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lunedì 23 Febbraio 2026, 13:43

Nuovo cinema Luftansia (2026)

Ormai, quando mi capitano i voli da undici ore come quelli della scorsa settimana, non so più come passare il tempo. Negli anni ho sviluppato un’apatia che mi fa passare la voglia di guardare un film, di leggere e persino di scrivere; però, quando il volo è interamente diurno e si fatica a dormire, il tempo non passa mai. Per questo, il mio cervello ha raggiunto un compromesso: guardicchio i film delle persone sedute davanti a me, però distrattamente, e ovviamente senza audio.

Dunque, il primo film che mi è capitato – dalla signora americana anziana della fila più avanti – sembrava la versione estesa di una pubblicità dei profumi per uomo, con la fotografia patinata che riprende un manipolo di figaccioni muscolosi e lucidi vestiti da gladiatore. Stante il rincoglionimento da aereo, ci ho messo un po’ a capire che il film era indubbiamente 300, che io non avevo mai visto. Diciamo, esteticamente ben studiato ma con la profondità della pubblicità di un profumo; ma la signora l’ha visto due volte di fila, sospirando a ogni pettorale gonfio.

Mi è quindi capitato un altro film, stavolta coi sottotitoli attivati, per cui ho potuto seguire la trama (non che 300 avesse una trama da seguire). Inizialmente sembrava un thriller politico-distopico di qualche genere: in un’America circa contemporanea, da una parte c’era un gruppo militare bianco e suprematista e dall’altra un gruppo di terroristi arcobaleno. Poi, improvvisamente mi sono reso conto che i due attori nella stessa inquadratura erano Leonardo Di Caprio e Benicio Del Toro, che persino un non cinefilo come me riesce più o meno a riconoscere. Allora ho seguito meglio, e insomma, era un po’ un tutti contro tutti a pistolettate, ma il ritmo era ben tenuto e c’era una quantità sensata di intrighi e colpi di scena (né pochi né troppi). Solo alla fine, grazie ai titoli di coda, ho scoperto trattarsi dell’ultimo film di P.T. Anderson: comunque, interessante.

Poi ho visto passare un paio di puntate della serie The Last of Us, anche questa mai vista prima ma di cui ho sentito parlare. Onestamente, mi è sembrata una storia di zombi un tanto al chilo, con tutti i cliché delle storie di zombi, se non che a un certo punto è spuntata fuori un’attrice bassa e bruttina che ha cominciato a fare facce sadiche piuttosto mal riuscite e prendere a colpi di mazza da golf un altro del gruppo. Sarà, ma non mi ha detto assolutamente niente; però certo, due puntate a caso di una serie di molte stagioni dicono comunque poco.

Chiudo con l’unica cosa che ho provato a vedere per mia scelta, in originale sottotitolato: un film di My Hero Academia. Anche qui, nonostante si tratti del secondo o terzo shonen manga più venduto al mondo, non avevo mai visto null’altro che qualche illustrazione o post in giro per la rete. Beh, che dire: persino il ragazzino in me, che pure è molto vivo, l’ha trovato un po’ troppo infantile. Immagino che il target siano i dodicenni, e commercialmente l’idea di mischiare manga e supereroi è senz’altro vincente. Però, il cattivo mafioso dal cognome presunto italiano era insopportabile; ha superato persino la storica famiglia Vongola, che alla fine era simpatica. Dopo la prima mezz’ora, ho staccato.

Infine c’è stato il volo di ritorno, che però era notturno, per cui ho dormito per quasi tutto il tempo. Un film però l’ho visto: Spinal Tap II. Insomma, è meno divertente del leggendario primo film, anche perché adesso sono tutti vecchi; produce più che altro un malinconico effetto nostalgia su quanto erano belli gli anni ’80, gli anni dell’orgogliosamente troppo di tutto. Però è piacevole, e qualche gag carina e surreale c’è (tipo il negozio di chitarre e formaggi), e quando improvvisamente passa di lì un anziano decrepito che assomiglia a Paul McCartney rimani comunque stupito, e poi c’è Sir Elton che canta Stonehenge.

Paradossalmente, il surrealismo del tutto è stato amplificato da quello che è successo dopo. Nel film, infatti, il regista interpreta sullo schermo il regista del primo film, che fu anche il suo primo film; ma a differenza della realtà, in cui a This is Spinal Tap è seguita una carriera luminosa, nel film lui è un fallito che non ha più avuto ingaggi. Nel film, inoltre, stavolta non muore soltanto il batterista: l’intera band, più Elton John, finisce in ospedale per un incidente. In pratica, l’unico personaggio principale che ne esce sano è appunto il regista. Nella realtà, invece, lui è l’unico che è morto davvero, a tre mesi dall’uscita del film, e in modo orribile, accoltellato dal figlio drogato; ed è una circostanza straniante.

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