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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


giovedì 23 Agosto 2007, 16:26

Los Angeles (1)

In questi giorni sto scrivendo un po’ di commenti e ricordi sul mio viaggio a Los Angeles dell’altra settimana; siccome sono abbondanti, li posterò un po’ per volta, a puntate.

Nel complesso, questo viaggio resterà nei miei ricordi come alcuni giorni densi di sensazioni interessanti, e di un po’ di apertura rispetto a quella percezione di aria chiusa, di frustrazione e di asfissia che, qualsiasi cosa si pensi, si respira ormai da troppo tempo in Italia (vedi la discussione sul signor Rossi).

Parte di ciò, in effetti, è data dalle numerose esperienze intra-extra-sensoriali, cominciate con il viaggio di andata, e culminate quando, verso le tre e mezza di mattina nel mio lussuoso albergo di Santa Monica – peraltro gestito da una manica di stagisti orientali che non avrebbero saputo mandare avanti neanche una lavanderia -, dopo essermi rigirato varie volte nel letto senza riuscire a riprendere sonno, mi è apparso in persona Don Henley a cantare per intero Desperado, apposta per me, dall’inizio alla fine, e poi persino a rifarla tutta da capo come un bis, giusto per essere sicuro che il messaggio fosse chiaro: una esperienza profonda, che ti cambia la vita.

Los Angeles, in effetti, è così: un miraggio, una entità irreale che apre una finestra su un modo di vivere completamente diverso. La prima impressione non è granché, ma probabilmente è proprio perché la città è troppo diversa dalla nostra concezione: un rettangolo lungo la costa di cento chilometri di lunghezza per quaranta di profondità, con vari tentacoli aggiuntivi. Solo recentemente hanno permesso la costruzione di grattacieli, per cui ci sono solo due o tre punti dove la città, vista dalla collina, emerge in altezza; il resto è una distesa infinita di case basse, in certe zone più dense, in altre meno, intervallate da autostrade, zone industriali, zone commerciali (tendenzialmente piccole, fatte di negozietti e fast food) e degli enormi canali di cemento (da noi noti per la scena di inseguimento in Terminator 2) che fungono da fogna a cielo aperto. Los Angeles è un enorme reticolo, in cui le vie – avenue da nord a sud, boulevard da est a ovest – sono lunghe ciascuna trenta o quaranta chilometri, ed è sempre affascinante reincrociare la stessa via a distanze siderali e in tutt’altro contesto.

Ci sono, comunque, anche dei vantaggi, al di là della vitalità commerciale e culturale della città. Per esempio, il clima: non fa mai veramente freddo. Poi ci sono le spiagge: ampie, di sabbia, e completamente libere, persino davanti alle località più note (qui il concetto di “stabilimento balneare” è sconosciuto). E ci sono le colline: l’unica parte paesaggisticamente bella della città, che sovrasta tutta la famosa infilata di quartieri e comuni sui Sunset e Santa Monica Boulevard: da ovest a est, Downtown, Silverlake, Hollywood, Beverly Hills, Century City, Westwood, Bel Air, Brentwood e infine Santa Monica, lo sbocco al mare.

Ma non fatevi ingannare: non sono veramente dei quartieri o delle cittadine come intendiamo noi, con un centro, un monumento, una piazza, qualcosa che funga da punto di aggregazione. Sono distese di case, interrotte ogni tanto da qualche casa più storica o famosa che definisce il circondario. Per dire, più a sud, Wilshire Boulevard a ovest del centro è una delle zone storiche e famose; ma non è che una infilata di palazzi più belli e più vecchi, costruiti a inizio secolo sulla vecchia strada per il mare, in mezzo al generale mare di anonime palazzine e negozietti.

Le colline, comunque, meritano la visita; potete fare come me, e noleggiare una macchina, anche perchè visitare Los Angeles senz’auto è sostanzialmente impossibile. Qui, più ancora che nel resto degli Stati Uniti, vale il primo principio del turista europeo in America, ossia TUTTO E’ MOLTO PIU’ LONTANO DI QUELLO CHE SEMBRA. “Due fermate di metro” sono facilmente quattro o cinque chilometri. “Tre o quattro isolati” sono mezz’ora a piedi. “E’ solo il paese dopo” vuol dire mezz’ora di macchina, fermi negli eterni ingorghi delle insufficienti autostrade (solo una ventina, a quattro-sei-otto corsie per senso di marcia) che attraversano la città. Per dire, io, per spostarmi dall’albergo di Santa Monica a quello di Hollywood, ho noleggiato un’auto per un giorno: vista la distanza e il traffico, costava praticamente come il taxi.

L’auto si è poi rivelata essere una Ford Focus, che però non sembrava nemmeno lontana parente della Focus nostrana: berlina, stretta e alta, e con l’aria di ribaltarsi da sola. Ero peraltro l’unico che avesse noleggiato una classe A in quel posto nelle ultime tre settimane, per cui mi hanno dato l’unica che avevano: targata Oklahoma. E’ stato un po’ come girare per Torino con la targa di Caltanissetta.

Io l’ho presa e per prima cosa sono andato al Getty Center di Brentwood (da non confondere con la Getty Villa di Malibu), un enorme centro museale realizzato da un benefattore talmente sovversivo da dotare sì il tutto di un enorme parcheggio sotterraneo, ma da realizzarlo lontano (c’è un trenino di collegamento) e soprattutto da far pagare il parcheggio anziché l’ingresso al museo. Il museo è così così, una collezione di arte europea completa ma uniformemente di livello relativamente basso, a parte un paio di Rubens e di Tiziano. Il posto, però, è meraviglioso, in cima alla collina, in mezzo al verde bruciato dal sole, costruito con travertino originale di Tivoli portato fin là con una ventina di transatlantici. Potete anche guardare la città dalla terrazza, o meglio la potreste guardare se non fosse coperta – permanentemente – da uno strato di foschia rossa e solida spesso un paio di chilometri: l’aria più inquinata del pianeta, persino più di Milano.

Il vero clou, però, è stato uscire di lì nel tardo pomeriggio di una tranquilla domenica d’agosto, e imboccare la vicina Mulholland Drive, percorrendola tutta, fino a Hollywood.

(continua…)

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giovedì 16 Agosto 2007, 19:54

Security (2)

Dunque, dicevamo come le procedure di sicurezza per entrare negli Stati Uniti siano disumane; anche quelle per uscire, però, non sono male.

In particolare, dopo aver effettuato il check-in a LAX, mi è stato detto che dovevo riprendermi la valigia e portarla personalmente al controllo di sicurezza. Fatta la coda, ho consegnato la valigia e mi è stato chiesto se la serratura fosse aperta; ovviamente non lo era, visto che le valigie aperte vengono spesso saccheggiate durante il trasporto.

Il poliziotto mi ha guardato come se fossi uno spacciatore, e mi ha mostrato un cartello che offriva ai viaggiatori le tre seguenti opzioni:
1) Lasciare la valigia aperta;
2) Utilizzare una serratura “approvata dal governo americano”, che presumibilmente vuol dire che ha un sistema di passepartout che permette ai poliziotti di qualsiasi aeroporto americano di aprirla a tua insaputa;
3) Accettare il fatto che la serratura potrebbe essere spaccata dai poliziotti per controllare cosa c’è dentro.

Io ho cominciato a protestare, e dopo un po’ di discussione la risposta è stata: va bene, allora aspetta dall’altro lato del passaggio, così puoi vedere se la valigia passa il controllo o se la devi aprire.

Vado dall’altro lato del posto di controllo e mi metto a guardare gli inservienti, per vedere quand’è che arriva la mia valigia. Errore mortale: mi si precipitano addosso due altri poliziotti, e mi intimano sgarbatamente di andare via, e stare oltre il nastro. Io mi metto prontamente oltre il nastro… e scopro che da quella posizione si vede ancora meglio cosa fanno i controllori; però sono oltre il nastro e non possono dirmi nulla.

Dopo qualche minuto, vedo la mia valigia uscire dalla macchina a raggi X, e ovviamente viene selezionata per il controllo. In tre la poggiano su un tavolino, e cominciano a spingere sui pulsanti a scatto per aprirla. Non ci riescono… e non hanno alcuna intenzione di chiedere la chiave. Intuendo cosa sta per succedere, mentre uno dei tre si dirige a prendere un martellone dall’altro lato del tavolo, tiro fuori la chiave della valigia, la alzo sopra la mia testa e comincio a fare ampi cenni, gridando “Key! Key!”. Riesco appena in tempo a richiamare l’attenzione di uno degli inservienti, che viene fino al nastro a prendere la chiave.

Seguono cinque minuti in cui una gentile signorina mette le mani ovunque nella mia valigia. Temo che ci saranno problemi, visto che ho acquistato vari libri, di cui uno chiaramente sovversivo. Invece, alla fine richiude la valigia, e mi riporta persino la chiave. La valigia viene portata via per l’imbarco, mentre io vado ai controlli di sicurezza (mi tolgono anche le scarpe, ma ormai non ci faccio più caso).

Tra l’altro, cosa degna di nota, per la prima volta mi hanno fermato anche a Francoforte, alla dogana nel passaggio tra lato non-Schengen e lato Schengen: mi hanno fatto aprire il computer e si sono assicurati che fosse vecchio e italiano. Col dollaro debole, penso che comincino a stare attenti alla gente che compra elettronica durante i viaggi agli Stati Uniti.

Chiudo con un aneddoto carino: ancora a LAX, dopo i controlli, sono andato ad attendere l’imbarco in una splendida lounge, quella da cui ho postato la puntata precedente. Ero lì spaparanzato godendomi riso e gamberi e birra Kirin dal buffet giapponese, quando arriva una famigliola abbronzatissima, padre madre e due bambini. Dal loro comportamento, e non appena aprono bocca, li riconosco subito: sono un temutissimo esemplare di venditori di cessi della Brianza. Parlano a voce altissima disturbando tutti i presenti; commentano tra loro “Uè, cazzo, guarda quanti giapponesi” e “Figa, ma c’è la birra gratis!”, mentre il dodicenne viziato, con i suoi vestiti firmati, comincia a rompere le scatole a voce altissima, facendo osservazioni quasi più stupide di quelle di suo padre. Poi i quattro si avvicinano al banco e imboscano banane e lattine di coca-cola, che tanto gli sequestreranno all’imbarco.

Di fronte a tanta calamità, insensibili alle occhiate disgustate del mondo civile, il giunonico staff tedesco della lounge non può restare indifferente. E così, a un certo punto una hostess crucchissima passa dalla ragazza giapponese dietro di me, le chiede “Frankfurt?”, la ragazza risponde di sì, e la hostess le dice: “I would like to inform you that unfortunately we are slightly late, we will board ten minutes later.”. La giapponese annuisce; la hostess viene avanti, arriva da me, mi chiede “Frankfurt?”, io rispondo di sì, e dice anche a me la stessa frase. Va avanti così con tutti, finché non arriva dagli zotici, al che dice: “Frankfurt?”. Quelli, con un tono di voce che sveglierebbe un morto, rispondono “Yes!”, e lei: “I would like to inform you that we are boarding right now, please follow me immediately!”.

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mercoledì 15 Agosto 2007, 03:16

Security (1)

Ci sono vari motivi per non venire negli Stati Uniti, ma uno è particolarmente pressante: la difficoltà tremenda per entrare ed uscire da questo paese.

All’andata, atterrati a LAX dopo tredici ore di volo, ci siamo prima dovuti subire venti minuti parcheggiati a terra, perché tutte le baie erano piene; dopodiché, una volta sbarcati, siamo stati scaricati in una specie di girone dantesco, ossia un enorme salone brulicante di gente, sbarrato da una fila di una cinquantina buona di sportelli, accoppiati a due a due su una doppia fila. Ogni quattro / sei sportelli c’è una coda, e già all’ingresso nel salone gli inservienti in divisa ti invitano con voce monotona ad andare avanti e ad infilarti in questa o quella massa umana.

Le code per i cittadini americani non sono brevi, ma quelle per il resto del mondo sono inumane: noi, giovedì, abbiamo fatto un’ora e mezza di coda, in piedi, lungo una serpentina di nastri che pareva non andare mai avanti, in un salone sovraffollato dove ci saranno stati quaranta gradi. Io stavo svenendo dal sonno, visto che ero completamente laggato; per fortuna ero in coda con il mio collega portoghese Francisco, che è un gran parlatore e ha mandato avanti la conversazione da solo.

Una volta giunti allo sportello, poi, il poliziotto – che non alza quasi mai gli occhi dal terminale – ti chiede come ti chiami, e perché vuoi entrare negli Stati Uniti, detto con un tono che significa “Perché vieni qui a rompere le scatole?”; e poi, “When are you getting back home?”, cioè “Quando te ne vai?”. Francisco – un pazzo – gli ha fatto la battuta, rispondendo “As soon as possible”; pensavo lo portassero via, ma il poliziotto si è limitato a guardarlo male e a rispondere “Sure, everyone should stay at home.”.

Insomma, si tratta di un sistema al limite dell’inumanità, che talvolta viene bellamente superata; come quando domenica pomeriggio si è piantato il server dell’immigrazione, e circa seimila persone sono rimaste in coda nel salone, ferme, per tre ore, o addirittura non sono state nemmeno lasciate scendere dagli aerei (perché una volta che sei a terra, in teoria, puoi chiedere asilo).

Va detto, tuttavia, che non si tratta tanto di cattiveria, quanto di una cultura in cui l’aspetto personale viene completamente cancellato, e le persone non vivono: funzionano. Ci sarebbe molto da dire su questo aspetto, e il racconto dei controlli di sicurezza non finisce certo qui, ma ora stanno imbarcando il mio volo, per cui devo andare!

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martedì 14 Agosto 2007, 06:13

Luoghi di L.A.

Los Angeles, diciamocelo, fa schifo. Avrò tempo, sperabilmente, di supportare questa affermazione postando altro materiale; se è vero che la città ha comunque un certo fascino, che deriva proprio dalla sua crassa esagerazione di qualsiasi cosa, alla fine ci si rende conto che ci sono proprio poche ragioni per visitarla, se non quella di dire di esserci stati.

In compenso, proprio girando in un ambiente così alieno saltano fuori le caratteristiche più interessanti. Ad esempio, il mio albergo si è rivelato ottimo, perchè è situato all’incrocio di Sunset Boulevard con Vermont Avenue, e quindi è attaccato a una delle rarissime stazioni della metro (non che la metro serva a molto, ma almeno porta in centro e a Hollywood); è confortevole e costa relativamente poco; e ha persino la connessione wi-fi inclusa nel prezzo.

Più inquietante, però, è il circondario. Non in termini di degrado, proprio perchè, essendo le stazioni della metro così rare, attorno ad esse si concentra la vitalità dei vari quartieri. Se mai è proprio il contrario; nel giro di un isolato ci sono un po’ troppe cose che incombono.

La prima, che occupa due interi blocchi, è una strana corporation che si fa un sacco di pubblicità alla radio, e che non ho ancora capito se è un ospedale, un centro di chirurgia estetica, o una assicurazione. La cosa inquietante è che essa risponde al nome di Kaiser Permanente; e con un nome così, faccio fatica ad addormentarmi, temendo ogni sera di trovarmi la Gestapo fuori dalla porta.

La seconda, proprio sul lato opposto dell’incrocio, sono gli altri due blocchi dell’ospedale infantile di Los Angeles, e in particolare del Centro Ricerche Saban. Ora, ho già capito che lo show business muove la città; e difatti le attrazioni principali sono la Mostra Planetario Leonard Nimoy, la nuovissima Walt Disney Concert Hall, il capannone della Geffen Contemporary (Geffen, per i meno esperti, è il discografico dei Guns’n’Roses e uno dei tre soci della Dreamworks), e così via. Ma che l’ospedale infantile sia finanziato da Haim Saban mette abbastanza i brividi: verranno i Power Rangers a curare i bambini?

Ma tutto ciò è nulla rispetto alla grande cittadella che occupa tre o quattro blocchi subito dietro: è il quartier generale mondiale della chiesa di Scientology. Ho avuto in effetti qualche sospetto quando, facendo il giro dell’isolato in macchina, mi sono trovato in L. Ron Hubbard Way; e così, è saltata fuori una stradina in pavè con un sacco di droni in giacca e cravatta che uscivano dagli edifici. Ho resistito all’istinto di schiacciarli, ma sono stato ben attento a non passare più da lì. Ora sono incerto se andare a vedere, avendo già evitato il palazzo a quindici piani della L. Ron Hubbard Life Exhibition, che sta proprio in mezzo a Hollywood. Che faccio, oso?

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domenica 12 Agosto 2007, 02:53

Sembra facile

Come vi dicevo, sono a Los Angeles per due giorni di meeting del Board di ICANN, visto che nessuno è riuscito a convincere gli americani che a Ferragosto il pianeta deve chiudere per ferie. Il meeting finisce stasera (mentre scrivo, qui è sabato pomeriggio), e, avendo fatto tutto il viaggio fin quaggiù, mi sono preso la domenica libera prima di tornare… poi ho preso anche il lunedì, perchè martedì ci sono due conference call che farò da qui e che altrimenti avrei mancato. (Prima che maligniate, le due notti di Travelodge le pago io, e anche la macchina che tocca affittare per muoversi in codesta città.)

Dunque, essendo per due giorni in una delle città più famose, eleganti e brutte del pianeta, mi son detto: fosse che c’è qualche evento interessante? C’era: perchè domani sera, a cinquanta chilometri da qui (quindi sempre dentro la città), suonano i Deep Purple; li ho mancati quando sono venuti in Italia in primavera, e non è male l’idea di vederli ancora una volta prima che vadano in pensione.

L’unico problema è stato comprare il biglietto.

Difatti, gli efficientissimi americani fanno tutto via Web: e così, ancora in Italia, vado sul sito di Ticketmaster e faccio tutta la trafila. Il sito di Ticketmaster è una buffa imitazione di una coda vera; in pieno delirio efficientista, ogni singola pagina del processo di vendita ha un tempo che scorre, partendo da uno o due minuti. Se non completi l’inserimento dei dati prima che scada il tempo, la prenotazione viene interrotta e ti tocca ricominciare da capo; questo anche se sono le due di notte e sei l’unico su tutto il pianeta che sta cercando di prendere un biglietto per quell’evento. In più, a seconda del momento, il sito ti dà disponibilità a caso: una volta trovi la quarta fila, tre minuti dopo c’è solo la trentesima, cinque minuti dopo ti dice che sono esauriti e poi ti rioffre la quarta fila.

Riuscito finalmente a digitare i dati abbastanza in fretta, arrivo in fondo e… il sito si pianta: scopro difatti che non è possibile vendere i biglietti a chi non ha una carta di credito con un indirizzo negli Stati Uniti o in Canada. Come ci si può fidare di carte di credito di paesi strani e misteriosi, tipo la Germania o l’Italia? E così, il sito comincia a rimbalzarmi all’infinito, finché mi arrendo.

Il posto dove si terrà il concerto, il Pacific Amphitheatre, non ha una propria biglietteria online; eppure, a forza di cercare, trovo un modulo di contatto per la Fiera di Orange County, che lo ospita. Poco prima di partire, senza troppa convinzione, lascio un messaggio spiegando il problema.

Capirete la mia sorpresa quando ieri mattina, arrivato qui, trovo una gentile mail che non solo risponde alla mia, ma non mi manda a stendere; e vi garantisco che per gli Stati Uniti, dove tutto è una procedura standardizzata, è davvero strano. La signorina Danielle mi invita a rispondere fornendo i miei dati, in modo che possa emettere un biglietto e lasciarmelo allo sportello del Will Call (nei paesi anglosassoni si usa tenere i biglietti in biglietteria, per farli ritirare il giorno dell’evento).

La mail è di giovedì mattina; sono passate ventiquattr’ore; io rispondo subito. Dopodiché, aspetto; e non arriva risposta. A pranzo, ancora niente. La sera, nulla di nulla. Sarà mica che Danielle ha preso il venerdì libero? Nella sua mail c’è un numero di telefono, e allora corro in camera per telefonare.

E qui, scopro che non posso: per qualche motivo, i due telefoni della mia camera d’albergo a cinque stelle non mi permettono di fare chiamate. Pigiato il 9 per uscire, pigiato l’1 per le interurbane, composta qualche cifra del numero, il telefono si mette a fare strani suoni. Paciocco un po’ con i tasti e la cosa peggiora ulteriormente, nel senso che il telefono addirittura si pianta. Arriva l’ora di cena (le 18) e devo andare.

Stamattina, ancora nessuna risposta; mando una gentile mail di sollecito, per sapere se il mio primo messaggio è arrivato; ancora nulla. Nella pausa pranzo, torno in camera e riprovo a telefonare; ancora casini telefonici. Pigio il pulsante della reception, parlo un po’ con l’impiegata, che alla fine resetta qualcosa: posso telefonare. Peccato che non risponda nessuno: Danielle sarà presumibilmente in vacanza, o addirittura ammalata, morta, traslocata su Marte. Vedo immagini di me aggrappato ai cancelli dell’arena che faccio gli occhioni come il gatto con gli stivali di Shrek, mentre tutti dentro si dimenano al ritmo di Highway Star.

Per fortuna, arriva il colpo di genio: scopro nelle pieghe del sito un altro numero di telefono. Chiamo, e risponde Ticketmaster; la vocina automatica mi chiede se voglio biglietti per Stevie Wonder. No, grazie, e allora mi metto in coda per l’operatore, subendomi una voce registrata che per vari minuti mi dice che “we will be with you in a moment”, e nel frattempo mi magnifica le varie cose che posso comprare da loro. Alla fine, risponde una signorina, che, fatidicamente, mi dice che al telefono (ma non dal web) accettano anche le carte di credito straniere. Alleluja: dopo dieci minuti di spelling (provate voi a far capire “Fenoglio” a un messicano che parla in inglese) mi confermano il biglietto. Rinfrancato e vincitore, torno nel meeting e, giusto per scrupolo, mando una terza mail a Danielle, che – se mai resuscita – non mi faccia il biglietto.

Trenta secondi dopo, mi arriva la risposta: “Ah, ok, allora non te lo faccio più!”. Ma porco cacchio! Ma allora sei stata un giorno e mezzo davanti alla mail senza rispondere! allora sei bastarda dentro!

Due ore dopo, arriva un’altra mail da Dave, sempre dello staff della fiera, che si offre di farmi un biglietto, e comunque mi dice che c’è ancora parecchio posto, certamente non faranno l’esaurito, e potrei fare senza problemi il biglietto la sera stessa. Ma non potevate dirmelo subito?

Bon, insomma: vediamo se riuscirò a vedere questo concerto; domani mattina prendo un’auto qui a Santa Monica, mi faccio il mio giretto del circondario – magari vado anche al Getty Museum, che sta in un posto impossibile lungo l’autostrada – poi faccio il check-in all’albergo e mi reco a Costa Mesa: incrociate le dita per me.

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giovedì 2 Agosto 2007, 22:01

Fine Veneto

Viaggiare, in questi giorni, è stressante; sono appena arrivato a casa, e già mi preparo per la sveglia alle tre di questa notte, per arrivare a Bergamo e prendere un volo Ryanair per Londra (che pur contando il viaggio si spende meno e ci sono orari molto migliori che da Caselle, ed è tutto dire) e andare a vedere la partita amichevole di sabato, Tottenham – Toro (saremo probabilmente circa un centinaio).

Nel frattempo, oltre a rinnovare le bestemmie perché mi è toccato il lavaggio del bagno – specie quando hai un compare che quando si pettina poi scrolla la spazzola sul pavimento: peli e capelli ovunque – vorrei cogliere l’occasione per mandare a cagare il tizio targato MInchione che, mentre io galleggiavo tra Bergamo e Milano in una fila di cinquanta chilometri di auto impilate sulla corsia di sinistra tra i cento e i centotrenta, mi ha sorpassato a destra per poi inchiodare e infilarsi davanti a me nello spazio destinato a distanza di sicurezza. C’è del marcio in Lombardia.

Bon, sarò offline fino a domenica notte, quindi vi lascio con le due foto della settimana: la prima da Marostica; vediamo chi ne capisce la (peraltro ovvia) origine. La seconda invece viene dai cessi del parcheggio pubblico di Bassano, sullo stile del perseveratore: ma come parlano in Veneto?

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martedì 31 Luglio 2007, 23:19

Castelloni di San Marco

Oggi a colazione abbiamo rifatto i pancake, solo di più, perchè secondo alcuni ieri erano pochi; e così, verso mezzogiorno, mi sono alzato da tavola piegato sotto qualche chilo di nutella e marmellata. Stante che nessuno aveva programmi per la giornata a parte leggere e giocare con i videogiochi, ho deciso di fare la mia seconda escursione; ho preso la macchina e mi sono nuovamente infilato su per le valli e attraverso lo sterrato dell’altra volta, per parcheggiare qualche chilometro prima, nella conca a quota 1560 detta Tiffgruba, e dirigermi verso i Castelloni di San Marco, di cui la guida ai sentieri parlava bene.

Il percorso è marcato abbastanza chiaramente con segni bianco-rossi numero 845, e sale secco in mezzo al bosco per i primi venti minuti, fino a sfociare nella conca di una malga (dove, ho scoperto, arrivava anche la strada; mi sarei potuto risparmiare un po’ di fatica). Da lì, scendendo e salendo, si arriva dopo tre quarti d’ora alla base della montagna; certo che mi chiedo perchè lo chiamino altipiano, visto che qualsiasi percorso che vada dal punto A al punto B di pari quota sul livello del mare prevede comunque un 50-100 metri di dislivello a chilometro…

Io ho deciso di prendere la montagna dal lato ovest, in verso contrario a quello normalmente consigliato, perché poi pianificavo una deviazione dall’altra parte una volta disceso. Ho capito tardi che consigliavano l’altro verso perché da quella parte la salita è quasi verticale, una mezz’ora scarsa di arrampicata da capre nella parte alta del bosco. Evitando in qualche modo le residue trincee, si sbuca poi proprio sulla cima, poco sopra i 1800 metri, dove una piccola lapide ricorda un altro gruppo di caduti del ’15-’18.

Di lì, si entra nel labirinto dei Castelloni, che si è rivelato un eccezionale insieme di formazioni geologiche naturali: sono dei canaloni alti una decina di metri e larghi mezzo a dir tanto, scavati dall’acqua e rifiniti dall’uomo come costruzione difensiva, aggiungendo anche gallerie, scalinate e collegamenti vari. Spesso, qualche gigantesco masso si è staccato dalle parti alte ed è finito incastrato sopra i passaggi, alle volte facendo da tetto, altre scendendo fin sul sentiero e costringendo il passante ad abbassare la testa.

Insomma, è una specie di dungeon a cielo aperto, in cui è facilissimo perdersi: per questo hanno segnalato il percorso di attraversamento con delle frecce numerate da 1 a 48. Sfortunatamente, l’hanno segnalato in un verso solo, quello opposto al mio: per cui ho dovuto ripercorrere il labirinto cercando ogni volta la freccia precedente, intuendo ai vari incroci la direzione da come era orientata la freccia, ma sbagliando strada lo stesso parecchie volte. Ogni tanto si sbuca su qualche balconata, normalmente attrezzata come postazione da mitragliere o da artiglieria pesante, che dà o sull’interno dell’altopiano, visibile per chilometri, o sullo strapiombo della Valsugana, circa 1500 metri in verticale a un passo dal sentiero. Il tutto, percorso in solitaria e nel silenzio più assoluto, è stato davvero molto divertente, spesso con il brivido di non capire come uscire dal punto in cui ero finito.

Scendendo dall’altro lato, ho deciso di fare la deviazione verso i cippi: difatti, proprio ad est della montagna comincia una parte di altipiano che, incredibilmente, fa parte del Trentino, ed appartiene a Grigno, paese della Valsugana, da cui i locali usavano arrampicarsi sulla parete grazie a un sentiero impossibile, per usufruire dei boschi e dei pascoli. Dopo una serie secolare di scontri con gli abitanti dell’altipiano, nel 1752 la disputa territoriale su quale fosse la parte di bosco che spettava alla Valsugana fu risolta da un convegno a Rovereto; furono quindi installati dei cippi di pietra per marcare la linea di confine tuttora vigente tra Veneto e Trentino, anche se allora era ovviamente il confine tra Repubblica di Venezia e Impero Austro-Ungarico.

Il cippo numero 2 sta praticamente sulla strada forestale che scende dai Castelloni verso Enego; è indicato chiaramente dalle tabelle commemorative, ma anche dal cartello che tuttora segnala il cambiamento di Regione, principalmente per ricordare che chi è abilitato a raccogliere funghi di là potrebbe non esserlo di qua. Lungo il confine si snoda un breve sentiero nel bosco che porta al cippo numero 1, quello commemorativo; difatti, duecentocinquanta anni fa presero un roccione che sporgeva sullo strapiombo della Valsugana, in un posto da brivido, e ci incisero sopra a scalpello la linea di confine, i simboli dei due stati (ora perduti) e l’anno. Ho dovuto controllare le vertigini per fare le foto…

Esaltato dalla scoperta topo-storica, ho deciso di allungare ancora il giro e di arrivare ancora al cippo numero 3; in teoria un percorso facile, scendendo in Trentino sulla strada forestale e poi prendendo un sentiero che diparte dal tornante. Peccato che del sentiero non vi fosse traccia; così ho cominciato a percorrere il bosco a mezza via, ritrovando poi il confine, e scendendo lungo di esso fino al terzo cippo.

Fin qui, tutto bene; però poi dovevo risalire lungo il sentiero che, stando alla cartina, passava dal cippo e intersecava poi il successivo percorso marcato numero 869. Sfortunatamente anche questo sentiero si è rivelato essere un insieme di tracce devastate da alberi caduti o abbattuti, e in generale poco riconoscibili. A un certo punto, in sostanza, mi sono messo a vagare nel bosco cercando di mantenere la quota e sperando di incrociare prima o poi un sentiero marcato, dovendo nel contempo aprirmi un varco tra ostacoli di vario genere. Da una parte stavo disperando, visto che ero ormai in marcia da quattro ore; dall’altra è stato davvero affascinante, vista la totale assenza di tracce umane.

Alla fine, spinto in salita dal terreno, sono sbucato in una radura assolutamente magica; mi sono rilassato un attimo, godendomi il sole che sbucava in mezzo al buio degli alberi. Probabilmente proprio per questo, dopo cinque minuti che ero fermo lì, sono apparsi i marcatori del sentiero di attraversamento, che a prima vista non sembravano esserci. Tutto contento per aver ritrovato la via, mi son messo a scendere, pur se con qualche esitazione perché quest’altro sentiero era poco battuto e marcato al risparmio, con segni di via veramente radi.

Comunque, sono sbucato duecento metri più in basso, all’inizio di una strada forestale digradante nel bosco. In teoria avrei dovuto tagliare verso ovest dopo un po’, ma erano ormai le cinque e mezza, stava venendo buio, e l’idea di ritrovarmi di nuovo in mezzo a chilometri di bosco non pulito, senza punti di riferimento e col tramonto incombente, non mi sembrava particolarmente furba. Così, ho deciso di fare il percorso più lungo seguendo la strada, un oggetto che ha l’interessante proprietà – specialmente se preso dal suo capo a monte – di portare sicuramente da qualche parte.

Ho comunque rischiato di nuovo, perchè ho lasciato la strada per andare a fotografare il cippo numero 5, che sta a poche decine di metri da essa, nella accogliente conca della Busa Scura (nomen omen – sembrava il bosco maledetto dei videogiochi). Esso è interessante per i ruderi della casermetta della Guardia di Finanza che fungeva da posto di confine, finché, dopo il 1918, il confine non ci fu più e l’edificio fu abbandonato e crollò. Da qui si doveva tornare sulla strada mediante un breve tratto a mezza costa; se non che, la strada che ho incrociato pareva stranamente peggio messa di quella che avevo lasciato pochi minuti prima, e soprattutto faceva un vertiginoso curvone in discesa che mi lasciava col sole alle spalle. Per fortuna, sapendo di dover andare a ovest, mi son detto che il sole era nel posto sbagliato e sono tornato su, per scoprire che nel tratto di massimo duecento metri che avevo saltato c’era un bivio non segnalato, e che la mia strada era rimasta più su…

A questo punto, ho deciso che ero stanco e che non avrei abbandonato la strada per alcun motivo; sono disceso fino a quota 1400, e poi ho preso una strada laterale che, per una serie di tornanti, doveva riportarmi all’auto. Sono venuto meno alla mia promessa tagliando un paio di tornanti, rischiando di venire avviluppato nel buio tra abeti e arbusti: ben mi sta. Comunque, la salita su una strada forestale è sempre graduale e quindi ampiamente tollerabile anche dopo sei ore di cammino, e i 160 metri da risalire non mi sono pesati. Alla fine, però, cominciava a far freddo, erano le sei e mezza, non mangiavo nè bevevo da quando ero partito, e sono stato contento di arrivare all’auto.

Quando ho avviato la macchina, l’autoradio ripartita automaticamente a bassissimo volume mi è sembrata un rimbombo intollerabile. Ma la sorpresa maggiore è stata incrociare un fuoristrada mentre ripercorrevo in macchina lo sterrato per tornare giù: il primo essere umano da quando, cinque ore e mezza prima, avevo lasciato la malga. Di sicuro un’esperienza.

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venerdì 27 Luglio 2007, 23:51

Dolomiti

Oggi scrivo poco, perché abbiamo fatto un lungo giro di quattrocento chilometri su per i monti, e sono parecchio stanco. Partendo da Asiago verso le dieci e mezza, siamo scesi sul Lago di Levico per una strada impossibile, poi siamo entrati in autostrada a Trento, ci siamo fermati all’autogrill per il pasto di metà mattinata, poi siamo usciti a Chiusa Gardena, e risalendo per tutta la val Gardena siamo arrivati al passo Sella all’una e mezza. Ci siamo poi fermati sulla discesa per mangiare le nostre cibarie, siamo risaliti al Pordoi e abbiamo preso la funivia fino alla cima, a quasi tremila metri, dove abbiamo fatto il pasto di metà pomeriggio. Ripartendo alle cinque meno un quarto siamo scesi dall’altro lato e poi siamo venuti giù per tutta la valle del Cordevole, fermandoci ad Alleghe per comprare il pane. Superate alcune decine di stabilimenti Luxottica, siamo arrivati in pianura a Belluno e abbiamo percorso l’ampia vallata del Piave per poi risalire sull’altipiano a Enego e riattraversarlo tutto.

La prima nota è che la statale 50 da Belluno a Feltre è la tipica strada pedemontana veneta, un vialetto di campagna sommerso di capannoni, camion e un traffico insostenibile, che si fa tutta a quaranta all’ora in attesa che si sveglino a fare un’autostrada. Tutto il resto del percorso, però, è stato molto divertente da guidare.

E poi, il sopra del gruppo del Sella è un posto lunare, una specie di altipiano sassoso a tremila metri dove non c’è altro che roccia. C’ero stato quindici anni fa, era inizio settembre ed era coperto di neve; oggi è soltanto una distesa di sassi, e ho trovato una lingua di ghiaccio solo cercandola bene, dopo mezz’ora di camminata. Però così è ancora più straniante, un posto nascosto dove varrebbe la pena di perdersi per qualche giorno a pensare.

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domenica 1 Luglio 2007, 09:13

Sicurezze

Dev’esserci qualcosa che non va, visto che il blog sembra morto da un po’. In compenso, Iberia offre parecchi terminali Internet gratuiti nelle lussuose lounge del nuovo terminale 4 di Barajas, per cui posso postare da qui, in attesa di riprendere un aereo per Torino. Il nuovo terminale di Barajas è molto spagnolo: nuovissimo, bellissimo, sinuoso, e progettato dagli imitatori di Picasso e Dalì, nel senso che i percorsi interni sono quanto di meno razionale e più labirintico si potesse pensare, metafisicamente imperscrutabili. Non a caso ci vanno venticinque minuti (compreso un treno sotterraneo e parecchie scale mobili sia in su che in giù) per arrivare da un gate a un’altro…

Il volo è stato tranquillo, anche se, tornando dai Caraibi, ci sono a malapena tre ore per dormire. Ho scoperto di essere sullo stesso volo della mia nuova collega di ALAC, moldava; così abbiamo condiviso l’attesa e l’uscita (il volo no, visto che io ero in business, e mi sono ritrovato accanto al rappresentante in ICANN del governo olandese, la cui sorella lavora… a Torino in Fiat Veicoli Commerciali). Ecco, non ho mai apprezzato tanto il fatto di essere maschio, e dell’Unione Europea. Maschio, perchè posso attraversare un aeroporto senza dovermi fermare per almeno dieci minuti a ciascuno dei negozi sul percorso; dell’Unione Europea, perchè non mi trattano come hanno trattato lei.

Alla partenza da San Juan, infatti, hanno subito notato il colore strano del suo passaporto; al controllo di sicurezza – che ora prevede, oltre al metal detector senza scarpe, una macchina che spara soffietti d’aria su tutto il corpo, e non chiedetemi a cosa serva – le hanno fatto posare i “liquidi”, tra cui un profumo e un rossetto. Lei non ha gradito, anche perchè il profumo costava un mese di stipendio medio moldavo (circa 70 euro). Le hanno detto, nel modo più sgarbato possibile, che avrebbe potuto tenerlo se fosse uscita dalla zona airside e se avesse trovato un negozio che potesse venderle una busta trasparente, rifacendo poi tutti i controlli di sicurezza. Perdipiù, c’era un bel cartello evidente che mostrava “Security level Orange – High risk of terrorist attacks”, così erano tutti preoccupati… Alla fine, dopo un mezzo litigio, lei ha ceduto; per tirarla su, io, latinamente, sono riuscito a farla entrare con me nella business lounge anche se lei era in economy.

All’arrivo a Madrid, invece, io sono passato dalla coda veloce (esseri umani con passaporto rosso) e lei è finita nella massa aggrovigliata di americani in punizione (facciamo a loro quel che loro fanno a noi) ed esseri umani che ricadono nella nazionalità “altro”. La coda lunga era comunque piuttosto veloce, e io mi sono messo ad aspettare dietro i botteghini del controllo, cercando persino di occhieggiare il software sui PC. Nel giro di trenta secondi, è arrivato un ragazzo in borghese, mi ha mostrato il distintivo e mi ha pregato (in spagnolo, ma molto gentilmente) di andare ad aspettare più avanti. Ormai smascherato, cinque metri più avanti l’ufficiale in divisa mi ha fermato e mi ha chiesto da dove venivo; naturalmente l’indicazione “Puerto Rico” non ha risollevato gli animi. Così mi ha fatto una serie di domande, poi mi ha lasciato andare, poi mi ha inseguito perché gli sembrava di vedere qualcosa nei miei pantaloni; mi ha non-perquisito (cioè, mi ha comunicato con lo sguardo di sapere di non potermi perquisire ma di avere gran desiderio che io volontariamente mettessi le sue mani sui miei pantaloni, cosa che ho fatto nel modo meno equivoco possibile) e poi mi ha lasciato andare.

Nel frattempo, la mia collega era già quasi al controllo; peccato che quando è arrivata lei il sistema è andato in tilt. Difatti, dalla Moldova c’è bisogno del visto per qualsiasi destinazione, e lei, che da Madrid transitava soltanto, non aveva quello per la Spagna; e il razionale aeroporto di Barajas pare non avere un percorso separato per il puro transito. L’ho vista discutere per una decina di minuti, con una massa urlante dietro, poi mi sono girato e sono spariti sia lei che il poliziotto; dopo cinque minuti è tornato solo il poliziotto. Per scrupolo ho aspettato ancora un quarto d’ora, poi mi sono rassegnato e sono andato verso la mia sala VIP; purtroppo, mi sono ricordato troppo tardi di avvertirla che in Spagna i moldavi senza visto vengono cremati all’ingresso. Peccato, era simpatica.

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domenica 24 Giugno 2007, 03:01

Sì, viaggiare

Lo sapevo, che questo viaggio doveva andare un po’ storto. Avevo un presentimento mentre mettevo le cose in valigia e ad ogni maglietta mi fermavo e pensavo: no, questa no, che se poi perdo la valigia? E difatti, io a Portorico sono arrivato, ma la valigia no: anche se, dopo una simpatica telefonata a dieci minuti di musichina registrata, sono riuscito a sapere che esiste e dovrebbe arrivare domani.

Iberia, però, mi è piuttosto scaduta in questo viaggio: il volo da Torino è partito oltre mezz’ora in ritardo senza un motivo plausibile. Il volo da Madrid è stato imbarcato alla latina – la signorina leggeva il messaggio standard in cui si invitavano ad imbarcare le famiglie con bambini piccoli, poi la business class, poi le file posteriori, e nel frattempo la gente si faceva largo a gomitate in ordine qualsiasi – e l’aereo dimostrava una trentina d’anni, oltre a presentare un child rate (rapporto bambini / adulti tra i passeggeri) tendente a uno; c’erano persino due o tre cani. Mi sono ritrovato a fianco di Desiree Milosevic e quindi ci siamo scambiati opinioni varie su ICANN, sul mondo e sulla ex Jugoslavia; i miei pasti però sono stati scarsini, e i suoi vegetariani una tristezza bollita. E infine, siamo arrivati in un aeroporto piuttosto fatiscente in cui nessuno, a parte la guardia di confine, parla inglese.

Già, perchè Portorico è Stati Uniti solo di nome; per il resto, tutti parlano spagnolo, punto. Persino sulla caserma della National Guard c’è scritto “Bienvenido!”. Per esempio, la suddetta telefonata al numero verde del servizio bagagli dell’aeroporto si è svolta così: un minuto di voce registrata in spagnolo, che ti dice che se hai perso un bagaglio devi premere uno, e se telefoni per qualsiasi altro motivo devi premere due (è una domanda trabocchetto, se premi due presumo ti riattacchi in faccia). Poi, alla fine, una frasetta in inglese che dice: se vuoi parlare in inglese premi tre. Io premo tre, aspetto dieci minuti, e alla fine risponde un umano con lo standard “how can I help you?”, però con un accento spagnolissimo. Io spiego che ho perso un bagaglio, e l’altro dice: “el nombre?”. Eccetera.

Insomma, per ora si conferma il presagio secondo cui San Juan sarebbe degradata come una città sudamericana, ma antipatica come una città nordamericana. L’albergo, peraltro, è una specie di Club Med di lusso, con ragazzini texani gonfi di estrogeni che vomitano ubriachi sul tappeto del corridoio, e la musica techno sparata altissima nel cortile; avrei dovuto capire che buttava male quando ho notato che la scritta “Caribe Hilton” non è nel font aziendale dell’Hilton, ma in quello del Corte Inglés!

Bon; non facciamola tanto grave, visto che Iberia almeno mi ha dato una simpatica borsetta con pettine, deodorante, rasoio monolama di quelli da disboscamento per gambe femminili, e una maglietta per la notte. Anzi, vi attacco la foto della vista dalla mia camera d’albergo, e poi vado a dormire (tecnicamente, sono in piedi da 22 ore); e chi se ne frega se stasera è la notte di San Giovanni, e verso mezzanotte tutti si butteranno in mare tre volte all’indietro per invocar fortuna. Prometto che domani, per il mio primo meeting (colazione di lavoro alle 7:00 a.m.), sarò radioso anche con la maglietta sudata.

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