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domenica 26 marzo 2017, 14:34

Un futuro alternativo al populismo

Ultimamente provo un grande senso di frustrazione e di impotenza per come vanno le cose in Italia e nel mondo. I miei critici personali lo attribuiscono al mio divorzio con il M5S, ma questo c’entra solo in modo molto indiretto.

Infatti, ciò che mi arrovella, ciò che mi rende spesso negativo, è che vedo il nostro mondo andare verso il disastro; e se fin che facevo politica attiva mi sembrava di far qualcosa per evitarlo, ora che non posso più fare niente mi sento frustrato. Anzi, visto che il M5S invece di evitare questa fine ha cominciato a lavorare attivamente per arrivarci, mi sento anche un po’ responsabile, pur avendo fatto tutto il possibile per combattere questa deriva dall’interno e dall’esterno, e avendo dunque la coscienza a posto.

Voglio dunque farvi un discorso lungo e importante, partendo da alcuni fatti, per dimostrare che il populismo che cresce in tutto l’Occidente ha le radici, come sempre accade nella storia, in un meccanismo di egemonia culturale che modifica la percezione delle cose, e in particolare della globalizzazione.

Ciò che è veramente accaduto grazie alla globalizzazione è ben esemplificato da un grafico che ripropongo a ogni occasione: l’aumento reale di ricchezza della popolazione terrestre tra il 1988 e il 2008, in funzione della fascia di ricchezza a cui ognuno di noi appartiene su scala globale.

Quando si dice che la globalizzazione ha beneficiato solo “l’1% più ricco” o “una piccola minoranza”, si dice una grande bugia. In realtà, dalla globalizzazione hanno guadagnato quasi tutti: hanno guadagnato le classi medio-alte dei paesi occidentali, che stanno all’estremo destro del grafico, e hanno guadagnato tutti, sia poveri che ricchi, nei paesi in via di sviluppo e persino in quelli più poveri del pianeta. Gli unici che non hanno guadagnato sono quelli tra il 75 e il 90 per cento, ovvero le classi medio-basse dei paesi ricchi.

Su scala planetaria, insomma, la globalizzazione ha portato crescita e ricchezza alla grande maggioranza degli esseri umani; negli ultimi trent’anni, miliardi di persone sono uscite dalla povertà.

Ma persino se prendiamo soltanto le nostre singole nazioni, questa idea che la disuguaglianza sia cresciuta, che “l’1% si è arricchito alle spalle del 99%”, è vera solo in parte. Questo grafico mostra l’andamento del coefficiente di Gini, la grandezza che misura la disuguaglianza economica all’interno della società, in Italia, Germania e Stati Uniti.

E’ vero che il trend generale dagli anni ’80 è in ascesa, e indubbiamente la competizione globale ha premiato di più chi era più in grado di approfittarne, in primis chi aveva i capitali per investire. Eppure, specialmente prendendo le curve più basse, cioè quelle dopo la redistribuzione di ricchezza operata dallo Stato tramite la tassazione, si scopre che il coefficiente di Gini non è salito poi di così tanto; in Italia, anzi, dopo un forte aumento nei primi anni ’90, dal 1998 non ha fatto che calare, e anche dopo il 2010 pare essere rimasto sostanzialmente stabile, nonostante persino Il Sole 24 Ore faccia un titolo che dice l’opposto.

Del resto, il “top 5%” su scala globale che stando al primo grafico si è arricchito non corrisponde a soltanto il 5% dell’Occidente, proprio perché esso è concentrato al suo interno; esso corrisponde almeno al 20-40% delle società occidentali. Per questo la disuguaglianza in Occidente è salita, ma non così tanto, perché l’arricchimento materiale dovuto alla globalizzazione, anche da noi, è stato molto più diffuso di quel che comunemente si dice; molti ne hanno beneficiato, ma non se ne rendono conto.

Più che aumentare le disuguaglianze, quindi, è l’intera società italiana che è cresciuta meno delle altre. Potremmo dire anzi che nel complesso, dal 2008 in poi, si è abbastanza uniformemente impoverita, in senso assoluto ma soprattutto in senso relativo, rispetto ai nostri vicini europei; perché restiamo comunque tra i più ricchi Paesi del pianeta, l’ottava economia del mondo e circa la trentesima (su duecento) in termini di PIL pro capite.

Qual è allora il problema? Il problema è che l’essere umano non è altruista, ma utilitaristico; pensa essenzialmente solo a se stesso. E quindi, alle classi medio-basse dell’Italia e di molti paesi occidentali importa poco se la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita degli asiatici e in buona misura anche degli africani, dei russi, dei brasiliani; importa il fatto di aver dovuto fare rinunce, o addirittura di fare fatica ad arrivare a fine mese.

Questo, peraltro, è sacrosanto; non si può dismettere la crescente antipatia occidentale di massa per la globalizzazione come frutto di ignoranza, di ingordigia o di xenofobia, come fanno da troppo tempo le élite dominanti; non si può trascurare la quantità crescente di persone che fanno fatica a tirare avanti, e che la globalizzazione ha oggettivamente danneggiato.

Del resto, ognuno ha il diritto di inseguire il proprio benessere materiale, e, da essere umano medio, lo farà anche a discapito degli altri. I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare; e mentre le élite si gingillano con questi sogni, le masse dei paesi occidentali si organizzano per provare a riprendersi la ricchezza che si è trasferita verso il resto del mondo.

Di qui nasce il populismo dilagante; l’abbondanza di politici che, talvolta credendoci sinceramente, talvolta sfruttando cinicamente la situazione, promettono alle masse ricchezza e benessere, andandolo a prendere a questo mitico 1% di privilegiati che però, come abbiamo visto, esiste, ed è probabilmente alla radice di molte scelte politiche a favore della globalizzazione, ma non è affatto il suo effetto primario o il problema principale dell’attuale momento storico.

Già, perché io ho fatto un calcolo molto semplice: sono andato sul sito della Banca Mondiale, ho scaricato la tabella con il PIL dei vari paesi nel 2015 e ho fatto la somma; fa 73 mila miliardi di dollari. Dividetela ora per i sette miliardi di abitanti del pianeta, quanto fa? Fa diecimila dollari a testa.

Il PIL italiano è attualmente di circa 36.000 dollari a testa, quindi, cari ragazzi, se anche riuscissimo a prendere tutti i ricchi nelle loro isole felici e ci mettessimo a redistribuire le loro immense ricchezze a tutto il pianeta, introducendo un bel reddito di cittadinanza globale, le frontiere aperte per tutti e la massima e totale uguaglianza tanto agognata dalle sinistre mondiali, tutti noi italiani dovremmo ancora rinunciare in media a tre quarti della nostra ricchezza.

Perché, vedete, alla fine i ricchi siamo noi, ma non solo gli Agnelli e i Berlusconi; siamo tutti noi, esclusi al massimo i rom che vivono nelle baracche e gli immigrati che raccolgono pomodori a tre euro l’ora; ma nemmeno loro sono i veri poveri del mondo, e infatti rischiano la vita pur di venire qui a raccogliere pomodori a tre euro l’ora, perché per loro è comunque un miglioramento economico.

Ma questo vuol anche dire un’altra cosa: che o siamo in grado di realizzare prodotti che valgano più della media mondiale, posizionandoci all’avanguardia della tecnologia e dell’innovazione di prodotto e di mercato, oppure, se continueremo a competere con tutto il pianeta su produzioni poco qualificate che si possono fare ovunque, siamo destinati a ristagnare fin quando il nostro reddito non sarà più o meno allineato con la media mondiale, cioè tra un paio di generazioni (persino se noi restassimo totalmente fermi e il mondo meno sviluppato crescesse regolarmente del 5% l’anno, ci vorrebbero ancora quasi trent’anni).

Allora, dove pensate che i populisti possano prendere la ricchezza per ridare soldi in tasca alle nostre classi medio-basse? Un po’, per carità, si potrà ancora provare ad aumentare la tassazione ai nostri ricchi, ma siamo già a livelli molto alti, e dato che ci stiamo relativamente impoverendo tutti, questo darà qualche soldo in più ad alcuni a scapito di altri, ma non fermerà certo l’impoverimento collettivo dell’Italia; del resto, tutti i tentativi di mettere più soldi in tasca ai poveri sostenendo che questo avrebbe rilanciato i consumi e la crescita sono finora essenzialmente falliti.

Per il resto, però, l’unica possibilità per ottenere ricchezza dall’alto e senza faticare, cioè senza riqualificarci, darci da fare e metterci a offrire prodotti e servizi unici che non possano essere imitati a un terzo del prezzo da un lavoratore asiatico o africano, è interrompere la globalizzazione con la forza, economica o militare, tirare su i muri e reimpoverire qualcun altro per riarricchirci noi; dove il qualcun altro, a scelta, può essere un altro paese europeo che è stato più bravo di noi a sfruttare la situazione, oppure può essere il resto del mondo.

Solo che, vedete, nel frattempo la Cina ha costruito le portaerei. No, ve lo dico, perché magari pensate ancora che noi europei siamo i padroni del mondo, e non è più così. Forse lo sono gli americani… forse. E del resto, è più facile che sia Trump a impoverire a forza l’Europa, che l’Europa a impoverire a forza gli Stati Uniti, specie se l’Europa si spezza e diventa una miriade di Paesi poco o per nulla rilevanti. Quanto a noi italiani, manco siamo autosufficienti energeticamente: abbiamo fatto progressi, ma basta che Putin si incazzi e stiamo al freddo.

Capirete dunque che, in queste condizioni, affidarsi al populismo è facile, ma è probabilmente un suicidio; perché un governo populista potrà inizialmente raschiare il fondo del barile per mantenere le proprie promesse di restituire ricchezza a pioggia, ma poi non ci riuscirà. Non volendo lasciare il potere (nessuno mai vuole lasciare il potere), in Italia e altrove vedremo le classiche fasi dei governi populisti:

1) Propaganda: il governo populista andrà avanti a dire che la situazione non cambia per colpa di quelli che c’erano prima, di quelli che stanno fuori dal Paese, dei cattivi europei/finanzieri/multinazionali/riccastri eccetera. Nel frattempo avrà il potere in mano, i nuovi politici si arricchiranno come e peggio di quelli vecchi, piazzeranno gli amici, e continueranno a prendere in giro i loro seguaci per farsi rivotare.

2) Paranoia: si comincerà a dire che la situazione non cambia perché ci sono dei traditori della nazione, innanzi tutto gli oppositori politici; poi, in base alle lotte di potere interno, improvvisamente anche qualcuno dei governanti verrà scaricato e additato alla folla come capro espiatorio. Questa è la fase in cui si rischia la violenza, perché se la gente ha fame e gli dici che è colpa di Tizio che abita tre isolati più in là, qualcuno che lo va a cercare salta fuori di sicuro; ed è anche la fase in cui chi sta al potere spesso coglie l’occasione per instaurare un regime autoritario o direttamente una dittatura (abbiamo già esempi ai bordi dell’Europa).

3) Guerra: alla fine, se il governo non crolla prima, l’unico modo di ottenere risorse sarà una guerra economica, diplomatica o persino militare con qualche Paese straniero vicino o lontano, cominciando a requisirne le proprietà o a non ripagargli i prestiti che ci ha fatto, senza sapere dove si andrà a finire.

Del resto, prima ancora di governare a livello nazionale, il M5S di oggi è già alla seconda fase; possiamo sperare che non arrivi mai alla terza, ma bisogna essere ciechi per non vedere i segnali tipici di questa deriva, già sperimentata da molti Paesi negli ultimi cento anni.

Eppure, il populismo vincerà le elezioni tra gli applausi della gente, e sapete perché? Non è soltanto perché la situazione è questa; è perché le misere leadership dell’Italia e dell’Europa di oggi, dopo aver per anni ignorato il problema, non hanno saputo dare una risposta alternativa né sul piano dei comportamenti, continuando a farsi i fatti propri e a ballare sul Titanic, né sul piano culturale.

Su questo piano, almeno in Italia, il populismo ha già vinto: perché non c’è alcun leader o progetto politico culturalmente alternativo. Berlusconi? Era populista prima di Grillo. Salvini? Un Grillo più xenofobo. Renzi? Renzi ha inseguito Grillo con slogan ad effetto, battute altrettanto arroganti e sparate altrettanto populiste, e se nel brevissimo periodo questo lo ha portato al 40%, nel medio periodo, non avendo ovviamente mantenuto alcunché, si è bruciato. E’ inutile che il PD candidi Renzi, il suo sorriso vacuo e i suoi slogan; è bruciato, e per quanto la gente possa essere poco convinta di Grillo, tra lui e Grillo a questo giro l’Italia sceglierà il secondo, proprio come l’America ha scelto Trump piuttosto che riavere i Clinton, e l’Inghilterra ha scelto la Brexit; con l’aggravante che mentre all’estero il populismo fa presa soprattutto sui vecchi, da noi la fa soprattutto sui giovani.

L’unico modo di battere il populismo è rovesciarne l’egemonia culturale, nel dibattito pubblico e nella mente degli italiani; avere il coraggio di dire chiaramente le verità scomode, di parlare di valori democratici non negoziabili e di progetti a lungo termine, di spiegare che la globalizzazione non ha impoverito “tutti tranne i super-ricchi” e che non c’è alcuna scorciatoia per il benessere collettivo rispetto al darsi da fare, di trattare gli ignoranti per gli ignoranti che sono, di promuovere l’idea che non è la politica che deve scendere al livello della marmaglia da social network, ma la marmaglia che deve educarsi se vuole avere un ruolo nel dibattito pubblico, da cui altrimenti deve essere estromessa non con la forza, ma con gli argomenti, con i fatti (quelli sì, difesi con forza dalle bugie), ed eventualmente con la ridicolizzazione che ben le sta.

Per come è ridotta la mentalità degli italiani oggi, temo che sia comunque troppo tardi; le verità scomode potranno essere riconosciute soltanto sulle ceneri di un disastro totale del populismo, spero non grave come quello del populismo di Mussolini, anche se persino la giustamente decantata Italia seria e operosa del dopoguerra è esistita soltanto dopo che la via facile del populismo era stata catastroficamente sperimentata fino in fondo.

Eppure, questa è l’urgenza della politica italiana ed europea oggi: produrre una alternativa politica e culturale globalista, moderna, seria, competente e non compromessa col passato, quindi altrettanto credibile del populismo come proposta per il futuro.

Questo, si badi, non vuol dire astenersi da qualsiasi critica o richiesta all’Unione Europea e a chi gestisce i fenomeni globali, a partire dal dibattito sulla sovranità monetaria, e nemmeno da qualsiasi limite alla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, limite invece che è auspicabile proprio per rendere gestibile una situazione sociale che altrimenti rischia di esploderci in mano. Questo, però, vuol dire scegliere i valori prima che il consenso immediato, e decidere per principio di essere europei e cittadini del mondo, anche se questo dovesse costarci qualcosa nel breve termine, perché è l’unica via per la pace e la prosperità nel lungo termine.

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4 commenti a “Un futuro alternativo al populismo”

  1. Piero:

    La tua analisi è interessante. Dipende anche da cosa si intende per populismo.
    La democrazia è una forma di populismo perché mette il potere nelle mani del popolo o almeno dà l’illusione del potere nelle mani del popolo.
    Dall’altra parte ci sta l’aristocrazia dove il potere è nelle mani di pochi ritenuti i migliori per nascita e ricchezza. Ad esempio le applicazioni per smartphone ritenute migliori ottengono cinque stelle. Purtroppo lo smartphone anche con applicazioni cinque stelle impazzisce lo stesso.

    Da “Wikipedia: “L’aristocrazia (dal greco άριστος, àristos, “Migliore” e κράτος, cràtos, “Potere”) è una forma di governo nella quale poche persone (che secondo l’etimologia greca del termine dovrebbero essere i “migliori”) controllano interamente lo Stato.”

    Dal mio punto di vista, quindi, ritengo il M5S un movimento tendenzialmente più aristocratico che populista o democratico, almeno nel nome.

    Il buon senso consiglia che lo Stato e il popolo dovrebbero essere governati dai migliori, da chi ha migliori competenze e meriti. Tuttavia l’aristocrazia o meritocrazia come forma di governo, se non si tiene conto dei valori, non porta, tanto meno garantisce benessere e uguaglianza, come la Storia e lo smartphone hanno più volte dimostrato.

  2. Giovanni:

    Che il divario tra ricchi e poveri si sta allargando non lo dicono solo le statistiche (Oxfam) ma anche le banalissime esperienze di casa nostra, Europa piuttosto che Italia.
    Il divari tra il reddito di un CEO e un suo operaio si è dilatato clamorosamente. Indubbio. Il discorso sulla globalizzazione poi ci porterebbe lontano. La domanda è filosofica: posso politicamente rispondere a chi non ha lavoro e reddito che un indonesiano invece il reddito lo ha finalmente trovato e che “in media” guadagna ancora meno che in Italia ? Direi proprio di no !

  3. Orlando:

    Democrazia è quando a vincere le elezioni siamo noi, populismo è quando a vincerle sono gli altri. Scusa il sarcasmo, ma è la posizione che vedo prendere dai media. La faccio mia. Tu sei troppo giovane per ricordare quando chiunque dissentisse dall’opinione corrente veniva tacciato di fascismo: adesso dare del fascista a qualcuno, specialmente in una trasmissione televisiva, scatenerebbe ilarità. Anche la retorica deve soccombere al buongusto. Perciò tutti populisti, tranne quelli che si schierano con chi comanda. E questa volta, per una volta, non parlo dell’Italia: leggiti qualche post su https://www.project-syndicate.org/ per fartene un’idea

  4. mfp:

    “I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare”

    Sull’amorevole terzomondismo sorvolo perche’ non ho mai avuto questo sentimento, neanche da ragazzino quando mi facevano vedere le foto dei bambini panzuti del Biafra. Spero soltanto che disintermedino prima possibile la beneficienza.

    Sulla decrescita felice invece no, non condivido la tua opinione; per lo meno io ho trovato molto giovamento nel “prendermela ‘n’der culo con filosofia”. In questa accezione e’ utile.
    Chi la contesta non ha capito. Chi la propaganda non ha afferrato. I due soliti schieramenti (Natalino Balasso: “mosche mangiamerda”, “zanzare sanguisughe”) che ignorano l’esistenza di altro; inglobando qualunque cosa e cacandola subito dopo come fenomeno di costume passato di moda. Lombrichi.
    E spendo ancora tempo per parlarne perche’ sono fermamente convinto che la decrescita – escludendo la possibilita’ di uccidere – sia fenomeno inevitabile; quindi tanto vale farsela andare bene, come accade per tante altre cose nella vita (es: i piccoli compromessi quotidiani e onnipresenti che facciamo col compagno di banco, di scrivania, di stanza, di camerata, di camera da letto, di carreggiata, ecc). Insomma, se il libro di Pallante fosse stato intitolato “In culo con filosofia” (anziche’ “La decrescita felice”) sarebbe stato piu’ chiaro e onesto, ma censurato da bacchettoni e fighetti assortiti. Le “le élite dominanti” di cui parli nel messaggio in oggetto. I veri e propri impiastri della societa’. Froci inclusi: sulle questioni di diritto sono con loro, ma non li sopporto quando si attaccano all’impiego spropositato della parola “culo” per fare le vittime. Spero si riesca a produrre prima possibile anche la step-child adoption cosi’ ci togliamo dalle palle quest’altro fenomeno ambiguo… dove non sai mai se e’ una vittima di qualche violenza o se e’ uno che ci gioca…

    Traccia un triangolo: un lato e’ la demografia, un lato e’ la disponibilita’ di risorse, l’altro e’ la teconologia. Da quel triangolo non si scappa. O meglio: per uscirne devi morire. Nella seconda parte dell’articolo descrivi e argomenti (bene) questa realta’. Io (media borghesia) mi sono impoverito, ma per lo meno non ho buttato il mio tempo (lavorando) per far arricchire i ricchi. Ho scommesso sull’impoverimento – http://punto-informatico.it/1920367/PI/Lettere/lavoro-it-non-questione-diritto.aspx – e ho vinto l’impoverimento. Lavorando (e quindi gettando nel cesso la mia etica) non sarebbe cambiata una virgola. E invece cosi’ mi sveglio quando son riposato, faccio quello che voglio fare, sorrido genuino a tutti e chiunque perche’ non ho rubato soldi lavorando (male), e poi dormo quando sono stanco. Per lo meno mi risparmio una parte dei costi sanitari per ulcere, nevrosi, trapianti di capelli, e religiosita’ senile (dementia). L’unica cosa che mi rode e’ che non mi son fatto un papocchietto a mia immagine e somiglianza … e oltretutto vorrebbero che lavorassi per pagare quelli degli altri.

    Le cose da fare sono le stesse di 10 anni fa:
    1) cambiare alla radice la natura della repubblica: non piu’ persona giuridica che contiene tutte le altre persone giuridiche. Ora che Rodota’ e’ morto non credo qualcuno si offendera’ se ce ne freghiamo dell’art. 139.
    2) cambiare quindi la natura dell’associativismo repubblicano: non piu’ limitato alle sole forme previste (e quindi se 3 o piu’ persone si radunano in casa propria non deve essere per forza una famiglia, un’azienda, una fondazione, o un’associazione segreta).
    3) eliminare quindi i partiti politici da qualunque codice a partire dalla costituzione. Che si associno come diavolo gli pare e piace e per qualunque scopo; perche’ questa de facto e’ la natura dell’essere umano.
    4) cambiare infine la definizione di mafia: dall’attuale blob informe e inefficace prodotto applicando toppe su toppe, a “mafia e’ intermediazione”. Se e’ intermedeiazione familiare o e’ un curatore per i minori o e’ mafia; se e’ un’intermediazione commerciale, o e’ strettamente funzionale alla produzione (produzione, no servizi) o e’ mafia; se e’ una intermediazione politica aut e’ l’assistente di un handicappato grave aut e’ mafia. Niente partiti. La frase integrale di Sciascia e’ perfetta per il codice penale.
    5) eliminare tutte le leggi codificate che non trovano riscontro nella realta’ (ie: che per scelta o semplici fatti non sono fatte valere): “apologia di fascismo”, divieto di navi da crocera nella laguna veneziana, status di pubblico ufficiale per le forze dell’ordine, procedure di radiazione dagli albi professionali, ecc.

    La parte piu’ delicata e’ raddrizzare gli inverititi: quelli cioe’ che invece di fare i diritti, ne parlano. Esempio: in televisione come per strada non si riesce ad evitare qualche femmina che caga il cazzo con la violenza sulle donne e il volantino del seminario sulla sensibilita’ femminile … ma 2/3 delle vittime di omicidio sono maschi e a forza di parlare della violenza sulle donne … beh … si son dimenticate di piantonare divorzio e aborto. I medici abortisti sono sempre di meno e le procedure per abortire sempre piu’ anguste. Grazie alle femministe col culo caldo di questi anni tra poco si ritroveranno schiave, zitte e brave. Guardati l’ultimo e-privacy; c’e’ la rappresentante dei Radicali all’ONU che ne e’ un fulgido esempio… e tralascia la parte in cui confonde le armi hit&forget (cioe’ una volta puntata e lanciata non serve rimanere sul bersaglio perche’ il missile e’ autonomo) con delle fantomatiche armi fire&forget nel senso che chi le ha sparate si dimentica freudianamente dei danni che ha fatto.

    E non sono d’accordo neanche sulla tua ricetta economica: produzioni d’avanguardia sono assolutamente necessarie, ma non sono quelle a sostenere economicamente decine di milioni di persone. Servono volumi. E volumi di oggetti consumer, quotidiani: calzini, oggetti di plastica di ogni genere e grado da 20 centesimi, cibo economico genuino. Tutte cose che non possiamo permetterci di importare massicciamente. Continuare ad importarle significa continuare ad impoverirci con i flip-flop stato/banche (una volta fallisce uno e le altre salvano, un’altra volta fallisce l’altro e l’uno salva; e in questo giochino nessuno afferma apertamente il fallimento, ma a tutti rode il culo per l’impoverimento). Io son convinto che abbiamo iniziato a venderci l’oro della Banca d’Italia ma non ce lo hanno detto. E tutte cose che un tempo ci producevamo da soli; quindi oggi o riproduciamo le fabbriche delocalizzate 50 anni fa, o impieghiamo “le piccole cina da scrivania” (es: stampanti 3D) per eliminare queste importazioni selvagge. Consumerizzazione industriale…

    Ma se vuoi iniziare, io ti seguo. C’e’ tempo per litigare sui dettagli. Cosi’ invece di essere un tuo fan divento un tuo seguace! Al piu’ ci arresteranno per pedoterrosatanismo come al solito (io sto alla terza denuncia), poi ci scopiazzeranno senza citare le fonti come al solito (cfr. “Pirati5Stelle” tentato dai grillini, e “TuParlamento” tentato da Laura Puppato – da leggere Renzi/Gentiloni), e infine ci accenderanno un lumino sulla lapide: “fari nella tempesta”… guarda che tam-tam quando e’ morto Fantozzi… denigrato e sputtanato in vita, santificato per 1 settimana da morto.

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