Elezioni etniche
Anche a Montreal c’erano le elezioni comunali. Le ha vinte Soraya Martinez, cilena-canadese, figlia di esuli di sinistra immigrati qui per sfuggire a Pinochet. Ma anche gran parte degli altri candidati erano immigrati: nei cartelli per strada, per esempio, si trovano i volti di candidati consigliere arabo-canadesi associati a candidati sindaco afro-canadesi.
Montreal, come tutte le grandi città del Canada, è un melting pot totale: e ieri, a pranzo dal cinese, ho ascoltato dal tavolo a fianco la storia di un giovane programmatore immigrato dal Pakistan che ha ancora la famiglia là , ma aspetta tra un anno di avere il passaporto canadese per poi con quello poter viaggiare liberamente per il mondo, specialmente in Europa.
Però, non è sempre stato così. Fino ancora agli anni Novanta, Montreal voleva essere l’opposto: un’isola di purezza franco-canadese e cattolica, in cui chi parlava inglese era odiato, gran parte della popolazione voleva l’indipendenza e per un lungo periodo i nazionalisti mettevano bombe qua e là con l’appoggio di molti.
L’aspetto interessante, però, è questo. Proprio per questo atteggiamento, per tutta la seconda metà del Novecento la “purezza francofona” è stata mantenuta innanzi tutto dalle scuole. Per mandare i propri figli alle scuole francofone, bisognava essere cattolici di madrelingua francese. I cattolici di altre lingue, tra cui gli italiani, venivano accolti nelle scuole cattoliche in speciali sezioni in inglese; tutti gli altri – ebrei, cinesi, greci, indiani – potevano solo mandare i figli alle scuole protestanti inglesi.
Il risultato è stato ovvio: quando nel 1995 si è infine tenuto il referendum per l’indipendenza, i separatisti, pur prendendo oltre il 60% tra i francofoni, si sono fermati nel complesso al 49,4%. A fare la differenza sono stati proprio i voti degli immigrati da paesi terzi, che erano stati forzatamente costretti a non diventare francofoni ma anglofoni, e di conseguenza erano in massa contro l’indipendenza. Nel discorso del giorno dopo, il leader dei separatisti gridò che i franco-canadesi erano stati sconfitti da “l’argent et les votes ethniques”: una frase talmente storica da avere una pagina dedicata nella Wikipedia in francese.
Eppure, trent’anni dopo, anche se la questione linguistica è ancora molto sensibile, Montreal è una città di ogni colore, amalgamata ben più delle nostre; e anche in politica, gli “allofoni” sono ormai integrati.
In fondo, è quello che spero che succeda a New York: che il primo sindaco musulmano della loro storia si riveli un integratore e non un disintegratore, che sappia trattare tutti allo stesso modo senza rivendicare il primato della propria religione e della propria etnia, che lasci una città più unita di prima. Molti temono l’opposto, ma se la paura del nuovo è normale, è giusto anche sperare che venga smentita dai fatti.
