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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


giovedì 31 Luglio 2008, 04:55

Sopraffatto

Sono stato qui solo per mezza giornata e sono già stato sopraffatto dal Giappone – in senso positivo.

Certo, resistere è inutile. Sul volo da Osaka a Sapporo ero l’unico occidentale. All’aeroporto di Sapporo ero l’unico occidentale. Sul treno dall’aeroporto al centro ero l’unico occidentale. Camminando per le vie del centro con i bagagli ero l’unico occidentale. Sulla metro per il centro conferenze ero l’unico occidentale. Insomma, almeno qui a Sapporo (immagino che a Tokyo sarà diverso) non c’è comunque scampo: sei obbligato a fare un bel respiro ed immergerti, e anche a beccarti ogni tanto qualche sguardo di sorpresa, come se d’improvviso nella via fosse apparso un orso polare.

Immergersi non è poi così difficile; per esempio, le terribili macchinette elettroniche vendibiglietti hanno in realtà anche il menu in inglese, e sono efficientissime: ho infilato dentro una di esse una banconota da 10.000 yen – circa 60 euro – e senza fare una piega mi ha stampato il biglietto e mi ha dato il resto ordinatamente diviso in una banconota da 5.000, tre da 1.000, e la moneta.

I giapponesi sono molto gentili; quelli che incontri normalmente – ovviamente alla conferenza è diverso – non parlano mai più di quattro parole di engrish, nemmeno quelli che lavorano all’aeroporto, ma sorridono e abbassano gli occhi. Ho il sospetto che il giapponese medio, più che disprezzare lo straniero, sia dannatamente timido, e con una notevole paura di “buttarsi” per evitare di fare brutta figura agli occhi del mondo, e quindi farla fare al suo paese. Per ora, rispondere al sorriso mi ha aperto tutte le porte, persino al temuto controllo immigrazione dove mi avevano detto che avrebbero fatto tante storie e che invece si è risolto in trenta secondi, naturalmente previa prelievo di foto e delle impronte digitali di entrambi gli indici.

Io sono un po’ nervoso a mia volta, avendo paura di mancare a chissà quale convenzione; ok, le mie calze sono quasi perfettamente intere e mi ripeto continuamente di non soffiarmi il naso, ma stavo per dimenticarmi di porgere il biglietto da visita con entrambe le mani!

Ieri ho completato il percorso aeroporto -> treno -> stazione -> piedi -> albergo -> check-in -> metro -> centro conferenze appena in tempo per aggregarmi al ricevimento serale, offerto dal sindaco di Sapporo. E’ stato un evento molto giappo, perché ad esso era associata la premiazione di un concorso per il miglior ristorante di sushi della città, con tanto di concorrenti, elegantissimi in vestito e cravatta oppure vestiti come i cuochi dei fumetti, che vengono chiamati sul palco a ricevere l’applauso e talora – a seconda della loro posizione gerarchica – a tenere un breve discorso, come il “presidente dei ristoranti taldeitali”; nemmeno i ristoranti possono scampare alla gerarchia con un presidente in cima.

L’assaggio finale di sushi c’era ma limitato, e in più non avevo voglia di andare all’assalto: mi sono quindi dedicato al resto del buffet, una serie di originali ricette che mescolavano cucina giapponese e internazionale, partendo da pesce e frutti di mare di ogni genere: una più buona dell’altra. Alla fine, in un angolo, ho trovato un roast-beef che si scioglieva in bocca e in più era condito con una salsa che ne rovescia l’essenza: è come se il roast-beef fosse fatto di rafano, e nonostante questo – e la conseguente urticazione della bocca – il risultato è ottimo! Idem per il calamaro scottato alla piastra, che all’esterno è carbonizzato e coperto di soia, ma solo per un millimetro – il resto è tiepido e cotto appena appena, davvero eccellente.

Ci siamo poi spostati in un vicino locale alla moda, una specie di discoteca-concerti, per il concerto: ed è stata un’altra immersione culturale. Avete presenti i film di Kitano? Ecco, noi siamo risaliti su per la via fino ad entrare in un elegante grattacielo con il pavimento di legno e i marmi alle pareti, nell’atrio del quale c’erano tre ascensori dalle pareti d’acciaio e di specchi, guardati a vista da due signori. Entrando, si sale fino all’ultimo piano, dove si esce direttamente nell’ingresso del locale: che è come fosse una media discoteca da noi, con il palco in fondo e l’angolo bar, un po’ come la sala sinistra dell’Hiroshima per capirci, ma sempre con marmi alle pareti e pavimento di legno lucido. In più, in un angolo, c’è la scala dalla quale si sale fino alla sala privata, una zona chiusa situata al piano di sopra rispetto al locale, ma con un’ampia vetrata che dà di sotto verso il palco: la classica stanza riservata con vista su tutto, dove il capo yakuza si incontra e viene poi sorpreso da Kitano o da qualche sicario nemico. Solo che Takeshi non si è fatto vedere; solo una tremenda performance di arte concettuale da San Francisco (40 minuti di luci e rumore che hanno messo a dura prova la resistenza di tutti) e poi un gruppo “ainu dub”, ovvero reggae suonato con costumi e strumenti tradizionali del posto.

E così, verso le dieci mi sono ancora fatto una passeggiata di un quarto d’ora attraverso il centro, per tornare all’albergo; anche questa mi ha colpito. Venivo dalle serate dublinesi, e così ho subito notato una serie di cose che sembravano strane:
1. Non piove e non fa freddo, anzi la temperatura è ideale, 18-20 gradi.
2. Ad ogni isolato c’è un piccolo supermercato aperto 24 ore su 24 – talvolta anche due per isolato, ma tutti delle stesse due o tre catene.
3. Il supermercato, in mezzo a interi armadi refrigerati di lattine di liquidi che non ho la più pallida idea di cosa siano e non lo voglio sapere, vende tranquillamente anche la birra.
4. Nonostante questo, per strada c’è folla ma non c’è neanche un ubriaco.

Così mi son preso coraggio: sono entrato nel supermercato, mi sono preso la mia bibita, ho aspettato che un cassiere mi gridasse “dos!” – che non è un sistema operativo ma “doozo” ovvero “prego” -, ho porto due monete da 100 yen, ho preso il resto stando ben attento a non guardarlo e ancora meno a contarlo – è grave maleducazione, è come dire che il cassiere è un ladro – e me ne sono uscito, a godermi delle insegne al neon così enormi che il ronzio si sentiva dalla strada, e delle luminarie così fantascientifiche che Times Square sta ad esse come gli addobbi natalizi della famiglia Simpson stanno a quelli della famiglia Flanders.

Insomma, pur avendo visto mezzo mondo, devo dire che il Giappone è forse il posto che mi è immediatamente sembrato più distintivamente diverso; pur essendo per molti versi una copia estremizzata degli Stati Uniti, così come per secoli lo fu della Cina, ci sono però elementi culturali totalmente alieni che ti sorprendono nei momenti più impensati. Il rapporto tra “noi” e “gli altri” diventa per i giapponesi quasi schizofrenico, perché da una parte si sentono un popolo superiore e baciato dagli dei, sin da quando la flotta di Kublai Khan, che li avrebbe schiacciati, fu spazzata via da un tifone; dall’altra però copiano ossessivamente i dettagli delle culture forti che incontrano, non solo cercando di rifarle ancora meglio, ma come desiderando di non essere se stessi: e quindi costruendo alberghi che sembrano castelli europei o grattacieli della Manhattan anni ’30, e supermercati con un brand da villaggio del Far West.

Spero di avere tempo di fotografare e pubblicare alcune di queste cose: sono spesso minuzie, ma ti danno il segno di un altro pianeta.

[tags]giappone, sapporo, viaggi[/tags]

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mercoledì 30 Luglio 2008, 09:06

Integrazione

Capisci che hai delle ottime speranze di integrarti passabilmente nella cultura locale – almeno da visitatore – quando, essendo entrato in Giappone da non più di cinque minuti e avendo in quel momento completato con successo la procedura per ritirare contanti dal bancomat, fai istintivamente un inchino alla macchinetta!

[tags]bancomat, procedure, integrazione[/tags]

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martedì 29 Luglio 2008, 01:49

Nouvelle cuisine

Irrici! Che caso d’ubriachezza molesta
mi féste diventare per la cena,
e già io vi arrivai in ritardo
per via del compleanno di Salvofan, e non importa
e poi anche perché su Google Maps
lo stesso sito del ristorante Le Chiuse
la bandierina segnaposto segna nel posto sbagliato.

E poi è un ristorante lento lento,
lento, lento lento, leeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
anche se il cibo era buono.

Finisce così all’una di notte
quando il taxi del mattino è prenotato alle cinque e quindici
(i locali volevano le cinque e dieci, ma i tedeschi si sono imposti)
(avevano sonno e li capisco)
insomma dormirò quattro ore
ché ora devo ancora fare la valigia.
Però, che pieghe dritte alla camicia!

Saluti di qui all’amico Lauri
l’uomo che inventò il Nokia Padellone
(quella roba grigia che si usava a fine anni ’90)
e poi inventò anche il Nokia Forum
che noi usammo in abbondanza per chiedere dettagli delle midlet
perché Java in pratica è un pacco e non funziona mai.

Chiedete a chiunque se funziona Java: non funziona!

Ho visto però in atto un Nokia nuovo
che fa da computer con Linux sopra
e insomma, il mio HTC fa anche le foto
ma non è la stessa cosa
affatto.

Devo piegare la cravatta? E che succede
se la cravatta poi è spiegazzata
già oggi sono stato zitto tutto il tempo
e non avrò certo impressionato
e bon, però la sorpresa di festa c’è stata
anche se ero due ore e mezza in ritardo. Càpita!

C’è solo più una cosa da ridire
mentre estraggo il nastro da pacchi per chiuder la valigia:

basta nouvelle cuisine, e che cavolo!

[tags]dublino, viaggi, ristoranti, quell’espressione un po’ così[/tags]

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domenica 27 Luglio 2008, 12:36

Una giornata per immagini

dublino-sequenza.jpg

P.S. Il fish & chips viene da Burdock’s, che sta al fondo di Temple Bar, dove la strada principale piega attorno alla chiesa gotica in cima alla salita; proprio lì, sulla sinistra, c’è una viuzza dove, praticamente all’inizio, si trova il posto con il miglior merluzzo & patatine del pianeta: è fatto con pesce fresco (niente surgelati) e, pur essendo unto a dovere, una volta addentato sa di pesce esattamente come se aveste preso il merluzzo e l’aveste fatto al forno. Di fronte, tra la chiesa e gli uffici comunali, c’è pure il giardinetto per mangiarlo a morsi (il posto infatti è un buco e fa solo asporto).

P.P.S.: Linate = Terzo Mondo.

[tags]viaggi, dublino, howth, fish & chips[/tags]

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venerdì 25 Luglio 2008, 19:21

Qui mancano gli standard

Sto partendo per un viaggio di 12 giorni (più due di viaggio): quattro giorni in ognuna di tre diverse città.

L’intervallo di temperature previsto nelle tre città è:

  • Dublino: minima 12 gradi, massima 18 gradi;
  • Sapporo: minima 19 gradi, massima 26 gradi;
  • Tokyo: minima 26 gradi, massima 33 gradi.

E in più devo anche calcolare una escursione sulle pendici del monte Fuji, a oltre duemila metri di altezza. A Dublino farò una riunione d’affari, ma anche una escursione collinare con probabile fango; a Sapporo devo tenere un discorso; a Tokyo farò il turista, ma forse riceverò anche un invito a cena.

Ora… ma come faccio io a far entrare in una sola valigia il guardaroba adatto per tutto ciò? Posso fare qualche compromesso, ma insomma, cari stranieri, mettetevi d’accordo: sarebbe il caso di adottare finalmente una temperatura standard uguale per tutto il mondo.

[tags]viaggi, temperature, valigie[/tags]

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sabato 5 Luglio 2008, 09:02

Strumenti per viaggiare

TripAdvisor è ormai uno strumento indispensabile per pianificare i miei viaggi, e in particolare per trovare un albergo in città sconosciute. Esso dispone di tre grossi vantaggi: il primo è che ti permette di trovare facilmente una lista di alberghi del posto che non siano topaie – e se la distinzione tra il primo e il decimo del ranking può essere opinabile, di solito a prendere un albergo della parte alta della classifica non si sbaglia. Il secondo è che ti permette di leggere le recensioni di viaggiatori che sono stati lì prima di te, che spesso contengono informazioni utili come indicazioni per muoversi, risposte a domande come “ma è pulito? ma è tranquillo?” e persino consigli come “chiedete una camera sul retro perché il davanti è rumoroso”. Il terzo è che, una volta individuato un potenziale albergo, è possibile ricercare in parallelo su vari siti le tariffe migliori, e alle volte questo mi ha permesso di risparmiare il 20-30 per cento per lo stesso pernottamento (una volta trovai il Park Inn di Alexanderplatz, quattro stelle nella torre simbolo di Berlino Est, a 59 euro a notte per camera doppia…).

Da qualche mese lo hanno anche tradotto in italiano, e quindi non ci sono più scuse per non usarlo. In più, ora è possibile anche realizzare la mappa dei luoghi dove si è stati, non solo tramite le proprie recensioni di alberghi (io tendo a farle sempre quando torno) ma anche flaggando i vari luoghi; così mi sono divertito a fare la mia. Sono curioso di vederne altre…

[tags]tripadvisor, viaggi, alberghi, mappa[/tags]

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venerdì 4 Luglio 2008, 08:42

Chinglish

Se vi siete stancati di World of Warcraft, perché non provare i suoi cloni cinesi? Basta leggere la loro presentazione ufficiale per ritrovarsi con dei punti interrogativi che ruotano sopra la testa. E anche un bel po’.

“Zu Online – which refers to lots of classical sutras, has its setting based on the supernature novel—The Life of Swordsman in a area called Zu.

It is an elaborately and well-designed 3D MMORPG with a rich culture of immortals and knight-errants. Its most outstanding feature is putting emphasis on the traditional orient-culture of monkery. The in-game quests will boost the development of storyline. Players will be able to taste flying by riding a sword, consubstantiating gods, forging mystic weapons, creating sects and other else amusing.

Zu Mountain, these two characters do not only represent a range of mountains and streams. By contrast, considerable ghosts, immortals, knight-errants and uncanny fairylands have been tightly fastened to them. Zu Mountain has become the pronoun of the millenarian oriental culture of immortals and monkery.

In a word, Zu Online is a story about the immortals monkery and battles against the evil. It has attracted much attention since its debut. We believe that Zu online will be a focus of the new online games in Q4 2007.”

Non ha ancora battuto il mitico segnale che accoglie gli occidentali all’uscita dell’aeroporto di Pechino, per indicare dove inizia la coda per i taxi:

DSC01204_544.JPG

però ci si avvicina già parecchio.

[tags]cina, inglese, cinese, segnali, traduzioni impossibili da una lingua per concetti a una lingua per parole[/tags]

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sabato 28 Giugno 2008, 23:54

Mangiare a Parigi

Apparentemente, mangiare a Parigi è facilissimo: ovunque, ci sono solo ristoranti e brasserie.

Se però volete fare in fretta, perché siete in giro per visite e volete ridurre il costo e il tempo impiegato, diventa già un po’ più difficile. Nei quartieri d’affari, ci sono spesso dei supermercati con l’angolo “pranzo pronto”: e non parlo solo di tramezzini, ma di preparazioni di ogni genere già vendute con le posate dentro. Ho persino visto il bicchiere di vino monouso, un bicchierino di finto vetro con dentro una decina di centilitri di vino, chiusi da un tappo di alluminio tipo quello dello yogurt…

Dimenticatevi il fast food: a Parigi si usa pochissimo. Ci sono, è vero, parecchi McDonald’s e parecchi Quick, la locale catena concorrente; ma non sembrano granché invitanti. Il pranzo veloce nazionale è invece la baguette ripiena; qualsiasi bar ne ha una pila, e se vi limitate a quelle più semplici avete persino speranza di evitare le salsine e limitarvi al burro (per esempio burro e salame è ottimo). Esistono varie catene di panineria e bar, alcune delle quali, come Pomme de Pain, adottano il modello del fast food: vassoi e menu centrati sul panino, volendo anche caldo (io ne ho mangiato uno con cipolle, pomodori, bacon e raclette ed era decisamente buono).

Anche qui ho trovato poi una roba tutta francese, ossia il fast food della pasta: catene come Mezzo di Pasta, Nooi e Viagio (ce n’è un paio nelle vie attorno a Les Halles). In pratica, scegli una pasta, scegli un sugo, e per qualcosa come cinque o sei euro ti danno la bibita e un contenitore di carta, a tronco di piramide rovesciata, riempito della tua pasta fatta sul momento. I sughi sono adattati ai gusti francesi, quindi non hanno mai meno di cinque ingredienti mescolati con delle spezie, però il risultato è notevole, e la pasta è più che passabile, spesso buona.

Un’altra buona alternativa, che abbiamo usato ieri sera, è il Flunch di Les Halles, un self service / mensa dove mangi con meno di dieci euro. Non solo il cibo era migliore del Flunch italiano provato all’Ipercoop, ma il Flunch francese ha “legumes a volontè”: in pratica, dopo aver comprato un piatto, puoi rifornirti all’infinito di contorni, che comprendono non solo verdure varie, puré e patate fritte, ma anche riso in bianco e pasta al sugo. E lì, insomma, ci ho dato.

Esistono anche, a uso dei turisti, catene di livello un po’ più elevato, come Hippopotamus (hamburger di carne vera) e Leon de Bruxelles (moules et frites, anche se le recensioni dicono che il costo è relativamente alto e il livello è bassino). Se no, ci sono milioni di brasserie.

Siccome però oggi era l’ultima sera e volevo un vero ristorante, ho recuperato questo sito e ho provato a cercare un locale che sembrasse buono nella zona del Marais, che è un po’ l’equivalente parigino del nostro quadrilatero. Siamo così finiti al ristorante-vineria Le Rouge Gorge, sulla rue Saint-Paul; per gli standard parigini è un posto alla mano ed informale, il che significa che è elegantissimo ma del genere “finto sciupato”, con tavoli di legno da vecchia osteria però lucidi e tiratissimi, e un sacco di vecchi oggetti e bottiglie usate alle pareti, e un padrone gentile che si mette in jeans per fingere di essere tra amici.

Per 35 euro a testa – che per Parigi è una cifra medio-bassa, equivalente per i livelli torinesi a un 20-25 euro – abbiamo preso ognuno un antipasto, una portata principale e mezzo dolce; era tutto decisamente buono, e anche la quantità era generosa, almeno per le abitudini di qui (in termini di porzioni italiane la si sarebbe giudicata appena sufficiente). Io ho mangiato uno sformatino di paté solido di sardine che era davvero ottimo, per niente burroso, e un carrè di agnello al forno altrettanto buono; il dolce poi era un fondente al cioccolato con panna e salsa di lamponi, eccellente. In più, io ho aggiunto un’altra dozzina di euro per due bicchieri di vino, un bianco e un rosso; erano tutti e due eccezionali, insomma ne valeva la pena.

La sensazione quindi è che, potendo spendere, a Parigi ci sia spazio per esperienze culinarie di ottimo livello, almeno se si evitano i posti troppo turistici. Secondo me vale la pena di fare come noi, cioè sopravvivere con supermercati e fast food per i pasti normali, ma poi concedersi un buon ristorante almeno per una sera.

[tags]viaggi, parigi, cibo, ristoranti, fast food[/tags]

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venerdì 27 Giugno 2008, 23:17

Pro e contro

A Parigi ci sono tante cose che non vanno proprio bene.

Per esempio, la pulizia: rispetto a Parigi, Torino è una città svizzera. Qui ci sono mucchi di monnezza in ogni angolo, i cestini strabordano, i prati delle aiuole sono coperti di rimasugli anche in pieno centro, e in molte costruzioni è impossibile distinguere la polvere dalla vernice. Ho effettuato qualche misurazione, e il livello di sporcizia risulta essere attorno a 0,67-0,68 Nap (il Nap è l’unità di misura internazionale della sporcizia urbana; la scala va da 0 a 1 Nap = il livello di sporcizia di Napoli). Onestamente non me lo sarei mai aspettato.

Oppure, il traffico: noi ci lamentiamo dei nostri guidatori, ma anche qui le strisce è come se non esistessero, o ti butti oppure puoi aspettare a bordo strada delle ore e le auto continueranno tranquillamente a passare; in qualche caso ci sono persino auto che sfrecciano anche se tu hai il verde al semaforo pedonale.

Anche la metro è elegante ma poco funzionale; molto francese, un po’ come dicevamo giorni fa di CDG. A Londra, la metro è totalmente razionale: c’è una linea circolare che racchiude il centro, e poi ci sono linee che lo attraversano formando delle rette. Qui è tutto l’opposto: sembra che abbiano tracciato la rete buttando a caso un piatto di spaghetti sulla mappa di Parigi, e poi cercando di annodarli il più possibile, in modo che per andare da A a B il percorso sia almeno del 50% più lungo rispetto alla linea retta e comunque preveda almeno quattro curve a gomito in cui verrai scaraventato contro le pareti del vagone.

In più, le interconnessioni sono demenziali: sembra che, costruendo la rete, non si siano minimamente preoccupati di chi deve scendere da una linea e prenderne un’altra alla stessa fermata. In media, una coincidenza richiede almeno tre minuti buoni di cammino sotterraneo; quasi sempre vi sono scale a tradimento (le scale mobili sono una rarità assoluta e comunque per la metà sono fuori servizio), o meglio una curva, quattro gradini che ti costringono a prendere in braccio valigie e passeggini, venti metri di piano, altri quattro gradini, poi una curva e una scalinata nel verso opposto, e poi un varco di venti centimetri per uscire, che se hai una valigia devi buttarla in avanti e poi passare tu prima che i tornelli metallici si richiudano. In alcuni casi, la “stessa fermata” sta geograficamente ad almeno mezzo chilometro di distanza…

C’è però una cosa ottima: vicino al mio nuovo albergo, che sta in banlieue, c’è un supermercato automatizzato. In pratica, c’è una vetrina con qualche decina di prodotti; tu selezioni il numero, infili le monete, e un velocissimo ripiano robotizzato si sposta in verticale e in orizzontale fino a raggiungere il tuo oggetto, caricandolo poi come su un vassoio e portandotelo fuori senza minimamente scuoterlo. Abbiamo persino il filmatino da caricare su Youtube!

[tags]parigi, pulizia, traffico, metro, supermercato[/tags]

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giovedì 26 Giugno 2008, 09:15

Squifectsuoles

Ieri sera l’organizzazione locale ci ha offerto un ricevimento nel magnifico salone d’onore dell’Hotel de Ville, in pieno centro (non c’erano i trasporti dal convegno, ma ti offrivano pure il biglietto della metro). Il salone è ovviamente bellissimo, ricchissimo, ricoperto di stucchi e di affreschi che raffigurano ciascuno una diversa parte della Francia: la Piccardia, il Lionese, la Gascogna, l’Algeria… I maleducati americani hanno cominciato a rumoreggiare quando ancora il sindaco di Parigi e gli altri dignitari stavano tenendo i loro discorsi: è dovuto intervenire il padrone di casa a cazziarli brutalmente.

Poi ha cominciato ad arrivare il cibo; ed ecco, qui s’è rivelata tutta l’anima francese, nel senso che il cibo offerto era sicuramente ottimo e abbondante, ma di quello stile che a me proprio non piace: infiniti vassoi di microscopiche tartine basate su un pezzettino di pane messo sotto una goccia di cremina bianca in cui è infilata una rosellina di carota sopra la quale sta un pezzettino di carne su cui è spalmata un’oncia di formaggio fresco. Anche ammesso che ti piacciano tutti gli ingredienti, sgomiti un’ora per arrivare al vassoio e poi devi assaporare la portata con un microscopio; il sapore risulta pertanto comunque indefinibile… In più, il servizio dev’essere perfetto; il che vuol dire che anche se si è formata una coda di decine di persone affamate, se mancano le roselline di carota il servizio si ferma, e non ricomincia finché tutto non è raffinatamente al suo posto; questo almeno fino a che la gente non rompe gli argini e non comincia a rubare i piatti a metà preparazione.

Per fortuna dopo un po’ è iniziata la partita, e i tedeschi si sono tolti di mezzo; così io mi sono dedicato a del pesce crudo in olio d’oliva che era davvero buonissimo. Peraltro, dopo anni di buffet, ho imparato tutti i trucchi; il trucco del vecchio amico in coda; il trucco del contromano distratto; il trucco delle mani in levare; il trucco della coppia chiacchierona; il trucco del retrotavolo; e così via. Ma c’erano pur sempre centinaia di persone, e dopo un po’ mi sono stufato e ho ripreso la metro per tornare in albergo.

Posso così segnalarvi che la stazione metro 4 di Monparnaso-Benvenuta è formata da un reticolo di corridoi assurdo: per uscire dal lato della stazione dei treni, si fa un percorso di lunghezza comparabile al famigerato tunnel camaleontico dell’aeroporto di Francoforte, con parecchi saliscendi senza ombra di scale mobili, e con un tappeto rotolante rotto. Non è, insomma, una metro per pigraccioni.

[tags]parigi, ricevimento, hotel de ville, buffet, metro[/tags]

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