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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


lunedì 4 Dicembre 2006, 14:36

Impressioni di San Paolo (2)

Ieri mattina ho finalmente fatto il mio primo giro per la città. A dire il vero, il tutto è nato in modo del tutto fortuito: difatti, sono andato a far colazione con l’idea di tornare alla sede del meeting, registrarmi, e cercare gli altri per capire innanzi tutto il programma della mia settimana. A colazione, però, ho incontrato il mio amico Izumi, in perfetta tenuta turistica e con il piano di andare a visitare la città, e in particolare il mercato delle pulci e il quartiere giapponese; e mi sono prontamente aggregato.

Innanzi tutto, ho scoperto che noi siamo in realtà molto lontani dal centro convenzionale di San Paolo. Su consiglio del concierge, abbiamo preso un taxi per venti minuti (25 real) che ci ha portati alla fermata Concepçao della metro, da cui, con sole dodici fermate (stazioni cementosissime, ma sistema molto efficiente), siamo arrivati a Sé, la piazza del Duomo nonchè incrocio della linea blu con la rossa, e quindi, per definizione, centro della città.

Il Duomo risale addirittura al 1954, ed è naturalmente in stile finto-gotico; più interessante la passeggiata per negozi e il mercato delle pulci domenicale di Praça Republica, dove Izumi ha comprato dei piccoli dipinti veramente belli per otto euro l’uno. Abbiamo attraversato una zona residenziale, con ampi vialoni alberati – effettivamente la città è piena di valli (solitamente occupate da superstrade di grande scorrimento, visto che le case si affollano in alto) e di verde rigoglioso – e poi visto il quartiere giapponese: San Paolo è la più grande città giapponese fuori dal Giappone, e si vede, con negozi dove vendono qualsiasi cosa, dai manga alla salsa di soia, fino alle spade da samurai. Nel frattempo, però, il clima si era fatto pesante: 28 gradi all’ombra, sole a picco, sudore e disidratazione a palla nonostante le maniche corte e un bel venticello.

Dopo un pranzo eccezionale in un ristorantino all’angolo – bistecca eccellente, riso, patate fritte, zuppa di fagioli e 33 cl di birra per 6,50 real ovvero 2,34 euro: il Brasile ha anche i suoi bei vantaggi – abbiamo visitato il museo dell’immigrazione giapponese, dove Izumi ha provato a comprare il biglietto in inglese e non lo capivano, poi ha tentato ipotetici spagnolo e portoghese senza risultato, e poi ha attaccato il giapponese e non solo gli hanno risposto, ma gli hanno fatto pure le feste. Sempre in giapponese, ha spiegato che non ero burasiriajin ma itariajin, e così hanno fatto le feste anche a me. E, tra l’altro, chissà quand’è che anche noi troveremo i soldi e la voglia per fare i monumenti all’epopea dei nostri emigrati all’estero.

Comunque, la cosa ha presa una piega piuttosto surreale, visto che nel teatro a pianterreno stavano tenendo, in diretta televisiva col Giappone, una edizione speciale dell’equivalente giapponese del Festival di Sanremo: 25 cantanti uomini sfidano 25 cantanti donne, e i giurati decidono quale sesso vince. Le canzoni andavano dal tradizionale (stile Orietta Berti tastierato) al molto tradizionale (avete presente quegli spettacoli giapponesi in cui un uomo travestito da geisha gorgheggia in modo incomprensibile per cinque minuti accompagnato solo dal suono di una corda da stendere fatta vibrare a caso? avete presente? beh, io ora ce l’ho presente e non è una bella sensazione). In sala c’erano cinquecento giapponesi ambosessi rigorosamente sopra i cinquant’anni, e un unico occidentale (io). E anche questa non è una bella sensazione.

Mi sono però preso la rivincita al ritorno, quando scesi dalla metro abbiamo preso il taxi, e Izumi ha detto al conducente: “Burue Terii Towerusu Morumubi Hoteru” (che sarebbe Blue Tree Towers Morumbi, il semplice nome del nostro hotel). E il conducente, un vecchio nero che sembrava il nonno di Huey dei Boondocks, ha abbozzato e ha fatto una faccia come a dire: de che? Al che, attimo di panico, intervengo io, e penso: conoscerà certamente il centro commerciale di fronte all’albergo, ma come faccio a dire “di fronte a”? E lì ho imparato che lo studio serve sempre, e ho ringraziato i miei lontani corsi di capoeira, e in particolare la “mezzaluna di fronte”: gli ho detto “De frente a shopping Morumbi”, con un perfetto accento brasileiro (cioè, come un genovese che dice “de frenci, belin”, però senza “belin”), e siamo partiti a razzo; è venuto giù il tettuccio dagli applausi. Poi mi ha chiesto perfino se volevo l’aria condizionata, ma c’è un limite anche ai virtuosismi linguistici.

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domenica 3 Dicembre 2006, 20:47

Impressioni di San Paolo

Il primo impatto con San Paolo è stato devastante. Ok, una buona responsabilità ce l’ha l’Air France, che non solo non è riuscita a recuperare nulla dell’ora abbondante di ritardo con cui siamo partiti, ma è anzi pure peggiorata, atterrando con un’ora e mezza di ritardo senza nessuna ragione apparente, cosa mai vista per un volo intercontinentale; e, ciliegina, siamo pure stati fermi per quasi venti minuti sulla pista dell’aeroporto di Guarulhos, in attesa che si liberasse un gate a cui farci attraccare. Quando sono sceso dall’aereo l’ho guardato bene da fuori per controllare che ci fosse scritto “Air France”; a giudicare dalla puntualità, mi sarei aspettato di vederci scritto Trenitalia.

Naturalmente, dopo questi venti minuti di sequestro gratuito a cento metri dall’arrivo – che direi responsabilità dei brasiliani – è seguita la coda infinita alla dogana; nonostante non facciano praticamente alcun controllo, le dogane brasiliane avevano aperto per 250 persone ben due sportelli, di cui uno permanentemente occupato da membri dell’equipaggio, famiglie con bambini e altri passeggeri prioritari ma di complicato trattamento.

Recuperati i bagagli e usciti dall’aeroporto – ed erano già le nove e mezza, cioè mezzanotte e mezza nella mia testa – l’organizzazione brasiliana ha colpito ancora: contrariamente a quel che ci era stato detto e che avviene normalmente per i convegni internazionali, non c’era alcun tipo di accoglienza, neanche un cartello scritto a penna. Identificato a fatica il banco dei taxi dove avremmo dovuto trovare il passaggio prepagato, ho scoperto che delle quattro impiegate nullafacenti tre non parlavano una parola d’inglese, mentre la quarta conosceva quel tanto necessario a dare ordini; e a dirmi che, non importa se io stavo in un altro albergo, lei aveva l’ordine di farmi portare all’hotel del convegno. E così, sono stato caricato su un taxi che per quarantacinque minuti mi ha scarrozzato fino alla sede del meeting, dove sono sceso, entrato nella hall con tutti gli onori, fatto dietrofront e preso un altro taxi (stavolta a mie spese) fino al mio albergo, cinque chilometri più in là.

Ora, ecco la prima impressione di San Paolo: in pratica, sono trenta chilometri lineari di cemento addossati a una placida fogna. Difatti, usciti dall’aeroporto e percorsa (ovviamente ad alta velocità) l’autostrada Ayrton Senna, ci si ritrova improvvisamente su di un lungofiume superstradale a tre corsie, tutte in un senso, mentre le tre corsie per il senso opposto sono dall’altra parte del fiume. Il fiume, però, è un rigagnolo putrido e piatto, dalle anse troppo regolari per essere naturali, che piano piano s’allarga.

Tutto questo va avanti per trenta chilometri buoni, in cui da un lato non si lascia mai l’acqua, mentre dall’altro scorrono via, in modo piuttosto lasco, casette, favelas, cementifici, megachurrascherie illuminatissime, concessionari di SUV, grattacieli con alberghi, centri commerciali, e soprattutto un sacco di grandi tabelloni pubblicitari, principalmente concentrati su telefonini, motociclette e schermi al plasma. Il paesaggio non è nè brullo nè piatto, ci sono continuamente collinette e avvallamenti, con alberi un po’ dappertutto; ma perplime un po’ questa sequenza di edifici (rigorosamente in cemento, al massimo con un po’ di ferro se sono vecchi, o un po’ di vetro se sono nuovi) in cui peraltro spuntano marchi noti di mezzo mondo: a un certo punto, con il Carrefour da una parte e Leroy Merlin dall’altra, mi sembrava di stare a Moncalieri.

La cosa che colpisce, però, non è solo il traffico spericolato (non si capisce da che parte si guidi, visto che in teoria si guida a destra ma il mio taxi, fisso sulla corsia di sinistra a 90 all’ora, era costantemente superato a destra da giganteschi camion di rumenta industriale). Si nota il fatto che le auto sono più grosse del dovuto, con tanti pickup e SUV che paiono adusi a fare a sportellate in fuga, e soprattutto che buoni due terzi di esse, senza esagerare, hanno i vetri oscurati, in modo che i criminali in attesa non possano capire cosa c’è dentro. Appena partiti, in due taxi su due, l’autista ha chiuso la sicura delle porte, e non l’ha riaperta finchè non siamo stati sotto il portico dell’albergo…

L’effetto di questa immensa, infinita sequenza di curvette indistinguibili, edifici riccamente sberluccicanti ed edifici poverissimi in cancrena, tutti mescolati, è totalmente alienante, disumano: non è un posto in cui un essere umano possa vivere. C’è solo un altro luogo al mondo che mi ha offerto le stesse prospettive e le stesse sensazioni: Los Angeles. Vi assicuro che non è un complimento.

San Paolo dalla finestra del mio albergo
San Paolo vista dalla finestra della mia stanza d’albergo.
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sabato 4 Novembre 2006, 16:10

Greci

Non ho avuto granchè modo di vedere Atene: i greci, difatti, hanno scelto di ospitare il meeting dell’IGF a Vouliagmeni, una delle zone più lussuose del litorale a sud della città, a trenta chilometri dal centro. Se quindi sulla strada principale ho visto sfrecciare alcune Ferrari (dalle velocità di tutte le auto, comprese le Punto, è evidente che in Grecia non hanno la più vaga idea di cosa sia un autovelox) e se comunque il meeting è andato accettabilmente, era del tutto chiaro che agli organizzatori interessava di più impressionare gli ospiti internazionali con il lusso dei propri alberghi migliori, che rendere il meeting efficiente e ben organizzato.

Peraltro, anche nell’impressionare hanno fallito: l’ambiente era bellissimo, ma gli alberghi erano vecchiotti, piccolini, pretenziosi e basta; e non puoi organizzare una conferenza per 1500 persone, con mezz’ora scarsa di pausa pranzo, e offrire come uniche opzioni-cibo il ristorante a cinque stelle a quaranta euro, dove ci vogliono minimo 90 minuti, oppure panini a dieci euro l’uno all’elegante bar. Centinaia di persone – non solo noi della società civile, ma anche i rappresentanti dei governi africani o asiatici, che spesso hanno meno soldi di noi – hanno saltato il pranzo regolarmente e poi sfogato il loro nervosismo nei meeting.

Comunque, questo vi riassume la mia opinione della Grecia: non pensavo che sarebbe stato possibile trovare un popolo più pigro, disorganizzato e casinista degli italiani, e finora le mie peregrinazioni per il mondo avevano confermato questa osservazione… e invece i greci ce l’hanno fatta. Per dire, la nuova e splendida metro che va dall’aeroporto (che sta praticamente in Turchia) alla città va a una velocità tale da venire sorpassata ampiamente dai camion che arrancano sull’autostrada adiacente; alle stazioni, poi, si ferma, riparte, riapre le porte, le richiude, fischia tre volte, e sembra sempre sul punto di gettare la spugna.

Le navette dell’organizzazione, invece, erano totalmente imprevedibili: gli autisti discettavano tra loro, deviavano per andare a prendere amici e parenti, cambiavano percorso ogni giorno, partivano senza aspettare gli utenti, e giravano sempre ad orari insensati (a che serve una navetta alle 8 e poi più niente, se la sessione quel giorno inizia alle 10?). Sul pullman dall’aeroporto, l’unica parola di inglese conosciuta dalla guida era “yes”, il che ha portato a caricare anche una signora americana che con il Forum non c’entrava nulla… mitico poi quando la guida ha cercato a gesti di far salire sul pullman tutti quelli che dovevano andare a un determinato albergo, che però si trovava esattamente di fronte a quello della conferenza: per fortuna uno degli ospiti lo sapeva, e ha dovuto trascinare a braccia la guida per cento metri a piedi e indicarle l’insegna col nome dell’albergo, per convincerla a lasciarli andare.

Ha molto divertito tutti noi anche l’implementazione greca della security. Per entrare al convegno c’era una fila di metal detector che funzionava così: arrivati al controllo, bisognava posare le borse su un tavolino messo a fianco del portale; dopodichè, si passava nel portale; il portale suonava; la guardia, invece di perquisirti, faceva cenno di andare avanti, e tu dall’altro lato riprendevi le borse (che non erano passate sotto alcuno screening) e proseguivi, potenzialmente con un intero arsenale o nella borsa o in tasca. Ma se per caso provavi a passare direttamente con le borse nel portale, senza posarle sul tavolino, cominciavano a urlare! Come variante, all’aeroporto – dove le cose erano leggermente più serie, ma di poco – superata la mezz’ora di coda con gente che si infilava e litigava a voce alta dappertutto, se il portale suonava, ti perquisivano; ma non avevano i metal detector portatili, e quindi si limitavano a tastarti un po’ in giro con le mani.

In compenso, il cibo era ottimo, anche se non molto vario (souvlaki, polpette, verdure, formaggio), e il mare molto bello. E trovo molto affascinante la lingua: mi hanno detto che il greco classico è inutile allo scopo, ma io ho passato i giorni come dentro una immensa Settimana Enigmistica, prima per essere sicuro della traslitterazione delle singole lettere e riuscire a leggere velocemente, e poi per capire i significati per paragoni etimologici. Ci sono alcune corrispondenze bellissime: l’uscita si chiama esodo, e sul foglio di registrazione la casella del cognome è intitolata epiteto. Ma il meglio l’ho visto in autostrada, dove il casello si chiama diodo, e sulla sede della manutenzione c’è scritto centro liturgia: se ci pensate, non fa una grinza.

E però, alla fin fine, tra le due offerte avanzate per ospitare l’IGF del 2010 (Lituania e Azerbaigian) ho visto molti pregare per evitare Baku: sarà un posto senz’altro bellissimo (lo cantava pure Battiato), ma per questo genere di incontri la cosa più importante è che NON vengano ospitati solo per autocelebrare le magnifiche e progressive sorti di una determinata nazione.

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sabato 28 Ottobre 2006, 17:29

Tedeschi

Oggi pomeriggio stavo riordinando le foto del mio giro a Berlino di un mesetto fa, e me ne sono capitate due che volevo pubblicare, a proposito dei tedeschi e della loro maniacale, nevrotica necessità di organizzare tutto fin nei minimi dettagli (che però, bisogna riconoscere, rende varie cose in Germania molto più facili).

La prima riguarda le toilette: d’accordo, la stazione della metro di Alexanderplatz è enorme e frequentatissima, e quindi è logico che ci sia bisogno anche di molti bagni, e ben segnalati. Ma da qui al mettersi a realizzare e pubblicizzare dappertutto il “WC Center“, dove grandi e piccini potranno trovare tutto ciò che fa toilette e soddisfare in modo facile e veloce le proprie necessità mingitorie, ce ne passa!

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La seconda riguarda un segnale che sta nel seminterrato dell’ingresso del museo di Pergamo, anche lì vicino ai cessi. E’ quello più a destra nella foto: riuscite a interpretarlo?

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Alla fine la mia teoria è che indichi ai gruppi di lasciar passare prima i singoli nella coda per il bagno, ma potrebbe voler dire tante altre cose, da “almeno uno si metta fuori dalla tappezzeria a pallini” a “uno di voi verrà inesorabilmente schiacciato da un peso di una tonnellata”. Suggerimenti?

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giovedì 29 Giugno 2006, 01:57

Notti arabe

Se non vi ho ancora parlato di Marrakech, è perchè è difficile raccontare tutti i colori, i suoni e le sensazioni di un mondo così diverso e fiabesco.

Stasera, però, vorrei mostrarvi una foto della grande piazza Jamaa El Fna, il centro della città, da sempre il punto di ritrovo e di commercio tra il Sahara occidentale e le coste meridionali del Mediterraneo, e di lì verso l’Europa. Qui ogni genere di visitatori e viaggiatori viene a vendere e comprare; la piazza è piena di venditori di arance e di datteri, cantastorie circondati da un gruppetto di astanti meravigliati, incantatori di serpenti, domatori di scimmie, negozietti di narghilè o di tappeti, vecchiette che chiedono l’elemosina, giovani locali che si bullano davanti a ragazze velate, e ovviamente turisti (ma sorprendentemente in netta minoranza rispetto ai locali).

Dopo il tramonto, però, il rumore dei tamburi e dei pifferi si fa improvvisamente silenzio, quando dalle torri sopra le moschee i muezzin cominciano la preghiera, rincorrendosi l’un l’altro in una litania dal sapore veramente alieno. In quel momento ci si sente veramente intrusi capitati indietro di secoli, quando Marrakech era la città delle mille e una notte, misteriosa e inconoscibile, piena di pericoli e di ricchezze.

E’ in quel momento che, dalla terrazza di un ristorante, ho preso questa foto, che non riesce a trasmettere altro che un pallido frammento dell’emozione di questa sera.

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domenica 25 Giugno 2006, 16:18

Et voilà

L’albergo in cui stiamo è classificato cinque stelle lusso, e dal sito sembra veramente fantastico. La verità, purtroppo, è che si tratta di una specie di vecchiotto villaggio vacanze per turisti francesi e spagnoli, con una irrimediabile atmosfera di Club Med, musica ad alto volume e allegria forzata.

In più, il tutto si esalta grazie a un servizio che associa la cortesia francese all’efficienza e all’organizzazione tipiche del mondo arabo. Stamattina, ad esempio, sul mio tavolo della colazione c’erano forchetta, coltello e tazza, ma mancavano tovagliolo e cucchiaino. Mentre prendevo il cibo dal buffet, è comparso il tovagliolo, ma non il cucchiaino. Così, quando dopo aver finito di mangiare ho dovuto zuccherare il caffè, ho preso la forchetta, l’ho girata dall’altro lato e col manico ho mescolato il caffè. Peccato che proprio in quel momento si sia materializzato il cameriere, che con impeccabile servizio, invece di darmi un cucchiaino, ha pensato bene di sgomitare un po’ per ritirarmi da sotto il naso il piatto sporco e il coltello.

Lasciandomi così bloccato, a bocca aperta, con una forchetta grondante di caffè in mano.

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sabato 24 Giugno 2006, 21:20

Parigi val bene 90 minuti di treno

Eccomi, comincerò a raccontarvi del viaggio, da Torino a Marrakech via entrambi gli aeroporti di Parigi.

Il primo volo da Torino a Parigi è un teorico Air France; teorico, perchè (visto l’inarrestabile declino dell’appeal europeo di Caselle) è ormai svolto da una compagnia secondaria, con un aereo che dimostra almeno quarant’anni. Difatti, raramente ricordo di aver ballato così; certo, le ondate di calore non aiutano, ma mi faccio un viaggio piuttosto nervoso. In compenso, per una volta non ci sono nubi, e mi vedo in sequenza il Piemonte, le Alpi, il lago di Ginevra, e poi la pianura francese. Arriviamo a Parigi un po’ in ritardo.

Il terminal 2D di Charles de Gaulle è ancora in piedi; l’orgoglio francese è per il momento salvo. Tuttavia, ieri Parigi era tipicamente francese: inefficiente come l’Italia, ma con molta più spocchia. Le scale mobili di CDG sono rotte; alla stazione della RER si va a piedi, e un paio dei tapis roulant sono rotti anch’essi. Delle otto biglietterie automatiche, tre sono rotte, e le altre accettano soltanto monetine o carte di credito francesi, quelle col chip. “FRANCESI” è specificato su un foglio di carta aggiunto e sottolineato con ardore; ma non me la prendo, so che lo fanno essenzialmente per gli americani, che sono carta-di-credito-dipendenti. E quindi, mi tocca la coda alla biglietteria umana, per pagare soli 16,90 euro sola andata per un’oretta di metropolitana più trenino dalla RER a Orly. In compenso, però, almeno uno dei quattro sportellisti parla inglese; pertanto lo lascio al signore americano che cerca invano di capire il sistema di abbonamenti e zone della metro parigina.

Recuperato il biglietto, bisogna passare i tornelli (operazione di fronte alla quale una famigliola portoghese si arrende sconfitta; ma insomma, basta infilare il biglietto lì e riprenderlo là, suvvia…) e poi scegliere il treno giusto; sono tutte RER B, ma solo la metà ferma ad Antony, dove devo scendere per la coincidenza.

Salgo sul treno e comincia una specie di odissea, insieme a una bella ragazza polacca sommersa dalle borse e poi accerchiata dai banlieusards che salgono nelle stazioni intermedie. Il tempo stimato per tutto il percorso è di un’ora, ma dopo mezz’ora passiamo sotto la Gare du Nord, e siamo solo a un terzo. Il treno si riempie, e davanti a me si siede una signora nera con una bambinetta incontenibile, che comincia a rovesciare calci e pugni dappertutto; ma è molto simpatica.

Ad Antony si scende, e si percorre tutta la piattaforma fino in fondo, dove c’è la stazione dell’Orlyval; sì, come dice il nome, è proprio un’altra istanza della metropolitana dei puffi che ora abbiamo anche noi a Torino. Collega la RER ai due terminali di Orly, Ouest e Sud; attimo di panico, ma poi noto una piccola S accanto a Paris Orly sul mio biglietto e capisco dove devo andare. La VAL ha le carrozze piccole, ma tira parecchio; in pochi minuti siamo al vecchio aeroporto di Parigi. Peccato che ci abbia messo quasi due ore in tutto…

Dovete sapere che a Parigi gli aeroporti sono rigidamente suddivisi per razza; al nuovo, luccicante, moderno Charles de Gaulle i voli per l’Europa, l’America e l’Asia, pieni di uomini d’affari e turisti d’alto bordo; al vecchio, fatiscente e semiabbandonato Orly i voli per i negri, gli arabi e gli straccioni del low cost. Scopro così un po’ di nuove compagnie aeree (Air Burkina??) e, facendo lo slalom tra cartongesso cadente e poltroncine anni ’70, mi avvicino al check-in del mio volo, che sarebbe un Corsair (compagnia francese che serve Africa e Caraibi), ma si rivela in realtà un Jet4You.com. Voi vi fidereste a volare con una compagnia di tal nome? Io mi sono fidato.

Attendo il volo al ristorante del terzo piano, desolante nel suo semiabbandono; si distingue per un chiosco di “pasta italiana” dallo sconcertante slogan “Pasta… e tutti!” (ma cosa avranno voluto dire?). Mi redirigo sul cuscus, e perdo dieci minuti di coda dietro a un gruppo di otto africani diretti in Congo (cinque dei quali bambini, come da perfetta statistica del continente); hanno avuto il pasto gratis per ritardi, ma non sanno bene che fare, mentre i bambini giocano a tirarsi tra loro il pane in testa (pane che poi viene prontamente rimesso nel cestino per i clienti successivi). Al tavolo, però, incontro il mio collega di meeting americano, Milton Muller, che sembra più spaesato di me.

Facciamo la fila insieme, ma ci separa il controllo passaporti, dove per gli europei c’è una fila di venti minuti abbondanti. Sono ormai quasi le nove, e improvvisamente tutti diventano scortesi (beh, no: sono scortesi di default, in quanto francesi, ma diventano ancora più scortesi del solito). Ci metto un po’, poi capisco il motivo: stasera gioca la Francia! Il volo parte in ritardo, pare per mancanza di personale a terra per preparare il gate (chissà quanti si sono dati malati stasera…). L’aereo però è più che decente, meglio dell’Air France del primo volo. Ci danno persino una pseudocena mangiabile, per quanto confezionata il giorno prima (insalata di pasta, simil-tofu alle verdure e un dolcetto buonissimo). E poi, la chicca: a un certo punto si apre l’altoparlante e il pilota esclama: “Signori, sono il pilota, sono lieto di annunciare che la Francia è passata in vantaggio!” Ovazione! Ma mai come l’ovazione di quando ha annunciato il raddoppio… penso che su tutto lo spazio aereo franco-mediterraneo le torri di controllo ritrasmettessero la partita invece che le informazioni di volo.

L’atterraggio è stato tranquillo, e Marrakech in notturno dall’alto è molto bella. Naturalmente, recuperare i bagagli è stata un’impresa: ci sono due moli, su cui i bagagli vengono sparpagliati a caso, un po’ sul numero 1 e un po’ sul numero 2, finchè ci stanno; così decine di persone corrono da uno all’altro cercando di trovare le valigie di qua o di là, o più spesso un po’ di qua e un po’ di là.

All’uscita c’è un grande cartello “TAXI – 50 dirhams”, ma i taxi non sono in fila, nè sono distinguibili; ce ne sono di varie fogge e colori, parcheggiati a caso davanti al terminal, e gli autisti si contendono i clienti. Io ho chiesto a tre diversi, ma non ne ho trovato uno che accettasse meno di 200 dirham (20 euro), e così ho detto: va bene, basta che mi dia una ricevuta. Il modo di averla, naturalmente, è stato pagare in anticipo il mio autista, perchè lui pagasse un tassista ufficiale, che facesse la ricevuta, che poi finisse a me. Però alla fine mi ha portato nel posto giusto, intrattenendomi su quant’è bella l’Italia, dove lavorano due suoi fratelli.

Ma di Marrakech vi parlo nella prossima puntata!

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sabato 24 Giugno 2006, 16:53

Il primo impatto

Sono arrivato, e appena posso vi manderò un po’ di racconti del viaggio e del primo impatto con Marrakech.

Per ora solo una nota: prima di andare in un posto, assicuratevi di accertarne il fuso orario prima di partire… altrimenti potrebbe succedere di arrivare a notte tardissima, venire messi in una camera priva di qualsiasi orologio, avere un televisore che mostra solo canali stranieri, tirare a indovinare il fuso, e alzarvi al mattino un’ora prima del dovuto :-)

Una nota di biasimo iniziale per gli organizzatori, per spiegare la mia scarsa assiduità nei post: va bene che i requisiti di ICANN dicono che bisogna assicurare a tutti i partecipanti connettività wireless gratuita “almeno nella lobby dell’albergo”, ma da qui a piazzare un unico e solo access point nel bel mezzo dell’atrio, in un posto scientificamente scelto in modo da non avere posti a sedere, e con la potenza tarata al minimo in modo che già a dieci metri di distanza non prenda più – il tutto per vendere meglio l’ubiquo e costosissimo accesso wi-fi a pagamento dell’albergo stesso – ce ne passa.

D’altra parte, il giro mattutino in centro città mi è costato una settantina di euro in acquisti “raccomandati” con prezzo fai da me e in guide turistiche autoingaggiatesi; diciamo che termini come “commerciante”, “caos”, “bassifondi” e “fregatura per turisti” sono stati completamente ridefiniti in sole tre ore di visita in Marocco; l’asticella è stata spostata di parecchi ordini di grandezza. Ma di questo avrò modo di raccontare più tardi: ora scappo a vedere Germania-Svezia con la pattuglia tedesca.

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martedì 6 Giugno 2006, 20:53

Concorrenza in percorrenza

Quando arrivate a Manchester, c’è una cosa che subito vi colpisce. Non è un monumento e nemmeno una persona; è il trasporto pubblico.

A Manchester, non solo il trasporto pubblico è privato; ma, a differenza di Londra, hanno deciso di applicare fino in fondo il sacro principio di Adam Smith, e di promuovere una vera concorrenza.

La linea 42 – il numero, penso, non è scelto a caso – e le gemelle 43, 44, 45, 46 fanno su e giù lungo uno dei principali assi di scorrimento: la Oxford / Wilmslow Road, una strada nord-sud che collega il centro, la zona universitaria, e una serie di sobborghi dove vivono gli studenti (l’Università, difatti, è diventata la principale industria cittadina, dopo la chiusura delle grandi fabbriche).

E così, questa linea cruciale è servita non da una, non da due, ma da ben quattro compagnie diverse: tutte e quattro mandano i giro i propri autobus 42, tutti di colore diverso, tutti in lotta per caricare passeggeri.

Già, perchè se andate a vedere il sito ufficiale del trasporto mancuniano, troverete meravigliose descrizioni di pass, abbonamenti, orari. La realtà, però, è molto diversa: ciascuna azienda emette i propri biglietti, tra di loro incompatibili (altrimenti che concorrenza sarebbe?). L’utente, quindi, può scegliere quale autobus abbordare e a chi pagare il proprio biglietto.

Da una parte, il sistema ha l’effetto sperato: il servizio è continuo, perchè ciascuna di queste compagnie tenta di mandare per strada il maggior numero possibile di autobus, in modo da catturare più clienti; e le tariffe sono basse, tre sterline per un settimanale (a Londra un singolo viaggio in metro ne costa due).

Vi sono però anche altri effetti. La strada è stretta, a una sola corsia per senso di marcia, e piena di curve, scorre tra case e passaggi pedonali e auto parcheggiate; in tutto questo, questi enormi autobus a due piani fanno a portellate per passare, cercando di superarsi l’uno con l’altro per essere più veloci. Fermano un po’ dove capita, come gli viene comodo. E poi, al posto di un autobus ce ne sono quattro, ciascuno dei quali solitamente semivuoto; la strada si intasa subito, senza parlare del costo ambientale.

E naturalmente, essendo autobus per studenti e dovendo contenere i costi, gli autobus sono luridi, vecchissimi e scassatissimi; si dice che le compagnie del posto acquistino gli autobus che, dopo quarant’anni di servizio, a Londra stanno buttando via.

Infine, è inutile aspettarsi orari prevedibili; i pullman passano quando capita – ma spesso, alle fermate più frequentate, si fermano ed aspettano per parecchi minuti, in modo da riempirsi un po’ e non fare il viaggio a vuoto. D’altra parte, abbiamo dovuto attendere l’autobus per l’aeroporto quasi mezz’ora: in teoria un autobus su due dovrebbe andarci, in pratica quasi tutti accorciano il percorso solo ai sobborghi più popolati, perchè l’aeroporto è lontano lontano.

Insomma, alla fine non ho un giudizio definitivo su questo sistema, ma credo di preferire ancora il buon vecchio trasporto pubblico unificato e gestito dallo Stato…

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domenica 28 Maggio 2006, 12:10

Francoforte

Stasera (ieri sera per chi legge, visto che non c’è il wi-fi in camera e manderò il post in differita) sono a Francoforte, per un meeting domenicale dell’At Large europea, che è stato appositamente convocato in un giorno festivo e in un luogo più o meno centrale, e ben connesso via aerea, del continente.

Sono partito di corsa al pomeriggio, dopo una mattinata in cui dieci persone volevano dieci cose da me tutte allo stesso momento, e un pranzo finalmente piacevole ma devastante per il mio stomaco (perchè se non mi stendo di vino potrò almeno stendermi di cibo?). E poi, una corsa selvaggia a 180 all’ora in tangenziale per essere a Caselle per tempo (13 minuti netti da casa, di cui uno e mezzo perso all’unico semaforo del percorso), solo per scoprire poi che oggi pomeriggio l’aeroporto era insolitamente deserto. E così, eccomi qui.

Certo, è sempre strano essere in un posto di cui non si parla la lingua. Io ho cominciato a imparare il tedesco da bambino, ai tempi del C=64, quando ottenni per vie traverse il mio primo compilatore Pascal, e con orrore scoprii che era completamente e solo in tedesco. Lì scoprii le basi minime per orientarmi, tipo la sottile ma fondamentale differenza tra ein, kein e nein; e col tempo ho imparato a cavarmela almeno con la lettura. Il tedesco non è troppo difficile da interpretare, magari con un po’ di orecchio per la derivazione inglese – e qui va una nota di merito alla semplicità anglosassone, prendendo ad esempio termini come next e nächst che si pronunciano allo stesso modo e vogliono dire la stessa cosa, ma per cui il tedesco richiede una ortografia annurca. Ma capirlo sentendolo parlare è un’altra cosa.

E così, anche stasera sono un po’ dentro il solito effetto Lost in Translation: in cui è come se improvvisamente il mondo fosse cifrato in ROT13, e tutto intorno a te divenisse poco e difficilmente comprensibile, lasciandoti solo e insieme egualmente vicino a tutti quelli che passano. Solo che negli alberghi dove vado io non c’è mai Scarlet Johansson, ma solo gruppi di giapponesi e un pullman di russi, che vorrei diplomaticamente salutare al grido di “Oh Dimitri, ne hai fatta cento litri” ma sono da solo e il coro non verrebbe bene.

L’effetto è comunque raddoppiato nel mio giro alla stazione, dove cerco qualcosa per cena. A dire il vero pensavo di mangiare il piatto tipico tedesco, il döner kebab, ma non ho saputo resistere a un bratwürst + brötchen (il panino con il wurstelone che scappa da ambo i lati). E poi, il supermercato aveva l’ottima birra Köstritzer, la versione tedesca della Guinness, solo più acquosa e più amara, scoperta alle Olimpiadi a casa Turingia. E’ stata comunque intensa la sensazione di attraversare con un wurstel in mano l’umanità varia che popola una grande stazione, in più con una vista da scena finale di film, con il tramonto arancione e lontano in fondo ai binari già illuminati ma quasi interamente vuoti, e con i tabelloni luminosi a sottintendere il ricordo di qualcosa che è partito, o l’attesa per qualcosa che forse prima o poi arriverà.

Non è poi così bello viaggiare all’estero per lavoro, se uno lo fa troppo spesso (e ci sono peraltro molte persone che lo fanno ancora più spesso di me). Ma non è nemmeno così male, dopo una bella doccia, stare disteso sul letto in pigiama a guardare l’amichevole Francia-Messico, con Rudi Völler che parla misteriosamente in tedesco anzichè in romano. Solo, mi manca avere qualcuno a cui raccontarlo, a cui mandare un messaggio per dire come va; e mi manca, in fondo, la persona con cui mi piaceva viaggiare.

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