato, nelle tasche di chi guadagna di più. Un aumento di venti centesimi ha un impatto ben diverso per il pendolare con lo stipendio contato e per il vacanziero agiato con la macchina da 50.000 euro. Da tempo penso che pedaggi, parcheggi, permessi di circolazione e multe dovrebbero avere costi proporzionali al valore dell’auto e all’inquinamento che produce: tecnologicamente ormai è fattibile senza grandi problemi, basterebbe averne voglia.

Peccato che per ora viviamo ancora nell’Italia che “se la cava”: cavando soldi da dove riesce.

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