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domenica 20 Luglio 2008, 10:10

Stai a Napoli e poi muori

No, nonostante il titolo non voglio parlare del crollo del palazzo nei Quartieri Spagnoli avvenuto qualche giorno fa. E’ che sono rimasto stupito da un fatto che ho osservato negli ultimi due o tre mesi: apparentemente, a Roma sono comparse legioni di napoletani (almeno, a me paiono tali dall’accento) che cercano di arrangiarsi per vivere. Prima non c’erano; d’improvviso, mi è capitato di incontrarne tre in due fuggevoli visite.

Uno era pure divertente, anzi gli darei l’oscar dell’arrangiamento in almeno due sensi diversi: difatti, si era messo nel lungo corridoio sotterraneo che collega Roma Ostiense alla metro Piramide – uno dei maggiori esempi italiani di pessima pianificazione trasportistica – e cantava, accompagnandosi con una base registrata, Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley (che poi, come già dissi tempo fa, è una romanza settecentesca di Jean-Paul Martini). Ma il punto è che non la cantava mica: faceva il playback. La voce era quella di Elvis, e usciva dalla scatola; lui faceva soltanto le facce, abbrancato ad un microfono che non portava a niente.

Gli altri erano più normali; alla Stazione Termini, tu sei seduto sul treno in attesa di partire – una volta per Fiumicino, un’altra per Torino Porta Nuova – e sale un ragazzo che cerca di venderti qualcosa.

Quello di due mesi fa era simpatico, e siccome io ho sorriso e ho detto “No grazie” guardandolo negli occhi si è subito creata simpatia; così mi ha attaccato un bottone pluriparte – a un certo punto ha comunicato “vado a cercare un altro pol… cliente ma poi torno da te” – che è durato fino a Parco Leonardo. Cercava di vendermi un pacchetto di calzini e altra paccottiglia cinese, utilizzando qualsiasi mezzo, comprese le foto della (presunta) figlia piccola, mostrate peraltro su un Nokia rosso fiammante nuovo di pacca. Una volta mi sarei alterato, ma ora, avendo visto Marrakech e Pechino, riconosco il pattern comportamentale: è semplicemente un gioco, il gioco della vendita. Tu devi restare sulle tue (specie se non hai intenzione di comprare; non è bello promettere e non mantenere) e sapere che ciò che sta facendo lui è una sceneggiata ben studiata; e godere dello spettacolo apprezzandone la professionalità.

A un certo punto gli ho offerto un euro in cambio di niente, come premio di prestazione, e lui ha risposto alla grande: ha finto di offendersi mortalmente e iniziato un lungo pippone sulla dignità che mi stava strappando un applauso, ribadendo che lui non avrebbe mai potuto accettare l’elemosina, perchè lui voleva solo lavorare e vendermi i suoi calzini. Ovviamente, venti minuti dopo ha preso l’euro – ma solo dopo che io sono stato al gioco a mia volta e ho insistito che non era una elemosina ma semplicemente un caffè, e solo dopo avermi chiesto se per caso potevo offrirgli anche ‘o cornetto – e se n’è andato. Purtroppo questo ragazzo parlava un dialetto strettissimo, che facevo molta molta fatica a capire; ma è stata una grande esperienza.

Quello di ieri era meno bravo e meno disposto a spendere tempo, anche perché il treno andava lontano e non poteva rischiare di restarci sopra; ha semplicemente blaterato che l’oggetto che voleva vendere c’aveva scritto “canalecinquo” sulla confezione, quindi era sicuramente di ottima fattura; è bastato un no per farlo andare via.

Stavo per concludere che probabilmente la crisi si fa sentire, e che da Napoli hanno individuato Roma come una possibile fonte di denaro. Purtroppo, è anche possibile – vista la sistematicità – che si tratti di un racket, e che questa gente sia organizzata e caporalata dalla camorra. E’ comunque una forma di degrado, ma d’altra parte si deve pure tirare a campare.

[tags]roma, napoli, venditori ambulanti[/tags]

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sabato 19 Luglio 2008, 10:05

Grom

Il mio esperto personale di gelato comunica che secondo lei anche da Grom hanno ceduto, e hanno cominciato a usare il latte condensato; sarà perché hanno appena aperto il terzo punto vendita in via Garibaldi?

Effettivamente era un po’ di tempo che non ci andavo; ci siamo andati ieri sera ed è stato un po’ deludente. Il gelato è comunque molto buono, per carità; è tutto il contorno che sta diventando un po’ troppo stucchevole.

Tu arrivi lì e ti metti in coda. Intanto, devi essere fortunato, perché c’è spesso una lunga coda; in più, da Grom non è ancora arrivata la magica invenzione del distributore di numerini, che ormai ha pure il panettiere sotto casa. E così, sei costretto a stare in piedi e fermo lì per dieci o venti minuti, a presidiare il tuo posto. Ora, se ci pensate, c’è un solo motivo per cui possono non aver messo i numerini: per costringere la gente a stare in piedi in fila, e fare in modo che ci sia sempre la coda fuori ben visibile, trasmettendo a chiunque passi di lì l’idea che quello sia un negozio molto richiesto e quindi valga la pena di provarlo. Tutto questo al costo di far stare scomodi i propri clienti, con evidente disprezzo nei loro confronti (e non solo nei loro: la coda, quando è lunga, ostacola anche il passaggio nella via, e provate a passare di lì in bici…).

La coda è artificialmente lunga: infatti ci mettono una vita a servirti, facendo mille mossettine che non ho mai visto fare in altre gelaterie, ma che dubito contribuiscano al gusto del gelato; in più, sempre per fare i fighi, ti chiedono se vuoi il cono di wafer o di biscotto, creando nelle persone dilemmi esistenziali che bloccano tutto per ore, anche se poi i due coni hanno esattamente lo stesso gusto. Ieri avevamo due persone davanti a noi, ma ci abbiamo lo stesso messo un quarto d’ora…

In compenso, è interessante il tipo di frequentazione: buona parte della clientela è infatti costituita da quelli che devono assolutamente andare in un posto carissimo e alla moda (e Grom è entrambe le cose) per sentirsi fighi. Questa parte di mondo è a sua volta divisibile in due sottocategorie: quelli che hanno i soldi e quelli che non hanno i soldi.

Quelli che hanno i soldi si presentano normalmente con un macchinone, che abbandonano in mezzo alla strada proprio davanti al portone, anche se c’è un posto meno problematico tre metri più in là. Spesso il macchinone è un SUV o un monovolume di quelli enormi, anche se sono in due. Tutti i componenti del gruppo sono firmatissimi; in genere cercano di passare davanti, e comunque prendono come un insulto personale il fatto di dover fare la coda come gli altri. Il peggio capita con i bambini: non solo vedi creature di tre o quattro anni con vestiti firmati dalla testa ai piedi, ma in genere tali creature sono prive di qualsiasi educazione e cominciano a correre qua e là, a saltare addosso al bancone e a fare i capricci sul gusto del gelato.

Quelli che non hanno i soldi sarebbero più normali, anche se poi arrivano al bancone in cinque e ordinano due coppette piccole (comunque due euro l’una per un’oncia di gelato); però ogni tanto cominciano a fare i capricci anche loro, per sentirsi più ricchi.

Io ci torno ogni tanto, perché il gusto al cioccolato extra è proprio buono; ma alla fin fine preferisco il caos allegro, popolare, ben organizzato e a prezzi ragionevoli del Siculo di via San Quintino.

[tags]torino, gelaterie, grom, negozi[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 13:28

Proud to be fancazzist

Raramente ho visto qualcosa che faccia venire voglia di emigrare quanto i risultati di questo sondaggio di Repubblica, secondo cui – al momento in cui scrivo – il 51% dei lettori del giornale sarebbe contrario all’effettuare controlli medici più stringenti sui dipendenti pubblici che si mettono in mutua, anche se per un solo giorno, come proposto dal ministro Brunetta.

Ci ho pensato un po’, ma non sono riuscito a vedere alcun argomento anche solo vagamente potabile a sostegno del no a questo progetto. L’unica cosa che posso pensare è che questo 51% di italiani (meglio, 51% di elettori del centrosinistra, visto il pubblico di Repubblica) rivendichi il proprio “diritto” di poter rubare in santa pace un giorno di stipendio alla collettività ogni volta che si vuole.

Comincio a sviluppare il sospetto che cambiare l’Italia sia un’idea futile. Quel che mi sfugge è solo come questo 51% abituato ad arrangiarsi rubacchiando pensi di sopravvivere alla crisi economica strutturale di questi anni; probabilmente non si è mai posto il problema.

[tags]pubblica amministrazione, lavoro, brunetta, assenze, fancazzismo[/tags]

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venerdì 18 Luglio 2008, 07:11

Dormire dentro

Ieri sono andato a Roma in giornata; come spesso accade, per ottenere la migliore combinazione di orari e prezzi, ho fatto l’andata in aereo – uscita di casa ore 6:20, volo Blu-Express a 70 euro, arrivo in centro a Roma alle 10:50 – e il ritorno in treno – partenza da Termini ore 15:05, Eurostar a 60 euro, arrivo previsto a casa alle 21:10, arrivo effettivo alle 21:45 (grazie Trenitalia, e grazie anche per i dieci minuti di attesa nel tossico tunnel in discesa che porta alla stazione di Milano Porta Mai Pulita Da Quando Ci Passò Garibaldi).

Ho passato praticamente tutto il viaggio di ritorno a guardare il paesaggio dal finestrino, in parte lavorando al computer o ascoltando musica, ma senza mai perdere di vista l’esterno; è uno dei motivi per cui adoro il treno. Ho potuto così ancora una volta constatare come l’Italia sia davvero bellissima, tutta, dall’inizio alla fine. A patto naturalmente di addormentarsi per mezz’oretta mentre si attraversa Milano: ma quanto staranno bestemmiando gli abitanti della casa verdina a cui stanno costruendo a mezzo metro dal balcone un mega-cavalcavia ferroviario per l’ormai inutilissimo collegamento diretto Centrale-Malpensa?

Comunque, il resto è meraviglioso: si comincia con un pomeriggio dorato sui prati e sui campi della direttissima per Firenze, che si snodano tra le colline fino a giungere alla zona di piccoli calanchi che segna l’ingresso nella valle dell’Arno. Poi si vede Firenze, e di lì le montagne in cui la ferrovia si inserisce senza tanti complimenti, con tutta la supponenza dell’epoca fascista, fino al tragico tunnel sotto l’Appennino (cento morti sul lavoro tra incidenti e silicosi, ma un’opera che per l’epoca era fantascientifica). Poi c’è la pianura padana, un susseguirsi di campi che profumano d’estate e di aria immobile, fino a un fantastico tramonto dal ponte sul Po. Poi, dopo la mezz’oretta di dormita, ci si sveglia in mezzo ai boschi della riva del Ticino e di lì alle risaie, e infine alla corona delle Alpi.

Ebbene, con tutto questo popò di meraviglia, io ero l’unico di tutto il vagone che guardava fuori. Il signore davanti a me leggeva un romanzo giallo di Franco Cardini (per la serie “anche gli insigni storici vanno in cerca di celebrità”). I due al mio lato leggevano Il Sole 24 Ore e Inmoto (sì, esiste una roba che si chiama così, e non ha lo spazio in mezzo al nome). La signora dall’altra parte ha telefoninato per tre quarti del tempo, e nel resto si è guardata le unghie; il ragazzo di fronte ha passato tutto il tempo a giocare col cellulare.

Non sono ben sicuro di cosa sia andato perso; se la capacità di meravigliarsi, il senso del bello, la comunione con la natura, oppure la voglia di vivere e di conseguenza la possibilità di accorgersi della vita che scorre fuori dal treno. C’è però qualcosa di molto sbagliato in tutto questo.

[tags]treno, paesaggio, italia, natura, vita[/tags]

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giovedì 17 Luglio 2008, 09:36

Un parere spassionato su iPhone e simili

Non si dovrebbe mai parlare di cellulari con un grande blogger come Fabbrone e un grande non-blogger come Simone C.: non appena ho scritto questo, il mio venerato Nokia 6620 del Natale 2002 è morto sul colpo (o meglio, è morta la sua colonna sonora, e tutte le suonerie sono diventate mute, impedendomi di accorgermi delle chiamate).

La buona notizia però è che questo mi ha permesso finalmente di farmi una opinione di prima mano sui cellulari dell’evo moderno; non sull’iPhone di cui tutti parlano, ma su un suo concorrente piuttosto simile. Infatti, in azienda avevamo un residuo di smart phone di fascia alta dello scorso anno, comprati per un progetto a termine e poi rimasti lì; e così, nella necessità, ho rimediato al volo un HTC P3600.

Stando al duo di two non-blogs di cui sopra, si tratta di un telefono fichissimo: ha uno schermo enorme, due fotocamere da due megapixel, il bluetooth, il wi-fi, l’UMTS, sopra ci gira Windows e può farti anche la pasta in PDF. Così mi sono messo di buzzo buono e ho provato ad adottarlo come cellulare.

La batteria era a terra, e ci ho messo venti minuti per trovare il buco dove infilare la presa del caricatore, o meglio per scoprire che si infila nel buco dell’USB, anche se sull’oggetto, vicino al buco, non c’è alcun simbolo che indichi “corrente” ma solo quello che indica “segnale”; e il buon Beccari, mitico professore al Politecnico, m’insegnò che dove va il segnale non va la corrente, pena il crollo del cielo sulla testa.

In compenso, ci ho messo un’ora (ma veramente!) per riuscire ad aprirlo e metterci la SIM; alla fine, ho chiesto a un collega il quale mi ha descritto via chat una specie di manovra di Heimlich, tipo “metti il palmo di una mano sullo schermo e l’altro palmo sul retro, poi schiaccia con forza e spingi in due direzioni contrapposte”. E dire che avevo cercato il manuale; nella confezione c’era sì un volumetto di 80 pagine, ma erano le condizioni di licenza di Windows e annessi; il manuale, quello che serve a qualcosa, non te lo danno, ed esiste solo online; lo cerchi, lo trovi, lo scarichi, lo apri, e dopo scartabellamento ti dicono che le istruzioni per aprire il retro sono in un altro manuale, quello di “avvio rapido”; trovi pure quello, e finalmente arrivi alla fatidica istruzione, che dice testualmente: “1. Aprire il coperchio.” Ah, grazie!!!

Perlomeno, durante l’ora di ispezione ho scoperto un fenomeno strano; anche se questo oggetto è un mattone, è grosso e pesante il doppio del mio vecchio Nokia e sembra di portarsi dietro un panetto di piombo, ha degli angolini progettati da un coreano con le manine da puffo. Da uno di questi angolini, infilando l’angolo di un’unghia, esce fuori un cottonfioc di metallo, che ho guardato con stupore; poi mi hanno spiegato che esso serve a battere sullo schermo per selezionare le opzioni.

E così, l’ho caricato, l’ho acceso, e mi sono trovato a battere sullo schermo come Woody Woodpecker, quindici volte di fila per settare l’orologio a ore tre, e poi quarantasette per i minuti. Comodo!

Essendo che il cellulare era stato già usato, per prima cosa ho cercato di cancellare la rubrica; non si può. Puoi fare milioni di fantasmagoriche operazioni usando Windows, ma svuotare la rubrica no; ho dovuto fare un reset hardware e reimpostare tutto da capo. E poi, la mia prima telefonata.

E’ lì che ho realizzato un aspetto che mi era sfuggito, ma che è piuttosto basilare: questo coso non ha i tasti coi numeri.

Cioè, signori, lo passano per un cellulare fichissimo, ma non c’è modo di comporre un numero di telefono. A meno naturalmente di: bootare Windows, estrarre il pennino, battere qua e là alla maniera di Woody, far venir fuori un tastierone numerico sullo schermo, e ribattere sui numeri di telefono. Oppure battere qua e là per far venir fuori la rubrica… e poi, visto che non ci sono i tasti coi numeri, non puoi arrivare alla lettera che ti serve semplicemente premendo un tasto; di nuovo, devi battacchiare qua e là.

Ora, un cellulare serve a fare tre cose: telefonare, scambiare SMS e svegliarmi al mattino quando devo prendere l’aereo. Queste tre cose, in codesto oggetto, richiedono dieci volte lo sforzo del mio Nokia di dieci anni fa. Per esempio, immaginate di stare arrivando sotto casa della vostra metà e di volerle fare uno squillo per invitarla a scendere: non mi sembra una esigenza strana, anzi lo fa metà della popolazione terracquea tutte le sere. Con il cellulare precedente, potevo schiacciare tre tasti tre per arrivare a selezionare il numero; al momento buono, bastava schiacciare il pulsante verde. Si poteva fare senza problemi nei venti secondi di attesa all’ultimo rosso, o persino guidando. Si poteva addirittura semplificare facendo in modo che bastasse tenere schiacciato un solo tasto numerico per far partire la chiamata.

Con questo nuovo oggetto, io, mentre guido, dovrei estrarre un cottonfioc di metallo, fare Woody Woodpecker per trenta secondi in mezzo a una interfaccia con decine di icone e voci di menu di 3×3 millimetri l’una – il tutto in equilibrio precario e mentre tengo il volante coi denti – e poi tenere premuto il cottonfioc per un secondo contro lo schermo, mi raccomando senza lasciarlo mai. E badate bene di non preselezionare il numero quando uscite di casa, perchè entro un minuto, per risparmiare la sua batteria che dura più o meno un quarto d’ora, l’oggetto si spegne da solo!

Non ho peraltro dubbi che con qualche centinaio di dollari di costi di licenza io possa sviluppare una meravigliosa applicazione custom per Windows Mobile, che mi permetterà di fare la stessa cosa che fa un Nokia da 30 euro, cioè squillare la mia fidanzata in un secondo senza slogarmi il becco a forza di picchiare…

E dire che mi avevano avvertito: tutti gli altri colleghi che avevano già provato questo coso, passati i primi tre minuti di orgasmo tecnofiliaco, erano tornati di corsa ai loro vecchi cellulari. Ma dopo questa esperienza non ho dubbi: se uno vuole usare un PC, guardare le mail, navigare su Internet, si porta il portatile, magari comprandosene uno leggero e non un padellone da 19″; quanto al telefono, mi cercherò quanto prima un Nokia da 30 euro che faccia le cose che deve fare un cellulare, invece di costringermi a litigare con una interfaccia grafica pure per mandare un SMS alla mamma.

[tags]iphone, smart phone, cellulari, nokia, htc[/tags]

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mercoledì 16 Luglio 2008, 13:26

We, the modern tecnologic affar bank

Voi cosa pensereste di una sconosciuta banca che si definisce “provider di servizi d’investimento B2B” (si mangia?), e che però ha dato in outsourcing pure l’Internet banking; e che quando ti colleghi al tuo account ti rimanda a un sito bancario di un fornitore terzo, preoccupantemente pieno di frasi marchettare, che per identificarti non ti presenta una maschera di login ma usa l’autenticazione HTTP del server web, pretendendo che la tua password non contenga numeri, e dandoti un PIN che non ti viene mai richiesto (basta la password), e un codice utente di dieci caratteri di cui gli ultimi nove sono cifre, ma la prima è una B stampata ad aghi in maniera indistinguibile da un 8?

[tags]banche, tecnologia, internet banking[/tags]

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martedì 15 Luglio 2008, 15:43

La campagna in città

Alle volte sei lì con te stesso e le tue domande senza risposta, tipo “Ma perché io che lavoro con i cellulari e co-possiedo una azienda di applicativi mobili vado in giro con un Nokia del 2002, mentre gente che non arriva a fine mese e non sa distinguere un browser dal solitario di Windows fa la fila di notte per comprarsi un iPhone a 100 euro al mese?”.

Alle volte invece benedici le tue scelte, tipo oggi che ero in giro in bici, sono entrato da Fnac e ho visto almeno cinquanta euro di cose da comprare, tra cui l’intera discografia dei Jethro Tull in offerta a cinque euro a CD: ok, avendoli tutti in plurime copie MP3 è puro feticismo, ma ne vale la pena; allo stesso prezzo ci sono anche i Dire Straits e a poco di più i Led Zeppelin, che a me non sono mai piaciuti più di tanto ma è un’ora che ho in testa il riff di Good Times Bad Times e non se ne vuole andare. E poi per soli ventisette euro e rotti si può comprare il mattone antologico di Cuore; ma in bici, senza zaino, non ci stava, e quindi ho risparmiato i soldi fino alla prossima visita.

Tutto questo era per introdurre il racconto di un bel giro in bici fatto domenica pomeriggio. Se non usate il mezzo, probabilmente penserete che fare un giro da diporto nel raggio di dieci chilometri da piazza Rivoli sia impossibile, trattandosi di zona pesantemente urbanizzata; ma ciò è decisamente falso. Basta un quarto d’ora di pedalata per trovarsi in mezzo all’agricoltura; io mi sono infatti diretto verso Collegno, superando il Campo Volo e il Parco Ian Gillan per infilarmi nella mossa pianura che sta tra la Dora, Collegno e Rivoli.

Ad esempio, dal cavalcavia della tangenziale che marca la fine di Collegno c’è un panorama magnifico sul Musiné, con i campi di grano in mezzo e l’antica cattedrale laica – bella quasi come le giustamente decantate OGR di via Boggio Borsellino – del Cotonificio Valle Susa. Poi si risale leggermente verso Alpignano, si piega dentro il paese e si arriva al cimitero che aggetta sul fiume (sia Collegno che Alpignano hanno il cimitero che aggetta sul fiume, sulla sponda sud, alla fine della salita che risale dal ponte del paese: si saranno messi d’accordo?).

E’ un percorso che conosco bene perché lo facevo già quando abitavo a Rivoli; e vi giuro che non sembra affatto di stare in città. Del resto, il nome Alpignano vuol dire “villaggio delle Alpi”, uno dei tanti toponimi celto-longobardi che finiscono in -gnano sparsi per tutta la bassa Europa, da Perpignano – il cui senso non ho trovato perché mi sono perso in un sito in catalano che protestava contro l’uso del termine “alpinismo” in quanto razzista verso i Pirenei – fino a Lampugnano, che vuol dire “villaggio delle macchine puzzolenti che cercano parcheggio per prendere la metro”. E quindi, sotto le Alpi si sta, con una bell’ariëtta che vien giù dalle montagne e che ogni tanto diviene un certo tifone tra i raggi della ruota.

Proprio dal cimitero d’Alpignano si può imboccare una scorciatoia, senza dover discendere fino al ponte vecchio e poi risalire una versione in sedicesimo del muro di Grammont. Basta prendere a destra e un piccolo passaggio ciclopedonale conduce al ponte del tubo, ovvero una passerella sulla Dora costruita sopra un grosso tubo di qualche acquedotto che doveva proprio attraversare il fiume. Si emerge così nelle frange orientali di Alpignano, e si può presto girare a destra verso Pianezza.

E’ lì che ho scoperto un nuovo, bellissimo percorso ciclabile costruito da pochi anni sulla riva settentrionale della Dora. Esso attraversa tutto il comune di Pianezza, da confine a confine, collegando due dei maggiori landmark del suo territorio: a ovest, la salitina dove durante l’esame di guida ho fatto una partenza col freno a mano che stanno ancora applaudendo adesso; a est, il campo di calcetto con vista tangenziale dove più volte io e l’ex staff di Vitaminic abbiamo dato spettacolo.

In pratica, dall’angolo di Alpignano si diparte una strada ciclabile larga, ben segnalata e piena di ghiaietto minimo, molto ben battuto; si percorrono due tornanti in discesa e ci si trova poi a seguire il fiume, stretti tra le sue acque e quelle di un canale di servizio che rappresenta un’opera idraulica notevole, scavata nella parete della gola, e che risale addirittura al Settecento, quando fu costruito per alimentare il filatoio che stava nella golena.

Si sbuca quindi al porto di Pianezza, proprio sotto l’antico gioiello della Pieve di San Pietro. Si attraversa una zona di antiche fabbriche e di una spettacolare casa di ballatoio costruita proprio a pelo d’acqua, dove – era domenica pomeriggio – tutti gli abitanti dei vari piani si son messi a guardarmi dai balconi; poi, dove la golena si chiude, riparte la strada ciclabile.

Questo è il punto di una delle mie grandi avventure: giunsi qui, in bici, a metà degli anni ’90, e scoprii sul fiume un’antica, instabile passerella di ferro arrugginito. L’incoscienza mi prese, e così decisi di farmela tutta, bici alla mano, sperando che il ferro non si piegasse d’improvviso scaraventandomi svariati metri più sotto in mezzo alla Dora. Non si piegò, e così io potei percorrere con successo la strada in completo abbandono che collegava l’altro lato con Bruere, passando vicino al già citato cotonificio, fino a sbattere contro un cancello chiuso, però dalla parte interna. Dovetti trovare un canonico buco nella rete per uscire, e solo allora potrei leggere qualche decina di cartelli di pericolo messi nel verso opposto; ma fu un’avventura memorabile.

Bene, ora al posto della vecchia passerella ce n’è una nuova, che racconta come quella vecchia (foto: sì era proprio lei) risalisse al 1917, in sostituzione di altre precedenti, e fosse in completo abbandono dal dopoguerra; serviva alle contadine di Bruere che venivano a lavorare nelle fabbriche di Pianezza, e, visto che l’orario di lavoro era lungo e le contadine uscivano a notte inoltrata, fu teatro di svariati stupri, rapine e ammazzamenti.

La nuova passerella è ancora chiusa in attesa della “messa in sicurezza” della strada dall’altro lato che io feci dieci anni fa (ah, che pavidi); spero che la aprano presto, perché è un bel percorso. Ho quindi proseguito sulla sponda nord, dove seguendo le abbondanti indicazioni si infila un buco sotto la tangenziale e si sbuca al ponte di Collegno.

E qui vengono le note dolenti: non mi sono accontentato, e ho tentato il bis. Già, perché anche a Collegno hanno deciso che dovevano avere un parco agricolo della Dora, con i suoi bravi percorsi ciclabili; il parco inizia davanti al cimitero, per la strada del canile da cui proviene il mio gatto. Lì c’è l’unica mappa del parco, che mostra chiaramente un percorso per arrivare a Torino, zona campo rom della Pellerina.

Di lì in poi, sono solo percorsi sterrati, fangosi, tenuti malissimo, senza una freccia che sia una, pieni di inutili cartelli modello sussidiario di quinta elementare (“scheda: che cos’è un fiume”) ma senza alcuna indicazione sulle direzioni da prendere. In pratica, il percorso per Torino finiva nella selva oscura; non volendo tornare indietro per chilometri, ho preso l’ulteriore nuova passerella sulla Dora che dovrebbe portare, a scelta, in frazione Castorama o in frazione Burger King; anche lì, zero frecce e un sacco di tracce agricole che finiscono nel nulla. Ho pedalato avanti e indietro nel fango per un’ora, auspicando malattie fulminanti per tutta l’amministrazione comunale di Collegno; alla fine l’unico modo per uscire è stato tagliare attraverso il cortile di una cascina e poi per un prato, navigando tra l’erba incolta, fino a impattare il guard-rail della statale 24.

Poi, il ritorno per via Pianezza e la Pellerina, dove un gruppo di russi ubriachissimi aveva portato un SUV fin nel cuore del parco e lo usava per sparare musica orrida a volume pazzesco, circondato a debita distanza da decine di italiani che dicevano “lo facessimo noi, i vigili ci sequestrerebbero anche le mutande”. Arrivo a casa stanchissimo, ma contento: dovreste farle più spesso, queste cose.

[tags]torino, collegno, alpignano, pianezza, bici, dora, parco, sindaco-collegno-caghetta-fulminante[/tags]

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lunedì 14 Luglio 2008, 20:54

Singing in the rain

Di concerti bagnati ne ho seguiti parecchi, ma quello di ieri sera li batte tutti: e dire che era stata una bella giornata, tanto che ero uscito in bicicletta per mezzo pomeriggio. Quando però è calato il sole, sulla vecchia fabbrica di Collegno si è scatenata una pioggerellina; quando ci siamo avviati ai cancelli, è diventata una pioggia secca, tanto che i venditori di magliette – di cui peraltro mi chiedo da anni perché, indipendentemente dal tipo di musica e dal luogo del concerto, vengano tutti dalla stessa parte d’Italia – si sono prontamente ritrasformati in venditori di preservativi giganti, cinque euro per cinque centesimi di plastica sottilissima.

All’inizio del concerto, tuttavia, la situazione era potabile, tanto che si erano scatenati sia cori da stadio anche piuttosto sboccati contro i rari tamarri (anzi, più spesso tamarre) che insistevano nel tenere gli ombrelli aperti ostruendo la visuale a mezza platea; sia un o-o-o-o-o-o-o che ricordava un po’ il po-po-po-po-po-po dei Mondiali, ma era in realtà il riff di Black Night. I Deep Purple apprezzano e spuntano sul palco puntualissimi, alle 21 e 30 spaccate; attaccano con la stessa scaletta già sentita l’anno scorso, prima Pictures Of Home che permette a tutti di farsi un assolo, poi Things I Never Said – bonus track dell’ultimo disco il cui scopo essenziale è un ulteriore assolo di Morse -, poi Into The Fire, dove Gillan quasi fa gli acuti. Poi attaccano Strange Kind Of Woman; peccato che nel bel mezzo del primo ponte salti la luce. Loro stessi sono sorpresi e si mettono a ridere, Paice continua insieme al pubblico che cerca disperatamente di tenere vivo il concerto, ma non c’è nulla da fare.

Parte infatti un temporale pazzesco; il resto del gruppo si rifugia sotto un ombrello gentilmente offerto dallo sponsor Cantine.org, mentre io mi infilo sotto un telone da campeggio verde miracolosamente apparso in mezzo alla platea; altri scappano e tornano alle auto. Aspettiamo che passi il temporale; cinque, dieci, quindici minuti e la situazione non fa che peggiorare, un vero torrente acquatico che si rovescia su di noi, e nonostante io abbia la mantellina e sia sotto il telo impermeabile mi infradicio lo stesso. Ci vuole mezz’ora abbondante prima che i fulmini terminino e la pioggia ridiscenda a un livello accettabile. Ma è una bella mezz’ora, in cui noi resistenti sotto il telo socializziamo e ridiamo di quella situazione imprevista, e alla fine ci organizziamo pure per un lancio a testuggine, con il quale conquistiamo la quinta-sesta fila proprio sotto il centro del palco.

E così, si riparte: i Deep Purple riattaccano Strange Kind Of Woman dal preciso punto in cui l’hanno interrotta… Sono i momenti migliori del concerto, non solo Rapture Of The Deep (che è un bellissimo pezzo, ma io sono l’unico nel raggio di cento persone a conoscerla e cantarla) ma soprattutto il pezzo solista di Morse che segue subito dopo, introdotto da Gillan, che dice che farà tornare il sole. Lì, salta fuori la magia: il pubblico ammutolisce e per la parte più intima del pezzo si sente solo la chitarra che arpeggia e scaleggia e lo scroscio della pioggia. Morse – che non era in grandissima serata, cioè eccezionale come sempre, ma non particolarmente ispirato – infila però una sequenza bellissima, magari anche sporca, che deve essere difficile fare virtuosismi alla chitarra con torrenti d’acqua che arrivano giù a mezzo metro dal tuo naso e freddo e umidità ovunque, specie se tieni il plettro in quel modo. Ma è proprio l’imperfezione del tutto a renderla magnifica, un momento davvero emozionante.

Questa parte del concerto è quella che mi coinvolge di più, e non solo perché è l’unica diversa dal concerto dello scorso anno: attaccano The Battle Rages On, e anche qui pochissimi la conoscono, ma a Torino ha un senso particolare. Era infatti proprio per il tour dell’omonimo disco che erano venuti in città, credo per l’ultima volta, nel 1993: quella volta eravamo al Palaruffini e il concerto era stato pieno di laser ma privo di cuore, visto che erano già ai definitivi ferri corti con Blackmore. E’ bello che la rifacciano qui ora, e con ben altro entusiasmo.

Dopo mi fanno anche Demon’s Eye, uno dei miei classici preferiti, ed è una goduria, anche se l’assolo di Morse è insipido e, per una volta, non all’altezza del classico; meglio la scenetta di Gillan che si avvicina a Glover spalla a spalla subito prima di cantare “I don’t need you / anymore” e poi lo guarda e aggiunge “just kidding”. Segue il momento solista di Airey alle tastiere, che infila un po’ di tutto, venti secondi dell’Invenzione a due voci numero 8 di Bach, venti secondi di La donna è mobile, e mezzo minuto di Singing In The Rain, con il pubblico che ride e si rincuora; la pioggia peraltro sta scemando, anzi a questo punto ha quasi smesso. Come da canone, il solo di tastiera diventa Perfect Strangers, e così abbiamo smarcato anche il muto pozzo di tristezza.

Viene quindi il momento dei classici finali; secondo me il peggio della serata. Gillan ha finito la voce da parecchio – direi almeno dal 1985 – e si limita a mugolare qualcosa ogni tanto; gli altri cercano di coprire con assoli allungati. Space Truckin’ non ha vivacità e nemmeno tanto tiro; su Highway Star, la chitarra di Morse è a volume bassissimo e si perde quasi l’assolo; persino Smoke On The Water passa via come fosse niente di speciale. Loro salutano e io sono deluso; alla fine l’ora e venti l’hanno fatta, ma è come se mi avessero portato via il dolce quando già lo pregustavo.

E invece, si salvano in corner; tornano fuori e fanno Hush, e va decisamente meglio, la gente balla e il cielo ormai è asciutto; poi, a tradimento, attaccano Black Night, invocata per ore da tutto il pubblico. Glover cicca l’attacco del solo di tastiera, ma con grande nonchalance fa finta di aver appena inventato un nuovo arrangiamento (comunque ieri Glover ottimo, sempre presente e con belle improvvisazioni), e la canzone va via alla grande; suona come un premio, per aver resistito sotto la pioggia senza defezionare; e ce la godiamo tutta.

Insomma, si sa che i Deep Purple sono vicini ai limiti per via dell’età, e ieri tra la pioggia e gli inconvenienti non è stata la serata magnifica che era stata lo scorso anno a Los Angeles, anche se la ricorderò per la sua stranezza. E’ comunque stato un bel concerto; vale sempre la pena di vederli anche quando le cose non girano tutte al massimo, e non dubito che li rivedremo ancora in giro per un po’.

[tags]deep purple, musica, colonia sonora, collegno[/tags]

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domenica 13 Luglio 2008, 13:09

A bocca chiusa

Non so che cosa ne pensiate voi, ma io vorrei spendere due parole per la dipartita di un grande personaggio: Gianfranco Funari. E le vorrei spendere proprio sapendo che molti storceranno il naso, perché Funari è sempre stato considerato un arruffapopolo, un banfone, un pecoraio, un burino volgare e arricchito che si vestiva da lord inglese e girava con la Bentley, ma basava le proprie fortune, ben prima di Maria De Filippi, sulle massaie e sui tamarri che si insultavano in tivvù a colpi di luoghi comuni.

A me, invece, Funari è sempre piaciuto, proprio perché era così; perché in un Paese dove tutti sono ossessionati dal sembrare intellettuali, dal pubblicare libri che nessuno legge, dal rilasciare interviste colte che fanno addormentare e dal farsi chiamare Maestro anche se si è solo un onesto Pino Mango come tanti, lui preferiva essere popolare; usare le parole che usiamo tutti, comprese le parolacce, e non avere paura di dire le cose come stanno; e nel frattempo baccagliarsi qualsiasi femmina passasse in zona. E basare tutto su un’esperienza di vita vera, una vita che lo aveva portato a fare il croupier e il pugile e tante altre cose, prima di entrare in televisione.

Funari fu il primo epurato dell’era berlusconiana; prima ancora che scoppiasse Mani Pulite, parlò male di Craxi e fu cacciato da Retequattro; si inventò una cosa mai vista, cioè una syndication dal basso, registrandosi lui il suo programma e mandando le cassette a 75 piccole televisioni locali per farle trasmettere. Tornò e fu cacciato varie altre volte, tanto è vero che dal 1996 al 2007 non apparve più né sulla Rai né su Mediaset, se non qualche volta come ospite; si inventò il suo angolino, di nuovo sulle reti private, e lì rimase, facendo parlare chi pareva a lui, che fosse un antisistema come Travaglio o un democristiano come Rotondi. Non per queste epurazioni si mise a fare la vittima, o a pietire un posto da eurodeputato come Santoro; le prese, semplicemente, come la conseguenza necessaria della sua sincerità, che non intendeva abbandonare. Tirò quindi dritto per la sua strada, anzi andò pure a trovare Craxi ad Hammamet, per dargli del ladro a quattr’occhi e però capire qualcosa di quell’uomo, esattamente come voleva capire qualcosa delle casalinghe a cui dava la parola in televisione.

Questa è l’impressione che rimane: quella di una persona vera che amava la vita, che apprezzava la sua fortuna ma non per questo si considerava superiore agli altri, tanto è vero che adorava la sua Bentley, ma la usava per scorrazzare sul lungomare di Loano, mica quello di Porto Cervo.

Come per tutte le persone vere, prima o poi la fine arriva ed è dura; perché chi ama la vita trova sempre nuove cose da fare, e non vorrebbe andarsene. Eppure, anche se Funari se la tirava troppo poco per poter finire sui libri di storia, credo che saremo in molti a ricordarci di lui ancora per un bel po’.

[tags]funari[/tags]

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sabato 12 Luglio 2008, 11:52

Arrangiarsi a morire

Ieri, nella bassa mantovana, è successo questo episodio agghiacciante.

In breve: un bracciante indiano, clandestino, ha un infarto mentre lavora nel campo. Il padrone italiano, invece di soccorrerlo, si preoccupa: se gli trovano un clandestino nel campo finirà nei guai. La soluzione è nota, perché è già avvenuta decine di volte nei cantieri e nei campi di mezza Italia: si carica il corpo in macchina e lo si scarica da qualche altra parte, dove non possa essere collegato al lavoro che stava svolgendo. L’italiano però non vuole sporcare la sua bella Audi: quindi ordina agli altri indiani di recuperare il loro scassone, più atto allo scopo. Questi ci mettono due ore; e così, solo allora il corpo viene spostato, e si può poi chiamare il medico della mutua del paese (nemmeno il 118).

Peccato però che l’indiano non fosse morto; quando il medico lo trova e chiama il 118, nonostante le ore trascorse sotto il sole dopo l’infarto, è ancora vivo; morirà poco dopo. Probabilmente avrebbe potuto essere salvato, se i soccorsi fossero stati chiamati subito.

La Stampa parla di “schiavo in Padania”, e già si capisce dove vuole andare a parare: è tutta colpa dei biechi agricoltori mantovani. Indubbiamente le persone coinvolte in questo caso saranno punite duramente; l’accusa non è nemmeno omissione di soccorso, ma omicidio volontario, partendo dal presupposto che questo comportamento implichi la volontà precisa di far morire la persona (dubito che la tesi regga al processo, ma vedremo). Incidentalmente, l’accusa riguarderà non solo il padrone italiano, ma anche i clandestini che hanno collaborato, pur con l’attenuante del ricatto lavorativo.

E quindi, già mi vedo l’ondata di indignazione che attraverserà blog e giornali; si scaricherà contro questo agricoltore, ci metterà dentro un po’ di anti-leghismo o di campanilismo anti-lombardo, si parlerà di razzismo, e poi finito lì, fino alla prossima morte. Tutto qui? E’ soltanto questione di agricoltori cinici e crudeli?

Io credo di no. Il problema è più grande, deriva dalla mentalità italiana, quella del giudicare le cose in modo astratto, del concentrarsi sulle teorie ideologiche e sulle risse da talk show invece che sui problemi concreti e sulle soluzioni pratiche. Perché il problema fondamentale nasce dall’avere milioni di persone, in Italia, che lavorano nei nostri campi e nelle nostre fabbriche ma non esistono; cioè, tutti sanno che esistono, ma guai ad ammetterlo apertamente.

In un paese civile, si direbbe: bene, abbiamo questi milioni di persone, vogliamo magari evitare di attrarne troppi altri, però questi ci servono per mandare avanti l’economia; troviamo un modo di gestirli, di dargli una condizione accettabile e qualche diritto, e insieme di controllare che non facciano danno e non si dedichino al crimine, altrimenti li puniamo con severità.

Da noi, no. Le uniche proposte sul tavolo sono: da una parte, una ideologia (di destra) secondo cui l’immigrato è un criminale a prescindere, minaccia la nostra meravigliosa cultura primigenia, va preso a sputi e comunque cacciato appena possibile; dall’altra, una ideologia (di sinistra) secondo cui l’immigrato è un santo a prescindere, va accolto e tutelato e aiutato molto più di quanto non si faccia con l’italiano medio, e se delinque non importa, anzi punirlo per i suoi crimini è razzismo.

Della realtà, non frega niente a nessuno; di trovare un compromesso accettabile ed efficace, che migliori le cose per tutti, meno che meno; l’interesse si concentra sulla discussione da talk show, sempre più esasperata, tra i sostenitori delle due ideologie. Andare a vedere chi delinque e chi lavora, espellere i primi e aiutare i secondi – operazione faticosa, ma unica via per l’integrazione – pare una idea folle, che si prende regolarmente le critiche di entrambi, essendo non abbastanza razzista per quelli di destra, e non abbastanza buonista per quelli di sinistra.

E quindi, continuiamo a non far niente. Non facciamo niente per i bambini rom; certo che prendergli le impronte non è il massimo della vita, ma sarà comunque un po’ meglio che abbandonarli allo sfruttamento dei loro genitori? E non facciamo niente per i braccianti indiani, salvo poi indignarci quando, a causa del loro status di fantasmi, ci rimettono la pelle sul prato.

Indigniamoci pure verso l’agricoltore mantovano; eppure mi pare difficile che fosse lì, bello contento, a gridare “meno uno, viva i Celti!” dopo che uno dei suoi lavoratori c’era rimasto secco. Più facile che, come tutti gli italiani, cercasse in qualche modo di arrangiarsi; di non rimanere col cerino in mano, vittima sacrificale di turno per gli editorialisti dei quotidiani e per le arringhe politiche ad uso delle telecamere.

Questo è un paese che, da secoli, si arrangia in tutto; che non risolve i problemi in modo sistematico, anzi non li risolve proprio, e lascia alla fantasia di chi per sfiga se li ritrova singolarmente sulle spalle il compito di trovare una via d’uscita, alle volte simpatica, talvolta geniale, quasi sempre irregolare e ogni tanto decisamente criminosa; o di restarci preso in mezzo.

E’ un peccato che, in un mondo globale, sovrappopolato e complesso dove la società può stare in piedi solo se organizzata come un orologio, arrangiarsi non funzioni più; non si possono mettere toppe su toppe. Non sono più solo i clandestini a morire; a forza di arrangiarsi, è l’intera nostra società che muore.

[tags]mantova, indiano, clandestino, infarto, società, italia, razzismo, immigrazione, morte[/tags]

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