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mercoledì 5 Novembre 2025, 10:32

Elezioni etniche

Anche a Montreal c’erano le elezioni comunali. Le ha vinte Soraya Martinez, cilena-canadese, figlia di esuli di sinistra immigrati qui per sfuggire a Pinochet. Ma anche gran parte degli altri candidati erano immigrati: nei cartelli per strada, per esempio, si trovano i volti di candidati consigliere arabo-canadesi associati a candidati sindaco afro-canadesi.

Montreal, come tutte le grandi città del Canada, è un melting pot totale: e ieri, a pranzo dal cinese, ho ascoltato dal tavolo a fianco la storia di un giovane programmatore immigrato dal Pakistan che ha ancora la famiglia là, ma aspetta tra un anno di avere il passaporto canadese per poi con quello poter viaggiare liberamente per il mondo, specialmente in Europa.

Però, non è sempre stato così. Fino ancora agli anni Novanta, Montreal voleva essere l’opposto: un’isola di purezza franco-canadese e cattolica, in cui chi parlava inglese era odiato, gran parte della popolazione voleva l’indipendenza e per un lungo periodo i nazionalisti mettevano bombe qua e là con l’appoggio di molti.

L’aspetto interessante, però, è questo. Proprio per questo atteggiamento, per tutta la seconda metà del Novecento la “purezza francofona” è stata mantenuta innanzi tutto dalle scuole. Per mandare i propri figli alle scuole francofone, bisognava essere cattolici di madrelingua francese. I cattolici di altre lingue, tra cui gli italiani, venivano accolti nelle scuole cattoliche in speciali sezioni in inglese; tutti gli altri – ebrei, cinesi, greci, indiani – potevano solo mandare i figli alle scuole protestanti inglesi.

Il risultato è stato ovvio: quando nel 1995 si è infine tenuto il referendum per l’indipendenza, i separatisti, pur prendendo oltre il 60% tra i francofoni, si sono fermati nel complesso al 49,4%. A fare la differenza sono stati proprio i voti degli immigrati da paesi terzi, che erano stati forzatamente costretti a non diventare francofoni ma anglofoni, e di conseguenza erano in massa contro l’indipendenza. Nel discorso del giorno dopo, il leader dei separatisti gridò che i franco-canadesi erano stati sconfitti da “l’argent et les votes ethniques”: una frase talmente storica da avere una pagina dedicata nella Wikipedia in francese.

Eppure, trent’anni dopo, anche se la questione linguistica è ancora molto sensibile, Montreal è una città di ogni colore, amalgamata ben più delle nostre; e anche in politica, gli “allofoni” sono ormai integrati.

In fondo, è quello che spero che succeda a New York: che il primo sindaco musulmano della loro storia si riveli un integratore e non un disintegratore, che sappia trattare tutti allo stesso modo senza rivendicare il primato della propria religione e della propria etnia, che lasci una città più unita di prima. Molti temono l’opposto, ma se la paura del nuovo è normale, è giusto anche sperare che venga smentita dai fatti.

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