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venerdì 31 Ottobre 2014, 13:58

I fatti sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo è negli ultimi tempi uno degli argomenti preferiti della politica. E’, difatti, una attività fortemente impopolare tra gli italiani, che la abbracciano in abbondanza ma che vedono gli effetti devastanti che gli eccessi videoludici hanno sulle persone; secondo i Sert, nei casi più gravi (diverse decine l’anno solo a Torino) si parla di perdite complessive che partono da 200.000 euro e arrivano ben oltre il milione di euro, bruciando in breve tempo interi patrimoni propri e familiari. Ma ci sono migliaia di persone, specialmente tra le meno abbienti, che si giocano ogni mese parti consistenti del proprio stipendio e della propria pensione, secondo una dipendenza che generalmente inizia nel momento di una buona vincita senza realizzare che tale vincita è statisticamente irripetibile se non giocando quantità di denaro molto superiori ad essa.

Soltanto in provincia di Torino nel solo anno 2013, il totale delle giocate legali è stato di circa tre miliardi di euro (per confronto, le entrate fiscali del Comune di Torino mettendo insieme tutte le varie IMU, TASI, TARI ecc., spesso indicate come la causa dell’impoverimento generale, non arrivano al miliardo di euro). Di queste, per quanto riguarda le slot machine il 70-75% dovrebbe essere restituito in vincite (ma solo se il gioco non viene taroccato), mentre il 13% va allo Stato. A seconda del gioco, però, ci sono percentuali di vincita più basse (es. in lotto e lotterie) o più alte (es. nelle scommesse sportive e nei giochi online)… ma solo se il gioco non viene taroccato.

Ovviamente, più bassa è la percentuale di vincita e più alto è l’incasso per i vari soggetti che si dividono il resto: lo Stato, i concessionari nazionali, i loro distributori locali e, per le macchinette, l’esercente del pubblico locale che le ospita, che porta a casa al massimo qualche punto percentuale sul giocato e che peraltro è spesso legato da contratti capestro che gli rendono praticamente impossibile eliminare le macchinette dopo averle installate.

Dei tre miliardi di cui dicevamo sopra, oltre il 30% viene speso nelle classiche slot da bar, e il 25% nelle “videolottery” tipiche delle sale giochi; queste ultime sono solo terminali di un sistema di lotteria in rete gestito da un concessionario, mentre le prime sono macchine autonome che gestiscono il gioco in proprio, comunicando via rete a un server centrale dei monopoli quello che avviene. Poi un altro 20% va in lotto e lotterie, un po’ meno in giochi di abilità tipo braccio meccanico, e solo il 5% nelle scommesse sportive.

Su queste, però, c’è un problema: si sono diffuse sale scommesse e siti online che non operano con licenza italiana, ma con licenza di altri Paesi UE, es. Malta, dove le tasse sono più basse e quindi loro riescono a offrire ai clienti percentuali di vincita superiori e quote migliori. Secondo le leggi europee e diverse sentenze ciò è possibile, ma secondo i monopoli e la Guardia di Finanza no; sta di fatto che un bel giro d’affari, non ben misurabile, si è spostato su questi operatori.

In tutto, a Torino e provincia ci sono circa quattromila operatori di scommesse, di cui tre quarti sono bar e tabaccai con macchinetta (mediamente un paio a testa). Per evitare taroccamenti è necessario controllare spesso; eppure ogni anno i controlli raggiungono se va bene un cinquantesimo degli operatori, riscontrando peraltro che circa metà di essi non sono in regola (anche se possono essere irregolarità veniali).

Dal punto di vista sociale, non vi è solo il problema dei giocatori incalliti, ma quello della ricaduta sul tessuto urbano: nuove sale giochi aprono ovunque, spesso vicino a luoghi sensibili o in punti dove creano rumore, disturbo e brutte frequentazioni. Finora l’unico modo concreto per cercare di bloccare l’apertura di una sala giochi è che il regolamento di condominio vieti tale uso, ammesso di avere un regolamento contrattualmente vincolante.

Per quanto riguarda il Comune, difatti, esso ha le mani legate, per via di come è fatta la legge nazionale. Difatti, la legge prevede due modi diversi di ottenere una autorizzazione per svolgere gioco d’azzardo, a seconda del tipo di attività. Le macchinette sono normalmente installate secondo le modalità dell’articolo 86 del TULPS (il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, originariamente risalente al 1931), e quindi sono soggette all’autorizzazione comunale; il Comune può quindi, come confermato anche da alcune recenti sentenze relative a Comuni piemontesi, introdurre vincoli di orario, di collocazione (es. lontano dalle scuole) e così via, per quanto necessario a tutelare la salute pubblica.

Tuttavia, le attività più lucrose – sale giochi e scommesse sportive – sono invece esercitate secondo le modalità dell’articolo 88 del TULPS, con una autorizzazione rilasciata dal Questore a fronte di una concessione nazionale; e la Questura non effettua alcuna valutazione dell’impatto sociale e urbano della nuova apertura. In questo modo si possono aprire sale slot ovunque, anche di fronte a una scuola elementare o a un centro per anziani, senza particolari limitazioni di orari.

Questa è una tipica questione all’italiana: a livello locale tutta la politica è contro il gioco d’azzardo e inscena grandi litigi e discussioni pubbliche, votando durissimi atti contro queste attività; a livello nazionale poi gli stessi partiti fanno in modo di tutelare chi ha pagato lucrose concessioni e porta tante belle entrate fiscali allo Stato (anche se poi lo Stato spende ben di più per supportare chi con l’azzardo ha perso tutto ed è ora povero in canna).

Io mi sono agganciato a una di queste belle discussioni e ho inserito al volo, nell’ennesima dichiarazione di principi che la Sala Rossa si apprestava a votare, un emendamento preciso: una richiesta alla Regione Piemonte di emanare una legge sul modello di quella ligure, permettendo ai Comuni di limitare l’orario, la collocazione e le nuove aperture anche delle attività autorizzate dalla Questura, obbligandole ad avere anche l’autorizzazione comunale. Difatti, la Regione ha costituzionalmente competenza sulla tutela della salute, e dunque se vuole può introdurre ulteriori vincoli sul commercio a questo scopo; questa strategia ha già retto agli inevitabili stuoli di avvocati che gli operatori del gioco d’azzardo scatenano contro chi prova a limitarne il business.

L’emendamento è stato approvato, e con esso l’atto, e dunque adesso il consiglio comunale ha sposato la nostra proposta, che peraltro altri consiglieri M5S stanno presentando in altre città piemontesi. Non resta dunque che sperare che Chiamparino non si faccia irretire dalle sirene dell’alea, e provveda a emanare quanto prima questa legge.

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Un commento a “I fatti sul gioco d’azzardo”

  1. ArgiaSbolenfi:

    Chissà cosa succederebbe se si decidesse di destinare una fettina della torta anche ai comuni..

 
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