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domenica 24 Dicembre 2006, 21:34

L’incredibile ondata

Insomma, che fosse una vigilia di Natale strana s’era capito, che io fossi giù di morale anche, e per peggiorare le cose c’è stata una specie di redde rationem di quelle che capitano regolarmente dopo un po’, sempre con la stessa persona cara.

Tuttavia, la serata ha preso una piega insolita quando il suddetto scambio, invece di finire con la normale lite furibonda seguita da temporaneo troncamento, si è evoluto verso una piena e sincera confessione di cose che non ci si era mai detti, il che, pur non modificando le posizioni in campo, ha permesso di sturare in modo soddisfacente il mio blocco mentale; e poi, proprio al culmine dell’accesa discussione… a casa dell’altra persona è mancata la luce, e si è dovuti proseguire per un paio di messaggini.

Ma questo è nulla, perchè, soppressa in questo modo la discussione, mi sono accinto a prepararmi il cenone di Natale, che doveva consistere in fritto misto (surgelato) e patatine (surgelate). Ho riacceso la friggitrice elettrica dopo un paio d’anni, ho fatto scaldare l’olio, e nel frattempo ho recuperato dal congelatore il fondo del saccone di patatine, che essendo lì da anni era costituito da una manciata di patatine immerse in un blocco di ghiaccio. Ho passato dieci minuti a pulire le patatine dal ghiaccio, una per una, nel modo più diligente possibile; le ho messe nel cestello, e ho immerso il tutto nell’olio bollente.

A questo punto il destino ha deciso di divergere: l’olio vecchio, difatti, ha reagito con l’anomala quantità di ghiaccio rimasta attorno alle patatine, prima con un rumore di doccia e poi, d’improvviso, con una tracimante, incredibile ondata che è uscita dai bordi e dal filtro d’aerazione della friggitrice, trasformandola in una fontanella spettacolare, e spargendo litri di olio bollente per tutta la mia cucina.

Per fortuna, l’olio si è raffreddato subito, ma ho passato un quarto d’ora, ridendo come un pazzo, a rimuovere due centimetri d’olio dal top, da sotto il forno a microonde, dalla macchina del pane, da tutti gli interruttori; prima con uno straccio, e poi con chili e chili di scottex. La friggitrice stessa, di solito pesante e immobile, ora pattinava sul piano della cucina come una campionessa; per non parlare del fumo bianco e acre che ha invaso la casa per l’olio bruciante nei posti sbagliati…

Ho tentato un rabbocco più secondo giro, ma c’è ancora olio per ogni fessura; devo aspettare che raffreddi il tutto per pulire per bene l’interno della friggitrice, la serpentina e così via. Quindi niente fritto; il cenone è consistito delle patatine (però ottime) e di un improvvisato cous cous con mais. Ah, e del tronchetto della felicità di cioccolato e marzapane del Lidl.

Dopo questa prova del fatto di essere vivo, alla soddisfatta mercè delle forze dell’universo, sono ampiamente felice. E di sicuro è una vigilia di Natale che ricorderò fin che campo…

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domenica 24 Dicembre 2006, 12:20

Vigilia

Il Natale, sotto sotto, lo odiano tutti, o perlomeno in tanti; non solo per gli ingorghi, il consumismo, le mail animate da tre megabyte, l’ipocrisia degli auguri a tappeto, anche a gente che nemmeno conosci o che magari per il resto dell’anno maltratti senza pietà.

Festeggiare il Natale – il momento in cui le giornate riprendono ad allungarsi e la vita incomincia a rifiorire – è un’esigenza archetipica dell’essere umano, che precede la nascita di Cristo; eppure, proprio per questo, coincidendo con la ripartenza del ciclo delle stagioni e del calendario, è il momento in cui ci si trova più soli con se stessi. Nè aiutano le cene collettive, l’accavallarsi di eventi che ti forzano a scegliere se unirti a questo o a quell’altro – scontentando per forza qualcuno – e in più, grazie al gigantismo della festa, ti costringono all’anonimato delle lunghe tavolate.

In più, quest’anno, io mi sento in mezzo al guado. Gli ultimi sono stati Natali tristi, parte di un brutto periodo della mia vita; un periodo di quelli che finiscono nascosti sotto il tappeto delle immancabili soddisfazioni professionali, ma che segnano comunque in profondità la tua esistenza. Il 2006 è stato un anno di ripresa timida, un po’ come l’economia, arrivando comunque, durante l’autunno, ad avere dei giorni finalmente felici, io e la mia bicicletta sotto il sole freddo. Ma per quanto ora sia piuttosto contento della mia vita, siamo animali sociali; e nessun essere umano, se non completamente perso nella propria naturale follia, può essere completamente felice se isolato dagli altri.

E quindi, in un momento di giallo cambiare, alzo di nuovo gli occhi e scopro che nel frattempo il panorama è diverso. Praticamente tutti i miei compagni di viaggio degli scorsi decenni hanno messo su famiglia e bambini, sono usciti dal guado e hanno preso una direzione chiara; mi fa sempre piacere vederli, ma onestamente pappine, ecografie e mutui casa non sono il mio argomento di conversazione preferito, anzi non sono nemmeno tra i primi cento, e insomma, come con l’aborigeno australiano di Guzzanti, ma io e te che cosa ci dobbiamo dire? Io, l’unico altro single del gruppo, e un paio di amici che per motivi vari hanno di quei rapporti laschi per questioni di tempo o di spazio, finiamo regolarmente a fare la riserva indiana in fondo al tavolo.

D’altra parte, la vita da ventenne non mi piaceva a vent’anni, non è che mi interessi adesso; non sono mai stato un frequentatore di discoteche, sono troppo stanco per andare a dormire alle quattro su una panchina, e alcool, canne e sesso con la prima che passa, senza sentimento, non sono un obiettivo che mi attiri.

E’ probabile che finisca anch’io a fare il monaco da convegno e da attivismo politico; non è una brutta cosa, e appaga comunque le mie parti intellettuali; mi permetterà insomma di tessere tappeti sempre più grandi e pesanti. Avrei preferito lasciar stare, e dedicarmi a vivere con un’altra persona; ma, come spesso accade per i casi della vita, l’unica con cui abbia mai trovato un legame profondo non ha più avuto il coraggio di provare a ricambiarlo, nè la si può biasimare per questo.

Come vigilia di Natale, qui dal mio solito divano, non posso che augurarvi una buona giornata e una buona serata, sperando che troviate dei regali sotto l’albero; io, di mio, mi unisco di cuore al collega che da settimane ha attivato il conto alla rovescia per il ventisei dicembre, e mi auguro per l’anno prossimo un Natale fuori dal guado.

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sabato 23 Dicembre 2006, 16:12

Calcio verace

Sono in casa in attesa di uscire, mentre smazzo un po’ di mail e di arretrati (comunque troppi, non ce la farò mai). Ho scoperto solo all’ultimo che oggi c’è la partita, e così non ho fatto in tempo a invitare nessuno; allora, visto anche che ho da fare, ho deciso di non comprare la partita su Mediaset Premium e di seguirla all’antica, con la radio e con le trasmissioni delle TV private.

In particolare, su Retesette Piemonte è in onda la tradizionale pseudo-diretta, con il noto conduttore teleradiofonico Dario “Dante” Castelletti – che shock vederlo in faccia dopo sette anni di radio -, i vej signor che fanno il commento tecnico – ossia si lamentano di qualsiasi cosa – e le signorine che prendono le telefonate.

Il tutto scorrerebbe pacificamente in sottofondo, se non fosse proprio per le telefonate: ovviamente, chiamano solo vecchietti dai settant’anni in su, che di solito – e specie sotto Natale – prorompono in un interminabile racconto della propria vita, mischiato a qualche ricordo di giocatori del Toro che erano già morti quando metà dello studio non era ancora nato. In alternativa, può chiamare una signora dallo spiccato accento siciliano che chiede ai conduttori come fare a spedire il pallone del Centenario a suo nipote a Catania, perchè con le Poste non si sa mai… Si susseguono così scene di imbarazzo, in cui i conduttori cercano di arginare il flusso di coscienza e di riportare l’interlocutore sul tema.

Il massimo poi si raggiunge con gli habitué: alla telefonata di un tal signore, Castelletti è sbottato in un “noo…” e poi “l’ho già riconosciuto”. Il signore suddetto ha cominciato un volo pindarico che convergeva verso una benedizione urbi et orbi per il santo Natale. Per fortuna, in breve è casualmente caduta la linea.

P.S. Comunque finisca la partita col Livorno, va festeggiato il primo gol in A di Gabriele Cioffi, l’altissimo difensore che è approdato in serie A adesso, a trentadue anni, dopo tanti anni di serie C e uno in B col Mantova l’anno scorso. Anche quest’anno è partito dalla panchina, e a forza di arrivare all’allenamento un’ora prima degli altri e di lavorare in silenzio è diventato presto titolare e ora anche goleador, con tanto di inchino alla curva per festeggiare (altro che il saluto romano ai comunisti livornesi del laziale Pandev, nello stesso luogo domenica scorsa, con successivo rissone). A me piacciono sempre queste storie, di calciatori mai baciati dalla dea Eupalla, che però non mollano mai, e alla fine, a forza di fatica, arrivano là dove tanti campioni dalla discoteca e dalla velina facili falliscono. Non è un caso che Cioffi sia già un idolo dei tifosi, perchè queste sono storie da Toro.

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sabato 23 Dicembre 2006, 02:41

Confermo: musica.

Questo post è solo per confermare quest’altro, e il fatto che uno può arrivare a casa assonnato dopo un cenone da amici, dire tra sè e sè “va bene, ne provo solo una”, e poi andare avanti sempre più esaltato per oltre due ore – anzi, sempre più alterato, perchè quando si suona per un po’, specie di notte, si entra in una specie di trance totale in cui il cervello è spento, e gli stimoli vanno direttamente dagli occhi alle mani, o, quando la musica è pregna, dall’anima alle mani.

Anche in età adulta, da persone serie, si può, si deve continuare a roccheggiare! In più, stasera ho scoperto vari gran pezzi (appunto: approfondire per bene i Kiss), e ne ho riscoperti altri dell’epoca (I feel so alone / Gonna end up a big ol’ pile o’ them bones – questa la suonavo anche, nelle birrerie). Menzione speciale per un brano a me totalmente sconosciuto di un gruppo a me totalmente sconosciuto, tal Carry On Wayward Son di tali Kansas, che è assolutamente eccezionale (però sono trent’anni che non è più obbligatorio inserire almeno cinque cambi di tempo per brano, eh!).

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venerdì 22 Dicembre 2006, 15:13

Dilemmi di giornata

Ma che cavolo ha tutta ‘sta gente da essere in giro in macchina, bloccata per tutte le vie e gli incroci della città?

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giovedì 21 Dicembre 2006, 16:40

Giochi

Ieri mi è arrivato un pacco dalle Isole del Canale; oggi l’ho aperto.

Infilo il disco nella mia playstation, così a metà pomeriggio, solo un attimo, per vedere che c’è. Scegli una canzone, una sola; all’inizio ce ne sono poche, bisogna giocare un po’ per poterne suonare altre. Prendiamone una. Una? Tra queste? Ok.

Parte, una telecamera a spalla che si infila in un sordido pub, potrebbe essere l’inferno della Divina Commedia, o la cantina del Manhattan. Sul palco si attacca Heart Shaped Box, modalità difficile. Io, con la chitarra in mano, e il fantasma di Kurt Cobain scolpito nel cervello.

She eyes me like a pisces when I am weak. Aveva capito tutto, quell’uomo. Compreso che c’è qualcosa di speciale che si scatena quando un uomo prende in mano uno strumento musicale, meglio ancora se la chitarra, l’anima del rock. Perchè la mia adolescenza passata a chiedere a Bach la spiegazione delle segrete regole del mondo è storia chiusa; ma è quando si diventa adulti in questo fottuto mondo – I’ve been locked inside your heart-shaped box for weeks -, è quando si scopre che di armonia ce n’è poca e spesso è solo finta, che l’uomo imbraccia la sua chitarra, pompa il distorsore, e chiude fuori per un attimo tutto il resto.

Forever in debt to your priceless advice. La canzone si snoda come si snodava più di dieci anni fa, vomitando emozione, pezzi di vita mal digeriti, rimasti sullo stomaco, congelati e scongelati come una bistecca. Sa di sesso e di morte (poco di amore, ormai merce rarissima), è dolce e velenosa, disperata come la prima metà degli anni Novanta. Broken hymen of Your Highness, I’m left black. Sollevi il manico con la mano, come solleveresti una gonna. In questo momento di passione, ci sei solo tu e la musica, tu e quello che avrebbe potuto essere e non è, tu e una preghiera silente che già si è fatta imprecazione maledetta. Throw down your umbilical noose so I can climb right back.

E poi, posare il giocattolo, spezzare il cerchio magico, e tornare felicemente alla realtà, nella serenità di un pomeriggio invernale. Non importa quanti tasti ha la tua chitarra e che cosa la faccia suonare, importa il mondo insondato di profondità mai viste che ti porti dentro, e che ogni tanto, anche solo per gioco, si affaccia alla luce.

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giovedì 21 Dicembre 2006, 11:51

Auguri a Torino

Si possono fare gli auguri ad una azienda che non si conosce e di cui non si è mai stati clienti? Si può, in qualche caso.

Il festeggiamento in questione in realtà è condiviso tra due nomi diversi, non so se parti della stessa azienda o meno. Il primo nome è Leone, ma non quello delle storiche caramelle; si tratta di una grande azienda di tubi e ferramenta sita all’angolo più remoto della Pellerina, su via Pietro Cossa. E’ un punto di grande passaggio, e sulla sede aziendale campeggia da sempre una enorme insegna al neon, talmente grande che, di notte, la si legge distintamente anche dall’aereo quando si sta scendendo verso Caselle; un vero landmark cittadino.

Vent’anni fa, il business dei tubi doveva essere in calo, e quindi nel palazzo è comparsa una seconda attività: quella degli antifurti Security Cà. Visto che il tetto se lo era già preso l’altro nome, quelli degli antifurti per farsi notare occuparono l’angolo sopra la porta, proprio di fronte agli automobilisti che svoltano; e ci misero un pannello luminoso con l’indicazione, sempre aggiornata, del numero complessivo di clienti della loro azienda.

Quando ho cominciato a guidare, una decina abbondante di anni fa, il numero era di qualche decina di migliaia di unità; l’ho visto crescere negli anni, notando giorno dopo giorno i diversi numeri. Avrò pure l’anima del matematto, ma che emozione quando, per combinazione, il pannello segnava proprio il mio vecchio numero di matricola del Politecnico!

Bene, qualche giorno fa è successo l’impensabile (ma pianificato, visto che sin dal principio il pannello aveva spazio per sei cifre): proprio in vista del Natale, è stato raggiunto il numero centomila. Sarà sicuramente una festa per il titolare e per il suo portafoglio, ma lo è stata un po’ anche per tutti gli abitanti della parte occidentale di Torino; perchè a forza di passarci davanti non possiamo non aver cominciato a fare un po’ il tifo per chi, con una tenacia tutta torinese, porta avanti giorno dopo giorno il proprio lavoro per vent’anni, passo dopo passo, fino a raggiungere il risultato.

E quindi, buone feste anche agli antifurti, e a tutti quei pezzettini di vita grandi e piccoli – persone aziende alberi e case – che compongono l’anima della mia città!

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giovedì 21 Dicembre 2006, 00:52

Cene di Natale

Questa sera ho addirittura rinunciato a Toro-Roma per andare a una delle varie cene di Natale a cui sono stato invitato; a questa ci tenevo, trattandosi della tradizionale cena del gruppo di ex colleghi vitaminici.

Eppure, tutto ciò che poteva andare storto lo ha fatto! Per iniziare, la cena era alle 20:30 in un posto ben fuori Torino, e io a pranzo avevo mangiato soltanto una scatoletta di tonno; un pezzo del gruppo si è presentato con mezz’ora buona di ritardo, e quindi fin quasi alle 22 non abbiamo iniziato a mangiare, col risultato di rendermi idrofobo.

Dopodichè, mi sono ripreso un po’ col cibo, e la cena è scivolata via abbastanza normalmente, se non per il fatto che c’era molto vino e poco da mangiare. La cosa è peggiorata quando la conversazione si è assestata sull’unico argomento disponibile per metà della tavolata – il noto gioco di ruolo online World of Warcraft – e la noia ha cominciato inesorabile a invadere la mia mente, accompagnata da una incazzatura onesta e disperata quando si sono dimenticati del mio dolce.

Di lì in poi, in testa ho solo sensazioni confuse, tra cui quella di carezze varie (mi avranno mica baccagliato?), fino a una sensazione orribile di soffocamento, come se stessi per morire; mi sono svegliato di soprassalto e mi sono ritrovato con un gusto dolciastro in bocca e caffè rovesciato su tutti i vestiti (pare che abbiano cercato di farmi bere il caffè versandomelo in bocca mentre dormivo, e ovviamente mi è finito nei polmoni).

Mi tocca pure pagare ventinove euro per mezzo antipasto e una pizza: una vera rapina. Sarà meglio che Natale non si ripresenti tanto presto!

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mercoledì 20 Dicembre 2006, 07:30

E-Ultras

La settimana scorsa, nella tifoseria del Toro, si è verificato un episodio che ha fatto scalpore: due ultras si sono recati nel negozio sociale in piazza Castello e, a suon di minacce e ceffoni, si sono fatti consegnare del materiale e se lo sono portato via. Rapina? E’ così per i giornali, ma non per gli ultras stessi, che, parlando di malintesi, hanno cominciato a diffidare più o meno gentilmente chiunque osasse porre la cosa in altro modo; in pratica, sul forum di Toronews i moderatori hanno dovuto cominciare a chiudere buona parte dei thread dove si parlasse dell’episodio, preoccupati di possibili ritorsioni fisiche su loro stessi in caso contrario.

Ora, direte voi, tutto normale: trattandosi di un ambiente dove, diciamo così, la cultura in generale e il rispetto della differenza in particolare non la fanno da padroni, è normale che vi sia una specie di reazione “da branco” tesa non ad affrontare il problema in sè, ma a difendere a forza chi fa parte del gruppo e a minacciare chi non ne fa parte.

Poi succede di leggere su Punto Informatico di oggi un reportage sulle attuali polemiche interne alla comunità Debian (la distribuzione Linux per “duri e puri”): un gruppo di persone ha messo in piedi una raccolta di fondi per stipendiare i due principali gestori del rilascio della distribuzione, e tutti gli altri contributori si son detti: saremo mica i figli della serva? E così, da buona tradizione progressista, hanno iniziato uno sciopero bianco per ottenere uno stipendio anche loro, o perlomeno ottenere che non lo diano agli altri.

La cosa più interessante, comunque, è la reazione a tale articolo: aprendo il forum dei commenti, già alle sette di mattina si trovavano circa duecento post, la maggior parte dei quali pro Debian più o meno con gli stessi slogan che si sentono allo stadio. Insomma, al solito il problema non è la sostanza della discussione, ma il fatto che qualcuno si permetta di menzionare il problema, il che secondo i debianisti, anche se non si stanno a guardare i post fatti solo di slogan, è meritevole di una negazione del problema (“Gobba? Quale gobba?”) seguita da velate minacce.

Che la comunità Debian (o meglio, molti suoi esponenti, senza generalizzare) approcci il mondo esterno con la stessa apertura, la stessa onestà intellettuale e lo stesso rispetto per la diversità che caratterizzano gli ultras dello stadio fa un po’ impressione, ma non è una sorpresa per chi ci ha avuto a che fare. Del resto, giusto ieri ho assistito a una discussione in cui uno dei maggiori esponenti della comunità Linux romana ha accusato un signore, che si era solo permesso di fare qualche obiezione alla proposta di legge Folena sull’open source, di essere un agente segreto delle “major che ammazzano la gente”, al soldo del capitalismo e di sporchi interessi personali.

Certo però che è triste notare come esistano pattern di comportamento umano per cui pensare con la propria testa risulta sempre difficile, ed è più facile nascondersi dietro un marchietto o un colore di qualsiasi genere, per poi aggredire chiunque non vi si riconosca; e ancor più triste che li adottino quelli che, come i sostenitori del software libero, spesso si richiamano a valori morali di alto livello. Purtroppo, di norma sono solo parole.

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martedì 19 Dicembre 2006, 23:42

Vladimir Arthur

Nella vita, tutto si tiene. E così da parecchio tempo mi capita sporadicamente, quando sono in auto, di attaccare Radio Flash il martedì sera (prima, se non erro, era il mercoledì) e di ascoltare la mitica trasmissione Nel segno del Graal.

Come potete immaginare dal nome, è una trasmissione che si occupa di miti e leggende di ogni genere, partendo dai Celti per arrivare agli UFO attraverso i nativi americani, con escursioni spiritual-religiose nei miti della terra, nell’alchimia e nell’animalismo. In pratica, un contenitore di vaccate: nessuna leggenda metropolitana è troppo insensata, nessuna puttanata è troppo incredibile per non venire snocciolata con convinzione ai microfoni della trasmissione.

Per esempio stasera, nei cinque minuti che ho ascoltato, dopo un pippone animalista a favore del vegetarianesimo ci si è concentrati su un presunto complotto tecnologico di non meglio precisati “militari”, che avrebbero sviluppato la tecnologia per far respirare l’uomo nell’acqua, e l’avrebbero anche sperimentata sospendendo per mesi sott’acqua una gabbia di conigli protetti dall’apposita membrana (e qui, giù pippone parentetico contro il maltrattamento subito da questi poveri animali); ma poi, di queste tecnologie fantastiche di cui tutti parlavano dieci o quindici anni fa non s’è più saputo nulla perchè c’è sempre più censura. E però, bisogna ringraziare questi “militari” perchè stanno costruendo in segreto il mondo del futuro su Marte, realizzando una colonia dove non ci saranno conflitti, perchè loro avranno nel frattempo eliminato tutte le religioni, primo tra tutti il cattolicesimo, religione triste che celebra la violenza nella morte del proprio Dio (e giù altro pippone animalista parentetico sulla strage di agnelli per Natale, che poi sarebbe per Pasqua ma ‘ste feste sono un po’ tutte uguali).

Insomma, a parte l’ottima musica celtica (che a me piace molto), questa trasmissione sembra un po’ una puntata di Zelig, però involontaria; non si capisce bene perchè una radio di sinistra dura come Flash la ospiti, se non forse per l’anticlericalismo spinto.

Tuttavia, non vi ho ancora spiegato perchè tutto si tiene: ebbene, la trasmissione è realizzata da Rosalba Nattero e Giancarlo Barbadoro, promotori della associazione Grotta di Merlino, con apposito negozio sotto i portici di piazza Statuto (ma anche attività in mezzo mondo e vari progetti collaterali, tra cui un portale per i viaggi nel tempo…); due dei più famosi kook della storia della rete.

Chi è vecchio di Internet (.mau. in particolare) ricorderà infatti il primo grande flame della storia della Usenet italiana; stiamo parlando degli anni tra il 1993 e il 1995, quando it.* nemmeno esisteva e l’unico newsgroup italiano era soc.culture.italian. Fu proprio su quel gruppo che loro cominciarono a postare ogni genere di puttanat… pardon, verità segreta, provocando la reazione dei partecipanti e quindi le controaccuse di censura paramilitar-governativ-poterifortica, in un rissone talmente storico che la gente lo ricorda ancora dieci anni dopo.

Ammirando quindi la pervicacia con cui ammorbano ogni possibile strumento di telecomunicazione, trovo rassicurante che ciò che dieci anni fa era stato respinto a gran voce da Internet ora vada a finire sulla branca torinese di Radio Popolare: vuol dire che la sinistra bertinottiana è disperatamente alla ricerca di nuovi miti da affiancare a quello di Vladimir Ulianov, e che Re Artù è appena stato assoldato alla bisogna.

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