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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


sabato 21 Giugno 2014, 01:33

Jessica

È tardi, troppo tardi e il fuso mi ha già rubato un’ora, per arrivare in questo immenso albergone della periferia del centro di Londra. Gli uomini d’affari ci arrivano, ça va sans dire, in taxi; o se proprio ci si mettono d’impegno, con la metropolitana. Solo gli avventurieri taccagni come me possono arrivarci col pullman, dalla stazione di San Pancrazio, in una notte di ragazzini urlanti che tornano in qualche periferia nera molto più a sud.

La stazione di Santa Maria del Rio, un sogno confettoso di guglie olandesi e canopie tardo-vittoriane, è il segnale giusto per scendere dall’autobus; un paio di isolati in mezzo a Beirut, ignorando una fila di fumatori di narghilè schierati comodi sulla strada di Edgware, e si arriva in questo torreggiante e pretenzioso albergo anni ’80, che finge con indifferenza di non trovarsi ora nel bel mezzo del Londonistan. Che poi, trovarsi nel bel mezzo del Londonistan ha anche i suoi bei vantaggi, dall’abbondanza di finte imitazioni halal del colonnello Sanders – il santo protettore dei mangiatori di pollo fritto unto e bisunto, rigorosamente morto tra atroci sofferenze bestemmiando tutto il pantheon dell’animalismo contemporaneo, ma beatificando chi ha poche sterline in tasca e fame a mezzanotte – fino a un’ampia scelta di kebab e di mezze, a patto di saperli ordinare in arabo. Ma certo, se vuoi fare l’albergone da congressi da centocinquanta euro a notte per americani spaventevoli, la collocazione Rock the Casbah non è il meglio che potevi scegliere.

E’ per questo che mi aspetterei almeno di non dover fare coda al check-in, almeno a quest’ora tarda, e invece no: e coda sia. Almeno non pago io, del resto se pagassi io non pagherei voi, sarei andato in un ostello o in un albergo più normale ma meno pretenzioso, magari pure quello nel Londonistan, ma almeno in quello pieno di ottimi ristoranti pakistani, tutto dall’altra parte della città. Ma mi hanno invitato per una rimpatriata, per la cinquantesima conferenza di ICANN, e pagano tutto loro, e puoi dire di no a una conferenza pagata a Londra, in un albergone pretenzioso per americani spaventevoli? No, non puoi, e allora anche la coda si può accettare, tanto sono fradicio di sudore e mezzo addormentato.

E poi viene il mio turno, e porgo il passaporto alla gentile signorina che mi invita per il mio turno. “Helloâ€, dico un po’ assonnato. Lei guarda me, guarda il passaporto, guarda me e risponde: “Buonaseraâ€, con un accento che pare pure un po’ romano. In effetti la targhetta dice “Jessicaâ€, e sotto, più in piccolo, “Italianoâ€. “Sa, ho visto il passaportoâ€, mi dice lei. “Ah… italianaâ€, rispondo, e poi la guardo e aggiungo: “…scappata?†Lei mi guarda con uno sguardo che dice già tutto, non risponde, deve essere professionale (in italiano, “devi essere professionale†è il modo pulito per dire “stai zitto e fatti sfruttareâ€).

Del resto, a Londra io ho una cugina che ci vive adesso, un cugino che ci ha vissuto fino a pochi anni fa, diversi amici passati e rimasti o andati ancora altrove, e una voglia di viverci sin da quando ci son venuto per la prima volta, a undici anni. Di viverci, di scapparci, come ci scappano tutti, tutti quelli che possono e anche molti di quelli che non possono.

Perché adesso chi scappa si mimetizza, ma tra dieci o vent’anni la prossima frontiera di Londra sarà l’Italistan, con meno burqa e più crocifissi, meno kebab e più pizza, meno ironia e più, almeno per noi, amarezza.

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lunedì 27 Agosto 2012, 15:35

Bratislava o Marte

L’Europa si divide in due: quelli che da piccoli guardavano Tom e Jerry e quelli che da piccoli guardavano Nu pogodi. Bratislava appartiene alla seconda categoria e, a differenza di Praga, è sufficientemente fuori dalle rotte turistiche e finanziarie principali da mostrare ancora evidenti, in modo affascinante, le contraddizioni del suo passato. Da una parte è una delle zone a maggior crescita economica dell’Europa orientale, con un centro storico asburgico, restaurato e pieno di locali e di vita, e con una infilata di palazzi di vetro più centro commerciale sulle rive del Danubio; dall’altra, basta aprire gli occhi e allargare un po’ il raggio per ritrovarsi d’improvviso in quegli angoli alieni tipici delle città ex comuniste.

Chi arriva, come noi, a piedi dalla stazione ferroviaria comincia salendo sul castello dal lato della terra, su una ripida salita che passa davanti al monumento di Raoul Wallenberg. Il castello è carino, in stile rinascimentale, ma non è molto grosso ed è abbastanza vuoto; fu bruciato nelle guerre di Napoleone e rimase lì in rovine fin che non nacque la Cecoslovacchia nel 1918.

Da allora cominciarono a pensare di ricostruirlo, ma fino al secondo dopoguerra non ci fu il modo. Ci pensarono i comunisti, dando l’incarico a un noto professore di architettura; peccato che il progetto si sia poi fermato dopo che egli fu arrestato per “pubblica diffamazione di una potenza amica” (chissà quale). Dagli anni ’60 in poi i lavori vanno avanti, ma a tutt’oggi il castello è spoglio e incompleto: ci si sale soprattutto per guardare dall’alto la città.

Alla fine della salita, entrati nelle mura, si spunta dal piazzale del castello e la vista appare improvvisa, inattesa e per un attimo meravigliosa: il bel Danubio verde scorre là sotto in primo piano. E’ solo alzando lo sguardo che progressivamente si rimane sempre più perplessi, come se si capisse solo allora che le cose non sono come dovrebbero essere. Avete presente il finale del Pianeta delle scimmie? Ecco, la rivelazione è simile ma opposta: pensavate di essere sulla Terra, e invece questa non è la Terra.

Difatti, dall’altra parte del fiume, oltre gli alberi del parco sulla riva, si notano alcuni palazzi di case popolari, dei parallelepipedi perfetti di cemento appena risegati dalle casette degli impianti sui tetti piatti. E poi, dietro di loro, ce ne sono altri uguali. E poi dietro ancora. E anche di fianco, su tutto il fronte della città. E così via, a perdita d’occhio, fino a svanire nella foschia dell’orizzonte. E’ come se avessero preso un casermone alto e largo, il peggio delle periferie urbane, e l’avessero ricopiato e incollato digitalmente nella vista, ruotandolo appena un po’ di qua e un po’ di là, dozzine di volte; digitalmente, perché nessuno in natura potrebbe ripetere così pervicacemente lo stesso identico enorme oggetto.

Per completare la vista, proprio davanti al tutto c’è un ufo di cemento, sospeso in aria sopra i tetti dei palazzi; un disco volante come quelli dei film anni ’50. In realtà è un ristorante panoramico per la nomenklatura del tempo che fu, attaccato in cima all’unico enorme pilone che sostiene il Ponte Nuovo, collegando la città umana dove siete voi con la città aliena dall’altra parte del fiume.

Il sobborgo di Petrzalka doveva essere il trionfo dell’uomo nuovo socialista; tutti dovevano vivere nelle stesse case (prefabbricate col cemento) e diventare un collettivo senza volto. Oggi gli abitanti cercano di dare un’anima a questi casermoni dipingendoli a colori vivaci, chi rosso, chi viola, chi arancio. Almeno, così li si distingue.

In generale, Bratislava sembra una città che sta lentamente tornando alla vita; i palazzi vengono a uno a uno restaurati e resi nuovi e lucenti come un pezzo di Germania, con tanto di Audi e Mercedes parcheggiate davanti. Il problema è che i palazzi ripuliti sono solo una parte, concentrati nelle strade principali del centro storico, e gli altri vanno dal degradato al pienamente fatiscente. Anche in pieno centro ci sono palazzi coi muri a pezzi, i vetri rotti, le pareti puntellate (c’erano anche a Torino, ma gli ultimi sono spariti vent’anni fa). Basta uscire un po’ dal centro perché il degrado si moltiplichi: i marciapiedi sono pieni di buche, le aiuole una savana, le fermate dell’autobus arrugginite e sfondate. Il Ponte Vecchio è sbarrato e oscillante, con un vecchio binario ferroviario il cui accesso è coperto dalle erbacce e protetto da reti sfondate che nessuno si preoccupa di tirare su; ed è comunque in uso pedonale. Oltre il ponte, c’è uno stadio in abbandono.

Le ferite saranno dure da risanare, in certi casi impossibili. Per esempio, dato che ai comunisti la religione non piace, il regime decise che il tracciato migliore per la tangenziale era proprio sul sagrato del Duomo. Per questo, la cattedrale oggi si affaccia su uno svincolo autostradale di cemento cadente, con le auto che sfrecciano a un metro dalla facciata.

Si percepisce che gli slovacchi non hanno nessuna voglia di restaurare il proprio patrimonio post-1918, e che forse sarebbero più contenti se potesse crollare e basta. Appena fuori dal centro c’è una meravigliosa chiesa Jugendstil di colore azzurro, tutta restaurata, ridipinta e luccicante. Di fronte c’è un tronfio palazzone di otto piani in stile aulico: è sporco, semiabbandonato, con i vetri rotti e le erbacce che crescono. Sotto gli immancabili fregi posti accanto all’ingresso principale qualcuno ha commentato con lo spray “Mega Death”.

Ma il punto più surreale è piazza della Libertà, un grande quadrato subito fuori dal centro circondato sui lati dagli edifici dei ministeri. La bruttezza degradabile e la monumentale ingestibilità dello stile architettonico dell’immediato dopoguerra (di cui a noi resta il Palazzo del Lavoro) qui si esprime al meglio. Al centro c’è un giardino che, nonostante il verde, dà subito l’impressione di un inospitale deserto di pietra, un tempo luogo dei fasti di qualche civiltà aliena e ora abbandonato per i secoli dei secoli. L’arredo urbano, tutto scrostato e arrugginito, sembra uscito dal Solaris di Tarkovskij; al centro c’è una gigantesca fontana a forma di fiore, bordata di travertino, in cui l’acqua sembra non scorrere più da tempo immemorabile. Come sempre, il cemento e la pietra sono in frantumi e nessuno ha voglia di sistemarli.

Oltre il quadrato della piazza, appare come una rivelazione l’ultimo enigma architettonico: la grande piramide rovesciata della Radio Slovacca. Penso che la sua forma totalmente innaturale volesse simboleggiare, oltre alla solita supremazia della scienza umana sulla natura, l’emissione delle onde che si allargano verso il cielo per raccontare al mondo i trionfi del comunismo cecoslovacco. In verità, ora la base è piena di graffiti e di erbacce, l’incuria è totale e l’unica percezione che può avere un essere umano davanti a un simile oggetto è “qui c’è qualcosa di profondamente sbagliato”.

Di fronte hanno costruito un grattacielo di vetro con la sede della Banca Nazionale Slovacca, con tanto di mostre sull’euro e monumenti alla moneta, probabilmente sperando di far passare inosservata la piramide grazie alla presenza a fianco di un edificio più grosso e moderno. Alla fine, però, nonostante gli slovacchi comprensibilmente facciano di tutto per occultarli e per ripresentarsi al mondo come la nazione asburgica che sono stati per mille anni, i residui comunisti di Bratislava sono un monito interessante: i segni di una cultura tragica rimasti nella pietra.

[tags]bratislava, slovacchia, architettura, paesaggio, urbanistica, comunismo[/tags]

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domenica 4 Settembre 2011, 19:31

Guidare negli Stati Uniti (5) – Fare benzina

Lo so che pensate che gli americani, in materia di auto, siano stupidi; tutti ci siamo chiesti che cosa li spinga a comprare delle auto inutilmente grosse e pesanti, che consumano come un carro armato. E’ davvero impressionante osservare le auto per le strade americane; se nelle città si trovano generalmente auto come le nostre, solo più lunghe e pesanti, fuori città quattro auto su cinque sono SUV o pickup, alcuni talmente grossi da avere sei ruote (quattro sullo stesso asse posteriore) per aumentare la portata. Anche i camper sono giganteschi, grossi spesso come i nostri TIR – e più di una volta mi è capitato di incrociare un camper con attaccata dietro, al traino… un’auto per le piccole gite!

Va detto che negli Stati Uniti, a parte la costa est, i veicoli fuoristrada hanno un certo senso. Il territorio è molto meno densamente abitato che da noi, e vi sono ovunque grandi estensioni di praterie, foreste, montagne e deserti in cui le strade sono spesso sterrate, anche in posti molto turistici. In più, come abbiamo detto, gli americani sono pessimi guidatori, piuttosto paurosi e comunque abituati ad avere strade lisce e curate, dunque spaventati quando non lo sono.

Se non ci credete, leggete le recensioni della Monument Valley su TripAdvisor: tutti gli americani si lamentano che quei maledetti indiani Navajo – la cui considerazione da parte dell’americano medio è simile a quella che l’italiano medio ha per i rom – essendo i proprietari del parco non riparano la strada, che è “impercorribile” perché la sua prima parte, giù per una collina con un paio di tornanti, viene lasciata sterrata e piena di enormi buche, in modo da poterla percorrere solo coi veicoli speciali dei tour a pagamento.

Ora, io mi ci sono avventurato con la mia macchinina giapponese a noleggio e francamente le buche non sono peggio di quelle di certe strade di Torino, pur col fondo in terra battuta invece che in asfalto; se poi parliamo di una qualsiasi strada sterrata o ghiaiosa delle nostre colline e montagne, piena di gradini, rocce che spuntano, fossi… rispetto a quelle la Monument Valley è un’autostrada.

Insomma, l’americano ha comunque dei motivi per dotarsi di un veicolo 4×4 con ruote alte, in parte perché è mediamente più pauroso a guidare di noi, e in parte perché si trova più spesso su strade non asfaltate, e anche in mezzo a piene improvvise, tornado, nevicate di tre metri… anche il tempo americano è un po’ diverso. Ma non lo farebbe se non ci fosse un elemento fondamentale: il prezzo della benzina.

Noi avevamo i soldi abbastanza contati, e dunque io ogni sera consultavo il mitico Gasbuddy.com (è un peccato che la sua versione italiana non prenda troppo piede) per scoprire dove trovare benzina a buon prezzo; alla fine, ho pagato il carburante prezzi variabili dai 3,359 ai 3,999 dollari a gallone, ovvero 60-70 centesimi di euro al litro, meno della metà che da noi. (Certo, se fate l’errore di arrivare senza benzina nella Death Valley, dove ci sono solo due distributori nel raggio di oltre cento chilometri, preparatevi a pagarla ben oltre cinque dollari al gallone… il mercato non perdona.) Ma gli americani sono comunque furiosi perché la benzina è diventata mostruosamente cara: rispetto a due anni fa è quasi raddoppiata! Aggiungeteci che buona parte del petrolio mondiale sta sotto il loro terreno, e capite come mai non si siano mai fatti problemi a consumarlo; ancora quest’anno, io sono riuscito a percorrere quasi 7000 chilometri con circa 400 euro di benzina.

Anche fare benzina, in America, ha delle particolarità che bisogna sapere, sin da quando entrate in un distributore. Ricordate infatti che le pompe americane sono molto più corte delle nostre, per cui è obbligatorio che vi fermiate con il tappo del serbatoio dal lato della pompa e proprio davanti ad essa. Non fate come me nel 2007, che mi sono messo davanti alla pompa, ho fatto accreditare 40 dollari, e poi mi sono accorto che il serbatoio era dal lato sbagliato e ho dovuto fare manovra e inversione in mezzo al distributore con un bel macchinone americano, tra gli altri che facevano benzina, facendo a portellate con un coreano per evitare che si piazzasse lui alla mia pompa e mi fregasse i 40 dollari!

Infatti, in qualsiasi modo si faccia benzina, negli Stati Uniti non esiste che il serbatoio venga riempito prima di avere pagato! Il modo più comune di fare benzina è in contanti, in biglietti da massimo 20 dollari. Negli Stati Uniti solo i papponi e gli spacciatori usano i biglietti di taglio superiore a 20, per cui evitate di farveli rifilare dalla vostra banca; il modo migliore per procurarsi i dollari è avere un bancomat italiano con il logo Cirrus/Maestro e prelevarli sul posto, anche se il miglior tasso di cambio lo avrete pagando tutto con carta di credito.

Comunque, dopo aver parcheggiato la macchina davanti alla pompa, dovete scendere e dare i soldi al cassiere; se volete fare il pieno, fate una stima di quanta benzina ci può stare e arrotondate la cifra ai 10-20 dollari successivi. Il benzinaio, negli Stati Uniti, non esiste più da un pezzo, e le pompe sono self-service, comandate a distanza da un cassiere che sta dentro a un gabbiotto blindato, dialogando con voi tramite un microfono e scambiando i soldi tramite un cassetto mobile; in alternativa, il cassiere sta dentro l’immancabile supermercatino aperto 24 ore su 24, che è anche un’ottima risorsa per bibite e cibo di emergenza, e in qualche caso sta persino alla cassa di un adiacente fast food. Mentre gli date i soldi, ditegli il numero della pompa; il cassiere a quel punto abiliterà la vostra pompa ad erogare fino alla cifra che gli avete dato.

A questo punto potete ritornare alla pompa e fare benzina; per prima cosa dovete selezionare quale carburante volete, premendo uno dei pulsanti per scegliere tra tre diversi gusti di benzina (regular, medium e premium), che differiscono per potenza e additivi vari, o eventualmente il diesel, che però è piuttosto raro e costa pure di più; poi potete estrarre la pistola e rifornire. Io sono rimasto fregato (due volte!) da un vecchio tipo di pompa, che non ha il pulsante per selezionare il tipo di benzina; in queste pompe bisogna prendere la pistola e poi sollevare verso l’alto la base su cui essa normalmente sta appoggiata. Se alla fine non ci sta tutta la benzina che avete pagato, come è normale se fate il pieno, non preoccupatevi; lasciate lì la macchina, tornate dal cassiere e chiedetegli il resto. Non preoccupatevi, anche qui, come per lo stop a quattro vie, gli americani sono abituati ad attendere con pazienza, anche se magari davanti alle pompe c’è una lunga coda.

L’unico caso diverso che ho incontrato è in Oregon, la già citata provincia profonda, in cui una legge dello Stato vieta agli automobilisti di farsi benzina da soli (troppo tonti? concorrenza sleale con i benzinai “serviti” quando esistevano ancora?). In quel caso, c’è presso le pompe un benzinaio che si fa dare i soldi (o in alternativa vi grida “pay inside” per mandarvi dal cassiere dentro il gabbiotto) e poi vi rifornisce.

Vi stupirete forse che negli Stati Uniti non esistano come da noi i distributori automatici che leggono direttamente le banconote; in realtà non esiste praticamente il concetto di lettore automatico di banconote, perché tutti hanno in tasca una carta di credito e dunque è molto più comodo svolgere le transazioni automatiche con quella. Esistono solo le macchinette venditrici di bibite e cibarie a moneta; l’unica macchinetta che prendesse banconote che io abbia visto era quella per i biglietti del tram di Phoenix, che nell’ottica americana è un servizio per barboni e clandestini e dunque può anche darsi che una volta ogni tanto si presenti qualcuno con delle banconote, anche perché se avesse in tasca una carta di credito sarebbe invece andato a noleggiare un’auto.

Comunque, un certo numero di distributori dispone del “pay at pump”, che vi permette di pagare alla pompa, senza dover andare dal cassiere, con una carta di credito o di debito. Il problema è che spesso la procedura vi richiede di inserire il PIN o peggio ancora il vostro ZIP code (codice postale), e difficilmente funziona con una carta italiana: dunque la benzina è una delle pochissime cose che ho sempre pagato in contanti. Se il sistema americano vi pare strano, c’è di peggio; in Islanda esistono praticamente solo distributori automatici non presidiati che accettano solo la carta di credito richiedendo il PIN… niente carta o niente PIN uguale niente benzina.

Negli Stati Uniti le distanze sono enormi; non sottovalutate il problema della benzina o rimarrete senza, magari a cinquanta chilometri dalla pompa più vicina!

[tags]guida, auto, stati uniti, benzina, carburante[/tags]

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sabato 3 Settembre 2011, 12:14

Guidare negli Stati Uniti (4) – Segnali e precedenze

Le puntate precedenti sono state pubblicate il 28, 29 e 30 agosto.

I segnali americani non vi sconvolgeranno più di tanto, perché sono piuttosto semplici e, a patto di conoscere bene l’inglese, facilmente comprensibili. E’ solo dopo un po’ di tempo che vi accorgerete che sono piuttosto diversi dai nostri.

Girando per l’Europa, i cartelli non cambiano; al massimo sono diversi i tipi di carattere e i dettagli dei disegni. Negli Stati Uniti, invece, dei nostri segnali ne sopravvivono molto pochi; in sostanza, lo stop, il dare la precedenza, il senso unico e il senso vietato. Esistono poi i limiti di velocità, che sono un rettangolo con scritto “SPEED LIMIT” e la cifra, e i segnali di pericolo, che però non sono triangolari, ma gialli e romboidali; alcuni hanno al centro un disegno che illustra il tipo di pericolo, diverso dai nostri ma non troppo da non essere riconoscibile, ma molti hanno semplicemente una scritta. Non esistono invece i segnali di direzione obbligatoria, se non il divieto di svolta (quello rotondo con la direzione della curva sbarrata, che da noi è stato abolito una dozzina di anni fa).

La scarsità di segnali grafici è il risultato di una scelta culturale radicalmente opposta alla nostra. Da noi, i segnali sono “muti”, codificati appunto secondo uno standard grafico che richiede di essere studiato quando si prende la patente; senza tale studio, non si avrebbe modo di sapere cosa vuol dire quando si trova il triangolo rovesciato della precedenza o il cerchio sbarrato del senso vietato. Al contrario, negli Stati Uniti la logica è che il cartello deve essere comprensibile anche a chi non ha studiato o non si ricorda le lezioni, all’unica condizione che parli la lingua nazionale (l’inglese).

Per questo motivo, anche i pochi segnali grafici sono sottotitolati; su tutti i segnali di senso vietato c’è scritto “DO NOT” sopra e “ENTER” sotto la barra bianca; su tutti i triangoli per dare la precedenza c’è scritto “YIELD”, e peraltro sono molto più rari dello “STOP” ottagonale, che è ubiquo; sulle frecce oblunghe del senso unico c’è scritto “ONE WAY”. Come detto, i segnali di pericolo sono più spesso scritti che disegnati; dove noi avremmo il cartello triangolare col disegno del dosso, trovate un rombo con scritto “BUMP” o “DIP”; alle strettoie c’è scritto “ROAD NARROWS”; dove la strada è dissestata c’è scritto “ROUGH ROAD” o “LOOSE GRAVEL”.

I cartelli di direzione illustrano bene una delle caratteristiche della segnaletica americana, quella di essere più scarsa della nostra. Ad ogni incrocio tra strade a senso unico, noi abbiamo solitamente un cartello di preavviso delle direzioni consentite (tondo blu), spesso ripetuto su entrambi i lati della strada, poi all’incrocio un segnale rettangolare orizzontale di senso unico all’inizio delle direzioni consentite, e un segnale di senso vietato in quelle non consentite. Troppa grazia! A San Francisco, in molti incroci dentro i quartieri l’unica indicazione del fatto che la traversa è a senso unico è un segnale rettangolare di “ONE WAY”, posizionato però dal lato opposto rispetto a noi, cioè quello in cui non si può andare. I segnali di senso vietato sono usati con parsimonia e soprattutto in situazioni “frontali”, cioè in cui c’è del traffico che arriva di fronte e altrimenti proseguirebbe contromano (in generale, ci sono meno strade a senso unico che da noi). In compenso, negli incroci più trafficati – dove peraltro si capisce di non poter svoltare in una direzione semplicemente dall’assenza della relativa corsia – spesso c’è una scritta “NO LEFT TURN” o “NO RIGHT TURN” che ribadisce il concetto.

Anche la precedenza è interpretata in maniera piuttosto diversa. E’ piuttosto raro che si arrivi a un incrocio senza che vi siano segnali di precedenza, proprio perché il concetto di “precedenza a destra” è un’altra cosa che bisogna sapere e che non è desumibile semplicemente leggendo i cartelli. Ci sono mediamente più semafori, almeno nelle città; molte città sono costituite da grandi isolati (blocks) delimitati da strade che hanno un semaforo a ogni singolo incrocio, e al loro interno hanno soltanto stradine residenziali, spesso senza uscita, che si immettono su quella grande con uno stop. (Sono, in sostanza, costruite a isole; uno naviga nel mare aperto della città fino all’ingresso della sua isola, che nei quartieri ricchi può avere anche un cancello e una guardia, e poi vi entra per cercare la singola casa; questo riflette una società in cui ricchi e poveri convivono gomito a gomito, ma stando ben attenti a far finta di non conoscersi.)

E poi, c’è la grande invenzione americana dello “stop a quattro vie”, che è quasi onnipresente all’interno delle singole isole, ossia nelle zone residenziali dove il traffico non giustifica il mettere un semaforo ad ogni incrocio. Alla mia prima visita negli Stati Uniti rimasi completamente basito, arrivando a un incrocio e trovando il cartello ottagonale di stop messo su tutte e quattro le direzioni di accesso… che vuol dire?

Noi siamo abituati a considerare il segnale di stop come un dare la precedenza un po’ più autoritario; non solo devi dare la precedenza, ma devi anche fermarti perché l’incrocio è pericoloso. Negli Stati Uniti, invece, lo stop indica di fermarsi ma non necessariamente di dare la precedenza; la precedenza va data solo se la strada da cui arrivano le altre auto non ha essa stessa uno stop. Se invece anche loro hanno lo stop – cosa che si può dedurre perché guardando si vede l’inconfondibile forma ottagonale del cartello, anche se a rovescio, e perché generalmente sotto il tuo stesso stop c’è scritto “4-WAY” o “ALL-WAY” – conta l’ordine di arrivo sulla riga bianca tracciata sull’asfalto; si occupa l’incrocio uno per volta (due solo in casi eccezionali, se le due traiettorie non si sfiorano nemmeno) e si aspetta che chi passa sia uscito dall’incrocio per passare al successivo veicolo in ordine di arrivo.

In realtà, è un metodo molto intelligente; è sicuro, perché tutti si devono fermare e nessuno abborda l’incrocio ad alta velocità pensando di avere diritto di passaggio; in caso di traffico, dato che conta il momento in cui il singolo veicolo arriva sulla riga bianca (e non quello in cui si accoda), si passa a turno uno per volta da ciascuna delle quattro vie, evitando quelle situazioni in cui immettersi dalla strada che non ha precedenza è difficoltoso e si forma una lunga coda; se devi girare a sinistra, non stai lì ad attendere una vita che siano passati tutti, ma passi anche tu secondo ordine. Ha l’unico problema che è un metodo lento, perché ci si deve fermare, perché passa un veicolo per volta e perché ogni volta c’è un attimo di suspence da western per capire chi è il prossimo che passa, cosa che in incroci un po’ grossi può non essere immediatamente evidente a tutti. Noi italiani, fidatevi, finiamo per passare velocemente perché siamo abituati a buttarci in mezzo al traffico per riuscire ad immetterci, il che ci dota di riflessi molto migliori di quelli degli americani.

In generale, gli americani hanno una concezione dello spaziotempo al volante molto diversa dalla nostra. Una volta mi sono trovato a Los Angeles su un vialone, sulla corsia più a sinistra di tre, improvvisamente bloccato dietro a un tizio fermo prima di un incrocio con la freccia a sinistra, accanto allo spartitraffico. L’incrocio era senza semaforo, vuoto, e non arrivava nessuno né nel senso opposto, né dalla strada laterale. Ho cominciato a bestemmiare pensando che il tizio avesse accostato lì, nel bel mezzo della carreggiata, per farsi i fatti propri, o magari per aspettare qualcuno – come sarebbe stato da noi. Ho aspettato che passasse il traffico e poi ho cambiato corsia per aggirarlo, bestemmiando… e ho capito.

In pratica, il tizio doveva girare a sinistra, ed è vero che non c’erano macchine in vista se non nella nostra direzione; ma là dall’altra parte, oltre la siepe, oltre le quattro corsie in direzione opposta, oltre la fila di auto parcheggiate, sul bordo del marciapiede c’era un pedone che sembrava voler attraversare sulle strisce la strada laterale in cui lui voleva svoltare. E dunque, lui non poteva occupare l’incrocio fino a che tutto quello che doveva passare con precedenza, compreso il pedone sulle strisce, si fosse tolto di mezzo.

Da noi, l’auto avrebbe svoltato di corsa per non rischiare di perdere il momento di tregua sul viale nella direzione opposta, e poi, se gentile, si sarebbe fermata un po’ in mezzo tra la strada e le strisce, facendo passare il pedone; più facilmente, sarebbe passata di corsa anche sulle strisce, intimando al pedone di non muoversi. Da noi è normale attraversare in stile Frogger, per cui, se un pedone attraversa sulle strisce, le auto ferme in attesa (nel raro caso in cui si siano fermate) cominciano subito a passargli dietro o davanti, a venti centimetri dal naso o dalle spalle, non appena si è liberato un varco sufficiente. Se lo faceste là, persino a Los Angeles – città dal traffico tremendo, dove ovviamente si guida un po’ più sportivo e ho persino sentito suonare il clacson un paio di volte – sareste considerati dei probabili serial killer.

Almeno, però, avete capito come fanno a crearsi quegli ingorghi giganteschi: ottimizzando le regole per la sicurezza anziché per la velocità, la portata del sistema diminuisce. Da noi sarebbero tutti subito infuriati, ma basterebbe dotarsi di pazienza…

[tags]guida, auto, stati uniti[/tags]

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martedì 30 Agosto 2011, 18:55

Guidare negli Stati Uniti (3) – La velocità

L’approccio procedurale degli americani si applica ovviamente anche ai limiti di velocità: se c’è un limite ci sarà un motivo, e dunque bisogna rispettarlo attentamente. Oddio, forse su questo si sono un po’ rilassati, e le velocità di crociera sono tipicamente di qualche miglio all’ora superiori al limite; ma non esiste che un americano sfrecci a ottanta all’ora dove il limite è dei cinquanta.

C’è inoltre un altro fattore che impedisce, anche volendo, di violare i limiti di velocità: ed è proprio il fatto che li rispettano tutti. Se anche riuscite a superare una persona che viaggia alla velocità limite, dopo breve tempo vi troverete di nuovo chiusi da un altro che viaggia alla stessa velocità… e dopo un po’ lascerete perdere. Nemmeno sulle autostrade la situazione è diversa: infatti, anche lì tutte le corsie – anche quando sono sei per senso di marcia – sono occupate da veicoli che vanno tutti alla stessa velocità, salvo qualche minima differenza.

Non esiste, come da noi, l’obbligo di tenere la destra e farsi superare, se non su tratti in salita dove i mezzi pesanti vanno più lentamente. Non esiste nemmeno il divieto di sorpasso a destra, anzi è perfettamente normale, se l’auto sulla corsia più a sinistra va qualche miglio all’ora più lentamente di voi, spostarsi su una corsia più a destra per passarla. Il punto è che tanto le differenze sono minime, dunque l’americano medio si sceglie una corsia, regola la sua velocità su quella del veicolo che gli sta davanti, attacca il cruise control – il dispositivo che mantiene costante la velocità senza bisogno di accelerare o frenare – e poi sta lì così per i successivi 500 chilometri. Se anche voi voleste sfrecciare oltre i limiti, vi trovereste molto spesso tutte le corsie occupate da veicoli che vanno più o meno alla stessa velocità, quella del limite; un vero sbarramento fisico che, dato che un sorpasso con così poca differenza di velocità richiede chilometri, vi trattiene per lungo tempo.

In realtà, durante i miei 7000 chilometri di guida, ho visto alcune auto comportarsi male e fare a zigzag per superare i limiti – tre o quattro in tutto. In compenso, dovunque sia stato, in otto diversi Stati, in città e in autostrada, nei parchi e sui monti, ho visto almeno tre o quattro pattuglie al giorno ferme a bordo strada in attesa di clienti.

Negli Stati Uniti non esiste il concetto di “autovelox” o “tutor”, insomma un sistema automatico che ti manda la multa a casa. La violazione del codice della strada, peraltro, non è una questione amministrativa ma una vera e propria infrazione penale che richiede un fermo e un processo, per quanto semplificato. Dunque, le strade sono piene di agenti acquattati e pronti a scattare dietro a chiunque superi i limiti o commetta altre infrazioni. Talvolta semplicemente ti si mettono dietro e guardano il loro tachimetro per capire a quanto vai; non esistono tutti i nostri bizantinismi di tarature dei macchinari, margini di errore e fotografie di prova, se un agente testimonia che andavi troppo veloce vuol dire che andavi troppo veloce.

A quel punto, se si mettono dietro a te e accendono i lampeggianti rossi e blu, la procedura prevede che tu accosti a bordo strada, ti fermi e attenda dentro la macchina col finestrino abbassato, mentre l’agente scende e ti raggiunge a piedi… anche in autostrada! Non devi proseguire e non devi scendere dalla macchina – entrambe le opzioni presentano significative possibilità di farti sparare addosso (sul serio).

L’agente prima controlla via radio chi sei e se la macchina è in regola, poi ti recita tutto ciò che hai violato, e se la violazione non è grave ti dà la possibilità di pagare immediatamente, in contanti o con carta di credito, e chiuderla lì; in alternativa, hai diritto a un regolare processo in tribunale, in cui l’agente che ti ha fermato sarà chiamato a testimoniare.

I limiti di velocità americani, a prima vista, appaiono devastantemente bassi, tali appunto da farti morire di sonno. In Oregon, che è l’equivalente americano della nostra provincia profonda, il massimo concesso sulle autostrade è di 65 miglia orarie (105 km/h), ma solo in pochi tratti, mentre più normalmente si scende a 60, 55 o 50 miglia; sulle statali il limite è spesso di 45 miglia (70 km/h). Gli stati più liberali o più stressati, ad esempio Arizona e California, arrivano a permettere 75 miglia orarie (120 km/h) sulle autostrade e 60-65 miglia sulle statali. In ogni caso, in qualsiasi paese o villaggetto di tre case, il limite è di 25 miglia orarie (40 km/h), che scende a 15 miglia vicino alle scuole in orario scolastico. Tenetene conto quando valutate i tempi di spostamento, perché ogni centro abitato sulla strada vi rallenterà di parecchio.

Tuttavia, bisogna dire che dopo un po’ non solo ci si abitua a queste velocità, ma ci si rende conto che effettivamente si viaggia più sicuri, e quasi non si capisce come facciamo noi ad andare sempre così veloce (peraltro l’eccezione siamo noi; basta andare in Svizzera per trovarsi in una situazione simile a quella americana). Da quando sono tornato, anche in Italia vado istintivamente più piano.

Ah, tra l’altro – non esiste, come da noi, l’idea di ripetere continuamente i segnali, di mettere dieci luci al semaforo al posto di una perché il rosso sia più evidente o di piazzare lo stesso segnale ogni 300 metri per essere sicuro che tu l’abbia visto. Il limite di velocità è scritto dopo gli incroci principali, se non lo vedi o non lo conosci sono cavoli tuoi.

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lunedì 29 Agosto 2011, 15:52

Guidare negli Stati Uniti (2) – La disciplina

Il secondo elemento fondamentale della guida americana è in realtà tipico della società americana nel suo complesso: la disciplina. Gli Stati Uniti funzionano per procedure: qualcuno ha già pianificato in anticipo tutto ciò che può succedere e definito esattamente come ci si deve comportare nei vari casi. Questo è vero sul lavoro, nella burocrazia, persino nei rapporti interpersonali (non dimenticate che al saluto si risponde “hello, how are you today?” a cui si risponde “fine, thank you”; il protocollo non prevede risposte diverse da “fine”). Ed è vero sulle strade.

Il traffico americano è dunque “microgestito”. Tutte le strade sono chiaramente divise in corsie, ognuna delle quali ha una chiara indicazione sulle direzioni permesse all’incrocio successivo. Se per caso l’incrocio ha delle caratteristiche strane che potrebbero creare pericolo, sui pali del semaforo saranno affissi cartelli con lunghe e dettagliate prescrizioni scritte di procedure aggiuntive, per esempio “DO NOT BLOCK INTERSECTION” (non occupare l’incrocio in caso di coda), “LEFT TURN YIELD ON GREEN” (se girate a sinistra col verde date la precedenza al traffico che arriva nel senso opposto) oppure “NO U TURN” (vietata inversione di marcia).

Qualsiasi situazione è prevista e pianificata: per esempio, da quando esiste Lance Armstrong, gli americani hanno cominciato ad andare in bicicletta anche fuori città. Tuttavia, un ciclista in uno dei (rari) tunnel su una statale extraurbana è un pericolo; e allora hanno cominciato a installare all’ingresso dei tunnel una luce accompagnata da un cartello giallo con scritto “WARNING – CYCLISTS IN TUNNEL WHILE FLASHING”. Quando un ciclista arriva all’ingresso della galleria, schiaccia un bottone (c’è anche un cartello più piccolo con scritto “CYCLISTS PRESS BUTTON”) e la luce comincia a lampeggiare, così gli automobilisti sanno che incontreranno il ciclista nel tunnel.

Analogamente in California, nei lunghi tratti di statale stretta e tortuosa dove non si può superare, vengono predisposte ogni tanto delle piazzole (“turnout”) dove i veicoli lenti devono fermarsi per farsi passare da quelli più veloci che sono bloccati dietro. Per ogni piazzola, di solito c’è un cartello di preavviso più lontano, un cartello che ricorda a cosa serve la piazzola, un cartello che ricorda che non fermarsi alle piazzole è reato, un cartello che ricorda che reimmettendosi dalla piazzola bisogna dare la precedenza a chi arriva, un cartello di preavviso più vicino e infine, accanto al turnout, un cartello con scritto “TURNOUT”. Più chiaro di così…

L’americano medio è abituato a seguire le procedure, perché tutto questo – oltre a rendere effettivamente più tranquilla la navigazione – gli dà un caldo senso di certezza. Lo svantaggio di tutto questo, sulle strade come nella vita, è che se per caso si verifica una situazione non prevista dalla procedura l’americano sbarella completamente. Le possibili reazioni sono due: la negazione – non è possibile che questa situazione si sia verificata, dato che non è prevista dalla procedura, dunque non è possibile risolverla in alcun modo – e il panico.

Per esempio, supponete che a un incrocio cittadino scatti per voi il verde, ma che dal lato dell’incrocio sporga di un metro il retro di un’auto che è rimasta lì in mezzo, ferma dietro a una coda nell’altra direzione. Da noi questa è una situazione normale e si risolve partendo e aggirando l’auto ferma con un piccolo spostamento di lato nella direzione opposta. Per il guidatore americano, tuttavia, questo è un caso impossibile, perché nell’incrocio c’era sicuramente un cartello “DO NOT BLOCK INTERSECTION”: e dunque, non sa cosa fare.

Non potendo negare la situazione, il che lo porterebbe a partire e a centrare la macchina che non può essere dov’è, va in panico. L’idea di spostarsi leggermente a sinistra per aggirare l’auto ferma non viene nemmeno considerata, perché non c’è nessuna procedura che la preveda; per poterlo fare, servirebbe una procedura per invadere leggermente la corsia a fianco quando è libera, o peggio, se la strada ha una sola corsia per senso di marcia, invadere leggermente la corsia in direzione opposta quando non passa nessuno – una procedura che non può esistere perchè nessun americano potrebbe mai concepire di andare contromano, nemmeno in una città deserta dopo una esplosione nucleare. Non sapendo che fare, dunque, il guidatore americano medio sta fermo.

Ora, inserite in questo sistema un guidatore italiano, abituato ad arrangiarsi nel traffico e a considerare le indicazioni stradali come “interpretabili” (quanti di noi vanno veramente a 60 orari in mezzo ai cantieri in autostrada?) o come semplici consigli di massima, quando non delle pure e semplici rotture di scatole. E’ chiaro che questa scheggia impazzita, magari pure spaesata, un po’ persa e non perfettamente in grado di comprendere le indicazioni in inglese, può creare problemi di ogni genere. Nel caso precedente, ad esempio, un italiano che si trovasse dietro all’automobilista che nonostante il verde non parte penserebbe che egli abbia appena avuto un colpo di sonno, per cui si aggrapperà al volante ruotandolo per partire di storto e riuscire ad aggirare l’americano spostandosi di corsia… scatenando ulteriore panico in tutti gli americani presenti, per via della manovra assolutamente fuori da qualsiasi procedura.

Io ho cercato di comportarmi nel modo più americano possibile, ma qualcosa mi è sfuggito: per esempio, ho imboccato una strada in mezzo alla foresta e ho fatto inversione a metà bloccando il traffico, oppure, a Seattle, sono uscito allo svincolo sbagliato e ho dovuto capire dove girare per riprendere l’autostrada nel senso opposto. In quest’ultimo caso, avendo visto all’ultimo le indicazioni per l’autostrada mentre arrivavo al semaforo, mi sono spostato lateralmente di una corsia in un punto in cui le strisce per terra tra le corsie erano già continue… e un’auto dietro mi ha suonato, non perché abbiamo rischiato l’incidente – era parecchi metri indietro ed eravamo sostanzialmente fermi – ma perché il guidatore è andato in panico vedendo un’auto immettersi nella sua corsia in un modo non previsto dalle regole, infrangendo le sue certezze.

L’altra conseguenza di tutto questo si verifica quando, dopotutto, gli americani fanno qualche violazione. Alla fine sono esseri umani anche loro! Il problema è che, non avendo mai violato le procedure in vita loro, non hanno la minima capacità di valutare autonomamente la pericolosità o le conseguenze di ciò che stanno facendo. E’ per questo che così tanti americani vincono il Darwin Award: hanno il buon senso e la capacità di giudizio di un bambino di cinque anni, perché, a forza di seguire procedure già pronte, non li hanno mai esercitati. (E’ anche per questo che devono scrivere sui vestiti di toglierseli prima di stirarli e sulle tazze di caffé di fare attenzione perché potrebbe essere caldo.)

E così, succederà anche a voi, come è successo a me sulla discesa dal Grand Canyon verso Cameron, di imboccare a buona velocità un lungo curvone cieco in discesa, su una statale a una corsia per senso di marcia, e di trovarvi improvvisamente fermo in mezzo alla carreggiata un grosso SUV con il tettuccio aperto e un americano che spunta da sopra per fare la foto al meraviglioso panorama. Per fortuna nell’altro senso non arrivava nessuno, e dunque io ho potuto varcare la doppia striscia continua e superare il tizio nella corsia contromano – una manovra che un americano farebbe molta fatica a concepire in pochi secondi, dato che implica una violazione di regole. Se al mio posto ci fosse stato un locale, sono piuttosto sicuro che avrebbero fatto un incidente.

Oppure, succederà anche a voi, come è successo a me sulla costa della California settentrionale, di vedere un tizio davanti a voi che si ferma a bordo strada, a filo della carreggiata, e apre la porta per scendere e andare in spiaggia senza minimamente guardare se arriva qualcuno, costringendovi a scartare di botto per non investirlo; ok, fermarsi a bordo strada è una violazione, ma una volta che ci si è parcheggiati lì, perché guardare prima di aprire la porta? In una vita spesa a parcheggiare a lisca di pesce in mezzo ai piazzali, non è mai stato necessario farlo.

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domenica 28 Agosto 2011, 20:43

Guidare negli Stati Uniti (1) – Le auto

Come avrete notato, alla fine non ho scritto quasi nulla del mio viaggio di quest’anno, essenzialmente perché è stato talmente intenso che non ne ho avuto il tempo. Visto che alcuni dei miei lettori storici si sono lamentati, ho buttato giù velocemente un testo di alcune pagine, che pubblicherò a puntate. In superficie è un manuale per mettersi alla guida negli Stati Uniti, utile a chi prima o poi, per lavoro o per diporto, si trovasse a doverlo fare. In realtà, l’obiettivo è anche quello di descrivere in modo divertente le caratteristiche della società americana, e farvi viaggiare un po’ con il pensiero.

Introduzione

Guidare negli Stati Uniti, per un italiano, è un’esperienza molto particolare. Nonostante gli americani guidino dal lato giusto della strada e nonostante anche lì i semafori usino rosso, giallo e verde, questi sono più o meno i soli due punti in comune tra noi e loro. Il resto richiede al guidatore italiano uno sforzo di adattamento, che sarà peraltro centrato su un problema fondamentale: non addormentarsi al volante.

Avete presente il nostro stereotipo del vecchietto con cappello in testa alla guida di una fiammante Fiat 131, estratta dalla rimessa solo per il viaggetto della domenica, che viene in città a piazzarsi nella corsia centrale dei viali a 35 chilometri orari? Ecco, quello è il prototipo del guidatore americano medio, solo che sotto il sedere non ha una Fiat 131, ma un SUV da tre tonnellate. Gli americani al volante, visti da un italiano, giustificano una abbondante quantità di bestemmie e, se l’italiano ha confidenza con il lessico americano, l’uso frequente del termine “retarded”. Molti sono i fattori che spiegano un simile comportamento, ma i principali sono due: le auto e la disciplina.

Le auto americane

Le auto americane sono una dimostrazione pratica di cosa accada secondo l’evoluzionismo darwiniano quando individui di una stessa specie vengono improvvisamente divisi da un oceano di distanza e si sviluppano separatamente per molte generazioni: le auto americane infatti sono riconoscibilmente simili alle auto europee, ma presentano differenze profonde. Esse racchiudono in sè elementi presi con cura da tutti i veicoli del mondo: l’accelerazione di un camion, la manovrabilità di un camper, la parcheggiabilità di una limousine, la spaziosità di una utilitaria, i consumi di una Ferrari. Peggio ancora se, come successo a me, il vostro autonoleggio vi rifila un clone giapponese di un’auto americana (nello specifico, una Mitsubishi Galant).

Sicuramente, essendo europei, voi avrete chiesto al noleggio un’auto piccola. E loro vi daranno un’auto “piccola”, ovvero lunga sui cinque metri, di cui un metro orizzontale di cofano e un metro orizzontale di baule, dato che il concetto di portellone posteriore verticale là non è ancora arrivato; due tonnellate di lamiera di cui buona parte con funzioni essenzialmente estetiche, visto che l’abitabilità non è poi tanto migliore delle nostre berline (vi verrà il dubbio che gli americani valutino le auto in funzione della quantità di lamiera che contengono). Provate a fare manovra con un’auto così: è impossibile, perché non si vede dove finisce, né davanti né, soprattutto, indietro. Immaginatevi di dover mettere la retromarcia per entrare o uscire da un parcheggio: è un incubo, anche perché un’altra cosa che là non è arrivata sono i sensori di ostacolo in manovra.

Se vi state chiedendo allora come facciano gli americani ad andare in retromarcia, la risposta è semplice: non lo fanno. Tutto il sistema stradale è concepito in modo da evitare il più possibile l’uso della retromarcia, che avviene solo in situazioni dove il retro è tendenzialmente libero da ostacoli – ovvero, per uscire da parcheggi a lisca di pesce o dall’immancabile vialetto del garage della loro villetta suburbana. Le strade senza uscita, se appena è possibile, finiscono con un grande slargo o meglio ancora con una rotonda che vi permette di girare senza problemi.

Di conseguenza il parcheggio parallelo accanto al marciapiede, che da noi è la norma, negli Stati Uniti è meno frequente. Infatti, gli americani hanno risolto il problema del parcheggio urbano in modo molto semplice: abbattendo interi isolati dei centri cittadini e trasformandoli in sei piani di parcheggio a lisca di pesce. Immaginate di camminare per il centro di Torino dove però un isolato su quattro è stato sostituito da un autosilo: ecco, i centri americani sono generalmente così.

In alternativa, nelle zone appena un po’ meno centrali, semplicemente hanno abbattuto l’isolato per trasformarlo in un piazzale dove parcheggiare a pettine in file ordinate, come i nostri piazzali dei centri commerciali, ma in più protetti da filo spinato e con un messicano, nero o asiatico che riscuote la tariffa (di solito fissa, indipendentemente dalla durata della sosta) ed evita che vi vandalizzino la macchina (la notte però la guardia spesso se ne va e lì son cavoli vostri). In questo caso, l’americano medio non di rado si concede, pur con un po’ di paura, una manovra da brivido: se trova due posti contigui su due file affiancate, entra dal primo ma prosegue e si ferma nel secondo, perché poi così potrà uscire in avanti, evitando di mettere la temuta retromarcia.

Ad ogni modo, in molti centri urbani è previsto anche il parcheggio parallelo a bordo strada, ma solitamente è pieno di limitazioni, riportate in cartelli rettangolari piccoli piccoli che dovrete leggere con attenzione. Tipicamente, non solo si paga al più vicino parchimetro (ma si pagano anche i parcheggi-edificio, in generale per l’americano urbano è scontato che ogni movimento costi anche 10 o 15 dollari di sosta) ma vi sono limiti temporali (es. massimo due ore) e ore vietate (es. una notte a settimana per la pulizia strade); non di rado, la strada è riservata ai residenti. E soprattutto vengono disegnati sull’asfalto gli angoli dei singoli posti, riservando sette-otto metri per auto – quello che vi serve per uscire, e spesso anche entrare, senza dover fare retromarcia.

La seconda caratteristica delle auto americane che giustifica il comportamento alla guida è il cambio automatico. Se pensate di andare laggiù a guidare per qualche motivo, è bene che siate preparati – altrimenti vi troverete in un parcheggio a lisca di pesce con un addetto dell’autonoleggio che vi dice “ok, vada pure” e voi nell’imbarazzo di non sapere bene come far avanzare la macchina (successe a me nel 2000).

Il cambio automatico ha solo due posizioni utili, P (parcheggio) e D (guida, ovvero marcia avanti); per cambiare bisogna premere il pulsante sulla manopola del cambio e spostare la leva avanti o indietro (il nostro sistema a due file di posizioni è troppo complesso, la leva americana va solo avanti o indietro). La posizione di parcheggio equivale a lasciare la marcia inserita da fermi, e di solito la macchina non vi permetterà nemmeno di estrarre le chiavi se non l’avete messa. Esistono poi anche N (folle) e R (retromarcia), ma come detto non le usa nessuno. Non appena inserite la D, la macchina comincia a muoversi in avanti a passo d’uomo, al che voi potete reagire premendo il freno, per tenere la macchina ferma con la marcia inserita, o accelerando per partire veramente. Ovviamente non c’è il pedale della frizione, sostituito da un padellone per quello del freno che occupa quasi tutto lo spazio dei piedi.

Fin che siete in autostrada o in città e non dovete fare manovre particolari, il cambio automatico è una meraviglia: a patto di restare col freno premuto ai semafori, non dovrete mai cambiare. Anche le partenze in salita funzionano bene, permettendovi di girare per le strade di San Francisco senza problemi e senza dover usare il freno a mano. Le cose sono però diverse se vi trovate in situazioni dove avete bisogno di gestire voi il cambio – ad esempio una strada in salita, o un sorpasso fuori città. Lì, ovviamente, scattano le bestemmie, perché il vostro cambio automatico insisterà a farvi arrancare con una marcia troppo alta o si rifiuterà di scalare per darvi un po’ di ripresa fino a quando lo spazio per il sorpasso non sarà finito.

E poi, c’è il vero punto debole del cambio automatico: la discesa. Un cambio automatico si basa sulla velocità: quando la velocità aumenta, mette una marcia più alta per permettere di continuare l’accelerazione. Il problema è che il cambio automatico non è in grado di distinguere se la velocità sta aumentando perché voi volete accelerare, oppure se la velocità sta aumentando perché voi siete nel mezzo di una discesa verticale in mezzo alle montagne e vorreste solo riuscire a rallentare ma non potete. In pratica, il cambio automatico non permette di usare il freno motore, e le vostre chance di non ammazzarvi in discesa si riducono all’uso del freno normale, per rallentare un barcone da svariate tonnellate di lamiera su strade spesso molto ripide (gli americani non si fanno problemi, se c’è una montagna tirano dritto appena possibile).

Un buon modo di gestire la situazione è quello di frenare solo per lo stretto necessario, lasciando correre allegramente l’auto dove possibile (in fondo la strada è ripida ma dritta). Il problema è se, come successo a me giù dal passo Towne all’uscita della Valle della Morte, vi trovate davanti un americano medio, che terrorizzato dall’idea di sfrecciare su una statale a più di 70 chilometri all’ora percorre la discesa aggrappato ai freni, fermandosi ogni tanto nelle numerose “brake check area” (come potete immaginare, tutte le discese americane sono precedute da accorati appelli a controllare se funzionano i freni, e spesso sono dotate di corsie di emergenza in salita e altri dispositivi). A quel punto, in assenza di possibilità di sorpasso, sarete costretti anche voi a passare la discesa aggrappati al freno fin che l’ostacolo non si toglie di mezzo. Dopo due minuti, il freno comincia a saltellare, e dopo cinque minuti l’abitacolo viene invaso da un distinto odore di bruciato. A quel punto il pedale del freno comincia a saltellare vistosamente, l’effetto frenante è quasi nullo e voi potete solo sperare che la discesa finisca presto, per fermarvi a bordo strada e assistere a un denso fumo bianco che esce dalle vostre ruote.

A quel punto ho scartabellato il manuale dell’auto per capire: possibile che non ci fosse alternativa? Alcune auto hanno una posizione aggiuntiva sul cambio automatico, ad esempio “2” o “3”, che vuol dire che al cambio automatico non viene permesso di andare oltre tale marcia; ma la mia non aveva nulla. Alla fine ho scoperto che si poteva attivare lo “sports mode”, che era… il cambio manuale, o meglio la possibilità di ordinare al cambio di scalare; infatti, secondo gli americani, per voler cambiare manualmente bisogna necessariamente essere un pilota di Formula 1!

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lunedì 22 Agosto 2011, 15:48

Tornare in Italia

Lo shock del rientro in Italia comincia già a Charles de Gaulle, terminal 2F, pieno zeppo di italiani. Questi sono i fortunati, quelli che si sono potuti permettere la vacanza all’estero, o che si sono indebitati per farlo (se la prenderanno poi con le banche multinazionali cattive se gli chiederanno i soldi indietro).

All’imbarco chiamano prima quelli seduti in fondo, ma anche gli altri si infilano lo stesso, per cercare di piazzare la pletora di borsoni e borsette che si portano a mano in barba a ogni regola. A bordo è un fiorire di pretese su tutto, com’è possibile che siamo in otto e non abbiamo i posti vicini, il mio bambino vuole un posto finestrino, e poi gli dà fastidio la cintura dunque non gliela metto (ma se poi succede un incidente denuncio l’Air France, ah i francesi arroganti).

Atterriamo a Linate – avrei preferito tornare via Caselle ma l’aeroporto cittadino è da anni ostaggio di Benetton, voli pochi e carissimi. Il ritiro bagagli di Linate è una bolgia semifatiscente in cui tutti sgomitano. All’uscita prendiamo l’autobus per Milano Centrale, il bus urbano più caro del mondo (cinque euro per venti minuti di città) perché c’è la concorrenza all’italiana: Starfly e ATM, il privato e il pubblico, dopo essersi messi d’accordo sul prezzo esoso, ti accolgono sul piazzale con due autisti-piazzisti che gridano come in un suq e quasi a forza ti trascinano sul loro mezzo.

A Milano Centrale ci scaricano coi bagagli in mezzo alla strada, perché la fermata è occupata da un bus privato parcheggiato abusivamente. Ci trasciniamo le valigie per centinaia di metri, nella stazione-autogrill in cui tutto è stato organizzato per farti perdere tempo davanti ai negozi.

Il biglietto del regionale Milano-Torino è di nuovo aumentato, ora costa 10 euro tondi (+25% in un anno e mezzo, grazie Regione Piemonte). Il servizio in compenso è peggiorato ancora: il treno è pieno come al solito (quasi nessuno può permettersi l’alta velocità), il vagone ha grossi mucchi di sporco su tutto il pavimento, l’aria condizionata è rotta e solo alcuni finestrini sono stati aperti; facciamo due ore di treno con 40 gradi.

A Torino prendiamo la metro, ci cerchiamo da soli (non ci sono indicazioni) il vagone senza i sedili, perché altrimenti con due valigie la intasiamo, tanto è piccola. Mentre cerchiamo di salire, un tizio quarantenne spinge e tira un calcio alla valigia per arrivare primo a sedersi nel posto libero. Alla fine sale un anziano, resta in piedi (negli Stati Uniti si sarebbero subito alzati tutti a cedere il posto).

Basta descrivere le prime ore in patria per capire perché, con buona pace di Bossi, è l’Italia (Nord compreso) a essere ormai la “terronia” del mondo sviluppato. Sarebbe bello se ci fosse un’Italia buona soggiogata da una casta di politici cattivi, ma la verità è che il problema dell’Italia è la gran parte degli italiani.

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sabato 30 Luglio 2011, 18:11

Da vedere a Phoenix

Alla fine abbiamo scoperto che anche a Phoenix ci sono delle cose interessanti da vedere – e non solo i centri commerciali, dove pure, in questo momento, si compra con poco e vale la pena fare un giro.

Ieri mattina alle sette e un quarto ci siamo presentati all’ingresso dei Desert Botanical Gardens: se l’ora vi sembra inusuale, sappiate che è l’unico momento in cui vale la pena andare, dato che di giorno, con oltre 40 gradi sulla testa, la visita sarebbe devastante. Invece così è stato magnifico; nella pace e nel relativo fresco del mattino (solo 33 gradi), abbiamo scoperto ogni genere di cactus e le altre piante del deserto.

Quando pensiamo al deserto, noi abbiamo in testa il Sahara; ma il deserto americano è ben diverso. E’ una distesa di sabbia grigia e rocciosa, frastagliata e piena di colline e catene montuose, coperta dai saguaro, i grossi cactus a tridente che arrivano a diversi metri di altezza e rappresentano una delle basi dell’ecosistema, accumulando acqua per tutti; e poi c’è una varietà infinita di piccoli cactus e di altri cespugli duri. Un giro nei giardini mostra come il deserto sia pieno di vita, al punto che a un certo momento due coyote ci hanno attraversato il sentiero, e uno dei due è poi riapparso con un coniglio in bocca.

I giardini sono in mezzo alla città, a dieci minuti dal centro, ma, data la bassissima densità di Phoenix, “in mezzo” è una parola grossa; in molte zone le case sono sparsissime e vi sono intere colline rocciose tra un quartiere e l’altro, e anche i giardini erano assolutamente credibili nella loro naturalità. Le altre attrazioni della giornata, sulla mappa, erano “solo un po’ più in là”, eppure se non si imbocca l’autostrada diventano un miraggio: si va avanti a cinquanta all’ora per i grossi stradoni, un semaforo per volta. Solo alla fine abbiamo realizzato che tra noi e l’ultima destinazione c’erano trenta chilometri di città senza interruzione.

La prima visita del pomeriggio è stata a Taliesin West, la casa-studio-scuola di Frank Lloyd Wright; nonostante il biglietto esoso (32 dollari… ma qui i musei generalmente non sono sovvenzionati e sono dunque carissimi) vale davvero la pena. Quando fu costruita, alla fine degli anni ’30, era in mezzo al nulla, sulle prime pendici di una collina a venti chilometri dal centro di Phoenix; sotto c’era solo il deserto e qualche ranch. Ora, le distese di ville e villette arrivano fino alla fine della pianura, e l’esperienza si salva solo perché la casa comprende anche parecchi ettari di terreno tutt’attorno. Ci hanno detto che quando nel 1948 nella pianura sotto la casa misero la prima linea telefonica con i relativi pali, Lloyd Wright ne fu talmente turbato che voleva abbandonare tutto; non sopportava che l’uomo avesse devastato con una fila di pali la bellezza della natura. Alla fine restò, ma ristrutturò l’intera casa in modo da girare le stanze e guardare verso le montagne invece che verso la pianura. Chissà cosa direbbe oggi…

Effettivamente, lasciate le ultime nuovissime strade con le ultime nuovissime villette, l’ambiente cambia di botto e ci si trova comunque nel niente… per i nostri standard odierni. La casa è ovviamente bellissima e fa venir voglia di fare l’architetto; è costruita da una serie di locali concepiti a metà tra interno e esterno, in cui aria e luce escono ed entrano continuamente. Durante la visita ti lasciano sedere sui mobili realizzati dall’architetto e ti raccontano una serie di aneddoti… e poi ti regalano delle bottiglie d’acqua per resistere, dato che ovviamente non c’era condizionamento. In sostanza, è una visita molto istruttiva sulla vera qualità di un grande architetto, quella di creare insieme bellezza e comfort in modo che ciò sembri talmente naturale da non notare nemmeno il lavoro intellettuale e tecnico che c’è dietro.

L’ultima visita è stata al museo degli strumenti musicali, perso in un posto dimenticato dal mondo vicino a una uscita dall’autostrada: non ci sono nemmeno ancora le strade, ma solo dei cartelli che dicono “qui ci sarà l’incrocio con la sessantaquattresima strada quando la allungheremo”, e svincoli autostradali già pronti per strade che non esistono ancora. Anche il museo è tuttora in allestimento, pieno di bacheche vuote e semivuote, e nonostante questo è impressionante; ci sono migliaia di strumenti di ogni provenienza.

Magari si poteva organizzare diversamente – in pratica è una esposizione per nazioni, anche se per loro il Kurdistan è già indipendente – e magari la selezione di cosa mostrare è un po’ arbitraria; il sistema elettronico di visita – ti danno delle cuffie e quando ti avvicini a uno schermo parte la musica corrispondente – ha ancora dei bachi. Eppure la visita è molto interessante, con gli strumenti tradizionali di tutto il mondo, e dimostra bene come la musica sia un linguaggio universale e insieme una esigenza primaria dell’uomo. Per il visitatore medio, il pezzo forte della visita è il piano su cui Lennon scrisse Imagine. Per me, il momento migliore è stato trovarmi in una sola bacheca un minimoog e un theremin; non solo, ma alla fine c’è una sezione “hands on” in cui puoi anche provare a suonare il theremin… e, per chi ha studiato il piano, c’è anche un grande Steinway a disposizione. Ma non mi sono osato!

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venerdì 29 Luglio 2011, 08:08

Città senza un perché

La cosa che ci si chiede arrivando a Phoenix in aereo è una sola, ovvero perché diavolo abbiano costruito una città in questo posto – e non una piccola città: è la sesta degli Stati Uniti, e l’area metropolitana conta quasi cinque milioni di abitanti.

In pratica, si attraversa il nulla per ore, e poi d’improvviso appare una distesa infinita di casette, particolarmente impressionante di notte. Ma perché proprio qui? Non c’è niente attorno per centinaia di chilometri, se non deserto e montagne. Il clima è tremendo: a mezzanotte ci sono 33 gradi e di giorno si arriva oltre i 40, per tutta l’estate. La terra è arida e sabbiosa, e rende difficile credere alla scusa ufficiale, ovvero che (nella seconda metà dell’Ottocento) gli immigranti hanno cominciato a stabilirsi qui perché era un buon posto per l’agricoltura; si direbbe invece che qui la terra produca veramente un cactus.

Una esplorazione della città non fornisce grandi spiegazioni. Il centro consta di quattro isolati per quattro; ok, sono pieni di grattacieli, a parte un paio di edifici “storici” di inizio Novecento, ma se fai un isolato in più ti ritrovi in mezzo al nulla, a interi isolati sabbiosi e vacanti occupati da depositi di rottami, discariche e casette private. Los Angeles, concettualmente simile, ha comunque dei centri; da Downtown a Hollywood, da Santa Monica a Beverly Hills, ci sono comunque delle zone definite con un minimo di identità. Qui, in qualunque direzione si vada, c’è solo una infinita ripetizione di stradoni che incrociano stradoni formando grossi isolati quadrati di villette con piscina, con mini-centro commerciale sull’angolo e ogni tanto un maxi-centro commerciale. I negozi sono solo di grandi catene (però ce ne sono decine e decine) e dunque dopo un po’ si ripetono, creando un inquietante senso di non stare andando mai veramente in nessun posto.

Come ci si aspetta in una città di cinque milioni di abitanti, c’è una metropolitana. Che però, a ben vedere, si rivela un tram, con i binari a centro strada e gli incroci a raso, e i semafori nemmeno sincronizzati (vuoi mica che le auto diano priorità). Ce n’è una linea sola, che ovviamente collega solo pochissime destinazioni; il resto sono bus, ma tanto non li usa nessuno. Cinque milioni di abitanti e una sola linea di tram: penso che ci siamo capiti.

D’altra parte, un sistema di trasporto pubblico si basa per definizione sull’aggregazione dei flussi di traffico, sul fatto che ci sono dei centri che attraggono le persone e delle direttrici principali lungo cui le persone si spostano, su cui appunto si tracciano le linee di forza (treni, metro, tram). Ma in una città senza centri e in cui sostanzialmente tutti i punti hanno la stessa importanza, costruire un sistema di trasporto pubblico efficiente è impossibile; e infatti tra qualsiasi coppia di posti ci sono venti minuti di auto oppure due ore di bus.

L’unica parziale eccezione è proprio qui dove siamo ospitati: l’Università Statale dell’Arizona, il più grande Ateneo d’America per numero di studenti. Al nostro orecchio di torinesi una università colloquialmente chiamata “asu” non promette bene sul livello medio dell’istruzione, eppure davvero mezza città è l’Università; siamo in un campus immenso (ed è solo uno dei vari) quasi tutto costruito negli ultimi vent’anni.

Da buona università americana, gran parte dello spazio è occupato da impianti sportivi; uno stadio da football che non ha nulla da invidiare a San Siro e un palazzetto altrettanto grande, ma soprattutto decine di campi per la pratica di ogni sport, e un edificio di tre piani grande come un campo da calcio pieno zeppo di attrezzi per il fitness (più la piscina). Poi ovviamente ci sono anche le aule, i dormitori, e l’edificio comunitario, il cui piano terreno ospita una dozzina di diversi fast food. Il campus è talmente grande che la gente ci si sposta in bici (non di rado si vedono anche scheletri di bici derubate della ruota e lasciate lì agganciate) o in mezzi alternativi come lo skateboard (in questo caso non posso esimermi da un obbligatorio “kick buttowski buttowski”).

Stamattina ho fatto una passeggiata per il campus per fare un po’ di foto; dopo un’oretta mi sono accorto che il calore stava diventando opprimente, e ne avevo visto solo metà. Per fortuna qui le macchinette venditrici di bibite accettano anche la carta di credito (l’anima del commercio)… ma è del tutto chiaro che questa città senza aria condizionata e senza petrolio non potrebbe esistere. Non a caso stasera al ristorante messicano (ottimo, nulla a che vedere con i nostri) il cameriere ci ha chiesto da dove venissimo e quando abbiamo detto “Italy” ha risposto “you lucky”. Cioé, magari non per tutto, ma per il clima senz’altro.

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