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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


domenica 7 Settembre 2008, 11:56

L’autoscontro

Per capire un po’ la magia dell’Africa – perché c’è, ed è forte – è stato molto utile andare in autoscontro.

Vi ho già raccontato infatti della cena al ristorante disorganizzato; il ristorante sta nella feira, ossia uno spiazzo sterrato che contiene le cadeirinhas voadores (“seggioline che volano”), la giostra e l’autoscontro. Attorno, ci sono una dozzina di ristoranti costituiti da una cucina in muratura e da una tettoia di paglia, tendone o cemento sotto la quale ci sono dei tavolini di formica, come nei paesi dell’Italia meridionale; si contraddistinguono per i vari tipi di cucina – il francese, il libanese, il cinese – ma tanto fanno tutti lo stesso cibo locale, cioè carne o pesce alla griglia con verdure, riso e xima (polenta bianca). Alla feira si entra pagando un biglietto d’ingresso, o forse no, nel senso che alle volte all’ingresso c’è qualcuno in divisa che ti chiede dei soldi, altre volte no.

Dopo aver cenato, abbiamo visto lì l’autoscontro, con tre o quattro macchine piene di bambinette nere e borghesi che si davano delle mazzate mica male. Con diffidenza, ci siamo presi tre auto; e invece è stato liberatorio, e ci siamo divertiti un sacco, facendo anche amicizia con le bambinette, specie una seienne vestita di rosa che arrivava a malapena ai pedali ma aveva lo sguardo assassino e puntava regolarmente al frontale.

E’ stato dopo essere scesi di lì che improvvisamente il posto è apparso trasfigurato: non una misera baraccopoli, sporca e fatiscente, con tre piatti di cucina in croce; ma un luogo dove la gente si trova per divertirsi insieme. Ovviamente sono ritornati fuori i ricordi d’infanzia, le estati in spiaggia o i giochi con la terra in campagna; ma soprattutto abbiamo ricatturato per un attimo la differenza fra lo spiazzo tra le capanne (o l’aia di una cascina) e lo stare in casa davanti al televisore. Sarà che eravamo talmente poco abituati, che ci ha sorpreso.

[tags]viaggi, mozambico, maputo, africa[/tags]

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sabato 6 Settembre 2008, 09:53

Contrattempi

Ieri era il giorno delle visite: infatti, il progetto per cui sono qui è legato anche allo studio della lotta all’AIDS e dell’accesso ai medicinali, e così ogni tanto mi aggrego al gruppo che va a incontrare chi lavora sul campo.

L’inizio di mattinata, però, va raccontato perché è molto indicativo di come funziona la vita in Africa. Infatti, dovevamo alzarci, prendere la macchina parcheggiata sotto casa, guidarla per due-isolati-due fino all’ufficio, dove l’autista nero doveva prenderla in consegna e portarci tutti alla prima visita.

E invece, ci siamo alzati, siamo scesi (ieri mattina funzionava addirittura l’ascensore), abbiamo preso la macchina, e immettendoci da bordo strada nel caotico traffico di Maputo abbiamo centrato col nostro fuoristrada una vecchia berlina verde che ha stretto di colpo; nulla di grave, data la velocità minima, ma un copricerchione è saltato per aria ed è rimbalzato in giro. Ci siamo fermati, abbiamo contato i copricerchioni delle due auto, e ce n’erano quattro per ognuna: abbiamo concluso che o quello volato via era stato frutto di magia, oppure era lì abbandonato per terra in mezzo alla strada e in realtà non ci eravamo toccati.

Fatti i due isolati, siamo arrivati all’ufficio; lì ci hanno detto che c’era un po’ di casino perché il giorno prima erano andati a rubare in casa a uno degli italiani che lavorano lì; l’inferriata che proteggeva l’ingresso era rotta da settimane e non era mai stata riparata dai padroni di casa, e comunque si sospetta che siano state le guardie del palazzo. Hanno portato via un computer e un proiettore, e l’ultimo backup era di dicembre: costernazione.

Quindi, uno dei due autisti dell’ufficio era stato mandato a riparare la porta di casa del derubato; l’altro doveva essere lì per noi, ma non c’era perché, secondo le segretarie, era andato un attimo a trombare. Non scherzo: l’autista è un gran bel ragazzo, quindi quasi tutti i giorni, stazionando davanti all’ufficio, rimorchia una tipa per strada, si appartano, trombano un po’ (non so dove, onestamente) e poi lui torna in servizio.

Pertanto, con già mezz’ora di ritardo, siamo partiti noi, due donne bianche e il sottoscritto a proteggerle, per andare in uno dei bairro lontani. Per fortuna il posto che cercavamo non era tra le casupole del bairro, ma sulla strada principale che collega Maputo al nord del paese, quindi non era pericoloso arrivarci. Però ci è andata bene, anche perché siamo riusciti ad evitare i posti di blocco della polizia: non avevamo gli specchietti (li hanno rubati tre giorni fa dalla macchina parcheggiata) e ciò, almeno per i bianchi, è causa di multa immediata; dovevano essere sistemati dall’autista di cui sopra, ma avete capito che non è molto affidabile.

Andando via, abbiamo chiesto se serie così di imprevisti accadevano spesso: la risposta di chi vive qui è stata “tutti i giorni, basta farci l’abitudine”.

P.S. Il posto dove siamo andati è un ospedale rionale per malati di AIDS realizzato e gestito dalla Comunità di Sant’Egidio, con fondi donati da alcune ONLUS torinesi. Gli stessi abitanti del posto dicono che, fatta 1 la quantità di aiuto concreto fornita contro l’AIDS dall’apposita agenzia ONU finanziata dai contribuenti mondiali, quella fornita da Medici Senza Frontiere è tipo 5, e quella fornita da Sant’Egidio è tipo 100. Sapevatelo.

[tags]viaggi, mozambico, maputo, africa, contrattempi, aids[/tags]

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venerdì 5 Settembre 2008, 09:56

La donna che partorì tre tazze

Siamo arrivati in Mozambico proprio al momento giusto: poco tempo fa si è verificata una storia che ha tenuto col fiato sospeso l’intera nazione. A noi ne ha parlato Dominga, la domestica di casa, quando avevamo finito il pranzo e stavamo bevendo il caffé.

Infatti, nella città di Xai-Xai, meno di duecento chilometri a nord di Maputo, si è verificato un avvenimento assolutamente magico: una donna, incinta al settimo mese, ha partorito tre tazze. L’evento ha fatto clamore, perché è un caso evidente di malocchio: e infatti i locali ne parlano scuotendo la testa, e ripetendo “fetiche, fetiche”, pensando alla terribile magia che ha trasformato il feto in tazze, e alla povera donna che ha perso così il suo bambino.

Il fatto è assolutamente vero: la donna ha partorito tre tazze, e almeno delle ultime due pare che ci siano filmati e fotografie. La storia, però, è un po’ diversa: qui, infatti, le donne possono sposarsi solo dopo essere rimaste incinte, per provare di essere fertili. La ragazza in questione voleva sposare il suo uomo, nonostante l’opposizione della famiglia di lui, ma non riusciva a rimanere incinta (alcuni hanno suggerito che già quello fosse un feticcio); allora ha dichiarato di esserlo, fingendo la gravidanza, e ottenendo così l’approvazione per il matrimonio.

Solo che, verso il quinto mese, l’assenza di pancia cominciava ad essere troppo sospetta: e così lei si è inserita le tre tazze nella vagina. Il piano era di tenerle lì per un mesetto e poi simulare un aborto; solo che quando si è recata dal medico (cioè, spero che fosse un medico) per partorire, all’uscita della prima tazza tutti sono rimasti sconvolti, e la notizia si è sparsa. Il futuro marito ha allora prontamente provveduto a vendere l’esclusiva mediatica per il parto delle successive due, che è avvenuto con successo. Alla fine, tutto si è concluso in gloria: con i soldi della televisione, il marito ha potuto pagare il lobolo – qui è il marito a pagare la famiglia della moglie all’atto del matrimonio, come saldo per il valore dei figli che verranno – e i due hanno potuto sposarsi, visto che era chiaro a tutti che lei era rimasta incinta, e soltanto la magia le aveva impedito di avere un bambino.

Ora, so che non ci crederete e che penserete che io stia esagerando, ma qui sono veramente tutti convinti che ci sia stata di mezzo la magia; non solo nelle campagne, ma anche in città, compresi gli impiegati e gli alti dirigenti dello Stato. Sui media ci sono sì stati grandi dibattiti e talk show, ma non per mettere in dubbio l’effettivo svolgimento dei fatti; la discussione verteva invece su “a fare il malocchio sarà stata la suocera, o chi altro?”.

Quello che io trovo però molto affascinante è l’unico elemento di modernità dell’intera storia: la pronta vendita dei diritti TV. Anche se forse è un po’ triste – ma anche molto indicativo delle attitudini umane – che, di tutta la nostra scienza e tecnica, le uniche cose a far breccia nelle tradizioni africane siano state televisione e telefonino.
[tags]viaggi, mozambico, maputo, televisione, modernità, parto[/tags]

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giovedì 4 Settembre 2008, 10:56

Cacana

Il succo di cacana è una delle novità che abbiamo scoperto quaggiù in Mozambico. Ce lo ha dato la nostra amica che ci ospita, quando siamo partiti per un viaggio in giornata: invece dell’acqua, ci ha detto, portatevi questo. Dopo la prima ora e mezza di viaggio in auto nel sole più totale a trentacinque gradi, il nostro autista (nero) ci ha detto che voleva fermarsi a comprare dell’acqua; io allora gli ho porto il succo di cacana, cioè un liquido giallino simile al té chiuso in una bottiglia di plastica riciclata. Lui lo ha guardato in modo strano e ha risposto che no, quello era per noi. Così, mentre gli compravo l’acqua, ho provato a berlo.

Ecco, è difficile descrivere il gusto del succo di cacana; la mia definizione al primo impatto, che è già diventata popolare nella comunità europea di Maputo, è che è disgustoso in dieci modi diversi. In effetti è contemporaneamente amaro, puzzolente, oleoso, ributtante e tante altre cose ancora: sembra un po’ come se nel té verde giapponese avessero sciolto olio di ricino, candeggina, piscio di cane e un cucchiaio di batteri del colera fritti. Ciò nonostante, incredibilmente, funziona: toglie completamente la sete. Credo che sia perché è talmente disgustoso che lo stomaco si stringe e si intorcina e per un po’ rifiuta di ingerire alcunché, sia liquido che solido.

Ci hanno poi detto che ha numerose altre funzioni, tra cui quella di ottimo antimalarico e di diuretico per il corpo e per l’anima; inoltre, se usato in abbondanza, aumenta il ciclo nelle donne e può persino stimolare l’aborto. In effetti dà assuefazione: dopo un po’ di volte, continua a essere disgustoso in dieci modi diversi ma allo stesso tempo, dopo qualche ora che non lo bevi, ti viene desiderio di assumerne ancora. Magari ci sciolgono dentro anche delle sigarette.

[tags]viaggi, mozambico, maputo, cacana[/tags]

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mercoledì 3 Settembre 2008, 11:58

Le strade africane

Le strade africane sono molto diverse da quelle occidentali; e non certo perché sono sterrate invece che asfaltate (anzi, sempre di più sono asfaltate pure quelle africane).

In Occidente, la strada è uno strumento: serve a collegare un posto con un altro secondo il percorso più breve possibile. In Africa, la strada è uno scopo; è per molti il centro della vita. Si esce dalla propria casupola o capanna, e si va sulla strada a far mercato e a stare insieme; le donne e i ragazzi si piazzano sul bordo della strada con una stuoia e qualcosa da vendere. Anche se la vendita è il loro sostentamento primario, non è comunque il motivo principale per stare lì, visto che spesso venderanno sì e no due cose in un giorno. In realtà, stare lì è stare nel mondo: vedere le persone passare.

Le strade africane, quindi, sono sempre piene di gente. Ovviamente fuori dalle città e dai villaggi di gente ce n’è relativamente poca; gruppi di persone che aspettano il bus o che vendono prodotti della campagna. Ma non appena si avvicina un agglomerato, la strada si riempie; talvolta è un fiume di persone in cammino. Del resto, nessuno ha un’auto, quasi nessuno ha una bicicletta, e molti non possono permettersi nemmeno i bus: e così, si va a lavorare, a studiare, a comprare a piedi, camminando per due, cinque, dieci chilometri al giorno.

Anche le strade europee sono piene di gente; ma è tutta gente assente, che ha spento il cervello e sta semplicemente svolgendo una funzione di spostamento, spesso intruppata in movimenti collettivi. In Africa, invece, le strade sono piene di moltitudini attive; ognuno sta facendo una cosa diversa e interagisce con le altre persone che si trova accanto. Trovi la donna che cammina con un sacco in testa, i due uomini che contrattano un lavoro, il gruppetto che guarda la televisione dentro la finestra di una casupola-bar, i bambini che giocano correndo nel fango.

Le strade africane, insomma, emanano energia; anzi, emanano una energia spaventosa, perché sono piene di vita. Per noi, dopo un po’, diventano stancanti ed intimoriscono; non siamo abituati a tutta questa densità di energia. E però, in confronto, è come se le strade europee sembrassero di botto come quelle del paese degli zombi: piene di morti viventi.

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[tags]viaggi, mozambico, africa, strada[/tags]

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martedì 2 Settembre 2008, 11:17

L’ascensore

Siamo ospitati in un appartamento di italiani, al quattordicesimo piano del palazzo dei trentatre piani, il simbolo della città: un cubo di cemento in ottimo stato – che, per qui, vuol dire che è cadente ma non pericolante – su cui troneggia trionfante una grande pubblicità luminosa di Mcel.

Il palazzo è tra i migliori della città: è in pieno centro, vicino ai ristoranti e al supermercato, ed è decisamente signorile, come si capisce dalle tre o quattro guardie armate che stazionano in permanenza nell’atrio di ciascuna delle tre scale del palazzo, ma anche dalle persone che incontri all’interno: tutte nere, ricche e ben vestite, i giovani in tiro o abbigliati da sport, i bambini con la divisa scolastica e le cartelle coi personaggi dei cartoni animati.

Nella nostra scala, quella centrale, ci sono due appartamenti per piano, ognuno a sua volta dotato di un mini-appartamento per la serva, con cameretta, bagno e ingresso separato. L’appartamento principale ha una cucina, un salone, tre camere e tre bagni: direi sui 150 metri quadri. I bagni sono scrostati, ma c’è l’acqua calda, anche se alle volte ne viene soltanto un filo. Il maggior inconveniente è che, essendo vicini al mare, a questa altezza c’è sempre forte vento: e siccome i serramenti sono tutt’altro che efficienti, c’è costantemente un mezzo tornado che scorre per la casa.

Ovviamente, al quattordicesimo piano (ma anche al trentatreesimo) non si può certo arrivare a piedi: quindi in ogni scala c’è l’ascensore. Anzi, ce ne sarebbero due, ma nella nostra il secondo è fuori uso da secoli ed è sbarrato alla bell’e meglio, con le porte arrugginite; ne rimane uno solo, un bell’ascensore Otis con le pareti di metallo e lo specchio, molto simile a quello della mia precedente casa di Torino (a parte la sporcizia).

Il problema è che la similitudine si spinge un po’ troppo avanti: infatti, il funzionamento di questo ascensore è spesso interrotto. Almeno metà delle volte in cui arrivi a casa c’è nell’atrio un bel cartello che comunica che l’ascensore non funziona. In pratica, si rompe a sprazzi: mezz’ora è rotto, poi funziona per un paio d’ore, poi per un po’ è ancora rotto, poi riparte e così via.

Nessuno degli italiani che abitano qui da molti mesi è ancora riuscito esattamente a capire come faccia un ascensore a rompersi e venire riparato tutti i giorni diverse volte al giorno: voglio dire, se si rompe un pezzo lo si cambia o lo si aggiusta, e poi non si rompe più; non può mica rompersi un pezzo diverso ogni due ore. Oltretutto gli ascensori delle altre scale funzionano perfettamente; e anche il nostro, quando funziona, non dà problemi nè particolari segni di squilibrio, se si esclude un vago ondeggiamento e una grossa bolla di presumibile ruggine nel pavimento metallico, sotto il tappeto di plastica, che si piega ogni volta che la calpesti.

Le nostre certezze tecnico-organizzative occidentali sono andate però un po’ in crisi quando uno di noi ha incontrato i tecnici, che ormai stazionano in permanenza nel palazzo, e ha chiesto spiegazioni sull’incapacità di risolvere i guasti: uno di loro ha risposto mettendosi a piangere. Nulla di strano, perché pare che qui mettersi a piangere sia la risposta a qualsiasi situazione in cui si è commesso un errore. Qui però c’è qualcosa di più serio.

Nella casa, infatti, si sa perfettamente la causa del problema, e – a mezza bocca – alla fine la spiegazione arriva anche agli inquilini bianchi: l’ascensore della scala di mezzo si rompe continuamente perché all’ottavo piano ci sono i fantasmi, tra cui quello di un guardiano che un giorno, in un passato imprecisato, aprì le porte ad un piano pensando di liberare delle persone chiuse dentro, e invece non trovò la cabina e cadde nella tromba dell’ascensore, morendo. Per poter usare l’ascensore, quindi, pare necessario attendere il momento in cui i fantasmi sono tranquilli e danno il loro beneplacito.

Ma non temete: una delle grandi leggi dell’Africa è che a tutto si trova sempre una soluzione. In questo caso, si può entrare nella scala di fianco, prendere l’ascensore fino al nono piano – i piani dal primo all’ottavo non sono raggiungibili, si parte dal nono in poi; penso che per i piani bassi si entri da un’altra parte e siano dedicati a uffici o appartamenti più popolari – poi uscire sulle scale, scendere di un piano, e attraversare il lungo corridoio che all’ottavo piano mette in comunicazione tra loro le tre scale, e ospita gli uffici dell’amministrazione. A quel punto si può uscire sulla scala centrale, un antro buio e sporco, salire a piedi di sei piani, poi aprire con la chiave il cancello di ferro antifurto che separa le scale dal pianerottolo e dall’ascensore, e di lì entrare in casa. E’ anche più bello, perché lungo il percorso si fa amicizia, ci si aiuta a portare le borse, si sorride alle bambinette che trascinano su la cartella tornando da scuola, e così via.

Ah, siccome tempo fa nell’ascensore dell’altra scala si ruppe la lampadina del pulsante del nono piano e nessuno ha voglia di trovarne una per cambiarla, hanno spostato i fili e quando premete il nove lampeggia un attimo la luce del sedicesimo piano; non disperate, poi si ferma correttamente al nono.

[tags]viaggi, mozambico, maputo, ascensore, otis, fantasmi[/tags]

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lunedì 1 Settembre 2008, 12:05

Economia africana

La principale attività del Mozambico è il non far niente. A tutti gli occidentali che si stupiscono di ciò viene raccontata la storiella ormai famosa in tutta l’Africa e anche nei Caraibi: quella dell’uomo bianco che vede un pescatore nero sulla spiaggia, seduto a guardare il mare senza fare niente. Allora il bianco gli chiede: perché non stai lavorando? E il pescatore risponde: perché dovrei lavorare? Potresti comprarti una nuova rete, risponde il bianco. E il pescatore: e perché? Il bianco gli spiega che con una nuova rete prenderebbe più pesce. E il pescatore: e a cosa mi serve? Beh, dice il bianco, a forza di prendere più pesce e venderlo al mercato, a un certo punto diventeresti abbastanza ricco da poter smettere di lavorare. E il pescatore risponde trionfante che lui ha già smesso di lavorare senza bisogno di tutta questa fatica!

Non fraintendetemi: Maputo è una città e, come tutte le città, ha uffici, negozi, locali, attività pubbliche e private che funzionano ogni giorno grazie alle persone del posto che ci lavorano. E’ solo diverso il concetto di lavoro e, soprattutto, il suo valore percepito, in termini morali prima ancora che economici. L’autista dell’ufficio – che guadagna cento euro al mese, che comunque qui sono abbastanza per mantenere le sue due compagne e i suoi cinque figli – ci ha detto che è contento delle cose che ha realizzato – i figli, la casa, il televisore – ma che la sua vita è durissima perché quasi tutti i giorni deve andare a lavorare. Un altro ragazzo incontrato il giorno prima – neolaureato, ben vestito, ora impiegato di uno dei vari progetti di cooperazione – ci ha detto tranquillamente che ora era contento di lavorare, ma che non aveva voglia di fare 40 minuti di autobus al mattino e altrettanti la sera, per cui andava a lavorare solo quando l’autista del suo progetto (tutti i progetti hanno macchine con autista sempre a disposizione) poteva passarlo a prendere, se no semplicemente non si presentava in ufficio.

Anche l’approccio al lavoro è molto rilassato: si arriva, si chiacchiera un po’, si fa riunione, si mangia… sembra quasi un ministero italiano. Quasi nessuno dei locali è veramente capace – in metriche occidentali – a fare il lavoro che fa. Per esempio, l’altra sera siamo andati a un ristorante e ci siamo seduti; per prima cosa ci hanno detto (in modo molto rilassato, e senza la scortesia tipica di un esercente italiano) che dovevamo fare in fretta perché erano lì lì per chiudere (mancavano tre quarti d’ora). Poi è arrivata la cameriera a prendere le ordinazioni; qualsiasi cosa scegliessimo dal menu non c’era, però ce n’erano delle altre che sul menu non erano scritte. Alla fine la cameriera non era sicura, così è andata a chiedere in cucina se la cosa che volevamo (più o meno l’unica disponibile) c’era davvero. Poi l’abbiamo vista litigare col padrone, poi è sparita e non è più tornata, così dopo un quarto d’ora uno di noi è andato a chiedere. E’ venuto il padrone a dirci che in realtà la disponibilità delle cose era ancora diversa, e ha suggerito che se volevamo “faceva lui”. Abbiamo accettato, e allora dopo una decina di minuti sono arrivate le zuppe, ma ne mancava una, e mancavano anche due cucchiai. Le bibite sono arrivate dopo altri cinque minuti e un paio di altri solleciti; poi ha cominciato ad arrivare il cibo, anche se nessuno, padrone compreso, era completamente sicuro di cosa sarebbe arrivato e in quali quantità. Alla fine era tutto assolutamente ottimo; abbiamo mangiato in abbondanza e ne abbiamo ancora lasciato lì; abbiamo speso circa dieci euro a testa, una cifra normale per qui, ma poco per i nostri standard. Ovviamente, quando abbiamo dato i soldi per pagare il conto, abbiamo dovuto sollecitare due volte per avere il resto; ma non perché volessero tenerselo, semplicemente perché l’incombenza gli passava di mente nel tragitto tra il tavolo e il bancone.

In effetti, il bianco è molto apprezzato perché arriva qui con competenze che per il posto sono stratosferiche, e per mille o millecinquecento euro al mese è disposto a fare moltissimo lavoro. Ci hanno detto che i locali con competenze comparabili non si sognano nemmeno di farlo: per fare lo stesso lavoro vogliono decisamente di più, altrimenti “non ne vale la pena”.

Ora, questo sarebbe comprensibile se ci fosse un mercato che in qualche modo giustifica questi stipendi; ma non è così. Circa il 60% del PIL del Mozambico è costituito da aiuti umanitari; una quota ulteriore sono rimesse dagli emigrati. L’economia privata è inesistente; siamo a livelli persino peggiori della Calabria (di cui un’amica del posto mi spiegò che il 77% dell’economia è pubblico e parapubblico, e solo il 23% è privato). A parte le piccole attività, esiste qualche fabbrica sudafricana o comunque straniera; il resto è sovvenzione e parastato.

Ci hanno detto che a Maputo c’è il boom economico, e lo vediamo: per le strade circolano moltissime macchine tra cui parecchie nuove (quasi tutti fuoristrada Toyota, Hyundai o comunque giapponesi e coreani) e sono appena stati costruiti due complessi nuovi e scintillanti che sembrano un angolino di Los Angeles trapiantato in Africa: il primo è il Maputo Shopping Center e il secondo è la nuova sede del Ministero della Cooperazione (mentre gli altri ministeri sono ruderi o quasi). Io ingenuamente pensavo che fosse per via della globalizzazione: sta a vedere che qualche briciola della grande delocalizzazione occidentale è finita anche qui. Invece no: c’è il boom semplicemente perché alcuni dei paesi donatori hanno sensibilmente incrementato gli aiuti a fondo perduto.

Il flusso del denaro, qui, è così: dai governi occidentali al governo locale, che ne trattiene l’80-90 per cento in corruzione, oppure a dipendenti locali di istituti e NGO occidentali, sotto forma di lavori artificialmente ben pagati. Dai mozambicani, i soldi finiscono per la maggior parte a una delle due compagnie di cellulari: la Mcel e la Vodacom, che tappezzano di pubblicità il paese, ovunque, in qualunque angolo, dipingendo dei loro colori le case e i negozi. Oppure, in una delle due banche che in centro hanno uno sportello ogni due isolati: la Millennium (portoghese) e la Barclay’s (inglese). Di lì, tornano in buona misura in Occidente, visto che quasi tutto deve essere importato, dai lavandini ai biscotti: di prodotto nazionale, a parte ottima verdura, carne e pesce, e forse i mattoni e il cemento, non c’è niente di niente. Questo spiega come mai il prezzo di tutto sia quasi uguale a quello europeo, anche se i locali non potranno mai permettersi nulla di tutto ciò.

All’Hipermaputo, il maggior supermercato della città, che non ha nulla da invidiare al Carrefour – prezzi compresi – tranne la birra perché è posseduto da arabi e quindi non si vendono alcoolici, il cibo è di provenienza insospettabile: buona parte dei prodotti hanno le etichette innanzi tutto in thailandese. Sono i misteriosi ricircoli del commercio globale, persino qui. L’Italia nemmeno qui è veramente competitiva, ma almeno un po’ si difende: c’è pasta Divella e Spigadoro – in mezzo a un mucchio di imitazioni con improbabili nomi paraitalici – e soprattutto c’è lui, l’oggetto che più di ogni altro pianta la bandiera italiana in ogni angolo del pianeta: l’espositore Ferrero con i Kinder Bueno. Li ho comprati subito: gioverà alla nostra economia.

[tags]viaggi, mozambico, maputo, africa, economia[/tags]

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domenica 31 Agosto 2008, 09:17

Tomtom all’africana

Siete all’aeroporto di Maputo.

Imboccate corso Accordi di Lusaka. Proseguite diritto per quattro chilometri, attraversando piazza degli Eroi Mozambicani.

Alla rotonda che incrocia con corso Mao Tse Tung, girate alla seconda uscita in corso della Guerra Popolare.

Al quinto incrocio, girate a sinistra in corso Eduardo Mondlane.

Proseguite diritto senza girare, attraversando nell’ordine: corso Karl Marx, corso Olof Palme, corso Vladimir Lenin, corso Amilcare Cabral. Svoltate a sinistra in corso Salvador Allende.

Alla prima a destra, svoltate e poi imboccate la terza a sinistra. Siete ora in corso Kim Il Sung. Proseguite diritto fino all’incrocio con il secondo grande corso: ecco, lì a sinistra c’è l’ambasciata italiana.

Ora, invece, svoltate a destra e scendete sul mare dal lato destro. Proseguite sul corso Marginale, il lungomare: questo vi permetterà di arrivare fino al centro città.

Passate sotto lo svincolo di corso Friedrich Engels: siete ora in piazza Robert Mugabe. Benvenuti nel centro di Maputo!

[tags]viaggi, mozambico, maputo, comunismo, africa[/tags]

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sabato 30 Agosto 2008, 13:30

Tudo bem

Mi perdonerete se in questi giorni non scrivo molto: in realtà ci sarebbero parecchie cose da raccontare, ma il tempo è speso nelle frenetiche attività di questo luogo. Tutto qui richiede tre o quattro volte il tempo che prenderebbe a casa, per tanti motivi di cui il principale è proprio la dilatazione del tempo stesso: le cose scorrono lentamente e anche gli occidentali, una volta giunti qui, si adeguano naturalmente senza il minimo sforzo. Per questo motivo, non so esattamente in che cosa sia volato via il tempo da giovedì mattina quando siamo arrivati, ma è volato senza grande fatica.

Maputo non è molto diversa da una qualsiasi città del Sudamerica o del Nordafrica; non sembra nè degradata nè pericolosa, naturalmente riferendosi agli standard del mondo non sviluppato; comunque siamo quasi sempre accompagnati, anche se il portoghese è comprensibile. Di zanzare ne avrò viste tre o quattro in tre giorni, soltanto di sera e nei ristoranti, e apparentemente senza la minima intenzione di pungere qualcuno; del resto la reazione della comunità ospite – locali e bianchi insieme – alla vista delle nostre pastiglie di Malarone è stata unanimemente “ah ah che polli, anche voi come dei gonzi vi siete fatti gabbare dalle multinazionali farmaceutiche e gli avete regalato centodieci euro”.

In teoria dovevamo avere la connettività wi-fi in casa, ottenibile andando sul balcone del quattordicesimo piano e orientando il computer verso l’ufficio di un progetto di cooperazione di un amico – situato al sesto piano di un palazzo a un duecento-trecento metri di distanza in linea d’aria – che ha messo il router wifi accanto alla finestra. Purtroppo l’hardware Apple in questo fallisce miseramente, e l’unico portatile che riesce a prendere il segnale è un bisonte Windows-dotato; visto che non ho nemmeno un pacchetto di Pringles per costruire una cantenna, facciamo prima ad andare all’Internet cafè del centro commerciale costruito dagli arabi per i ricchi del posto e prendere un PC per mezz’ora con 25 metticaso, circa 70 centesimi di euro. (I metticaso sono la moneta locale; qui almeno non hanno scelto una moneta a caso, come hanno fatto i sudafricani, ma le hanno dato un nome preciso.)

Comunque, io scrivo e salvo sulla chiavetta (se mi ricordo) per cui cercherò di mandare tempestivamente qualche racconto nei prossimi giorni. Nel frattempo, vi saluto con la vista del centro cittadino dal balcone di casa.

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[tags]viaggi, mozambico, maputo[/tags]

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venerdì 29 Agosto 2008, 11:20

Integrazione (2)

(segue da qui)

Capisci che hai delle ottime speranze di integrarti passabilmente nella cultura locale – almeno da visitatore – quando, essendo entrato in Mozambico da tre ore e mezza – il minimo tempo che ci vuole per uscire dall’aeroporto, trovare le persone che sono venute a prenderti e percorrere in auto i cinque chilometri che separano l’aeroporto dal centro di Maputo, se si seguono gli usi e costumi del posto – arrivi nel condominio di trentatre piani dove risiede la tua ospite, il più elegante e famoso di tutta la città, entri nell’atrio con le valigie, e per accedere al lussuoso ascensore Otis devi aggirare la carcassa di una mucca, distesa lì sul pavimento, sanguinante e squartata, su un telo da campeggio davanti al banco del portiere; e il tuo commento è: “Si vede che è una casa elegante: se fosse stata una casa meno bella, sul telo ci sarebbe stato solo un quarto della mucca!”

[tags]africa, mozambico, viaggi[/tags]

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