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venerdì 19 Ottobre 2007, 19:13

Partito certo, democratico boh

Lo ammetto: alla luce della mia opinione sulle primarie del Partito Democratico, è senza alcuna sorpresa che ho letto oggi su La Stampa che la vicenda dell’elezione del nuovo segretario regionale piemontese è andata a finire esattamente come previsto.

Ho osservato la storia sui giornali, e quindi ve la riassumo in breve: tutto inizia un paio di mesi fa, quando da Roma decidono che il primo segretario del PD in Piemonte dovrà essere Gianluca Susta, biellese, rutelliano. Perché? Perché si sono riuniti e si sono accorti che non ci sarebbe stata alcuna altra regione dove un uomo di Rutelli avrebbe potuto vincere le primarie locali; ragion per cui, in Piemonte deve vincere incontrastato un rutelliano.

Succede però che ad una parte dei diessini torinesi l’imposizione non va giù; vorrebbero invece un candidato espresso dal territorio. Nasce così la candidatura eretica di Gianfranco Morgando, sempre della Margherita ma della corrente popolare, che viene sostenuta non solo dai popolari ma da una parte dei diessini (ossia delle liste per Veltroni).

Apriti cielo: piovono fulmini da tutta la nomenclatura. Chiamparino, Bresso, Fassino, Violante eccetera sostengono Susta e vorrebbero addirittura vietare ai dissidenti di candidarsi sotto il nome di Veltroni. Volano parole grosse, e parte una lunga negoziazione; alla fine, per evitare l’esplosione del partito prima ancora che nasca, l’accordo è che il candidato ufficiale dei DS e di Veltroni è Susta, ma i dissidenti possono presentare Morgando sotto una delle altre liste associate a Veltroni.

Si arriva così alle primarie, ed ecco la sorpresa: contro ogni previsione, ha vinto Morgando di cinquemila voti. I dati ufficiosi parlano di quattro delegati di vantaggio per Morgando nell’assemblea regionale del PD. Chiamparino ha un diavolo per capello, i dissidenti cantano vittoria. Susta, con eleganza, telefona a Morgando e si dichiara sconfitto. Le agenzie battono intensamente la notizia. Il giorno dopo, La Stampa spara il titolo addirittura in prima pagina.

E poi? Poi, comincia il mistero. Nel resto d’Italia, due giorni dopo il voto ci sono già i risultati definitivi; non in Piemonte. Ci si giustifica con problemi tecnici, ma nel frattempo succede una cosa strana: uno dei membri dell’Utar, la commissione che conta i voti, si dimette improvvisamente, e a stretto giro di posta viene nominato al suo posto Mauro Laus, che solo pochi mesi fa si era alleato con Morgando per farsi eleggere segretario cittadino della Margherita, ma ora è uno dei sostenitori di Susta.

La commissione lavora e conta, conta e lavora, e dopo cinque giorni di tensioni e di polemiche incrociate esce con la notizia che tutti prevedevano: non era vero niente. Dopo il riconteggio, Morgando ha più voti, ma in termini di delegati Susta ha pareggiato. In più, Susta ha la fiducia della dirigenza nazionale del partito. Giusto in tempo per rovinare il festone che i morgandiani hanno organizzato per stasera a Hiroshima Mon Amour.

Non è chiaro cosa succederà adesso, se alla fine nomineranno comunque uno dei due litiganti, o se si rivolgeranno a un terzo salvatore; in queste situazioni qualunque cosa può succedere, e non dubito che ne vedremo ancora delle belle. Ciò che però si evince da questa storia – oltre al fatto che i votanti delle primarie sono essenzialmente coreografici, e comunque non devono permettersi di incasinare le direttive dall’alto – è come il partito democratico nasca senza alcun dubbio come un partito; sul democratico, vedremo.

[tags]primarie, partito democratico, piemonte, susta, morgando[/tags]

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giovedì 18 Ottobre 2007, 16:26

World of Papercraft

La scorsa settimana ho avuto un affascinante incontro con la burocrazia di Torino, nientepopodimenoche nel famoso “palazzaccio” di piazza San Giovanni, di fronte al Duomo (e devo dire che dentro è più bello che fuori, pur nel medio degrado di un ufficio pubblico costruito cinquant’anni fa; fuori peraltro l’hanno appena restaurato).

Lo scopo era concludere le pratiche edilizie per la mia mansarda, che si trascinano ormai da otto anni e che nel tempo mi sono costate svariate migliaia di euro. Stavolta dovevo andare a ritirare la bolla papale conclusiva del tutto; avevo un nome a cui rivolgermi e un numero di stanza.

Entrando, sulla destra, c’è un gabbiotto sopra il quale campeggia la scritta “informazioni” e un simbolo che se non è un punto interrogativo poco ci manca. Il simbolo è grigio ma è come se fosse giallo: interrogo il personaggio non giocante sito all’interno, che quasi con cortesia mi indirizza al primo piano, lato destro. Faccio le scale, trovo la stanza col numero giusto – cosa non ovvia, visto che la numerazione è divisa in pari e dispari a seconda del lato del corridoio, ma l’edificio è a forma di H – busso, entro, e chiedo della signora taldeitali.

Ping! Sulla testa di una delle due presenti compare un punto esclamativo giallo; mi avvicino, spiego la situazione, e lei fruga tra vari quintali di carta per recuperare la mia pratica. La apre, la legge, fa per darmela, ma poi esclama: “C’è un problema! Deve versare ancora una integrazione di bolli!”.

Pare difatti che, nel tempo in cui io salivo le scale, lo Stato italiano abbia aumentato l’importo del bollo sul tipo di pratica in questione. Mi preparo alla mazzata, e – dopo che il punto esclamativo è diventato interrogativo – ricevo da lei un foglietto con l’indicazione della cifra: ben tre euro e sessantadue centesimi.

La nuova missione è quindi quella di trovare la cassa dove pagare il dovuto, mentre medito su come l’incasso della suddetta cifra costi all’amministrazione pubblica ben più della cifra stessa. Individuo il distributore di foglietti, premo il pulsante giusto – ossia “H – Cassa edilizia, solo pagamento” -, attendo il mio turno, e quando scatta il mio numerino sul tabellone mi butto nel corridoio.

Già, perchè non ci sono gli sportelli: hanno numerato le varie porte del corridoio come se lo fossero, ma per arrivare al mio sportello in realtà devo percorrere una cinquantina di metri, evitando le persone ferme in attesa nel corridoio e le pile di carte, e cercando di individuare la porta giusta e di imbroccarla prima che l’impiegato, non vedendo nessuno, chiami il numero successivo.

Comunque, completo la missione: porgo il fogliettino e tre euro e sessantadue, ottengo la ricevuta, mi riavvio per le scale e torno dalla signora di prima.

E qui pensavo di avere concluso, e invece no: con mia sorpresa, quando le passo la ricevuta, il punto esclamativo diventa di nuovo interrogativo. Clicco sulla sua faccia con la mano destra e mi dice: “Bene, adesso che ha pagato questi, le posso dire che abbiamo rifatto i conti e ci siamo resi conto che ci siamo sbagliati: lei ha pagato quattromiladuecento (4200) euro in più del dovuto, che adesso può farsi restituire!”.

Io sbianco e non so se essere più contento per la pioggia d’oro che il NPC mi sta prospettando, o incazzato perché me l’hanno fatta abusivamente pagare per anni un tanto a semestre. La mia faccia deve essere perplessa perché la signora dice: “Scusi, non le tornano i conti?”.

Io mi rendo conto di aver violato la prima regola delle transazioni monetarie – “se qualcuno ti vuol dare dei soldi, non fare domande, ma incassali e allontanati il più in fretta possibile” – e dico “No no, non ho fatto i conti, ma avete sicuramente ragione!”.

Farsi rimborsare, però, non è così semplice: difatti la nuova missione richiede che io mi rechi al piano di sotto dall’altra signora taldeitali, che sta più o meno da quella parte là, e la placchi interrompendo il flusso dei numerini, per sapere come fare ad avere il rimborso. E così, fermo una terza signora, che mi dà il numero di stanza corretto, poi entro, aspetto che sia finito il numerino corrente, blocco la signora prima che prema il pulsante “e mo’ mandami il prossimo”, e apprendo le cose seguenti:

  • Il mio credito è con lo Stato, non con il Comune.
  • Per avere il rimborso dallo Stato, devo presentare all’Agenzia delle Entrate un certificato del Comune che dimostra che ne ho diritto.
  • Il Comune, per emettere il certificato, mi richiede un obolo di quarantasette virgola quattordici euro.
  • Per pagare l’obolo devo presentare una domanda in carta bollata da quattordici virgola sessantadue euro.
  • Per presentare la domanda in carta bollata mi servono il modulo (che lei mi dà) e la marca da bollo, ma soprattutto un numerino della fila “A – Presentazione di documenti al protocollo”.
  • Per evitare il vago rischio che qualcuno debba saltare il pranzo, i numerini della fila A vengono distribuiti soltanto fino alle ore 11:00, e ora sono le 11:12.

Pertanto, mi tocca disconnettermi e riloggarmi qualche giorno dopo alle dieci del mattino, quando prendo il numerino e dopo mezz’oretta di attesa vado allo sportello. Finita la presentazione della domanda – “Eccole la domanda” “Eccole l’util foglio per il pagamento” – ammiro la perfezione della tecnica burocratica quando, premendo un bottone, l’impiegata dello sportello inserisce il mio bigliettino della serie A in mezzo alla coda dei bigliettini della serie H, permettendomi così di pagare i quarantasette virgola quattordici euro senza attendere più di un paio di minuti; e avrebbero persino il bancomat.

Ora, devo soltanto attendere un tempo indeterminato perché il Comune mi chiami – anzi mi scriva, visto che sul modulo avevano addirittura lo spazio per l’email, anzi ad essere precisi una misteriosa “@mail” – e mi consegni il certificato, in modo che io possa portarlo in corso Bolzano, e iniziare nuove fantastiche quest.

Chiudo comunque con i complimenti al Comune: a differenza di altri settori (ad esempio quello delle autorizzazioni per il commercio, che avevo dovuto testare mesi fa) questo dell’edilizia mi è sembrato molto ben organizzato, almeno per essere un settore pubblico potenzialmente in stile Le dodici fatiche di Asterix.

Segnalo inoltre di aver con soddisfazione sperimentato il nuovo parcheggio pubblico sotterraneo Santo Stefano, sito esattamente dietro il palazzo; ve lo consiglio non solo per ammirare come siano riusciti a far stare due rampe circolari una dentro l’altra in un cortiletto quattrocentesco grande come un fazzoletto – un capolavoro di ingegneria sabauda – ma perché nello spazio pubblico (piani -3 e -4) la sosta costa ancora 1,30 euro l’ora, contro gli 1,50-2,00 delle strisce blu circostanti.

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mercoledì 17 Ottobre 2007, 15:53

Solidarietà al ribasso

La seconda notizia di oggi è questa: il governo avrebbe deciso di introdurre una sovrattassa sull’elettricità di 12 centesimi di euro al kilowattora a tutte le aziende e all’80% delle famiglie italiane, per finanziare uno sconto al rimanente 20%, ossia alle famiglie che hanno un indicatore economico sotto i 7500 euro.

La Stampa lo definisce un “miniprelievo”, ma visto che a Torino l’elettricità per la normale utenza residenziale costa 11 centesimi al kilowattora, se le cifre sono corrette si tratterebbe di un raddoppio della bolletta elettrica per l’80% dei torinesi; per non parlare dell’effetto indotto sull’aumento dei prezzi al consumo, per via dell’aumento dei costi di produzione delle aziende.

Spero che le cifre siano sbagliate, visto che con un raddoppio della bolletta all’80% della clientela viene fuori per gli altri altro che uno sconto; a meno che, naturalmente, con la scusa dello sconto ai poveri lo Stato non sia pronto a incassare il resto, o peggio ancora a farlo incassare alle municipalizzate grasse ed amiche di cui già parlavamo.

In più, mi chiedo come faccia il 20% degli italiani a tenere in piedi una famiglia con 7500 euro lordi l’anno, perdipiù di indicatore economico (per cui basta possedere una casa, anche se il reddito è zero, per sforare la soglia). C’è una fascia di persone estremamente povere che vanno aiutate, ma non è possibile che siano una su cinque; più facile che buona parte del 20% siano evasori fiscali.

Ad ogni modo, non è possibile costruire un sistema economico in cui il 20% delle persone riceve sovvenzioni di reddito: una cosa è ridurre o eliminare le tasse per le fasce più povere, un’altra è pagare i loro costi quotidiani o dargli dei soldi in mano. Che da qualche parte dovranno pur venire, ossia da quella classe media che dovrebbe sopportare gli aumenti solidali, e insieme aver voglia di farsi ancora di più il mazzo sul posto di lavoro per far crescere l’economia. La vedo improbabile.

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mercoledì 17 Ottobre 2007, 14:47

Scienza e razzismo

Ha fatto scalpore tra i benpensanti l’intervista con cui il vecchio dottor Watson – quello di Watson & Crick, gli scopritori del DNA, premi Nobel nel 1962 – ha dichiarato che, secondo i suoi studi, i neri sono meno intelligenti dei bianchi.

Naturalmente, detta così è troppo generica; bisogna definire cosa si intende per “intelligenza”, e comunque è noto che buona parte di ciò che noi consideriamo tale deriva dall’educazione e non dal proprio patrimonio genetico; e sull’accesso all’educazione i neri, ovunque vivano, sono mediamente svantaggiati.

Credo comunque che uno scienziato di tal livello questo lo sappia, e suppongo quindi che abbia in qualche modo individuato una definizione di intelligenza di tipo esclusivamente genetico; bene, non mi stupirebbe affatto scoprire che i neri sono effettivamente meno intelligenti dei bianchi. Dal punto di vista strettamente matematico, per gruppi di persone di una certa dimensione, è molto difficile che la media di un qualsiasi indicatore all’interno di un sottogruppo coincida esattamente con la media su tutto l’insieme; succede se il parametro con cui si è selezionato il sottogruppo è completamente scorrelato da quello che si sta misurando, e invece nel mondo reale tout se tient. Darei quindi un 50% di chance ai neri di essere meno intelligenti dei bianchi, e un 50% di essere più intelligenti; per sapere quale delle due, bisogna fare misurazioni statistiche su larga scala, sempre ammesso di poterle depurare dell’effetto dell’educazione dei singoli.

Poi, per carità, magari Watson è veramente un vecchio stronzo e i suoi esperimenti non hanno alcun fondamento. La notizia interessante, però, non è la sua affermazione, ma la reazione: è che anche al giorno d’oggi, proprio da quegli strati sociali “laici” che si vantano di aver superato il buio del passato, ci siano teorie scientifiche respinte con sdegno per motivi morali. In un certo senso, la fiducia nel fatto che tutti gli uomini siano uguali almeno in potenza è una moderna religione laica, che va contro le differenze evidenti che ci sono tra tutti noi. Di fronte a questa religione illuminista, agli scienziati è richiesto di cedere il passo, come già a Giordano Bruno.

Eppure, tutte le inquisizioni di Santa Romana Chiesa non servirono a far sì che la Terra si mettesse a ruotare attorno al Sole; e così, spesso l’avere una visione ideologica degli esseri umani diventa un ostacolo al risolvere i loro problemi concreti.

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martedì 16 Ottobre 2007, 09:26

La censura di Internet in Cina

Si parla spesso di censura di Internet in Cina, forse persino all’eccesso, visto come Internet è filtrata e bloccata (seppure in misure diverse) in tante parti del mondo inclusa l’Italia. Comunque, Reporter senza frontiere ha pubblicato un interessante rapporto “sul campo” che documenta cosa e come le autorità di Pechino blocchino su Internet. Lo potete leggere qui; è certamente una lettura interessante.

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lunedì 15 Ottobre 2007, 16:26

Giustizia proletaria antigobba

Dopo l’autoriduzione proletaria, un racconto di giustizia proletaria antigobba direttamente dal forum di Forzatoro. Che poi lo so che arriverà il solito commento di quattro pagine a difesa dell’importanza dello status di VIP dei calciatori a strisce, ma l’aneddoto è carino lo stesso, e vi autorizzo espressamente a ripeterlo anche per il pullman del Toro se mai dovesse succedere qualcosa del genere.

“Sono le 23 circa e decido, insieme ad un ristretto gruppo di amici, di fare una sorpresa ad un altro nostro comune amico in arrivo dagli States (via Roma).. andiamo ad aspettarlo a Caselle.

Chi frequenta quell’aeroporto sa benissimo che parcheggiare al piano degli ARRIVI è praticamente impossibile (se non nel silos a pagamento), dal momento che non fai in tempo ad accostare e hai già la multa sul parabrezza. Io accosto, e mentre vedo il vigile che si sta avvicinando scorgo un pullman nero tamarrissimo con i vetri oscurati che parcheggia sui posti per handicappati: ERA IL PULLMAN DEI GOBBI che aspettava la squadra (ieri devono aver giocato un’amichevole, non so dove e comunque non me ne frega un cazzo).

Il vigile non fa in tempo ad aprire la bocca e io lo blocco subito: “scusi – faccio io – so che sono in torto e quindi la sposto immediatamente, ma guardi un po’ quel pullman nero dove si è parcheggiato”. L’agente muta immediatamente la sua espressione, che dal minaccioso diventa imbarazzata: “eh ma non saprei…lei ha ragione ma….. sa aspettano la squadra…l’aereo fa ritardo… ecc ecc ecc”. Io stavo per saltargli addosso quando arriva un altro vigile ancora più cazzuto del primo: “beh? che problemi ci sono?” fa a me e al suo collega. Io rispondo dicendogli che avevo l’auto in divieto e la stavo per spostare ma che il pullman delle merde era messo peggio di me e andava sanzionato.

Il secondo vigile, appena si accorge che il torpedone bianconero è sui parcheggi per handicappati, diventa viola in faccia e si scaglia dall’autista dei gobbi che stava fumando urlandogli: “VIA! VIA! CAMMINARE! LEI NON PUO’ STARE LI'”. L’autista (che era un misto tra Bettega e Moggi come tipo di persona) gli fa: “no ma guardi, lei non vede che questo è il pullman della JUVENTUS? Stiamo aspettando la prima squadra”. Il vigile, sempre più infervorato (un mito assoluto!!) urla sempre più forte: “E chi se ne frega se questo è il pullman della Juventus: lei lo deve spostare! Subito! Avanti! Camminare! Camminare! Camminaaaare!!!!!!!”, e intanto tira fuori il blocchetto delle contravvenzioni e comincia a scrivere.

L’autista, sbalordito (evidentemente abituato a fare che cazzo vuole a Torino), lascia cadere la sigaretta e, impaurito, sale sul pullman, lo mette in moto e si mette a fare un paio di giri attorno all’aeroporto senza poter parcheggiare, in attesa che arrivi la squadra. Dopo un quarto d’ora circa escono Nedved, Trezeguet, Belardi e compagnia bella e si mettono ad aspettare come dei coglioni in attesa che il pullman compia per la terza volta la rampa di accesso alla pista di carico viaggiatori, con tutti che chiedevano autografi (i giocatori erano visibilmente seccati). Il pullman questa volta accosta sul posto riservato alle forze dell’ordine. Io dico al mio amico che guidava di parcheggiare subito dietro. Vado dal vigile e gli dico: “se fa la multa a me, la faccia anche al pullman, mi raccomando!”. E lui mi fa: “stia tranquillo, se non se ne vanno entro due minuti chiamo i carabinieri!”. E infatti non ha nemmeno spento il motore, ha caricato i giocatori e se ne è andato.

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lunedì 15 Ottobre 2007, 11:53

Urne di cioccolata

Non so bene che cosa provo per voi, italiani che siete andati ieri a votare alle primarie del Partito Democratico: se ammirazione per la vostra residua fiducia nella politica italiana, o stupore per quanto sia facile farvi rientrare nel gregge.

Ovviamente quella è la mia area politica, e quello è il partito che voterei se dovessimo andare domani mattina alle urne (quelle vere, non quelle di cioccolata). Ma io, nel mio piccolo, non faccio il prestanome per nessuno; proprio perché rispetto la democrazia sopra ogni altra cosa, l’idea di andare a far parte di una coreografia di massa dal risultato già scritto, come la comparsa in una di quelle scenografie negli stadi della Corea del Nord, mi fa sinceramente ribrezzo.

Vado volentieri a farmi consultare, se mi consultano su qualcosa. Se mi chiedono se sono a favore o meno della legge 30, per esempio, e come cambiarla in meglio. Se mi chiedono se voglio o non voglio il nucleare, la caccia, l’aborto. O perlomeno se c’è qualcosa da decidere, come la composizione del Parlamento.

Quello di ieri, invece, era lo specchio della politica berlusconizzata reinterpretata dalla sinistra italiana. Il candidato era unico; doveva vincere Veltroni, come Prodi alle primarie precedenti; il partito gli ha messo di fronte un paio di candidati di cartapesta, giusto per salvare le apparenze, e un altro paio di sconosciuti sono saltati fuori facilmente, perché in Italia non si nega una telecamera a nessuno. La scelta, insomma, l’avevano già fatta loro per noi, come sempre; volevano solo la nostra benedizione per far bella figura in TV.

I candidati principali, Veltroni e Letta, erano ovviamente lì solo per i propri innegabili meriti; il fatto che siano il figlio dell’ex direttore dell’Unità l’uno, e il nipote dell’ex assistente e manager di Berlusconi l’altro, non ha assolutamente avuto parte nella loro folgorante carriera politica. Si sono fatti da sé, senza aiutini, e sono quindi titolati a rappresentare il nuovo futuro dell’Italia, finalmente libero dalle raccomandazioni e dalle caste.

Questa, più che una elezione, era un negozio di giocattoli in cui ti vendono un solo modello di bambola, però ti chiamano con gran cerimonia a sceglierne il colore. Ti piace il verde? Puoi votare Veltroni ambientalista, con la lista “Con Veltroni. ambiente, innovazione, lavoro”. Preferisci il rosso? Ecco Veltroni presidente operaio, con la lista “A sinistra con Veltroni”. Vuoi l’azzurro? C’è Veltroni moderato, con la lista “Democratici con Veltroni”. Che differenza ci sia tra le tre, non è dato sapere.

Oppure, se proprio vuoi un tocco di anticonformismo, puoi votare per Letta o per Bindi; a differenza di Veltroni che propone… boh?, Letta propone… mah?, e Bindi invece propone… chissà? Una durissima contrapposizione politica: vota per me, che ho la faccia più simpatica. Tanto il risultato è già scritto, un tanto al chilo; facciamo avere un bel plebiscito a Veltroni, così è credibile, e diamo un contentino agli altri due, e agli outsider rompicoglioni mettiamo uno 0,1%, che di meno proprio non si può.

Per carità, i cambiamenti sono sempre difficili, e le attitudini non si modificano in un attimo, e ci sono comunque tante altre ragioni per dare al Partito Democratico una chance, prima fra tutte quella di volerci perlomeno provare. Prima, però, dimostrino che non è l’ennesima pagliacciata, e soprattutto abbiano il coraggio di chiedermi un parere su qualcosa di concreto dandomi veramente voce in capitolo, prima di mostrarsi sulla porta di casa mia.

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domenica 14 Ottobre 2007, 10:50

Carta dei Diritti

Oggi sono in montagna, per cui niente post. Vi segnalo però che nell’altro blog ho pubblicato il rapporto finale della conferenza di Roma sulla Carta dei Diritti della Rete, da me steso in qualità di rapporteur ufficiale: visto che nelle scorse due settimane ne hanno parlato – solitamente abbastanza a sproposito – Mantellini e altre blogstar, potrebbe essere utile leggerlo per capire che cosa sia successo veramente.

(Però i commenti in italiano metteteli qui, se no ci incasiniamo…)

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sabato 13 Ottobre 2007, 15:50

Otoberfest, ovvero dell’autoriduzione proletaria

Di Eataly, come ricorderete, ho già detto tutto il male possibile. Eppure, io al cibo non so resistere, specie se in compagnia: e così, mercoledì sono stato coinvolto nell’assalto alla Otoberfest (o meglio, questa sarebbe la grafia corretta in piemontese; loro, che sono barotti, scrivono un improbabile Ütuberfest), che colà si tiene per tutta la settimana, sino a domani sera.

L’assalto doveva avvenire alle 19, orario di apertura, ma viene purtroppo ritardato causa orari lavorativi di parte del gruppo: e così, ci presentiamo là attorno alle 21, per scoprire una ventina di persone in attesa all’ingresso della zona dedicata, di fronte a un signore che con forte accento di vacca ci annuncia che bisognerà attendere circa mezz’ora. Chiediamo se si può prenotare, la risposta è no; prendere un numero e andare a fare un giro, nemmeno; a che ora precisamente riapriranno gli ingressi, boh. Non c’è nemmeno una fila; semplicemente un grumo di gente che sgomita cercando di stare il più possibile vicino all’ingresso, e passandosi continuamente davanti.

Dopo venti minuti di famelica attesa, riusciamo finalmente ad entrare… quasi. Già, perchè avendo aperto le cataratte, la gente-che-non-ci-vede-più-dalla-fame si proietta nello stretto ingresso a gomiti alti; amici perdono amici, madri perdono bambini, famiglie vengono disperse e finiranno per sempre a Chi l’ha visto. Noi siamo in sei; i quattro dai gomiti più allenati entrano; i due più timidi e meno scattanti restano fuori dal numero chiuso.

Qui si espone l’uomo di mondo, cioè io; chiedo al tizio dal sapor di vacca se può far passare i due rimanenti, che non si è mai visto di un posto dove i gruppi in attesa di cenare vengono separati a metà, e piuttosto potevano organizzarsi un minimo. Il tizio nicchia, ci dice che ha già tenuto fuori gente che aveva già pagato la cena, poi si affida alla tipica morale a scomparsa che regna in questi casi: invece di assumersi le proprie responsabilità, dice “per me va bene, se va bene agli altri in attesa”. Attimo di gelo; i due non scattanti non scattano, lasciando così il tempo a due più svegli di loro di dire “ma allora entriamo noi”. Preparo il fucile, e insomma riusciamo a fare entrare i nostri e tenere fuori gli altri.

All’alba delle 21:25 saliamo così le scale di Eataly, solo per trovarci di fronte a una ulteriore coda alla cassa. Arriviamo infine al bancone, dove una ragazza che sfoggia il caratteristico sguardo sveglio di chi è stato lobotomizzato da bambino ci spiega in soli quattro minuti che possiamo acquistare una birra a due euro, sei birre a dieci euro, il buffet a libero servizio a quindici, e dobbiamo lasciare tre euro di cauzione per avere il bicchiere in cui farsi servire la birra.

Qui parte il dramma. Il buffet è invitante, ma c’è una ulteriore e significativa coda per arrivarci, e poi è pur sempre un buffet da apericena; servono delle crespelle, e poi formaggi, salumi, pane, focaccia, insalata. L’idea di spendere quindici euro per un aperitivo, quando il prezzo di mercato, cocktail incluso, è tra i cinque e i sette, non piace ad alcuni; altri vorrebbero fregarsene e provare; tutti, comunque, odiano Eataly, compresi quelli che non c’erano mai stati e pensavano che io fossi un po’ troppo negativo. Alla fine, prendo un buono da sei birre, ne bevo una, ne offro un’altra ad Andrea, e poi scappiamo fuori a mangiare ai fast food dell’8 Gallery.

Poteva finire qui? Forse sì, ma a me non piace essere preso per i fondelli da una attività commerciale di gente dalle scarpe grosse, che ti fa pagare tutto uno sproposito e naviga nei miliardi, ma non ha neanche la decenza di organizzarsi per gestire i clienti non dico in modo perfetto, ma almeno come una trattoria di periferia.

Per cui, parte il piano “Rivincita con autoriduzione proletaria”: ieri sera, ci presentiamo in due alle 18:50, quando l’ingresso non è ancora presidiato nè chiaramente indicato. Saliamo di corsa le scale, e ci mettiamo in coda dietro a una decina di altri previdenti. Alle 19:10 (perchè, con la solita disorganizzazione, alle 19 non sono ancora pronti) aprono le porte; dietro di noi ci sono già un centinaio di persone, ma noi nel giro di tre minuti siamo alla cassa, dove prendiamo due bicchieri e un buffet, visto che io ho ancora quattro birre dalla sera precedente.

Io pago un buffet e un bicchiere; la tizia va in crisi, e prende la calcolatrice (non scherzo!) per fare 15 euro + 3 euro. Poi mi dà un euro di resto invece di due, e io la guardo perplesso, e lei mi spiega che, da oggi, la cauzione del bicchiere è salita a quattro euro; li pago di corsa prima che diventino cinque. Mi timbrano la mano con la data del giorno – no dico ragazzi, come nei centri sociali, ma lì almeno hanno i simbolini; proprio il numero sulla mano no, fa tanto Auschwitz! – e io mi presento al deserto buffet.

E qui, perfidamente, giriamo a nostro vantaggio la loro disorganizzazione; perchè alle 19:35 io ho già fatto tre giri del buffet, senza un secondo di attesa, e loro avranno fatto entrare sì e no cinquanta persone, visto quanto ci mettono a farle pagare; sai, ogni volta fare 15 + 4 (o, Dio non voglia, 15 + 10 + 4) con la calcolatrice… Ovviamente, io riempio ogni volta il piatto di roba, facendo pure tanti complimenti allo stagista da 400 euro lordi al mese che hanno messo a servire le lasagne; poi arrivo al tavolo, e ne mangiamo in due.

Il cibo, va detto, è di qualità eccellente; le lasagne sono ottime, i formaggi sono buoni, i salumi sublimi (nota: andare a comprare la mortadella da Eataly, dopo aver rapinato la banca). Mi servo senza ritegno di mezzo chilo di ottimo tonno delle Azzorre (cioè, non so da dove venisse, ma a Eataly non si può mica chiamarlo soltanto “tonno”). Le birre sono anche molto buone; a sorpresa, la migliore non è la Nora della leggendaria Baladin, ma una Menabrea 150° Anniversario che sa di lievito, e sembra di bere la pasta della pizza. Il suo unico difetto è che non riesce a trasformare in bellezze l’ammucchiata di bruttoni di ogni sesso che c’era in sala: concludo che il gene della bellezza fisica non è mai arrivato fino in Piemonte.

Purtroppo non sono riuscito a provare la pizza rossa, perché hanno cominciato a portarla dopo un po’, e appena la mettevano sul tavolo del buffet c’era una gazzarra indegna; le donne in particolare si riempivano i piatti senza ritegno, tipo cinque o otto pezzi per volta (appunto: mai sottovalutare l’aggressività femminile in materia di procurare il cibo, specie alla “festa della gente che compensa con il cibo le carenze affettive”).

Insomma, esco strapieno e compensato. Mentre scendiamo le scale, e sono le nove meno un quarto, la coda è diventata epica; inizia praticamente all’ingresso di Eataly, attraversa il piano terreno del negozio, si inerpica su per due piani di scale, poi percorre tutto il museo che sta al piano alto; saranno tranquillamente, senza esagerare, un centinaio di metri di coda, ovviamente amorfa e sregolata.

O voi in coda, che avete la faccia di quelli che si fanno turlupinare da Eataly! Imparate l’arte dell’autoriduzione proletaria, ché il capitalismo dalla faccia buona è fin peggiore di quello dalla faccia cattiva, e chi si fa abbindolare dalle finte motivazioni etiche finisce cornuto, mazziato, e a pancia vuota.

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venerdì 12 Ottobre 2007, 07:58

I conti tornano

Ieri i giornali titolavano che governo e sindacati hanno vinto: il loro progetto di riforma del welfare è stato approvato dai lavoratori con una valanga di voti, oltre l’80%! Dopodichè ci sono le percentuali delle grandi fabbriche: Alfa Romeo di Pomigliano, sì 8%, no 92%. Fiat Melfi, no all’85%. Alenia, no al 65%. E così via. Però hanno stravinto i sì.

Ci si può prodigare in spiegazioni credibili, secondo cui i vecchi operai conservatori e politicizzati delle grandi fabbriche hanno votato contro, mentre i giovani precari delle piccole imprese di servizi hanno votato a favore, e messi tutti insieme ribaltano il risultato. Resta il fatto che alla fine, sommando tutto insieme, comunque in qualche modo i conti tornano: senza alcun dubbio, ha vinto il sì con l’80%!

E non dubitate: domenica, alle primarie del Partito Democratico, magari i seggi saranno deserti, ma alla fine avranno votato almeno due milioni di persone!

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