Imbranarsi
C’è un lato di me che quelli che non mi conoscono bene, e persino molti di coloro che mi conoscono un po’ di più, faticano ad immaginare.
Speciamente chi mi ha visto in azione durante le mie varie frequentazioni politico-professionali finisce per immaginarsi una persona sicura di sè, capace di comportarsi in pubblico, e con alcune delle caratteristiche (non tutte) del leader. E sì, è vero che ormai posso andare, come mi è successo qualche settimana fa, a un ricevimento di gala al Parlamento neozelandese, e chiacchierare amabilmente con ambasciatori e onorevoli; è vero che posso prendere la parola in un convegno o in una mailing list, ottenere l’attenzione dei presenti, dire cose anche provocatorie senza nessun timore reverenziale; o anche solo andare a cena con persone che non conosco, e persino (conquista peraltro recente) sostenere la conversazione in modo simpatico e fare la figura di una persona brillante e interessante.
E però, tutto questo svanisce d’incanto quando ci si trova di fronte al mistero biologico più profondo, quello dei rapporti con altri esseri umani di sesso opposto al nostro. In questo caso, divento un imbranato totale.
Per cui può succedere di restare un’ora a pensare cosa dire e cosa fare all’arrivo dell’altra persona, per poi non riuscire a spiccicar parola e proseguire come niente fosse; e nel frattempo continuare a pensare “adesso glielo chiedo… adesso glielo chiedo…” finchè d’improvviso non arriva il momento di salutarsi, “ciao”, “ciao”, ed è proprio lì, quando ci si volta e ci si separa e si sta già camminando, che finalmente viene il momento del tutto per tutto, e la frase pensata viene evacuata tutta insieme: “masepercasolasettimanaprossimaioeteuscissimounaser…”.
Ma a quel punto, dall’altra parte, c’è solo il vento.
