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Archivio per il giorno 2 Ottobre 2008


giovedì 2 Ottobre 2008, 14:16

Ex Italia

Oggi La Stampa è in sciopero e quindi mi tocca Repubblica: è stato comunque interessante osservare che, toh, Ezio Mauro ha finalmente scoperto i problemi del nuovo ordine mondiale, la crisi degli stati nazionali, il problema di una economia non più a braccetto con la politica; che è giusto che la politica non faccia direttamente economia (come invece è norma in Italia), ma è ancora più giusto che la politica regoli l’economia e non l’opposto. Sono contento che ci arrivi anche Mauro, ma a livello mondiale si discute di queste cose sin da Seattle ’99; solo che a livello mondiale se ne parla guardando al futuro, in funzione dei nuovi modelli a rete che società ed economia vanno assumendo, e non come una riproposizione nostalgica delle lotte di classe degli anni ’70, stile bertinott-casarinico per intenderci.

Soltanto chi è rimasto agli anni ’70 può quindi trovare strana la marcia su Roma dei sindaci veneti, leghisti e democratici insieme, o irridere i primi cittadini perché invece di discettare della guerra in Iraq e dei casi giudiziari di Berlusconi si lamentano dei conti che non tornano nei loro bilanci. Ben vengano i sindaci che si preoccupano dei propri bilanci, invece di far approvare al consiglio comunale del loro paesino, come hanno fatto centinaia di comuni italiani, ridicole mozioni sulla guerra in Iraq; ridicole non perché il loro contenuto sia sbagliato o non condivisibile, ovviamente, ma perché cosa c’entra il consiglio comunale di un paesino con la guerra in Iraq?

La verità è che basterebbe depurare le nostre riflessioni sul federalismo dal tifo pro o contro la Lega che le ha caratterizzate in questi vent’anni per accorgersi che la dimensione nazionale, specie del tipo dell’Italia, non ha più senso né utilità, a parte per generare una valida Nazionale di calcio. Uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo piccolo per contare a livello mondiale o per governare fenomeni ormai globalizzati: tanto è vero che la nostra economia va a rotoli qualsiasi cosa i vari governi facciano, e che tutte le volte che mettiamo becco su ciò che accade su Internet facciamo figuracce. Allo stesso tempo, uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo grosso per essere efficiente, e il risultato sono lentezze e burocrazie che frenano il nostro progresso, accumuli di risorse pronte per essere sprecate o girate agli amici, e una evidente e crescente distanza dai problemi dei cittadini.

Non è un caso che i maggiori casi di successo nazionale negli ultimi anni in Europa vengano da Stati piccoli, dall’Irlanda ai paesi baltici; o da nazioni fortemente federaliste, perennemente quasi sull’orlo della secessione, come la Spagna. Tempo fa lessi sull’Economist un interessante articolo sul modello danese, quello che, nella regolamentazione dei rapporti di lavoro, è riuscito contemporaneamente a garantire flessibilità, protezione, efficienza e ricchezza; bene, una delle conclusioni era che tra le principali ragioni per cui esso funziona sta il fatto che, in una comunità omogenea di pochi milioni di persone, tutti si sentono coinvolti e motivati a lavorare in quanto parte del soggetto comune, invece di vedere lo Stato come una entità mentalmente, culturalmente e fisicamente lontana (laggiù a Roma) e quindi più da fregare che da aiutare.

In altre parole, nessuno Stato può avere successo se i suoi cittadini non sono motivati a lottare per farglielo avere, e questo è molto più facile se lo Stato è percepito come locale, vicino, simile a noi.

Per questo motivo, solo un forte federalismo può salvare l’Italia; una scelta che lasci grande autonomia alle amministrazioni locali, e che lasci loro anche la gestione quasi integrale delle tasse prodotte dal territorio; che rompa la sensazione di Stato nemico, e riporti le persone ad identificarsi con esso. Il federalismo fiscale è dunque non il fine, ma il mezzo imprescindibile per ricreare il senso di appartenenza delle persone allo Stato.

Certamente, in una unità nazionale da preservare vi è anche la necessità di una solidarietà dalle zone più ricche verso quelle più povere; è quindi giusto che una parte delle tasse prodotte dal territorio vada verso il centro e venga di là redistribuita. Tuttavia, intanto deve trattarsi di una parte ridotta, perché più sono i soldi a disposizione e più è facile per la politica sprecarli senza ritegno; mentre un amministratore locale è comunque tutti i giorni sotto gli occhi dei propri elettori, lo stesso non si può dire per i dirigenti di un ministero. E poi, la solidarietà deve essere mirata, legata a obiettivi e a progetti di sviluppo.

D’altra parte, da sessant’anni le parti più ricche dell’Italia buttano soldi in quelle più povere, e da sessant’anni questi soldi vanno soltanto a finanziare la mafia, gli sprechi e il clientelismo, visto che di sviluppo non c’è l’ombra. Mi sembra quindi una considerazione oggettiva – non certo legata a razzismi o egoismi – notare che il metodo del finanziamento a pioggia del Sud non funziona, altrimenti in questi sessant’anni il Sud si sarebbe sviluppato già un bel po’. Il finanziamento a pioggia e incondizionato ha il solo effetto di deresponsabilizzare le persone; di abituarle a pensare che non c’è bisogno di prendere in mano il futuro del proprio territorio, tanto bene o male arriveranno sempre dei soldi donati da qualcun altro.

Le poche speranze di salvezza dell’Italia passano quindi da un forte federalismo fiscale e da una forte devoluzione dei poteri; questo è già evidente a chi, come i sindaci, deve fare i conti tutti i giorni con la situazione disperata sia delle proprie casse che di molti dei propri cittadini. Se questo non avverrà presto, comunque, la pressione imposta dalla competizione globale non si fermerà di certo; l’unico risultato sarà, di fronte all’impossibilità delle pubbliche amministrazioni di mantenere attivi i servizi essenziali, l’esplosione dello Stato e dell’unità nazionale.

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