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giovedì 22 giugno 2017, 14:13

Palestina (5) – Betlemme dalla mangiatoia al muro

A Betlemme ci sono essenzialmente due cose da vedere: il luogo di nascita di Gesù e i murales di Banksy. Questo, ad esempio, si trova sul muro di un autolavaggio dietro un campo di zucchini striminziti a Beit Sahour:

Il Flower Thrower è talmente famoso che l’altro giorno in televisione c’era la Camusso che protestava contro i voucher e aveva una maglietta con questo disegno; tutti lo interpretano a proprio uso e consumo, ma il senso del murale non è sostenere una causa o un lato di un conflitto, quanto piuttosto chiedere a chi combatte di agire per la pace invece che per la guerra.

Proseguendo, si capisce di essere arrivati nella zona centrale di Betlemme perché compaiono le classiche trappole per turisti; ammetto che mi sarebbe piaciuto fare check-in al KFC di Betlemme solo per poter dire di averlo fatto.

Betlemme è la città palestinese che è stata più danneggiata dall’intifada. In vista del Giubileo del 2000, infatti, era stato lanciato dall’Unesco un grande progetto di cooperazione per costruire infrastrutture e attrattive per i turisti religiosi cristiani, con la collaborazione di innumerevoli entità in gran parte italiane. La partecipazione di Leoluca Orlando deve avergli portato sfiga, perché nel settembre 2000, in risposta a una provocatoria passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee, Arafat chiese al mondo arabo di fermare la dissacrazione dei luoghi santi islamici di Gerusalemme, e la seconda intifada cominciò.

Il risultato fu che i turisti sparirono e tutta l’economia di Betlemme fu azzerata per anni; e tuttora i negozi della via della Stella, la tradizionale salita dei pellegrini fino alla chiesa della Natività, restano interamente chiusi per mancanza di passaggio.

Secondo la nostra guida, c’è stata negli ultimi anni una certa ripresa del turismo, anche se non è mai tornato ai livelli precedenti all’intifada. Tuttavia, adesso i turisti viaggiano praticamente sempre scortati nei pullman fino alla piazza, senza più fare il tratto a piedi; e così, i negozi si sono spostati e si sono concentrati subito attorno alla piazza.

La piazza della Natività, tuttavia, proprio perché richiama ospiti internazionali, è diventata anche il palcoscenico per le proteste politiche dei palestinesi, al punto che Trump, nella sua visita di un mesetto fa, ha evitato di andarci per non farcisi fotografare in mezzo. E così, un intero palazzo è coperto dalla bandiera con la scritta “Free Palestine” e le foto dei due leader storici del popolo palestinese, Yasser Arafat e Bruno Gambarotta (o qualcuno che gli somiglia molto):

Dall’altro lato, c’è una infografica in stile giornalistico sui numeri dei detenuti politici palestinesi – basta un copia e incolla et voilà le reportage:

La Chiesa in sé, come per il Santo Sepolcro, è costruita attorno a un luogo sacro rigidamente diviso, dopo secoli di scazzi incrociati, tra le principali marche di cristianesimo. E’ interessante notare come ai cattolici sia toccato anche qui lo scarto degli altri, perché mentre il punto esatto in cui è nato Gesù Cristo (esatto esatto eh! l’hanno misurato col GPS durante le doglie), marcato da una stella d’argento in cui puoi infilare le mani per toccare la pietra su cui venne al mondo il figlio di Dio, è metà di proprietà dei greci ortodossi e metà di proprietà degli armeni, al Vaticano tocca soltanto l’angolino tre metri più in là in cui si trovava la mangiatoia.

In compenso, l’intera piazza si chiama Manger Square, ovvero piazza della Mangiatoia; la nostra guida palestinese cercava di spiegare a una insopportabile turista americana (che ha passato tutto il tempo a lamentarsi di Trump) che “manger” è una parola che indica appunto il posto in cui mangiano gli animali, in cui Gesù fu messo subito dopo il parto, e lei rispondeva: “ok, nursery!”. E lui: “no nursery, where animals eat, eat, and Christ was put there”, e lei: “ok, got it, manger means nursery!”. Niente, non ci arrivava, probabilmente era una dei sedici milioni di americani che credono che il latte al cioccolato sia quello prodotto dalle mucche marroni.

Comunque, la Chiesa Cattolica si è rifatta dell’emarginazione costruendo un secolo fa una seconda chiesa tutta sua accanto a quella storica, la Chiesa di Santa Caterina, che era piena di veneti con cappellini bianchi e gialli che pregavano, ciò. Diciamo che uscendo di lì avevo una gran voglia di rivedere Brian di Nazareth.

Tuttavia, non è finita qui; c’è ancora una cosa da vedere a Betlemme. No, non sono le umili autovetture tra cui devi fare lo slalom a piedi come in una qualsiasi strada pedonale di Torino:

e no, non è nemmeno il monumento collocato al centro di piazza Azione Cattolica:

e nemmeno il panorama digradante di Betlemme verso il Grand Park Hotel:

e nemmeno l’ottima pasticceria in cui abbiamo mangiato il fantastico dolce palestinese fatto da una crepe ripiena di formaggio e ricoperta di miele:

Lo so, voi siete qui per questo, volete vedere sangue e guerra e quindi ve lo mostro: il muro di Betlemme in tutto il suo splendore.

Questo muro marca il confine di fatto tra Palestina e Israele. Qui è particolarmente alto e difeso, perché subito dietro la parete c’è un luogo sacro agli ebrei, la tomba di Rachele (che dev’essere un personaggio biblico famoso, ma non chiedete a me; in termini di epiche, io mi sono fermato al Signore degli Anelli). Betlemme si trova subito a sud di Gerusalemme e il confine normalmente segue la separazione amministrativa tra le due città, ma in questo caso gli israeliani hanno costruito un “dito” di circa 400 metri per annettersi il luogo santo e uno stretto corridoio attorno alla strada per arrivarci.

Il muro è coperto di graffiti, alcuni molto belli, altri boh, altri ancora frutto del vandalismo di occidentali in fregola; questo è uno dei miei preferiti, che ricorda anche come i musulmani di Betlemme, pur abitando a una decina di chilometri dalla Cupola della Roccia ossia uno dei luoghi più sacri dell’Islam, non hanno né la possibilità di vederla né di visitarla, a meno di non ottenere un complicato permesso speciale; e non possono nemmeno visitare i propri parenti e conoscenti dall’altra parte del muro.

Sul muro sono affissi manifesti stampati dai palestinesi per raccontare tutte le difficoltà e i maltrattamenti subiti per recarsi a Gerusalemme, dalle lunghe attese per i controlli al trattamento sprezzante o minaccioso dei soldati israeliani al confine. Proprio di fronte, inoltre, c’è l’ultima trovata di Banksy, un albergo con “la peggior vista del mondo”.

In effetti, la sensazione è doppiamente straniante. Da una parte, un muro di cemento per separare a forza due comunità è orrendo; non esiste rappresentazione migliore della bruttezza innanzi tutto estetica della guerra etnica che si trascina da cent’anni in Medio Oriente; parla di sofferenza, di incomunicabilità, di violenza, di storie terribili, di diritti negati. Dall’altra, basta girarsi dall’altra parte per vedere una strada col traffico (una BMW e un’Audi… me ne sono accorto solo ora riguardando la foto), i negozi, la pubblicità della birra Bavaria, la vita che scorre tranquilla come in un posto qualsiasi. E in mezzo, a collegare le due parti, gli occidentali, che sfruttano la tranquillità e le infrastrutture della parte normale, alle loro spalle, per guardare e fotografare soltanto la parte conflittuale.

E’ per questo che penso che una foto obiettiva della Palestina di oggi debba comprendere tutte e due queste facce, anche se ovviamente ciascuna delle due parti in causa cerca in ogni modo di farne vedere una soltanto.

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