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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


martedì 27 Gennaio 2026, 19:38

Sta seduto nella fila d’aereo

Sta seduto nella fila d’aereo davanti alla mia, nel posto di sbieco. Avrà trent’anni, forse nemmeno, e passa tutto il tempo del volo per Bruxelles attaccato al suo iPhone nuovo. Mette a posto le foto, le organizza per album, e mi mostra apertamente la sua vita.

Che per metà è fatta di eventi sportivi: sarà un giornalista o qualcosa, perché fa foto da bordo campo. Apple mi aiuta scrivendoci sopra il luogo, tipo STADIO RIGAMONTI-CEPPI. Poi parte un video di basket.

L’altra metà invece è personale. Una foto mostra un salotto come tanti, con un divano come tanti. Compare un cane come tanti, piccolo nero e rognoso, e parte una serie di foto del cane in posizioni buffe. A un certo punto un neonato, sarà suo? Probabilmente sì. Poi compaiono tipe, più d’una. Poi si passa ai motori, due e quattro ruote, e poi tornano le foto sportive. Un altro stadio, Apple dice STADIO BREDA: andrà a Saint-Gilles da Sixième-Saint-Jean.

Arrivano immagini di capodanno: un trenino ossessivo, con tipe scosciate che saltellano gridando A E I O U Y come il figlio di Brigitte Bardot all’apertura del testamento (scusate, questo era un altro post). Anche il trenino è come tanti, di un capodanno come tanti, anche se l’unico trenino di capodanno che io abbia mai adottato dal vivo risale a oltre vent’anni fa.

Io fotografo nuvole male, avendo l’ala davanti al naso. Lui boh, ora c’è di nuovo una moto in dieci posizioni diverse, alcune decorate da una hostess gnoccolona. Riassumendo: calcio, figa e motori più cane, un mix italiano perfetto.

E io? Io sul cellulare ho foto storte di posti sparpagliati per il mondo e una rubrica piena di morti morti e morti virtuali, gente che si è insinuata nella mia sim in altre vite e ora chissà cosa fa. Alle volte nemmeno ci sono più loro, c’è il loro numero che riappare dopo secoli, riassegnato a chissà chi. Lui, almeno, in rubrica avrà Jessico Calcetto, e Jessico Calcetto 2.

Sarà felice?

Chissà. In fondo, non sono fatti miei.

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mercoledì 5 Novembre 2025, 10:32

Elezioni etniche

Anche a Montreal c’erano le elezioni comunali. Le ha vinte Soraya Martinez, cilena-canadese, figlia di esuli di sinistra immigrati qui per sfuggire a Pinochet. Ma anche gran parte degli altri candidati erano immigrati: nei cartelli per strada, per esempio, si trovano i volti di candidati consigliere arabo-canadesi associati a candidati sindaco afro-canadesi.

Montreal, come tutte le grandi città del Canada, è un melting pot totale: e ieri, a pranzo dal cinese, ho ascoltato dal tavolo a fianco la storia di un giovane programmatore immigrato dal Pakistan che ha ancora la famiglia là, ma aspetta tra un anno di avere il passaporto canadese per poi con quello poter viaggiare liberamente per il mondo, specialmente in Europa.

Però, non è sempre stato così. Fino ancora agli anni Novanta, Montreal voleva essere l’opposto: un’isola di purezza franco-canadese e cattolica, in cui chi parlava inglese era odiato, gran parte della popolazione voleva l’indipendenza e per un lungo periodo i nazionalisti mettevano bombe qua e là con l’appoggio di molti.

L’aspetto interessante, però, è questo. Proprio per questo atteggiamento, per tutta la seconda metà del Novecento la “purezza francofona” è stata mantenuta innanzi tutto dalle scuole. Per mandare i propri figli alle scuole francofone, bisognava essere cattolici di madrelingua francese. I cattolici di altre lingue, tra cui gli italiani, venivano accolti nelle scuole cattoliche in speciali sezioni in inglese; tutti gli altri – ebrei, cinesi, greci, indiani – potevano solo mandare i figli alle scuole protestanti inglesi.

Il risultato è stato ovvio: quando nel 1995 si è infine tenuto il referendum per l’indipendenza, i separatisti, pur prendendo oltre il 60% tra i francofoni, si sono fermati nel complesso al 49,4%. A fare la differenza sono stati proprio i voti degli immigrati da paesi terzi, che erano stati forzatamente costretti a non diventare francofoni ma anglofoni, e di conseguenza erano in massa contro l’indipendenza. Nel discorso del giorno dopo, il leader dei separatisti gridò che i franco-canadesi erano stati sconfitti da “l’argent et les votes ethniques”: una frase talmente storica da avere una pagina dedicata nella Wikipedia in francese.

Eppure, trent’anni dopo, anche se la questione linguistica è ancora molto sensibile, Montreal è una città di ogni colore, amalgamata ben più delle nostre; e anche in politica, gli “allofoni” sono ormai integrati.

In fondo, è quello che spero che succeda a New York: che il primo sindaco musulmano della loro storia si riveli un integratore e non un disintegratore, che sappia trattare tutti allo stesso modo senza rivendicare il primato della propria religione e della propria etnia, che lasci una città più unita di prima. Molti temono l’opposto, ma se la paura del nuovo è normale, è giusto anche sperare che venga smentita dai fatti.

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mercoledì 6 Agosto 2025, 10:37

Al festival di Wrangler

NOTA INTRODUTTIVA PER I MELOMANI: Questo post vi sta trollando.

Ebbene sì: dopo anni di tentativi (della mia compagna melomane), nel 2025 siamo riusciti ad avere i biglietti per andare a Beirut al festival di Wrangler. No, scusate, a Bayreuth al festival di Wagner.

Ebbene sì: per la prima volta nella vita, da non melomane, ho assistito per intero a un’opera di Wagner: i Maestri cantori di Norimberga, quattro ore e mezza di musica più due ore di pause nel mezzo.

E com’è?

Sarò sincero: per tre quarti è una palla unica, aggravata dal fatto di essere rappresentata tutta in tedesco, senza sopratitoli, e quindi senza che io potessi capire granché di quello che succedeva. Però, non c’è solo questo.

Innanzi tutto, con pochi momenti di eccezione, la musica di Wagner è piatta e tutta uguale, quattro ore di sviolinate infinite che accelerano e frenano senza andare mai da nessuna parte, avvincenti come un ingorgo in autostrada. Se vai a vedere Verdi o più o meno qualunque altro autore italiano, esci comunque dal teatro con un paio di arie orecchiabili incollate in testa. Qui, no. La musica che ascolti in ogni scena potrebbe anche essere gradevole, ma è sostanzialmente la stessa della scena di dieci minuti prima, o di quaranta minuti prima, o di tre ore prima. Le eccezioni sono i momenti corali, che valgono il prezzo del biglietto, e l’aria finale con cui il protagonista vince.

Ora, però, veniamo al problema principale: la trama. Questa opera racconta di un concorso canoro in cui il premio in palio è una donna infiocchettata, e già questo vi fa capire le idee sociali di Wagner. C’è un protagonista buono e innamorato della ragazza, e un antagonista cattivo che sarebbe il “cantante antico”, quello che si rifà alla musica classica tradizionale che a Wagner fa schifo. L’antagonista cattivo diventa la spalla comica del tutto, tramite una gag in cui si esibisce in maniera apertamente stonata e pomposa, e la gag sarebbe anche carina, se non fosse che è l’unica di tutto il copione e che viene tirata in lungo per tre ore, rendendo l’umorismo più ripetitivo che in un film dei Vanzina. Ah, e ovviamente alla fine vince il buono.

Ora, se questa storia venisse data in mano a un buon editor avrebbe anche delle speranze, ma l’editor come prima cosa ne taglierebbe due terzi, e come seconda strapperebbe le ultime dieci pagine, perché contengono il peccato mortale di qualunque storia: la morale esplicita, quella sbattuta addosso allo spettatore con la dolcezza di un’incudine sulla testa di Wile E. Coyote.

Già, perché finisce che il buono vince la gara cantando con tedeschitudine, e poi fa il gesto di rifiutare la medaglia, e allora l’anziano saggio lo prega di accettare per diventare un vero “maestro tedesco”, e dimostrare la superiorità della cultura nazis… scusate, tedesca su quella del resto del mondo, e lui accetta perché è tedesco e orgoglioso di esserlo.

Ora, come si può rappresentare una roba del genere nel 2025, credendoci? Non si può, e infatti l’opera viene salvata dal regista, che trasforma la mezz’ora finale in una farsa completa, ambientandola su un palco in stile Eurovision dominato da un gigantesco gonfiabile a forma di mucca verde e viola. Per sicurezza, il regista cambia anche il finale, facendo sì che sia la donna, liberandosi dal trattamento da oggetto che le riservano tutti questi maschi, a rifiutare la medaglia nazis… scusate, tedesca. Dopodiché, sull’ennesimo zumpappà uguale ai cento precedenti che chiude lo spartito, tutto il coro alza le spalle e fa una faccia tipo “wtf, rappresentiamo questa roba solo perché ci pagano”. Sapete che io non simpatizzo per le riscritture woke, ma quanno ce vo’, ce vo’; in questo caso, senz’altro ce vo’.

Ovviamente, agli appassionati la regia non è piaciuta: “ha snaturato l’opera” e “non è abbastanza rispettosa”. D’altra parte, se non sei nazista ma ti piace Wagner – un uomo non solo apertamente nazionalista, razzista e antisemita, ma disgustoso anche nella vita reale; non a caso Hitler lo adorava – hai già deciso di ignorare le sue idee per concentrarti solo sulla musica. Che questo sia possibile o meno è l’oggetto di un lungo dibattito. Per quanto mi riguarda, anche se per curiosità ci potrei riprovare, per ora è un no.

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martedì 8 Luglio 2025, 09:43

Norvegia (Pedro)

È che oggi, nonostante un clima da tregenda, siamo andati lo stesso a fare la crociera sul fiordo di Geiranger, che è patrimonio Unesco quindi pieno di enormi navi da crociera che vomitano persone, e figurarsi di domenica, però oggi era brutto con allerta meteo gialla e quindi un po’ meno. Alla biglietteria hanno persino negato che esistesse ancora la crociera economica, quella da 50 euro a testa per un’ora, ma io l’avevo vista sul sito e quindi è saltata fuori. Dunque siamo saliti e abbiamo messo su l’audioguida, che a me non piace molto, ma almeno dà un senso a quello che altrimenti sarebbe solo un giro tra cascate e scogliere. Bene, l’audioguida era anche in italiano, e iniziava col racconto di una tipa norvegese cresciuta sul posto, non meglio specificata ma ovviamente alta e bionda, che lasciava il suo paesello e andava a fare l’università a Bergen e lì incontrava Gianni, guarda caso italiano pure lui, che la portava in giro per il mondo, ma alla fine dopo anni di bella vita lei portava Gianni in fondo al suo fiordo e pure Gianni, erede degli imperatori romani, doveva ammettere che era il posto più bello del mondo. Ora, io non ne ho la prova certa, ma sospetto che se avessi scelto l’audioguida francese la tipa bionda avrebbe incontrato Jean de Paris, e in quella inglese John from London, e in quella spagnola avrebbe incontrato Juan, però lì sì che ci sarebbe stata una variante, perché alla fine lei avrebbe mollato Juan per mettersi con Pedro di Santa Fe, che come ben sappiamo è il massimo dei maschi del mondo ispanofono. E allora io ho ascoltato l’audioguida e tutte le sue storie, però con meno convinzione, perché questa storia qui mi sembrava troppo sfacciata; e però poi ho pensato, cosa ne so io di raccontare storie, che già mi hanno scritto tempo fa che chi non vota sì al referendum sulla cittadinanza non è certo in grado di raccontare storie, e che non si aspetti alcuna possibilità narrativa, nemmeno se decidesse mai di elargire i venticappa alla scuola Holden, cosa che molti hanno fatto senza grande soddisfazione, che tanto valeva spenderli in casse di Gaza Cola, che con le tipe del Nord Europa tira senz’altro moltissimo.

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lunedì 16 Giugno 2025, 08:47

La città più illuminata del mondo

Vi ho già raccontato l’anno scorso di come Vancouver sia la città più woke del Canada e quindi del mondo: un posto in cui per onorare i nativi il mercato contadino del centro città si tiene in piazza Å xʷƛ̓ənÉ™q Xwtl’e7énḵ, che io ancora mi chiedo come facciano gli abitanti a dirselo al telefono, “ciao troviamoci in piazza Å xʷƛ̓ənÉ™q Xwtl’e7énḵ”.

In particolare, Vancouver è famosa per la droga. Non solo c’è una rivendita legale di cannabis a ogni angolo, e la puzza di fumo aleggia ovunque per le strade; ma la città e la provincia della Columbia Britannica, riconoscendo il diritto dei drogati a drogarsi in sicurezza come insindacabile scelta di vita, hanno depenalizzato il possesso delle droghe pesanti e iniziato a distribuirle direttamente.

In pratica, la città passa gratuitamente il fentanyl, la versione moderna dell’eroina, anche più volte al giorno: in nome della “safe supply”, cioè la “fornitura sicura” di droga, i drogati vanno a bucarsi negli appositi centri comunali. In più, tutte le farmacie forniscono gratuitamente il naloxone, che è il farmaco da somministrare per salvare chi è andato in overdose.

Tutto questo viene rivendicato da gran parte dei vancouveriani come un grande progresso sociale. I drogati, peraltro, sono pronti a battersi per la droga gratis: è facile trovare dei murali con lo slogan “SAFE SUPPLY OR WE DIE” (generalmente abbinati alla bandiera della Palestina, di cui i drogati sono tra i più convinti sostenitori).

Però, è il primo posto in cui alla porta di un Five Guys ho trovato le guardie di sicurezza; e i ristoranti del pieno centro espongono cartelli “NO CASH OVERNIGHT” per scoraggiare le razzie notturne con spaccata; e se appena si esce dal centro e si imbocca il corso che porta alle periferie orientali, per oltre un chilometro da entrambi i lati si incontrano torme di derelitti distesi sul marciapiede o in piedi a cazzeggiare o intenti a litigare o a farsi in pieno giorno.

E poi, c’è la freddezza inequivocabile dei dati: l’articolo che ho trovato risale al 2020, tre anni dopo l’introduzione del programma, e fa notare come i morti di overdose a Vancouver e provincia fossero superiori a quelli della Germania, che ha una popolazione venti volte superiore.

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mercoledì 3 Luglio 2024, 16:19

Giappone wtf

L’escursione giapponese di stamattina mi ha regalato il momento giapponese “wtf” dell’anno. Sono andato all’onsen della Keio sotto il Takaosan, un posto moderno ma tutto in legno chiaro, con ambizioni già di un certo livello (il biglietto d’ingresso a tutto il complesso termale costa ben 6,30 euro). Pertanto, tutti i presenti nel bagno maschile, a parte me, erano giapponesi dai 50 anni in su.

Dunque, io arrivo, mi spoglio, faccio la mia doccia seduta, mi sciacquo, esco e vado ai bagni all’aperto, e appena arrivo lì trovo la seguente scena. A sinistra, il bagno frizzante a 37 gradi, sotto una tettoia, pieno di giapponesi paralizzati; a destra, il bagno all’aperto a 39 gradi, sotto il sole, con una sola persona. Guardo meglio: è un vecchiettino ottantenne di quelli minuscoli e fatti ormai solo delle ossa del pollo, seduto nell’acqua.

Però, il vecchiettino ha appena portato le mani alla bocca, anzi forse proprio dentro la bocca, e ha iniziato a soffiare, emettendo una melodia che va su e giù senza molto senso, come se stesse cantando, ma con un suono che ricorda quello dell’orifizio posteriore, o al massimo di un palloncino che si sgonfia; ed è anche del tutto stonato. È lì fermo, imperterrito, e va avanti per almeno un paio di minuti, bruciando le orecchie a tutti.

Dall’altra parte della scena, i presenti sono impietriti. Sono fermi col culo nell’acqua, gli occhi spalancati, la bocca aperta, senza emettere un suono. Quel che sta succedendo è totalmente fuori dalle regole: negli onsen è vietatissimo emettere qualunque rumore, per non disturbare il relax e la meditazione. Il vecchiettino invece è perso nel suo mondo, e continua a produrre suoni, nonostante gli arrivino in contemporanea almeno cinque o sei sguardi della morte, che sono quelli che fa il giapponese quando qualcuno attorno a lui compie azioni molto maleducate; non oserebbero comunque mai dire nulla, ma guardano male.

Io cerco di non disturbare questa scena meravigliosa, e mi infilo nell’acqua in un angolo, ma girato, in modo da vedere le facce dei presenti invece che il vecchietto. Mi godo lo spettacolo ancora a lungo, poi il suono smette e ritorna la normalità. Ma è stata una scena indimenticabile.

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lunedì 15 Aprile 2024, 19:40

Partire da Torino Caselle

Dopo diversi viaggi da Malpensa, capisci che stai di nuovo partendo da Caselle perché:

1. Il tabellone partenze segna nel prossimo paio d’ore solo tre voli, e sono tutti e tre Ryanair verso il Mediterraneo.

2. Ai tornelli di ingresso verso i voli la fila è bloccata da almeno una mezza dozzina di passeggeri che non sono in grado di aprire l’app, visualizzare il codice qr e mostrarlo allo scanner.

3. Al controllo di sicurezza, un signore di mezz’età arriva in cima alla fila, viene chiamato, e parte a passo di marcia verso il metal detector con due borse in mano. Devono rincorrerlo e spiegargli che deve fermarsi alla postazione e fare una serie di cose, anche se non sembra capire, allora chiamano la moglie che traduce in un qualche dialetto.

4. Oltre il metal detector, mentre aspetto il mio zaino, arriva la vaschetta di un altro passeggero: ci sono cinque o sei piccoli brik di latte Tapporosso parzialmente scremato, e l’addetto fa anche notare che non sono nelle buste di plastica. Comunque, non so se andasse in Spagna o in Sicilia ma garantisco che esiste il latte anche lì.

5. Vai a fare pipì prima del volo e ci sono solo due orinatoi, ma uno è fuori uso.

6. L’app indica gate 21, gli schermi indicano gate 21, ma il gate aperto col volo sul monitor è il 19.

7. In teoria c’è la fila priority e quella non priority, ma a metà della fila priority cominciano a imbarcare anche l’altra e di lì in poi è uno scontro di gomiti e trolley per le cappelliere.

8. Sei seduto in aereo in attesa di decollo, posto C, e la tizia nel D apre il tavolino, ci mette il portatile e comincia a vedere un film. Arriva la hostess e glielo fa chiudere, lei aspetta due minuti che le hostess si siedano e lo rifà: decolliamo a tavolino aperto e occupato.

9. Mentre l’aereo accelera per decollare, le due passeggere alla tua sinistra si fanno il segno della croce.

10. Subito dopo il decollo, lo studente spagnolo seduto davanti alla tizia del film prende una custodia di auricolari neri che gli sfugge di mano, spargendo il contenuto su due file. Di lì in poi, con l’aereo in ascesa secca, è tutto un mobilitare gente alla ricerca.

11. Non potendoti tagliare i piedi li sporgi nel corridoio, ma è un continuo passare di hostess e carrelli che cercano di vendere qualcosa.

12. Vai in bagno, l’unico funzionante, ma resti bloccato in coda dietro una signora il cui culone fa comunità autonoma, rendendo impossibile qualunque manovra. Poi esce dal bagno un’altra signora, chiama la hostess e le chiede come fare a tirare l’acqua, perché da sola non riesce a capirlo.

13. Quando finalmente atterri, l’aereo è ancora dritto in frenata e c’è già uno in piedi nel corridoio.

14. Parte anche il canonico applauso, ma non all’atterraggio: dopo un paio di minuti, in un momento a caso.

15. A un certo punto l’aereo si ferma in mezzo alla pista per dare una precedenza, e lì è la fine: di lì in poi, c’è mezzo aereo in piedi con le valigie in mano per tutto il tragitto che rimane fino al gate.

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venerdì 6 Ottobre 2023, 23:30

La notte ha due facce

Non vorrei mettermi a scrivere davvero, perché queste giornate sono splendide ma massacranti, con un ritmo adeguato alla società giapponese. Oggi, per dire, ho guidato per quasi sei ore, tre al mattino e tre alla sera.

La prima metà era poco prevista e un po’ improvvisata: invece di prendere la statale comunque tortuosa che porta da Iya alla valle e poi all’autostrada per Kochi, ho preso la strada del passo Kyobashira, una specie di mulattiera che ogni tanto, incredibile per qui, aveva persino dei tratti con le buche.

In pratica, abbiamo percorso trentacinque chilometri in un mondo magico, fatto soltanto di boschi e di montagne – e di cantieri, perché comunque qui anche sulle strade più sperdute rifanno continuamente ponti e carreggiate – però a 20-25 orari massimo, perché la strada è a una sola corsia, con qualche raro punto di incrocio, ed è larga poco più di una macchina, ed è senza guard rail, perché questa è una società selettiva e se sbagli muori e va bene così.

Sulla discesa poi abbiamo incrociato i primi borghi agricoli di mezza montagna, e siamo rimasti fermi in attesa di un cantiere, e poi in coda dietro camion e camioncini vari, e anche se loro accostano appena possibile quando vedono dietro un veicolo più veloce, ci abbiamo messo tutta la mattina per arrivare a Kochi; e ci siamo fermati solo a metà foresta, per ripiantare il fiore che ci ha regalato il padrone di casa e non lasciarlo morire così, e al passo, 1100 metri di altezza, per fotografare la fila infinita di montagne rotonde che si perdono nella nebbia, e il cartello “attenti agli orsi”.

Dalle cinque alle otto, dopo le visite in città, altre tre ore o quasi: da Kochi a Matsuyama non per l’autostrada, perché in autostrada stanco così mi addormento e mi ammazzo, ma per la ben più breve ma più tortuosa statale 33. La prima ora è stata terribile, avremo fatto sì e no trenta chilometri in mezzo al traffico della periferia: perché qui ogni angolo piano è coperto di case, e fuori dalle autostrade si viaggia tutti a velocità inconcepibilmente lente (pure in autostrada, eh: il limite spesso è di 80, ma nei tratti più pericolosi diventa 50) anche se poi tutti sforano abbastanza, e vorrei vedere. Però, fin che sei in zona abitata sei incolonnato nel traffico, dietro a dozzine di kei car dalla targa gialla con il motore di un Ape Piaggio e il nonnino alla guida, e le strade sono tutte irreggimentate, con corsie separate per qualunque cosa, semafori infiniti per dare tempo a tutti, e ovviamente nessun parcheggio, che qui in strada non si può parcheggiare.

A un certo punto, però, di botto finiscono le case e si entra tra i monti e si passa dal giorno alla notte (anche perché è tramontato). Improvvisamente non c’è più nessuno, e si corre a velocità folli, 60, 70, talvolta (nelle gallerie della statale) anche 80, pazzesco. Nel buio si intravvede una diga e poi un immenso lago artificiale, e si segue la valle fino a scollinare, attraversando paesini sempre più spopolati, al punto che puoi fare una sosta pipì davanti a un gruppetto di case, tanto sono tutte abbandonate con l’erba sopra le finestre. Si corre e infine si sbuca verso la piana di Matsuyama, dall’altro lato dell’isola, dalla costa oceanica a quella interna, e dall’alto dei tornanti si vedono le luci della pianura di nuovo piena di case fino all’orlo, e infine si arriva in una città piuttosto grande, con un affollato quartiere di night club e tutte le scene tipiche, tipo il quarantenne impiegato in vestito nero e camicia bianca in giro con la ventenne scosciata coi tacchi alti, combinati chissà come e a che prezzo.

Tutto questo è per dire che il Giappone è una moneta con due facce, e gli occidentali in genere ne conoscono soltanto una: quella superiore, quella delle città luminose e tecnologiche, delle strade impossibilmente affollate, dei microappartamenti pigiati. Dall’altro lato, però, c’è il resto: come e più dell’Italia fatto di mari e di monti, di zone abitate da pochi umani, molti animali e moltissimi misteri, perché rimaste arcaiche e ben più selvagge delle nostre. In mezzo, c’è un buco rotondo che le collega e le risucchia, e fa passare l’aria e gli spiriti dall’una all’altra.

Ed è così che immerso nel bagno bollente delle dieci e mezza, al tredicesimo piano del mio albergo, la testa all’aria aperta e il corpo sotto l’acqua, fissavo il pezzo di cielo che dava su di me e pensavo che ci sarebbe ancora molto da dire, ma ora ho veramente sonno; buona notte.

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mercoledì 6 Settembre 2023, 17:01

Una serata altrove

Insomma, finisco di lavorare e sono le sette e mezza di sera, che è come dire le nove, e qui l’ora di cena è agli sgoccioli; e non ho tanta fame ma qualcosa mangerei, certo però non il cibo dell’albergo. Così, dopo rapida ricognizione, esco a valutare un paio di posti qui in giro, nel villaggetto di case basse che sta dall’altra parte dello stradone, quella verso l’interno, quella opposta a questa fila infinita di albergoni da spiaggia di tutte le catene del mondo, nessuna esclusa.

Attraverso la strada – è la parte più pericolosa – e seguo il marciapiede, e poi mi infilo in un vicolo sul retro e finisco nell’altra via, una ex stradina di campagna circondata da case basse in cui la gente sopra abita e sotto fa cose, anche se la popolazione principale è dei motorini. E anche guardando non capisci cosa facciano, però la zona è turistica, quindi la metà sono bar e posti da cibo, ma sono tutti deserti.

Alla fine arrivo a quello che mi interessava, ed è deserto; l’ora è tarda, è buio, e non è stagione, e insomma non c’è nessuno tranne loro, la famiglia. Qui tutto è a conduzione familiare, quindi lo è anche questo caffè ristorante, con un menu stampato bene in tre lingue, vietnamita inglese e coreano. Sono una mezza dozzina o più, di cui la mamma è il capo, e un ragazzo ventenne che parla l’inglese molto bene, e una sorella più giovane, e poi qualche parente, e un’infilata di bambini imprecisati. Sono seduti in strada attorno a un tavolo di plastica, e chiacchierano per far passare la serata, come si faceva d’estate anche da noi una volta.

Così, il ragazzo mi fa sedere nel salone che dà sul fuori, ed è deserto; c’è anche un certo tentativo di arredamento, che gli stranieri se no si spaventano, e c’è un bancone da bar, con sopra improbabili ma vere bottiglie di Jack Daniel’s e sciroppi Monin, e pile di calici con sopra la polvere di almeno un paio di generazioni. Il ragazzo mi porge il menu, poi prende due ventilatori grossi come un frigorifero, e me li spara addosso dai due lati, schiacciandomi nella tormenta come un panino.

Io guardo il menu, questo è un caffè, ci sono pochi piatti ma saranno buoni, e prendo un mi quang, che è tipo il pho ma con meno brodo e tiepido, adatto all’estate. Gli chiedo se devo prendere altro, ma mi dice che una cosa basta, che qui le porzioni sono grandi (è così ovunque). Prendo anche una birra, ovviamente la birra vietnamita originale, la Larue, che però ha praticamente lo stesso logo della Tiger, la birra singaporthai che qui passa per un nettare; e gli dico due parole, che vengo dall’Italia, che vado via tra poco.

Così aspetto la mia ciotola, e giochicchio col cellulare, e arriva un bambino: avrà cinque o sei anni. Mi si ferma a fianco e mi fissa, e insomma non è che non siano mai passati occidentali da qui, ma dev’essere comunque uno stupore; e io guardo lui, e quegli occhi asiatici che a noi sembrano sempre strabici, e quello stupore che non sappiamo più di avere dentro. Non c’è gran modo di comunicare, e poi lui va via subito, e arriva il mio piatto.

Ovviamente è ottimo, come tutto il cibo qui, e ha questi spaghetti bianchi e piatti che si gonfiano nel brodo, e delle fettine di manzo, e di contorno un’insalata e la salsa di pesce fortissima che qui si mette su tutto. Me lo mangio tranquillo, anche se il bambino riappare, ma poi si mette a giocare con un’altra bambina, e corrono di qua e di là per la sala e giustamente nessuno ci fa caso, perché questa in fondo è casa loro, e so che dietro c’è la cucina e sopra le camere e la loro vita intera scorre qui, in una strada di periferia di Da Nang, sotto la montagna dell’acqua e dietro uno stradone di turisti che corrono anche loro, ma senza sapere bene dove andare.

I bambini invece vanno avanti e indietro, e alla fine spalancano le porte di legno lucido che danno sul retro, e io mi giro pensando di vedere la cucina, ma in realtà vedo la nonna, cioè, il butsudan della nonna, con una fotografia in bianco e nero di una vecchina vecchissima che non c’è più da tempo e una candela tra le offerte di cibo, e un pugno di riso per non dimenticare. Ma è un frammento di vita altrui che si apre, ed è un bel vedere, certo a chef Barbieri non piacerebbe, e sulla nonna metterebbe un topper, ma siamo qui per fare cena e ringraziare, e per una sera saper di vita vera; e brucerei senz’altro il cellulare, e le recensioni su Google dei locali, e tutti gli aspiranti Masterchef in ogni pizzeria d’Italia, per poter andare fuori anche da noi com’era prima, semplicemente da qualcuno che ti offre le cose di casa perché tu possa essere sazio, e continuare contento la tua vita.

Alla fine prendo il conto, che fa centotremila, e arrotondo a centoventi; sono comunque cinque euro scarsi. Saluto, e non ci rivedremo, però grazie; grazie anche al karaoke cinese stonato della casa poco più avanti, e alla gente su un patio aperto che guarda la televisione, e al buio appena illuminato dei lampioni, in un posto in cui fa caldo, sempre.

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sabato 2 Settembre 2023, 13:33

Un vero Vietnam

E insomma, se non mi è venuto un collasso oggi… Era una giornata libera e volevo andare a vedere le parti più lontane di Da Nang, così ho preso un Grab fino alla gigantesca statua della Buddha femmina sulla collina sul mare (Grab è l’Uber del sud-est asiatico e funziona benissimo, in un paese quasi privo di trasporti pubblici come questo non ha alternative).

Sulla strada, però, ho visto un grosso tempio di Buddha, la spiaggia, il porto galleggiante dei pescatori e un sacco di panorami, e così ho guardato la mappa, ho visto che erano quattro chilometri in discesa e salutata la statua mi son detto: andiamo a vederli facendo una passeggiata, così risparmio anche sul ritorno. Solo che invece di partire dall’albergo alle otto ero partito alle undici, e il cielo era coperto, quindi non avevo nemmeno preso l’ombrello; e quando ho iniziato la passeggiata era l’una e mezza e non c’era più una nuvola, c’erano 35 gradi, umidità al 200 per cento e sole a picco.

Mi sono ritrovato così su una statalona a curve a mezza costa sul mare che, avevo visto, non aveva marciapiede ma aveva un’ampia corsia-banchina tracciata sul lato; ho capito solo dopo che per loro è una corsia riservata per le centinaia di motorini e moto che viaggiano ovunque e comunque con 2-3-4 persone sopra, Napoli style. Quindi ho fatto delle belle foto ai panorami ma ho rischiato la vita a ogni curva cieca, e quando sono finalmente arrivato all’inizio della città e del marciapiede ho ringraziato qualunque santo preghino qui, ma ero già sciolto.

E sì, è vero che persino in mezzo al nulla, ogni qualche centinaio di metri, c’è un tizio steso sotto una palma che vende bibite: in queste condizioni, dev’essere una specie di presidio sanitario pubblico. Però, avrei dovuto spendere quei 20-30 centesimi di euro, solo per la mia debolezza nel soffrire il caldo, e quindi non me lo sono permesso. Ho invece tirato avanti con una marcia automotivata di tipo militare e ho avuto successo, però ho capito molte cose, e anzi ora mi sorprende che gli americani abbiano resistito per un decennio.

Comunque, alla fine sono arrivato alla passeggiata sul mare, e sedendomi ogni tanto (quando mi girava troppo la testa) ho fatto le foto alla spiaggia e ai navigli dei pescatori (tantissimi, sembrava un’isola greca tipo Fistfakòs) e infine sono arrivato lì, al tempio di Buddha (qui son tutti templi di Buddha, a parte la cattedrale francese). Come vedete, ero abbastanza cotto e accecato dal sole da non riuscire nemmeno a fare la foto dritta; poi sono entrato e il testo non l’ho visto, perché era totalmente deserto (chi cacchio va al tempio alle due del pomeriggio col sole a picco?) ma guardato da un cane randagio.

Ora, chi mi conosce meglio sa che intimamente ho un’identità di volpe, e notoriamente tra volpi e cani è come tra italiani e francesi, si è parenti ma non ci si sopporta. Infatti il cane si è messo a ringhiare, e siccome la rete è piena di storie di turisti che a Da Nang sono stati morsi da cani randagi, io mi sono limitato al cortile, che tanto era pieno di draghi (qui adorano i draghi ancora più che in Cina).

Me lo son visto per bene, poi ho chiamato il Grab per ritornare. Ho rischiato la vita in molti modi, ma effettivamente ho risparmiato: quattro euro invece di sei euro e cinquanta.

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