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martedì 27 Luglio 2010, 16:40

Un giro nel cuore della Cina

Shanghai è come Los Angeles, solo più nuova nelle infrastrutture e più povera negli slum che vengono attraversati dalle stesse (anche se ricordo che South Central LA non ha niente da invidiare alle favelas brasiliane, figuriamoci agli animati vicoli cinesi). Xi’an, invece, è ancora Cina verace; anch’essa ha la sua brava dose di palazzoni nuovi nuovi col tetto a pagoda del ventunesimo secolo e di centri commerciali di iperlusso con le Porsche parcheggiate davanti, ma sono nettamente di meno; e intorno ad essi resta la Cina che fu, quella dei grigi condomini-alveare, delle casupole fangose e delle industrie pesanti di Stato.

Intanto, però, Xi’an ha qualcosa di magnifico e cioé le sue mura cinesi ancora sostanzialmente intatte (ok, davanti alla stazione ferroviaria le hanno trasformate in tre giganteschi viadotti di cemento per permettere il passaggio del flusso immane di gente dalla stazione alla città e viceversa, ma sopra le arcate di cemento hanno rimesso i mattoni medievali uguali uguali). Sono davvero immense: noi vediamo un centro città racchiuso da un rettangolo di mura e pensiamo “beh, dentro ci saranno i vicoletti e tutto sarà a portata di piedi”. Ma per niente: il rettangolo è di circa 5 x 3 chilometri e dentro c’è la città moderna, visto che man mano che il tempo passava i cinesi hanno raso al suolo tutto e ricostruito vialoni a otto corsie e palazzoni a venti piani, che ora si trovano circondati dalle mura con un effetto abbastanza straniante.

Gli edifici antichi sopravvissuti sono soltanto due, la Torre della Campana e la Torre del Tamburo, mentre all’interno delle mura non vi è un edificio che abbia più di cinquanta o cento anni. Eppure quei due edifici sono davvero belli, forse perché corrispondono pienamente al nostro immaginario dell’antica Cina. Si può entrare e salire per vedere il panorama, e intanto godersi le travi colorate, le decorazioni a forma di drago, l’esposizione di campane o tamburi e anche una mostra di mobili antichi di mogano davvero meravigliosi.

Il quartiere islamico consta di una serie di vicoli pieni di negozietti e bancarelle che cercano di vendere qualsiasi cosa… a cominciare da forme di cibo tanto sconosciute quanto invitanti, quasi tutto alla griglia o alla piastra. Certo il macellaio con la carne marcia sul tavolo e la bandierina che girava cercando invano di scacciare le mosche non prometteva bene per le sorti del nostro intestino, dunque non abbiamo comprato niente… ma fatto tante foto.

Fuori dalle mura, abbiamo visitato la Pagoda della Grande Oca, che poi sarebbe una antica pagoda del VII secolo piazzata dentro un grande tempio buddista a sua volta piazzato dentro un enorme spiazzo pieno di giochi d’acqua e di bambini che fanno il bagno nei giochi d’acqua, ai lati dei quali si trovano fast food e bancarelle. Arrivarci è stato facile, perché la Lonely Planet consigliava il bus 610, che unisce la stazione ferroviaria, la Torre della Campana e appunto la pagoda; ciò nonostante sono stato ben contento di riuscire a capire in che direzione andasse preso, semplicemente guardando l’elenco delle fermate sulla palina, cercando quelle che cominciavano per da (“grande”) – è un ideogramma molto facile da identificare, quello con la persona con le braccia aperte a dire “ho preso un pesce grande così” – e poi confrontando il resto con la scritta sulla guida. Altro che Settimana Enigmistica

Ci siamo dunque goduti i giochi d’acqua e musica, che qui vanno fortissimo e prevedono un programma fatto in ugual misura di musica classica cinese modernizzata e musica classica occidentale easy listening – Mozart, l’Inno alla Gioia, le Valchirie e così via. Poi con 50 yuan siamo entrati nel tempio, e non è troppo diverso da entrare in un nostro santuario se non che cambiano i simboli e le forme degli edifici, e che i templi buddisti hanno anche dei giardinetti bellissimi, oltre che un’abbondanza di negozi di souvenir al loro interno. Poi con altri 30 yuan ci siamo arrampicati sulla pagoda, ma al quarto piano di sette ne abbiamo avuto abbastanza, abbiamo fatto le foto da lì e siamo tornati indietro. Valeva comunque la pena.

E poi, lunedì, è stato il momento dell’Esercito di Terracotta. Già arrivarci è un’avventura; i dilettanti vanno alla reception dell’albergo e, per almeno 400 yuan, si fanno affibbiare una guida che parlicchia inglese e che lungo il percorso si fermerà in almeno tre diversi negozi di “artigianato locale” e simili. Noi invece ci siamo affidati al trasporto pubblico: preso il solito 610 – e c’è voluta mezz’ora perché sulla palina in direzione est si erano dimenticati di indicarlo, ma alla fine abbiamo capito che non bisogna curarsi di simili sottigliezze, ma semplicemente placcare il bus quando lo vedi arrivare e lui si ferma – siamo arrivati alla stazione; lì, con un fogliettino con scritto “306 ?”, siamo riusciti a farci indicare a gesti il capolinea del pullman suddetto.

Abbiamo dovuto attraversare il piazzale della stazione, e nemmeno questo è stato facile: abbiamo scoperto che le leggende sulle stazioni cinesi strapiene di gente che bivacca in attesa di trovare un biglietto o di chissà cos’altro sono assolutamente vere, e in pratica non si riusciva ad arrivare a meno di cento metri dall’ingresso, perché tutto era bloccato da persone stese per terra. Comunque, con un po’ di slalom abbiamo oltrepassato le mura e siamo arrivati nel parcheggio sul lato est della stazione, da dove parte il 306, un bel pullman turistico che parte appena si riempie (cioè in cinque minuti) e per 7 yuan 7 ti porta al parco del Monte Li (con la funivia e le sorgenti termali) oppure all’altro capolinea, cioè il parcheggio dell’Esercito di Terracotta. Ci ha messo un’ora e venti a causa di ingorghi in uscita da Xi’an, ma alla fine ci è arrivato.

L’Esercito di Terracotta, pur trovandosi in mezzo alla campagna a una trentina di chilometri a est di Xi’an, è una delle maggiori attrazioni turistiche di tutta la Cina, e dunque è normale che per arrivarci uno sia costretto ad attraversare una vera città di negozietti e ristoranti appositamente costruita per intercettare i turisti… che, badate, sono per almeno tre quarti cinesi, e solo in piccola parte occidentali. L’ingresso costa 90 yuan (oltre 10 euro), una piccola fortuna per qui (è la cifra con cui oggi, dal sarto, ho comprato una camicia su misura).

Però, insomma, li vale. All’inizio la scena lascia un po’ perplessi, perché ci si trova di fronte a una specie di hangar coperto, grosso come un campo da calcio, dentro il quale c’è lo scavo con queste centinaia di statue, in parte rimesse in sesto e visibili, in parte frantumate o ancora da scavare. Non è quello che ci si aspetta… e però dopo un po’ si comincia a percepire la grandiosità della scena.

La storia è nota: il primo imperatore della Cina, oltre duemila anni fa, dopo aver sconfitto tutti i nemici, unificato il regno e ottenuto il controllo del mondo voleva mantenere il proprio impero anche nell’aldilà: a tale scopo fece costruire una replica in terracotta di tutta la sua corte – i suoi principi, i suoi animali, i suoi suonatori, i suoi ministri e ovviamente anche il suo esercito. Il tutto fu messo in una replica della sua capitale e interrato, in modo da essere pronto nell’altro mondo.

Non sappiamo se il piano per la conquista dell’aldilà sia riuscito, ma queste figure hanno conservato magicamente in sé un soffio di vita: viste nell’insieme, sembrano davvero un esercito pronto a muoversi e a conquistare il mondo. Molto fa il fatto che le statue siano l’una diversa dall’altra, siano in fila ma non perfetta, e sembrino per questo molto più realistiche di qualsiasi statua della nostra antichità. Ma poi, man mano che ci si addentra nella drammatica megalomania di questo imperatore che non voleva morire – ci sono altre due fosse, un piccolo museo e un centro proiezioni – si viene conquistati dal fascino del luogo.

Al ritorno, poi, ci siamo concessi un’altra avventura: dovete sapere che, siccome questo è un paese comunista, c’è concorrenza persino sulle rotte dei pullman. Pertanto, oltre al 306, anche il 914, gestito da una ditta concorrente, fa lo stesso servizio, passando però non per l’autostrada ma per la strada statale (a pedaggio pure quella…). Il 914 costa uguale ma è più lento e scassato del 306; a questo svantaggio competitivo si sopperisce con una signorina che alle fermate principali scende dal mezzo e letteralmente prende e butta dentro le persone che, come noi, aspetterebbero il 306.

E così, abbiamo visto l’Africa: perché i gruppetti di casupole contadine in mezzo ai campi della piana tra Lintong e Xi’an sono pari pari al Mozambico, con le strade sterrate, i veicoli arrugginiti carichi di rumenta e i vecchi sdentati su una sedia a guardare la strada. Perché alla fine la Cina è tutto: è Los Angeles e l’Africa nello stesso posto, a vivere di vite parallele che forse si incontrano, o forse invece no.

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