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lunedì 1 ottobre 2018, 14:15

Alcune domande sul reddito di gigginanza

Ci sono alcune cose che non ho capito del reddito di gigginanza, ossia la versione Di Maio del reddito di cittadinanza – e parlo di “versione Di Maio” perché il reddito di cittadinanza sarebbe una cosa seria, una misura che da anni viene discussa e sperimentata in mezzo mondo per provare ad affrontare in modo nuovo gli effetti della globalizzazione e della digitalizzazione dell’economia; ma qui non si capisce più cosa sia davvero.

All’inizio, infatti, anche nelle proposte del M5S il reddito doveva essere dato a tutti, potenzialmente a 60 milioni di italiani in quanto cittadini, come sostegno a tempo indeterminato “perché esisti”, e come forma di redistribuzione della ricchezza generata dall’automazione e dalla delocalizzazione, che tendono naturalmente ad eliminare i posti di lavoro meno qualificati e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.

Era una visione nobile che guardava lontano, però si è capito che nel breve termine il progetto non stava proprio aritmeticamente in piedi, e allora, sin dalla scorsa legislatura e poi nel programma elettorale, Di Maio ha trasformato il reddito di cittadinanza in un sussidio di disoccupazione per 6,5 milioni di persone sotto un altro nome: te lo do ma solo fin che non trovi un nuovo lavoro, e solo se non rifiuti più di tre offerte di lavoro.

Poi però si è giustamente fatto notare che se ci sono 6,5 milioni di disoccupati non si capisce dove possano saltar fuori 6,5*3 = 19,5 milioni di offerte di lavoro; se ci fossero, i 6,5 milioni non sarebbero disoccupati. Allora, per rispondere all’accusa piuttosto sensata di voler mantenere i fancazzisti a vita (o, in alternativa, di sparare ogni giorno a cazzo la prima cosa che gli veniva in mente), Di Maio ha cambiato di nuovo versione, e il reddito di cittadinanza è diventato un lavoro socialmente utile: te lo do, ma solo in cambio di 8 ore a settimana di lavoro nel tuo Comune.

Ora, a parte il fatto che i lavori socialmente utili esistono da decenni e non hanno mai “abolito la povertà”, il problema è che 6,5 milioni di persone sono oltre un decimo degli italiani; a Torino, proporzionalmente, le persone da far lavorare nel Comune sarebbero 90.000, forse di più. Ma l’intero Comune di Torino ha 10.000 dipendenti: come farebbe a gestire 90.000 persone, generalmente poco qualificate, che lavorano un solo giorno a settimana, con un ricambio continuo che impedisce qualsiasi tipo di formazione o di pianificazione del lavoro? Ogni dipendente comunale avrebbe ogni giorno due persone diverse che lo guardano da dietro le spalle in attesa di fare qualcosa, e dovrebbe smettere di fare il suo lavoro per istruirli, salvo poi averne due diversi il giorno dopo? Oppure queste persone dovrebbero auto-organizzarsi e fare da soli qualcosa, pulire le strade, tagliare l’erba… ma in tal caso, chi gli dà i mezzi, chi gli spiega cosa devono fare, chi controlla il lavoro che fanno? Dove trovano i Comuni i fondi e il tempo per gestire questa massa di persone?

E se poi anche si riuscisse a organizzare questo tipo di lavori, anche per un numero molto minore di persone, cosa sarà dei lavoratori di tutte le imprese e cooperative che attualmente forniscono servizi ai Comuni in subappalto? Verranno lasciati a casa perché il loro lavoro sarà già coperto dai “precari istituzionali” del reddito di cittadinanza? E poi si darà il reddito di cittadinanza anche a loro?

Ma allora, facendo un debito pubblico aggiuntivo da decine di miliardi di euro per sostenere il lavoro, non era meglio limitare il sussidio a un più modesto sostegno temporaneo per chi perde il lavoro, e poi investire nella creazione di posti di lavoro veri, dignitosi, inquadrati regolarmente, non dico nel privato tramite incentivi alle aziende (eresia!), ma almeno in quei settori in cui il pubblico impiego è davvero sottodimensionato? Sarebbero stati di meno, ma sarebbero stati reali, utili, stabili, e persino, se ci si fosse impegnati in tal senso, meritocratici.

O il problema era che così non si potevano gridare tanti slogan dal balcone, non si potevano sollecitare i voti di così tante persone, non si potevano dare soldi a pioggia a mezza Italia, anche a chi li aspetta come beneficio clientelare in cambio di nessuna fatica?

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3 commenti a “Alcune domande sul reddito di gigginanza”

  1. A.:

    Questo blog è una molecola di razionalità in un mare di escrementi, è un peccato che non lo legga un maggior numero di persone.

  2. Silvia:

    Ma la disoccupazione a chi perde il lavoro non c’è già? E a questo punto, a chi perde il lavoro viene data la disoccupazione per due anni e poi il reddito di cittadinanza (se avente diritto)? E a questo punto, un partita iva che perde il lavoro ha solo il reddito di cittadinanza, e quindi rimane discriminato nella disoccupazione?

  3. mfp:

    Mah, sulla genesi del termine ‘reddito di cittadinanza’ hai gia’ detto tutto tu. E’ nato come una cosa, ed e’ finito come un’altra cosa a cui e’ stato appiccicato il nome originale. E’ lo stesso percorso propagandistico realizzato per l’altro aspetto fondamentale, l’altra delle 2 colonne portanti della societa’: democrazia diretta, e’ diventata ‘restituire credibilita’ alle istituzioni rappresentative’. Fatto questo a soldi e diritti – reddito e democrazia – non rimane nessun altro motivo per cui sostenere, avallare, sperare … in M5S. Marrazzo nel 2009 nel Lazio spacciava la stessa cosa, ma migliore: non dovevi passare le giornate a mandare curriculum, non dovevi fare lavoro socialmente utile, non rischiavi di finire in galera per aver rubato una mela, ecc. Paradossalmente il PD era piu’ vicino all’idea di ‘reddito universale’ (perché esisti) di quanto lo siano oggi i 5S che all’epoca criticavano…

    Tornando al ‘reddito di gigginanza’, come giustamente hai ribattezzato tu, secondo me hanno semplicemente consolidato le varie misure pre-esistenti. In modo analogo a come hanno gia’ fatto in UK, dove hanno una misura di reddito universale unica, a cui si accede per motivi diversi. Quindi niente piu’ ‘pensione sociale’ per i pensionati che non hanno maturato i minimi; ne’ ‘cassaintegrazione’, ne’ altro… si chiamano tutte ‘reddito di cittadinanza’ (come in UK si chiamano ‘universal qualcosa’). Una mera operazione cosmetica. Hanno cambiato nome a cose gia’ esistenti, senza cambiare di una virgola la ratio della regola (e i soldi necessari a realizzarla).

    Probabilmente – niente e’ certo, visto che ancora nessuno ha ricevuto un centesimo ne’ potuto riempire i moduli per accedervi – 3 novita’ buone ci dovrebbero essere:

    1) non sono piu’ cifre irrisorie risultanti dalla penuria di risorse stanziate (divise poi per il numero di aventi diritto; e quindi ognuno alla fine dei conti aveva 200 euro al mese che non bastavano neanche a coprire il cibo), ma anzi una cifra calcolata per garantire il minimo necessario a tenersi la dignita’ addosso (per cui invece di dividere le noccioline totali con le altre scimmie sfortunate, hai 780 noccioline tutte per te, moltiplicate poi per il numero di scimmie sfortunate).

    2) la ratio non e’ ‘l’azienda mi ha licenziato’ o ‘sono troppo vecchio per lavorare’, ma e’ ‘io questa sera sono senza cena’; problema concreto, immediato, con una sola soluzione efficace possibile. Mi sembra molto piu’ pragmatico dell’approccio cattoliberista solito: beneficienza, carita’, creazione di Padri che gestiscono il regno terreno. Ivi inclusi i vari Buzzi/Carminati (“guadagno piu’ con gli immigrati nel centro d’accoglienza che con la droga”) che si sono osservati in questi anni sui giornali (l’ultimo a sfruttare l’accoglienza arrestato in toscana qualche settimana fa). E questo approccio ha allargato i cordoni raggiungendo anche le migliaia di situazioni di nicchia che solitamente sono escluse da ogni e tutte le altre misure. Ha cioe’ un carattere piu’ universale. Il movente non e’ quello giusto, lo scopo anche, ma cmq un passo avanti rispetto al pre-esistente. E’ la moda di questi tempi: volevamo la cannabis legale, ci hanno dato la canapa industriale spacciando per legalizzazione qualcosa (contenuto di THC inferiore allo 0,2%) che era gia’ legale dal 2002 (ma continuava ad essere vessata dalle forze dell’ordine di propria sponte).

    3) Non e’ subordinato alla firma del signorotto del feudo locale. Non succedera’ cioe’ che il funzionario (arrestato) del comune di Milano si faccia dare 150 euro in anticipo dai beneficiari del sussidio genitoriale, per firmare l’autorizzazione a percepire il sussidio genitoriale (di 200 euro al mese). E come quel caso, tutti gli altri. Non devi fare pompini per godere dei tuoi diritti. Perche’ e’ automatico’; risulta da mera procedura che non prevede autorizzazioni ex-ante.

    Sono chiaramente dettagli, rispetto invece ad un reddito ‘perche’ esisti’. E fino a che non lo vedo messo in pratica non ci credo. Le cose che ho scritto qui sopra sono teoriche. La sintesi di ore e ore di martirio del mio sacchettino scrotale. Decine di pasti rovinati dalla TV accesa. Poi dici perché uno cessa le sue funzioni sessuali…
    Tra le varie cose uscite nei salottini televisivi che si sono scatenati sulla questione c’e’ anche il fatto che la tanto criticata manovra finanziaria prevede una clausola per la quale qualunque fondo stanziato potra’ essere prosciugato per fare fronte a non ricordo bene quale altra necessita’ finanziaria… debiti… europa… qualcosa che evidentemente e’ piu’ importante. Pertanto quegli 8 miliardi, che si sa gia’ non essere sufficienti in quanto dovrebbero essere 15… potrebbero non arrivare mai a destinazione come spacciato in questi mesi.

    E poi un dettaglio non da poco: queste famose ‘8 ore di volontariato obbligatorio’ sono ‘a settimana’ come scrivi tu, o sono ‘al giorno’, come avevo capito io? Perche’ se sono a settimana e’ anche una buona cosa (indipendentemente poi dai problemi pratici che elenchi); ma se sono al giorno… si son fatti gli schiavetti aggratis. Prima per lo meno dovevano pagare per avere dei servizi; con questa misura invece sarebbero gia’ pagati solo lo stretto indispensabile a sopravvivere invece di dargli uno stipendio vero. A conti fatti qualcuno potrebbe rimpiangere i voucher.

    Chi vivra’ vedra’…

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