Sky
Vittorio vb Bertola
Fasendse vëdde an sla Ragnà dal 1995

Mèr 12 - 4:01
Cerea, përson-a sconòssua!
Italiano English Piemonteis
chi i son
chi i son
guida al sit
guida al sit
neuve ant ël sit
neuve ant ël sit
licensa
licensa
contatame
contatame
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vej blog
vej blog
përsonal
papé
papé
fotografie
fotografie
video
video
musica
musica
atività
net governance
net governance
consej comunal
consej comunal
software
software
agiut
howto
howto
internet faq
internet faq
usenet e faq
usenet e faq
autre ròbe
ël piemonteis
ël piemonteis
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
vej programa
vej programa
travaj
consulense
consulense
conferense
conferense
treuvo travaj
treuvo travaj
angel dj'afé
angel dj'afé
sit e software
sit e software
menagé
login
login
tò vb
tò vb
registrassion
registrassion

Archivio per il giorno 2 Novembre 2011


mercoledì 2 Novembre 2011, 20:05

Europa o morte

Alla fine il momento è arrivato: anche chi per anni (non noi) ha sostenuto che la crisi di questi anni fosse tutto sommato normale e passeggera, che la si potesse risolvere con le solite ricette dell’economia occidentale, ha dovuto gettare la spugna. E’ successo ieri, quando il governo greco si è ribellato alle medicine della finanza internazionale e ha deciso di chiedere ai cittadini se tutto sommato non sia meglio fallire, piuttosto che morire di fame per ripagare i debiti del passato. La risposta è scontata: se si arriva al referendum, la Grecia fallirà e uscirà dall’Euro e dal mondo occidentale, e a catena potrebbe crollare l’intera unità europea.

Ma non esultate; intanto, la decisione di Papandreu non è tanto uno scatto di orgogliosa rivolta contro il nuovo ordine mondiale, ma semplicemente la mossa ignava di un politico che non vuole prendersi la responsabilità di azioni impopolari; non vuole rovesciare il capitalismo, ma solo salvare la propria carriera politica, e magari spuntare condizioni migliori con un bel ricattino.

E poi, come già scrissi due mesi fa, lo scenario del fallimento con uscita dall’euro è senz’altro possibile, magari anche il meno peggio, ma non è affatto una strada lastricata di petali di rosa come molti illusi vorrebbero credere. Comporterebbe comunque la cancellazione dei nostri risparmi, un ridimensionamento permanente del nostro tenore di vita, difficoltà di approvvigionamento energetico, e ci permetterebbe di vivere per altro tempo in una società vecchia, inefficiente e corrotta, senza più spinte esterne al rinnovamento, scavandoci ancora di più la fossa… senza contare il fatto che un qualsiasi primo ministro italiano che tentasse la via di una bancarotta non concordata probabilmente farebbe la fine di Gheddafi o perlomeno di Aldo Moro, e magari apparirebbero maree colorate nelle piazze a provocarne la pronta sostituzione con un primo ministro più “ragionevole”. Non è certo un caso che Papandreu abbia appena rimosso i vertici dell’esercito

In ogni modo, mi sembra che pochi colgano la vera posta in palio di questi mesi. L’Euro, nella sua giovane esistenza, è riuscito là dove il comunismo aveva fallito: a mettere in crisi la supremazia economica mondiale degli Stati Uniti. Sta progressivamente sostituendo il dollaro come moneta delle riserve e degli scambi internazionali, a partire dal petrolio, e sta permettendo la nascita di un’unica grande nazione europea, più forte e più solida del rivale americano. D’altra parte, tutta questa attenzione delle agenzie di rating (americane) e della stampa economica (anglosassone) sulla crisi italiana e spagnola non è un caso; nasconde il fatto che i due Paesi con i maggiori problemi di debito estero complessivo (pubblico e privato) non sono Italia e Spagna, ma Stati Uniti e Inghilterra.

L’Italia, rispecchiando l’attitudine dei suoi abitanti, ha una sfera pubblica fortemente indebitata, ma una sfera privata ancora piena di risparmi, che mandano avanti la baracca. Al contrario, nel mondo anglosassone sono indebitati tutti: lo Stato che piazza i propri titoli ai cinesi, le aziende che attraggono i capitali di tutto il mondo, i privati che comprano qualsiasi cosa a credito. Sono giganti dai piedi d’argilla il cui dominio planetario volge al termine… a meno che non riescano a riprodurre la situazione che già, un secolo fa, trasformò gli Stati Uniti da nazione emergente a dominatore planetario: frantumare l’Europa e metterla in ginocchio con una serie di rivalità e di guerre.

D’altra parte, il progetto di unità europea ha, sin dal principio, un grande punto debole: quello di essere basato sull’economia invece che sulla politica. Non c’è più, da tempo, l’afflato europeista del dopoguerra; il desiderio di stare insieme perché siamo simili, non vogliamo più combatterci e vogliamo unirci per vivere meglio. C’è, al contrario, una visione meramente utilitaristica; stiamo uniti se ci conviene, altrimenti ciao. Questo è invece il momento di guardarsi negli occhi e capire se siamo italiani, francesi e tedeschi, divisi da rivalità millenarie e pronti a scannarsi di nuovo, o se siamo infine e per sempre europei.

Può essere che i sacrifici necessari all’Italia per restare in Europa si rivelino nei prossimi mesi – a differenza di quelli del 1992 e del 1996 – troppo pesanti, fisicamente insostenibili. Eppure, sono fermamente convinto che nel lungo termine la fine dell’integrazione europea, o l’esclusione dell’Italia da essa, sarebbero per noi un biglietto di sola andata per il Terzo Mondo, economico e culturale. Pretendiamo pure dall’Europa più democrazia, a partire da un governo eletto direttamente e una banca centrale che risponde al pubblico interesse; chiediamo l’Europa dei cittadini, anziché quella dei banchieri. Ma non rassegniamoci tanto facilmente all’idea che i debiti del nostro passato ci impediscano di arrivare al futuro.

divider
 
Creative Commons License
Cost sit a l'è (C) 1995-2021 ëd Vittorio Bertola - Informassion sla privacy e sij cookies
Certidun drit riservà për la licensa Creative Commons Atribussion - Nen comersial - Condivide parej
Attribution Noncommercial Sharealike