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Archivio per la categoria 'StillLife'


giovedì 17 Giugno 2010, 10:12

Bancarotte urbanistiche

Anche a Milano, ogni tanto, capitano esperienze paranormali.

L’ultima mi è successa sabato scorso: nel pomeriggio, ero stato invitato a parlare al convegno dell’associazione Rientrodolce, ovvero la versione del movimento per la decrescita felice vicina al Partito Radicale. Oltre ad avere risalutato Marco Cappato – l’ultima volta che ci eravamo incontrati eravamo davanti al Circolo della Stampa durante la nostra clamorosa protesta, e io avevo una scopa in mano – ho potuto così constatare come anche loro si dicano le stesse cose sui limiti della crescita che ci diciamo noi; e che uno scambio di idee e di progetti comuni sarebbe senz’altro proficuo.

La riunione era nella sede dell’associazione Enzo Tortora, tra l’altro piena di bei manifesti politici degli anni ’70 e ’80, tra cui uno occupato da un fustino di detersivo, con cui i radicali promettevano di essere più puliti degli altri; e io ho ripensato al mio manifesto della scopa e ho sorriso ai corsi e ricorsi storici. La sede si trova vicino alla fermata della metro De Angeli; e così mi sono studiato la cartina e ho capito che il percorso più veloce passava attraverso le case a sud della piazza.

Quando sono arrivato lì, ho visto le indicazioni per via Frua e via dei Martinitt (solo a Milano possono avere un nome così), ho svoltato l’angolo e… mi sono trovato di fronte a questo:

frua1.jpg
frua2.jpg

Deserto, completamente, e silenzioso. Un lungo corridoio sotterraneo emerso direttamente dalle scene di Blade Runner; popolato da vetrine e negozi fantasma, ovunque ricoperti non da uno, ma da decine e decine di strati di graffiti di ogni genere.

Dalle scritte, dai serramenti di metallo, da tanti particolari si capisce che il tutto risale a oltre quarant’anni fa, cioè direttamente all’epoca in cui fu aperta la fermata della metro (metà anni ’60), e da allora non è mai stato toccato. Uscendo – e anche in pieno giorno vi verrà voglia di uscire piuttosto in fretta – ci si trova infatti davanti a un grosso e pretenzioso quartiere di palazzi ultrasignorili, circondati da alberi, giardinetti, cancellate e telecamere, anch’essi chiaramente risalenti a quel periodo: il Quartiere G. Frua, appunto, che – come ho poi scoperto – in quegli anni prese il posto della storica fabbrica tessile De Angeli – Frua che occupava la zona.

Doveva chiaramente essere un progetto ultramoderno di città nella città come si usava in quegli anni, cioè con il verde sopra e i servizi sottoterra, compresi i negozi. Ma i negozi, per classici problemi all’italiana, non arrivarono mai. Rimane, dunque, soltanto l’utopia spezzata: che possa servire di lezione agli architetti con la puzza sotto il naso che, ben pagati, progettano trasformazioni urbane in cui non dovranno mai vivere.

Chissà perché, qualcosa mi dice che, tra quarant’anni, anche la nuova parte di Torino che vorrebbero costruire sulla metro 2 e sull’ex Scalo Vanchiglia – la cosiddetta Variante 200 – avrà buone chance di essere finita così.

[tags]decrescita, partito radicale, cappato, rientrodolce, milano, urbanistica, metro, de angeli, frua, blade runner, degrado, torino, variante 200[/tags]

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mercoledì 9 Giugno 2010, 18:51

Collocamento E. Ghigo & C.

Alcune settimane fa, come Movimento 5 Stelle, abbiamo pubblicizzato la possibilità per qualunque cittadino di candidarsi ad una lunga serie di posizioni negli enti pubblici partecipati dalla Regione Piemonte – posizioni in cui, tipicamente, vengono piazzate persone più per aderenze politiche che per l’eventuale competenza (che talvolta c’è, ma più spesso è un optional). Abbiamo anche sollecitato qualche candidatura al nostro interno e tra le persone che conoscevamo, purché avessero una competenza specifica per il posto per cui andavano a proporsi, con l’intento di smascherare il meccanismo: non abbiamo certo speranze di poter influenzare le nomine, ma perlomeno non potranno dire che hanno selezionato un incompetente (ma parente di qualcuno o legato al partito) perché non c’erano candidati competenti sul tavolo.

Anche io ho messo avanti il mio nome per le due posizioni su cui ho una preparazione specifica: quella di consigliere d’amministrazione del CSI Piemonte e quella di consigliere d’amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario. Riguardo alla prima, in tema di organizzazione e strategia per le aziende ICT penso di saperne più di qualcosa… tanto che, prima delle elezioni, erano state le stesse rappresentanze sindacali del CSI ad approcciarmi per capire la posizione del Movimento 5 Stelle sul loro futuro, visto anche che il CSI è in un momento di mutazione storica e ha davvero bisogno di idee per sostenere i propri livelli occupazionali. Riguardo alla seconda, la mia esperienza specifica risale agli anni ’90, con due anni da membro del CdA del Politecnico e altri due nei vari organismi interni dell’Ateneo. In totale, sono stato consigliere d’amministrazione di sei aziende (tra cui un grosso ente pubblico e una corporation californiana) e di un certo numero di associazioni… insomma, credo di avere idea di come si stia in un Board.

Nonostante questo, so di non avere la minima possibilità di essere nominato; se ancora avessi avuto qualche dubbio, il mitico Bojafauss ieri mattina ha orecchiato una tranquilla conversazione in pubblico tra una signora che perorava una qualche candidatura e un politico che ha risposto che le nomine regionali – almeno quelle di una certa importanza – saranno decise personalmente da Enzo Ghigo.

Le promesse di Ghigo, come sempre in politica, sono quelle che sono: ricordo anch’io di averlo sentito al telefono, durante la serata dei risultati elettorali a Palazzo Lascaris, esclamare a voce altissima “non preoccuparti, noi abbiamo garantiti 10 assessori” – risultato, Cota alla fine gli ha imposto una riduzione a 8. Comunque – dando per scontato che alcuni degli assessori mancati saranno ripiazzati in queste posizioni – siamo tutti curiosi di scoprire i nomi e i curriculum dei vari candidati.

Già, perché in un paese civile tutti i curriculum presentati sarebbero pubblicati su un sito web, in cui chiunque potrebbe leggerli e magari anche commentarli; e la selezione prevederebbe anche, per esempio, un colloquio con i vari candidati per controllare ciò che è stato dichiarato su carta, discutere motivazioni e obiettivi e scegliere a ragion veduta. Ma se le nomine sono decise direttamente dal maggiorente del partito più grande, previa spartizione cencellinata con gli alleati, è inutile pretendere profondità e trasparenza.

[tags]regione piemonte, nomine, curriculum, selezione, csi piemonte, edisu, ghigo, cota, trasparenza[/tags]

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martedì 8 Giugno 2010, 23:07

Accidenti del viaggiatore

È tipicamente italiano, viaggiando in treno da Bologna a Milano, dover spendere quasi per forza i 41 euro per prendere l’alta velocità arrivando in un’ora, e poi impiegare altri 50 minuti per andare dalla Stazione Centrale a casa con i mezzi pubblici (nonostante le strade deserte).

Nel frattempo, mentre aspettavo il tram davanti alla stazione, ho dato una mano a un americano dall’aria spersa che doveva prendere il treno per Chiasso; gli avevano detto di andare in una misteriosa stazione “Milano PGAR”, che è il modo chiarissimo in cui Trenitalia denomina Porta Garibaldi nei risultati delle ricerche online. Ovviamente lui non aveva capito niente e inoltre nessuno dei passanti che fermava riusciva a capire cos’è che volesse, dato che la probabilità di trovare un passante che parli un inglese decente è piuttosto bassa. Spero che sia riuscito a prendere la metro.

Comunque, in termini di trasporti, anche Bologna si difende bene: è la prima città che vedo dove una discreta parte dei bus ha la destinazione, sul tabellone luminoso anteriore, scritta in caratteri Comic Sans.

bolognabus.jpg

[tags]bus, treni, trasporti, tav, bologna, milano, turisti, inglese, comic sans[/tags]

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venerdì 28 Maggio 2010, 09:54

Nuove attività

Parlando di Internet governance, sono contento di annunciare di essere una delle tre persone elette dalle varie sezioni nazionali della Internet Society nel nuovo consiglio di ISOC-ECC, il coordinamento europeo delle sezioni suddette.

In pratica si tratta di un piccolo gruppo che si occuperà di preparare e presentare alle istituzioni europee, insieme al responsabile dell’ufficio europeo della casa madre, le posizioni della comunità Internet sui temi della libertà e dell’economia della rete. Si tratta di una posizione volontaria, che probabilmente comporterà un paio di viaggi l’anno a Bruxelles, un po’ di conference call in anglofrancese e qualche nottata di lavoro per la preparazione di position paper.

Nell’ultimo paio d’anni la mia precedente attività internazionale nel settore della governance di Internet si è ridotta di parecchio (un po’ come tutto il resto, dalla vita professionale a quella privata), a causa delle energie profuse nel Movimento 5 Stelle. Non fa male allora ricominciare a lavorare un po’ su altri fronti.

[tags]internet governance, isoc, società internet, unione europea, diritti digitali[/tags]

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sabato 22 Maggio 2010, 20:05

Io pago, ma il prodotto resta loro

Oggi pomeriggio ho acceso la mia Playstation 3, che ormai uso molto saltuariamente; in pratica è un lettore blu-ray (ma solo con i blu-ray comprati a prezzi umani durante il mio giro a Londra, dato che in Italia ancora si pensa che i blu-ray siano un buon modo per spennare la gente) più un sistema per giocare ogni tanto a Guitar Hero ed epigoni.

Saranno stati un paio di mesi che non la accendevo in modalità console; e così, dopo aver messo il disco di Rock Band 2, mi sono ritrovato il messaggio che richiedeva di aggiornare il software del gioco, mediante uno scaricamento online… che si è prontamente piantato. Ho allora pensato che il problema fosse il mancato aggiornamento del sistema operativo della PS3, che la Sony ti obbliga a fare di tanto in tanto (una rottura di scatole gratuita e imposta dall’alto), pena il non poterti più collegare a Playstation Network e dunque non poter aggiornare i giochi, giocare in rete o inviare i tuoi punteggi; ho controllato e in effetti, nei due o tre mesi da quando l’avevo usata l’ultima volta, era stato pubblicato un aggiornamento.

Così ho scaricato l’aggiornamento, l’ho lanciato, e stavolta mi sono trovato davanti a una schermata nera con il seguente messaggio (qui una foto dell’equivalente in inglese): in pratica, accettando l’aggiornamento rinunciavo per sempre alla possibilità di installare sulla PS3 Linux o un qualsiasi altro sistema operativo, una delle caratteristiche che all’epoca del lancio era stata presentata come innovativa e qualificante e che mi aveva spinto a scegliere ancora Playstation, nonostante la concorrenza costasse decisamente di meno.

Naturalmente l’aggiornamento “non è obbligatorio”, ma se non lo faccio non posso più entrare in Playstation Network e dunque non posso giocare in rete, aggiornare i giochi, usare il media server, usare blu-ray o giochi che richiedono versioni aggiornate del sistema operativo… in pratica non posso più farci niente.

Ho scoperto che la notizia risale ad alcune settimane fa e che ovviamente ha suscitato parecchie polemiche; qualcuno è pure riuscito a farsi rimborsare parzialmente da Amazon il costo della console, in virtù del valore della funzione rimossa, ma la Sony ha prontamente richiuso le porte.

Che dire? Sono un cliente Sony da molto tempo e ho sempre riconosciuto a questa azienda la sua eccellenza tecnologica, che però si accompagna da sempre a una chiusura mentale davvero inaccettabile, che la porta a spingere formati proprietari e ad adottare comportamenti totalmente irrispettosi degli utenti e delle promesse fattegli al momento dell’acquisto.

Io d’ora in poi ci penserò quattro volte, prima di ricomprare Sony; ma episodi come questo dimostrano una volta di più che il controllo dei sistemi operativi e delle macchine da parte dei grandi produttori è un problema politico non da poco, andando a impattare come minimo sui diritti del consumatore, e non di rado anche su diritti civili come la privacy e la possibilità di libera espressione. Per non parlare del diritto di proprietà: che senso ha che io compri un apparecchio elettronico per centinaia di euro di spesa, e nonostante questo non sia libero di scegliere che sistema operativo farci girare, e anzi sia obbligato a farvi accedere via rete il produttore, che maneggia sul mio hard disk come gli pare e senza trasparenza e se non accetto mi impedisce di usare l’apparecchio che ho regolarmente acquistato?

Insomma, la Sony non dovrebbe poter fare questo senza confrontarsi con una autorità di regolamentazione pubblica e con qualcuno che rappresenti i suoi clienti; il fatto che le grandi corporation facciano un po’ quello che gli pare, senza garanzie di alcun tipo per chi usa i loro prodotti, è un problema ancora da risolvere.

[tags]sony, playstation, linux, libertà, diritti, consumatori, proprietà, internet governance[/tags]

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domenica 16 Maggio 2010, 19:12

Una serata coi Jethro Tull

Sì, sono ancora vivi. Smarcato il punto, vorrei comunque raccontare qualcos’altro sulla veloce gita di venerdì sera a Genova, con i biglietti comprati mesi fa – poco prima che si esaurissero – per l’inizialmente unica data italiana del tour dei Jethro Tull (ora ne hanno aggiunte altre a metà luglio).

Non tutte le leggende del rock invecchiano bene; andando a vedere questo genere di concerto, c’è sempre il rischio di grandi delusioni. E c’è anche un rischio più sottile: quello di trovarsi di fronte non a un concerto ma a una messa, ossia alla stanca riproposizione di un rosario di grandi classici con quarant’anni sulle spalle, suonati secondo il canone e senza più voglia nè energia, soltanto per dare il contentino ai fan in cambio di un biglietto dal prezzo spropositato (ogni riferimento al tour di reunion dei Kiss, martedì prossimo a Milano, è puramente casuale).

La classe si dimostra sul lungo periodo; c’è chi già dopo i primi due dischi ha esaurito le idee (qualcuno ha resistito più di dieci secondi al nuovo singolo di Ligabue?) e chi continua onestamente sulla via già tracciata ma dimostrando l’assoluta mancanza di senso del ridicolo, insistendo attorno ai sessant’anni a sfoggiare vestitini di pelle aderente, chiome fluenti e acuti impossibili in versione ormai afona, cercando di negare il passaggio del tempo (a questo proposito il punto più basso degli ultimi anni è stato raggiunto quando Joe Lynn Turner ha accusato David Coverdale di cantare in playback ai concerti dei Whitesnake, al che Coverdale ha risposto ironizzando sul fatto che Turner si esibisce con una splendida parrucca; ma anche l’idea di rimettere in piedi i Rainbow sostituendo Ritchie Blackmore con lo scarsissimo figlio Jürgen Blackmore, scopo tour in paesi musicalmente gonzi tipo Russia Grecia e Albania, non era male).

I Jethro Tull si sono salvati da tutto questo, perché non hanno mai smesso di suonare e perché hanno avuto il coraggio di cambiare continuamente stile, attraversando blues, hard rock, prog rock, folk rock, new wave elettronica, AOR, jazz/fusion, world music e altro ancora, senza mai perdere la passione. Di fatto, ormai da tempo l’anima del gruppo è ridotta al leader carismatico Ian Anderson e al suo fido chitarrista Martin Barre, che hanno scelto di ridurre al minimo la produzione di nuovo materiale per puntare su una intensa attività dal vivo. Nonostante questo, il concerto è tutt’altro che un “greatest hits” degli anni d’oro; in scaletta ci sono comunque anche brani recenti e altri tratti dai periodi meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti – talvolta sono belle scoperte per gli stessi fan.

Il risultato sono quasi due ore di musica, intervallate da una pausa centrale di venti minuti. Si parte alle 21:20 (guai a chi arriva troppo in ritardo…) in modo intimo, con brani quasi acustici; per primo, ripescato dall’oblio, Dun Ringill da Stormwatch, che si rivela un opener fantastico per creare l’atmosfera; e poi due classici deliziosi come Life Is A Long Song e Jack-in-the-Green. Il concerto si scalda passando al blues-rock di Nothing Is Easy e A New Day Yesterday, due pezzi che a tutt’oggi è impossibile ascoltare senza essere trascinati dal ritmo, per poi virare sul rock secco di Cross Eyed Mary e Songs From The Wood; questa è la parte che non convince appieno, perché Cross Eyed Mary è un classico del rock tirato (memorabile anche la cover che ne fecero gli Iron Maiden del periodo d’oro) e a quell’età non è facile averla nelle corde, e perché Songs From The Wood è talmente complessa che rifarla bene dal vivo è umanamente quasi impossibile. Prima dell’intervallo si ritorna ad una atmosfera più intima, con un pezzo nuovo – Hare and the Wine Cup – che non sfigura affatto; poi arriva un vero gioiello, una versione di Bouree in parte fedele all’originale e in parte del tutto nuova, piena di colori e cambi di atmosfera, davvero bellissima.

Dopo l’intervallo è anche meglio; l’inizio è rinascimentale, poi un altro pezzo nuovo, e poi arriva un superclassico come My God, rifatto per intero con grandissimo impatto. Persino quel polpettone melassoso di Budapest (è del periodo in cui andavano di moda i Dire Straits e purtroppo si sente) scivola via senza danno, ma si fanno perdonare perché, dritto sul finale di Budapest e senza un respiro in mezzo, Barre attacca il riff di Aqualung. E’ il delirio; viene giù la sala letteralmente, nel senso che da tutto il palazzetto centinaia di persone si alzano e corrono sotto il palco, causando l’alzata in piedi di tutto il parterre, e addirittura c’è un’invasione di palco, un tizio nudo dalla cintola in su che si arrampica e saluta la platea tutto eccitato prima di venire portato via di peso, robe che non si vedevano dagli anni ’80 insomma. Anche Aqualung è impeccabile, trascina la folla fino a che non finisce, poi la band saluta e se ne va. Il pubblico vuole il bis, e quando si intravede nel buio il tastierista che entra e si siede al piano, che cosa potrà mai attaccare? Ovviamente Locomotive Breath, per chiudere in bellezza.

Valeva decisamente la pena di vederli, anche perché la forma era notevole; la voce di Anderson c’era (da vent’anni ha problemi di voce e non sempre è al meglio) e l’esecuzione è stata impeccabile, nonostante la grande complessità tecnica dei pezzi dei Jethro Tull. Insomma, è stato persino meglio della serata che vidi a Torino ormai sette anni fa… e non capiterà certo più la scena del concerto interrotto da un tizio dell’organizzazione che sale sul palco senza preavviso e, con un accento genovese fortissimo, legge al microfono un pomposo discorso scritto con cui assegnano a Ian Anderson il notissimo premio Mandolino Genovese 2010, davanti a un Anderson basito che non sa se ridere, incazzarsi o chiamare la sicurezza.

Ah, l’approccio a Genova in auto è stato devastante come al solito (treni del ritorno a tarda sera non ce n’erano), ma il luogo del concerto – il PalaVaillant all’interno del centro commerciale della Fiumara, a Sampierdarena – non è male, anche se l’acustica è un po’ da cubo di cemento; io avevo preso la fila più bassa della tribuna est (una gradinata con seggiolini), non vicino al palco ma centrale e rialzata rispetto al parterre di gente seduta, dunque si vedeva e si sentiva comunque bene, perdipiù a prezzo ragionevole (32 euro se ben ricordo). Molto apprezzata però l’idea del parcheggio multipiano del centro commerciale aperto fino alle 3 di notte e dunque utilizzabile per il concerto. Ci mettessero anche una freccia per spiegarti come arrivarci non sarebbe male, io ci sono capitato per caso girando per le viuzze.

Setlist completa: Dun Ringill, Beggar’s Farm, Life is a Long Song, Jack-in-the-Green, Eurology, Nothing is easy, A New Day Yesterday, Songs From the Wood, Cross-eyed Mary, Hare and the Wine Cup, Bouree; intervallo; Past Times with Good Company, A Change of Horses, My God, Budapest, Aqualung; bis, Locomotive Breath.

[tags]concerto, musica, jethro tull, genova, palavaillant, kiss, iron maiden, rainbow[/tags]

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venerdì 14 Maggio 2010, 12:12

Mi raccomando

La raccomandata da me inviata dall’ufficio postale di via Marsigli, nel pomeriggio del 5 maggio, a Vodafone N.V. (la filiale di Vodafone che incassa i miliardi degli italiani ma paga le tasse in Olanda, tutto ciò nell’indifferenza generale del nostro ministero dell’Economia dato che c’è la libera concorrenza europea ecc. ecc.), casella postale 190, Ivrea, è stata ricevuta (timbro e firma) già il 6 maggio: ottimo.

Peccato che la ricevuta di ritorno, quando già davo la spedizione per persa, mi sia arrivata solo stamattina: 8 giorni per fare 40 km. Considerato che ho pagato il disturbo cinque euro e trentacinque centesimi, ossia quasi quello che avrei speso di treno o di bus per portarla di persona e tornare indietro, non mi sembra un gran livello di servizio.

[tags]poste italiane, raccomandate, vodafone, ivrea, tasse[/tags]

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sabato 8 Maggio 2010, 11:08

A voi comunicare

Piazza Bottini è l’equivalente milanese del nostro passante ferroviario: una zona che era già devastata dai cantieri dieci anni fa quando ci passai per la prima volta, che lo è sempre stata ogni volta che ci passavo e che lo è tuttora. Quella che doveva essere una piazza a semicerchio con le sue brave aiuole e i capolinea dei pullman è quasi sempre un buco terroso con passaggi provvisori, pozzanghere, pietrame abbandonato, grate e recinzioni semidivelte; è per le condizioni medie della piazza che la prospiciente stazione (peraltro tenuta a un livello di decoro non dissimile) è giustamente soprannominata Milano Lambraids.

Questa volta però in piazza Bottini Milano ha superato se stessa. L’altro giorno sono sceso dalla S9 per prendere il bus per tornare a casa – e avevo ben due scelte: il 54 e la 93. Il problema, da sempre, è questo: dove fermeranno oggi il 54 e la 93? Ogni volta, a causa del cantiere, fermano in un posto diverso; e dato che la piazza è un semicerchio su cui si affacciano cinque vie ad angoli regolari, c’è l’addizionale quiz del “da che via arriverà e in che via si infilerà stavolta il bus?”. Data la cronica mancanza di indicazioni, la cosa migliore è girare per la piazza cercando di avvistare le paline delle fermate, finché non ne trovi una e puoi leggere se lì ferma il tuo bus.

Stavolta, però, la palina accanto all’edicola mi è apparsa così:

IMAGE_106s.jpg

Apprezzate bene: la palina c’è, ma è all’interno di una zona di cantiere di cinque metri per cinque recintata da una rete arancione, dunque non ci si può avvicinare a meno di due metri (se non verso il retro, dove non c’è scritto niente). Sulla palina è indicato il percorso della 93, ma poi, appeso in basso, c’è un cartello scritto in corpo 8, che evidentemente discute le varie deviazioni: provate voi a leggere un cartello scritto in corpo 8 affacciandovi da una rete a due metri di distanza. Il problema è stato risolto da qualcuno che, con un pennarello, ha scritto con calligrafia stentata sul bordo arancione della palina “93 FERMA IN VIA VIOTTI (50 MT)” e subito sotto “93 SOPPRESSA” – peccato che siano due indicazioni potenzialmente contrastanti (soppressa la fermata o la linea?).

Basta però camminare per altri cinque metri sul marciapiede per trovare questo:

IMAGE_108s.jpg

Ok, qui c’è una fermata. Ma di cosa? Il cartello corpo 8 ora è leggibile, ma non contiene alcuna informazione utile; spiega dettagliatamente che la linea che prima passava di lì ora passa di là, usando nomi di minuscole vie del quartiere che sono perfettamente ignote non solo a un torinese come me, ma, a giudicare dagli sguardi, anche ai milanesi non della zona. Ma non dice da alcuna parte quali siano le linee che fermano lì.

Alla fine ci siamo organizzati; abbiamo visto la 93 apparire e ci siamo buttati in mezzo alla strada finché non ha fermato. Peccato che, dopo un paio di svolte, la 93 sia effettivamente arrivata in via Viotti, dove c’era uno slargo con una palina che recitava “93 CAP.” e una ventina di persone in attesa; la 93 ha bellamente saltato il capolinea per andare ad arrestarsi accanto a una normale fermata cinquanta metri più avanti, dove c’era il solito cartello corpo 8, lanciando una scena da comica in cui le venti persone si sono messe a correre implorando l’autista di aspettare. Evviva le chiarissime indicazioni all’utenza dell’ATM milanese…

P.S. Alla fine Milano mi ha comunque regalato un altro grande episodio. A una fermata, il bus apre la porta centrale e due persone si trovano l’una davanti all’altra: da un lato un anziano che scende dal bus, e dall’altro un ragazzo scapigliato che vi sale. Vedendo libero lo spazio davanti a sè, il ragazzo fa subito per salire; a quel punto l’anziano, con lo scatto di un bradipo stagionato, si butta lateralmente addosso a lui (che nel frattempo, vista la velocità dell’azione, è già interamente sul bus) e gli dice “uè, si lascia scendere prima di salire”. Il ragazzo si scusa: errore madornale, perché, come davanti al lupo sottomesso che mostra la gola, l’anziano parte con una filippica in milanese stretto (tenendo fermo tutto il bus per dieci secondi). Infine scende, il bus chiude le porte e riparte, e mentre scorriamo via vediamo l’anziano fermo sul marciapiede con gli occhi inquisitori puntati sul ragazzo sul bus. Inquietante.

[tags]milano, lambrate, piazza bottini, bus, atm, indicazioni[/tags]

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venerdì 7 Maggio 2010, 09:19

Sulla scienza e sulla libertà di Internet

Ieri sono andato all’annuale assemblea di Società Internet, il chapter italiano della Internet Society, di cui sono socio da dieci anni e di cui sono stato consigliere fino all’anno scorso. Quest’anno, tra Movimento e altre cose, sono stato meno coinvolto che in passato, tanto è vero che a margine dell’assemblea alcuni vecchi saggi hanno cercato di coinvolgermi più a fondo nelle attività associative “così la smetti di pensare di cambiare il mondo con la politica”.

Peraltro, anche quest’anno qualcosa per ISOC l’ho fatto: ho scritto un lungo articolo scientifico che introduce una visione globale del dibattito sulla neutralità della rete, cercando di mettere insieme aspetti che normalmente sono studiati separatamente – quello tecnico dagli ingegneri, quello economico dagli economisti, quello sociale quasi da nessuno – e di tracciare un filo concettuale che leghi tutti questi problemi all’architettura fondamentale della rete. L’articolo è stato pubblicato sul quinto Quaderno dell’Internet Italiano, uscito da poche settimane, che potete leggere online o di cui potete richiedere la copia cartacea a Società Internet; contiene vari articoli interessanti, alcuni più strettamente tecnici e altri, come il mio, più concettuali e sociali.

Dopo l’assemblea si è tenuto un convegno, anch’esso organizzato da Società Internet, sul tema della responsabilità dei gestori dei servizi Internet, a valle della sentenza Google-Vividown e di altri casi che secondo me sono veramente allarmanti (si è parlato di Bakeca e di Zopa). Come sempre in questi casi, buona parte del convegno è stato dedicato a interventi scandalizzati sul fatto che un giudice possa permettersi di chiedere a chi gestisce un sito di contenuti inviati dagli utenti di rispondere dei contenuti stessi, con tutti i soliti paragoni: è come condannare chi gestisce l’autostrada perché ci viaggia sopra un rapinatore, è come condannare il proprietario del muro di un palazzo per una scritta fatta di notte da qualcun altro.

Io sono d’accordo sull’importanza della neutralità della rete – vedi l’articolo che ho scritto – e sul fatto che chi distribuisce i contenuti non debba essere immediatamente e ipso facto responsabile di ciò che viene immesso dagli utenti sulla sua piattaforma; è dieci anni che mi do da fare per questa causa. Sono però molto preoccupato della litania scandalizzata di cui sopra; perché spesso esagera, e comprende un inaccettabile scarico di responsabilità.

E’ comprensibile che chi possiede e gestisce Google voglia ottenere i benefici del suo investimento in Youtube (le entrate economiche da pubblicità) senza doversi assumere il rischio e l’onere derivante da responsabilità sui contenuti che li generano, così come è comprensibile che chi gestisce Wikipedia voglia gestirla come il proprio giocattolino e prendersene gli onori senza doversi poi beccare le cause per i contenuti potenzialmente diffamatori che essa potrebbe ospitare. Ma è anche giusto?

E non è vero che, per difendere la possibilità di un dissidente cinese di mandare in giro un video senza censure, si debba per forza accettare che Youtube trasmetta per settimane pestaggi di disabili, maltrattamenti di animali, corse automobilistiche illegali, cadaveri martoriati e chi più ne ha più ne metta. Va benissimo che questi gestori non siano responsabili se non dopo segnalazioni formali e provate, va benissimo che vengano stabilite regole chiare per giungere a decidere cosa va eliminato, limitando i rischi di censura politica ed evitando di lasciare le scelte alla sola decisione del provider di turno (che, nel dubbio, censurerebbe qualsiasi cosa vagamente scomoda per non prendersi alcun rischio), ma non si può accettare che Internet diventi l’amplificatore di qualsiasi immondizia diseducativa e illegale perché non abbiamo voglia di vigilare e di fare qualche distinzione.

Youtube e Wikipedia, come Facebook e come tanti altri, sono chiaramente servizi fondamentali e di pubblico interesse, esercitati in una posizione di predominio quasi monopolistico sul rispettivo “mercato” (della trasmissione di video on demand l’uno, delle enciclopedie elettroniche l’altro). Da questo non derivano solo i benefici in termini di guadagno (che sia fatturato o donazioni) e di visibilità, ma anche le conseguenti responsabilità; e prima ancora delle responsabilità giuridiche vengono quelle etiche, morali, deontologiche, sociali, politiche. Mi piacerebbe che prima o poi questi intermediari se le prendessero, all’interno di un framework condiviso con il legislatore e la comunità della rete; e fa specie che su questo tema siano spesso più collaborative e responsabili le multinazionali private rispetto ai progetti che vengono dalla rete.

[tags]internet, società internet, isoc, neutralità della rete, libertà della rete, censura, google, vividown, bakeca, zopa, youtube, wikipedia, responsabilità, isp, internet governance[/tags]

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domenica 2 Maggio 2010, 23:18

Aggiornamenti

Non sono sparito, ma sono giornate piuttosto intense dal punto di vista professionale: oggi ho lavorato a una consegna e domani attraverserò mezza Italia per andare da un possibile cliente.

Segnalo però due cose: la prima è che domani alle 10 si tiene la prima riunione del nuovo Consiglio Regionale, che sarà trasmessa in streaming sul sito ufficiale. E la seconda è che anche a Santena le cinque stelle si sono scontrate contro il solito muro di misteriosa “privacy” che i sindaci di mezza Italia (e di ogni colore) oppongono a chi vuol semplicemente far vedere quello che fanno. Dopo le elezioni comunque i gruppi di “fiato sul collo” si sono moltiplicati… e conto che rimangano attivi a lungo.

[tags]consiglio regionale, piemonte, santena, fiato sul collo, movimento 5 stelle[/tags]

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