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giovedì 22 Luglio 2010, 15:47

Unire i puntini

Stamattina ci ha fatto lezione un antropologo; un professore con grande esperienza internazionale sia come accademico che come consulente culturale per le aziende occidentali che sbarcano in Cina. Ci ha raccontato le basi della storia e della cultura cinese, con attenzione speciale a spiegare come si deve comportare chi dall’Occidente voglia venire a lavorare o a fare business in Cina: l’importanza delle relazioni, il fatto che chi sei e come ti comporti è almeno altrettanto importante della qualità del tuo lavoro e della convenienza economica di ciò che vuoi proporre, e tutte le regole più o meno spicciole per non offendere l’interlocutore cinese; e naturalmente i modi di comunicazione indiretta che si usano qui (ma non di rado anche in Italia), come dire “forse” o “vediamo” al posto di “no”, che mandano spesso in confusione le controparti americane o tedesche.

E poi ci ha dato un bell’esempio di comunicazione indiretta quando, a fine lezione, uno degli studenti del nostro gruppo gli ha chiesto se fosse un problema il fatto che loro si fossero presentati a lezione vestiti da mare, in ciabatte, pantaloncini e t-shirt strappate (nonostante gli sia stato detto decine di volte già dai docenti italiani che qui l’università è una cosa seria e che una polo e dei pantaloni lunghi sono proprio il minimo).

Il docente cinese, che era vestito in camicia a maniche lunghe e pantaloni eleganti, ha risposto così, con una flemma inglese: “Vedete, normalmente anche io mi vesto in modo casual, e poi oggi a Shanghai fa davvero molto caldo e io starei molto più comodo se, invece di questa camicia, mi fossi messo una maglietta. Ma questa lezione è una occasione formale in uno scambio internazionale e dunque, per rispetto a voi, io mi sono messo la camicia, anche se ho dovuto venire qui col caldo e stavo veramente scomodo. Comunque” – e qui, bisogna dire, il tono ha perso un pochino della sua tranquillità – “nessuno studente universitario cinese avrebbe mai potuto neanche pensare di venire a lezione coi sandali da spiaggia. Voi però siete studenti ospiti e dunque siete liberi di fare come credete meglio.”

Il messaggio mi sembra chiarissimo; dopo la lezione abbiamo radunato gli studenti e abbiamo fatto notare l’evidente figura di merda… e la risposta è stata “no ma prof, ha detto che si può!”. Unendo i puntini per loro, abbiamo sottolineato che il professore cinese aveva esplicitamente detto che venire a lezione vestiti così era una mancanza di rispetto che in quell’università non si era mai vista prima; e a questo punto alcuni studenti hanno ribattuto che ciò non era giusto e che così il professore cinese “non rispetta i miei diritti di studente ventenne”.

Insomma, ci abbiamo rinunciato; ma ho il sospetto di aver capito perché la Volkswagen qui ha uno stabilimento enorme ed è il maggior produttore di auto in Cina, mentre la Fiat ha provato tre volte a mettere in piedi una joint venture per produrre e vendere auto qui e ha sempre fallito miseramente.

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5 commenti a “Unire i puntini”

  1. Elena:

    A proposito di unione di puntini culturali, ieri un avvocato responsabile dell’ufficio di rappresentanza di uno studio legale italiano di prima grandezza ci ha raccontato il diverso approccio (e conseguentemente la diversa stima da parte cinese) dei nostri ultimi due capi di governo, indipendentemente dal loro colore politico. Prodi sapeva bene come approcciare i cinesi, è tuttora molto rispettato ed ascoltato e, anche se non più capo del governo, è stato invitato in una think tank presso la quale tiene regolarmente conferenze. Il nostro attuale capo del governo invece è venuto recentemente in visita ufficiale distribuendo lazzi e battute, la principale delle quali era relativa all’allungamento della vita media fino a 150 anni. Ora, tale battuta – che in italia sarebbe stata accolta con frizzi e applausi – in realtà è stata alquanto inopportuna, poichè è stata fatta in un Paese che ha una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone e ha negativamente influenzato la conclusione di contratti.
    I capi di governo tedeschi, dall’epoca Kohl alla Merkel passando da Schroeder, vanno sempre via con le valigie piene di contratti. Chissà come fanno.
    http://www.chinadaily.com.cn/opinion/2010-07/22/content_11034003.htm

  2. Luca:

    Molti cinesi si comportano allo stesso modo però quando vengono in Italia. Io vedo quelli che studiano a Ingegneria dell’Autoveicolo e nella sessione estiva la maggior parte viene con pantaloni corti, maglietta e infradito e le ragazze con gli shorts molto short.

  3. Andrew:

    @Luca: i cinesi si vestono e si comportano come noi ci comportiamo a casa nostra. Siamo noi che a casa loro a quanto pare non siamo disposti a comportarci come loro. Per la mia esperienza di lavoro all’estero, è una costante della gente italica.

    Da noi in ufficio c’è gente che viene in braghe corte, canotta e infradito (tutto firmato, s’intende). Un eventuale marziano che arrivasse oggi nel nostro ufficio, quanto ci impiegherebbe a dedurre che il nostro abbigliamento standard è appunto la braga corta e la canotta?

  4. Lollo:

    Completamente d’accordo con Andrew.

    Per quanto riguarda gli studenti in Cina, sembrano essersi – a modo loro – adattati alle usanze locali: devono aver sentito distrattamente che in Cina non vengono rispettati i diritti più elementari, quindi a loro volta negano al professore e all’istituzione che rappresenta anche il diritto di essere rispettato da quattro stronzini egocentrici.
    Forse farebbe loro bene un viaggio in un’altra Cina.

  5. vb:

    Anche qui, per strada, le ragazze vanno in giro con minigonne ascellari. Ma non si sognerebbero di metterle per una lezione all’università.

 
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