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venerdì 15 Novembre 2013, 17:03

Una visita al CIE

Ieri ho avuto la possibilità di visitare il CIE (Centro Identificazione ed Espulsione) di corso Brunelleschi a Torino. Credo che sia quindi utile portarvi con me in un rapido giro e raccontarvi le cose che ho appreso, di modo che ognuno possa formarsi una opinione più informata sul senso di questi centri.

Il CIE nasce nel 1998, a seguito di una direttiva europea; al quartiere fu promesso che sarebbe stato lì solo un paio d’anni, ma quindici anni dopo è ancora lì. A un costo iniziale di 18 milioni di euro si è aggiunta una ristrutturazione, completata tre anni fa, per altri 14 milioni di euro, che lo portò ad essere il più grande d’Italia. Il CIE non è un carcere, e non è costruito coi criteri di sicurezza di un carcere, ma è comunque un luogo in cui risiedono dei “trattenuti”, persone straniere clandestine e/o dall’identità sconosciuta in attesa di essere identificate ed espulse: per questo ci sono gabbie e barriere.

L’identificazione non consiste solo nel dare un nome alle persone, ma soprattutto nell’ottenere che il loro Paese se li riprenda, emettendo un lasciapassare che gli permetta di affrontare il rimpatrio (il 95% delle persone difatti arriva al CIE senza documenti, dunque anche senza un passaporto per poter passare la frontiera). In diversi Paesi europei non vi è limite al tempo di trattenimento delle persone nei CIE, ma in Italia il limite è di 18 mesi; di norma, comunque, se lo Stato non riesce a rimpatriare qualcuno entro sei mesi lo lascia libero, perché a quel punto si presume che non esista la possibilità concreta di rimpatriarlo. Esistono diversi altri motivi per cui non si può essere trattenuti nel CIE; se si è minore o donna incinta, se si è diabetici, persino se si hanno fratture che richiedono l’ingessamento (ci si può far male da soli per uscire). Alla fine, mediamente solo il 50% delle persone che entrano nel CIE viene effettivamente espulso e rimpatriato; gli altri tornano liberi con un foglio che gli ordina di andarsene dall’Italia, cosa che ovviamente non fanno, a meno di non riuscire ad andare a nord.

I “trattenuti” hanno a disposizione degli avvocati, che spesso vengono ringraziati con disegni, lettere e in un caso addirittura con un murale dipinto nella loro stanza; e dei medici, che ne controllano lo stato di salute. Spesso partono scioperi della fame con implorazione “fatemi uscire sto morendo” che poi risultano finti, perché le persone rifiutano il cibo ma poi trovano il modo di mangiare altra roba giunta dall’esterno; anche noi siamo stati fermati da un detenuto che lamentava di avere l’epatite, con immediata mobilitazione di alcune consigliere, a cui il medico ha risposto che non era il caso.

La cosa che colpisce in realtà è quanto è piccolo il CIE, pur essendo il più grande d’Italia. Tre anni fa aveva 210 posti, divisi in sei aree separate di cui una femminile, ma adesso ne ha soltanto 98, di cui soltanto 85 sono occupati (il 60% da persone fermate a Torino e provincia, il resto da fuori). In ogni area potrebbero vivere 35 persone, divise in cinque camerate da sette, ma di solito ce ne sono al massimo una ventina.

Ogni camerata è dotata dei letti, di alcune caselle di legno, di un bagno e di un televisore; non ci sono armadi, perché, ci hanno spiegato, venivano spaccati e usati come armi. Il risultato è ovviamente quello di una scarsa intimità, a cui i “trattenuti” rimediano come possono.

Ogni area ha poi una casetta separata utilizzata come mensa e luogo di ritrovo, nella quale vi sono anche un lavandino (studiato per non poter essere divelto) e un telefono.

L’intero centro, pur sorvegliato da ragazzi dell’esercito in tuta mimetica, è gestito dalla Croce Rossa, che ha vinto il relativo appalto. Tra le cose che fanno c’è la gestione dei pasti, che vengono preparati e distribuiti caldi ma impacchettati (non ci sono fuochi, gas o attrezzi per scaldare dentro le gabbie).

Loro cercano di soddisfare i “trattenuti” almeno in questo, per cui ognuno può indicare le proprie preferenze (su 85 ospiti vi sono 81 menu diversi) e il numero di pasti è sovrabbondante, per cui chi vuole può fare il bis e anche essere un po’ schizzinoso: ad esempio abbiamo visto un ospite prendere il riso attraverso l’apposita feritoia, non gradirlo, scaraventare fuori tutto il pacchetto e chiedere un’altra cosa.

Ogni “trattenuto” riceve dalla Croce Rossa 3,50 euro al giorno, che può utilizzare per ricariche telefoniche, per comprare le sigarette o per poco altro; comunque, spesso parenti e amici inviano vaglia postali, oltre ai soldi (spesso non pochi) che ognuno di loro aveva in tasca quando è stato fermato. Oltre alla televisione, sono disponibili un campo da calcio e dei canestri da basket: non c’è molto con cui ingannare il tempo.

Forse vi starete chiedendo come mai, su 210 posti originari, ce ne sono ora soltanto 98. Il motivo è che gli altri posti sono stati devastati nelle periodiche rivolte, e così molte delle camerate – e anche una intera area – sono chiuse, mentre gli altri vivono tra le tracce degli incendi passati: qui, ad esempio, sono in uso solo due camerate su cinque.

Vi sono diversi motivi per cui le rivolte sono così frequenti. Innanzi tutto, a differenza di ciò che avveniva molti anni fa, oggi quasi mai chi entra in un CIE è un clandestino appena sbarcato; la popolazione è “paracarceraria”, ovvero quasi tutti sono in Italia da molto tempo e sono già stati per molti anni in carcere, uscendone senza permesso di soggiorno e quindi venendo poi ri-fermati e inviati al CIE. L’assurdità, difatti, è che per legge non possono essere avviate le procedure di identificazione e rimpatrio mentre sono in carcere, dunque devono scontare la pena, uscire, finire in un CIE e poi aspettare mesi lì dentro per lo svolgimento delle procedure. E loro stessi dicono: almeno in carcere sapevo perché ero dentro, ma qui? E perché non avete svolto le procedure mentre ero in carcere? Aggiungete che il livello di sicurezza è molto più basso e che fuggire è possibile – qui sotto vedete l’angolo da cui, arrampicandosi, tutti provano a scappare, e che non si può bloccare meglio per evitare il rischio che si ammazzino scappando, con conseguenti responsabilità penali e polemiche politiche – e capirete perché due volte al mese c’è una rivolta.

Inoltre, nel CIE di Torino (non dappertutto è così) ai “trattenuti” viene lasciato un telefonino, purché privo di fotocamera (se no gli chiedono di spaccarsela). Molti di loro sono in diretto contatto con l’esterno, dove sia i parenti che i centri sociali li aiutano a ribellarsi. Tempo fa, per esempio, fu lanciato dall’esterno un seghetto col quale furono tagliate le gabbie per poi cercare di uscire (qui vedete la riparazione).

In più, grazie al telefonino e alla televisione, loro sono informati di ciò che succede negli altri CIE e in Italia, e dunque a ogni episodio di razzismo che finisce sui giornali o che gli viene raccontato (vero o falso che sia, spesso vengono messe in giro voci ad hoc) o a ogni rivolta in altri CIE parte una rivolta anche a Torino.

Qual è la conclusione? Sicuramente questo è un luogo spiacevole; vedere delle persone dentro delle gabbie non fa piacere a nessuno, e il luogo – pur con tutto l’impegno della Croce Rossa – è comunque grigio, piuttosto sporco, degradato, con l’aspetto da campo profughi e in più le gabbie. L’impressione però è che il problema di fondo sia l’inconcludenza italica, per cui si decide di espellere delle persone “ma non troppo”, e dunque poi metà non vengono espulse e l’altra metà si perde in mesi di burocrazia che forse si potrebbe evitare, e tutte le due metà stanno per troppo tempo in condizioni comunque poco umane. Chi ha in gestione il CIE fa quello che può, ma è il modo in cui si approccia l’immigrazione in Italia che non funziona.

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venerdì 8 Novembre 2013, 13:29

Vittorie e battaglie sui rifiuti

Nelle scorse settimane sono state approvate definitivamente le tariffe Tares, di cui vi avevo già parlato. Sono state approvate senza modifiche, e anzi alle opposizioni non sono nemmeno stati forniti i dati minimi necessari per fare proposte di modifica. Sono tariffe che concederanno anche qualche sconto ad alcuni, ma che su alcune categorie, dalle famiglie numerose ai ristoranti e ai banchi di alimentari del mercato, peseranno come un macigno.

In uno scenario del genere, noi abbiamo comunque studiato approfonditamente il tema e presentato numerose proposte concrete, strappando anche alcune vittorie. Queste sono le cose che abbiamo proposto e che il consiglio comunale ha approvato:

  1. L’impegno a stanziare ogni anno i soldi necessari per far crescere la raccolta differenziata in città dell’1,5%, mediante l’estensione della raccolta porta a porta (mozione 1, punto 1).
  2. L’impegno a studiare modi per migliorare la raccolta e aumentare il ricavo dalla vendita dei rifiuti differenziati, abbassando così le tariffe (mozione 1, punto 2).
  3. L’impegno a valutare metodi per misurare quanta immondizia produce ciascun utente e a farlo pagare in proporzione (mozione 1, punto 3; la maggioranza tuttavia non è del tutto convinta e ha reso il testo più vago parlando anche di “aree omogenee”).
  4. L’impegno a chiedere ad Amiat una “spending review” che faccia ridurre i costi e di conseguenza le tariffe (mozione 2; noi avevamo chiesto il 10% di taglio in tre anni, ma il sindaco ha risposto “così poi devono licenziare qualcuno”; l’impegno è a ridurre anche solo di un euro, ma se già per tre anni i costi non aumentassero ancora sarebbe una grande vittoria).
  5. L’impegno a rivedere gli studi, vecchi di un decennio, che determinano le tariffe delle varie categorie commerciali (mozione 3, punto 1).
  6. L’impegno a promuovere forme di autogestione della raccolta rifiuti nei mercati, per abbassarne il costo e permetterne il controllo diretto agli operatori (mozione 3, punto 2).
  7. L’impegno a prevedere sgravi sulla Tares per i “negozi leggeri” che vendono solo prodotti senza imballaggi (nostro emendamento accolto nella mozione 4).

Insomma, ci siamo dati da fare seriamente e costruttivamente, come potete sentire anche nel lungo intervento contenuto nel video. Peccato che, come vedete alla fine, poi arrivino altri gruppi politici che si mettono semplicemente a tirare fuori un bidone ed agitarlo in aula, attirando i fotografi come le mosche; noi siamo comunque convinti che il nostro approccio sia quello che alla fine produce più risultati per i cittadini.

Comunque, il problema della Tares resta ed è grave, e sicuramente avete saputo della manifestazione dei mercatali che martedì ha bloccato Porta Susa. Ognuno si può fare l’opinione che crede, ma queste sono famiglie che rischiano il posto di lavoro, a fronte dell’aumento delle tasse e della contemporanea politica di continua apertura di nuovi supermercati adottata da Fassino; martedì noi siamo gli unici che sono andati ad ascoltarli, e ora vi lasciamo con un testo che uno di loro ci ha mandato, con preghiera di pubblicazione, per far sapere che le cose non sono proprio come le raccontano i giornali.

“Per dare una risposta a Passoni, assessore al Bilancio, e al sindaco Fassino è doveroso chiarire alcuni punti: a Torino la situazione del commercio e quindi degli ambulanti sta precipitando per due principali motivi, oltre che per la solita storia della crisi:

  • una politica favorevole ai centri commerciali e di disinteresse e ostacolo verso i mercati.
  • una pressione fiscale da parte del Comune che non ha nulla a che vedere con gli scontrini ma che colpisce l’ambulante soltanto perché “esiste”.

Stiamo parlando di circa 3000 euro per 10 mq (nel 2004 si pagava euro 1320) per gli alimentari e 800 euro per non alimentari che fanno 1-2 kg di carta al giorno. Ed è riconosciuto che facciamo molti meno rifiuti di alcuni anni addietro. Strano: meno rifiuti si fanno negli anni, più si paga… Torino – Amiat (azienda raccolta e smaltimento) è proprio strana.

Chi ha superfici maggiori paga proporzionalmente, quindi ci sono ambulanti che pagano anche 5000-6000 euro/anno e anche più. La tassa dei rifiuti per gli ambulanti torinesi è la più alta d’Italia, più del doppio di Milano e il triplo di Bologna, e gli aumenti proseguiranno. Non è più sostenibile: e il motivo che adduce Passoni che circa il 40% non paga la tassa non giustifica che bisogna caricare tutto su chi paga: è una risposta ben misera.

Questo fuoco che sta divampando tra i commercianti, anche i negozianti, è da circa un anno che lo facciamo presente. Ma lo stesso Fassino non ci ha mai incontrato, e tutte le volte che lo abbiamo cercato lui non c’era mai. Un sindaco che di fronte al grido di grande disagio di molti suoi cittadini non c’è mai. Probabilmente pensa che sono tutte storie, che i commercianti sono pieni di soldi… e via così. A Torino in gennaio e febbraio hanno chiuso circa 240 negozi, 6400 in tutta Italia in due mesi. Quindi sono tutte storie? Stiamo andando sempre peggio.

Molti mercati torinesi si sono desertificati perché gli ambulanti non li frequentano più, non rendono più niente e le licenze si stanno restituendo al Comune perché non si riescono a vendere da diversi anni. Ci sono un mucchio di ambulanti che incassano meno di 100 euro al giorno e devono decidere se mangiare o pagare le tasse comunali, compresa l’occupazione del suolo pubblico, minimo 1250 euro per 10 mq. Le organizzazioni sindacali Anva – Fiva – Confcommercio latitano e portano avanti il loro compito principale: fare da commercialisti agli ambulanti e negozianti.

Invece di ridurci queste tasse il Comune non interviene su Amiat, il cui amministratore delegato ha pensato bene di creare l’incarico di direttore commerciale e di farsene carico con il relativo stipendio. 2 incarichi = 2 stipendi.

Un fuoco probabilmente destinato a divampare!”

Aggiungo un’ultima cosa talmente assurda che non me ne capacito: nella tabella delle tariffe voi trovate dei valori a metro quadro e anno da cui apparentemente quella dei mercati sembra ragionevole: per esempio i ristoranti e simili pagano 41 €/mq/anno mentre gli ambulanti alimentari ne pagano 52. Il problema è che il Comune di Torino, unico in Italia, ha adottato questo metodo di calcolo: mentre un pizza al taglio di 20 mq aperto sei giorni a settimana paga 41 * 20 = 820 €/anno, un banco del mercato di 20 mq che fa ogni settimana sei mercati in sei giorni diversi paga sei volte, ovvero paga 52 * 20 * 6 = 6240 €/anno. Ma che senso ha, a parte quello di nascondere al cittadino medio l’esosità delle tariffe applicate ai mercati?

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mercoledì 30 Ottobre 2013, 15:41

I dati di spesa sul welfare

Ieri il consiglio comunale ha approvato il bilancio di previsione per il 2013; e già l’idea di approvare un bilancio di previsione – che dovrebbe pianificare le spese dell’anno – a fine ottobre, avendo atteso per tutto l’anno che da Roma decidessero su IMU eccetera, dimostra quanto la gestione della cosa pubblica sia ormai in totale emergenza.

Vorrei affrontare in questo post l’argomento dei finanziamenti al welfare, ossia a tutte quelle categorie deboli che hanno bisogno di essere sostenute dalla collettività. In questo modo potrò anche chiarire una questione che mi è stata sollevata infinite volte nelle scorse settimane, girandomi a colpi di due o tre al giorno due link (presi da blog piuttosto xenofobi) che hanno imperversato per i social network, ovvero “la città dà cinque milioni di euro agli zingari e poi taglia le scuole” e poi “undici milioni di euro regalati a zingari e immigrati”. Io vi dirò come stanno le cose, poi ognuno potrà farsi la propria opinione.

Questa è la tabella che illustra gli stanziamenti per le varie macro-categorie del welfare cittadino, confrontati con quelli degli anni precedenti, aggiornando quella che già vi avevo mostrato lo scorso anno:


2011 2012 2013 Var. sul 2012 Var. sul 2011 % sul tot.
Stranieri e nomadi 4.229.312 4.291.577 10.909.570 +154,2% +158,0% 11,3%
Anziani e famiglie 37.689.973 29.581.872 32.228.987 +8,9% -14,5% 33,3%
Adulti in difficoltà 6.864.354 6.925.343 8.111.122 +17,1% +18,2% 8,4%
Minori 22.607.373 18.737.517 19.888.586 +6,1% -12,0% 20,6%
Disabili 27.186.539 25.243.076 25.563.363 +1,3% -6,0% 26,4%
Altro 498.994 25.500 25.500


TOTALE 99.076.545 84.804.885 96.727.128 +14,1% -2,4%
di cui





Fondi comunali 41.172.897 40.176.639 42.417.521 +5,6% +3,0%  
Fondi esterni 57.903.648 44.628.246 54.309.607 +21,7% -6,2%

Quest’anno le cose sono migliorate; lo stanziamento complessivo è risalito quasi ai livelli del 2011, recuperando gran parte dei tagli del 2012, anche se per completezza va detto che su altre spese che non fanno parte del settore welfare le cose non sono andate così bene; per esempio il fondo per i trasporti dei disabili è di 1,5 milioni di euro (l’anno scorso erano 2,2, nel 2011 erano 3), e quello per i cantieri di lavoro (ovvero lavori socialmente utili per disoccupati) ha subito tagli analoghi.

Il grosso della risalita sul welfare vero e proprio, tuttavia, deriva non dai fondi comunali – che sono un po’ aumentati, ma sono aumentate non di poco anche le tasse… – ma dai fondi regionali e nazionali, che sono aumentati del 20% rispetto allo scorso anno. Ad ogni modo, questa è una buona notizia e ne va dato atto, dopo che molti di noi, in maniera bipartisan, avevano passato i mesi a battere sul tema.

In sostanza, sul welfare vengono stanziati 97 milioni di euro, così ripartiti: 32 per l’assistenza agli anziani, 26 per i disabili, 20 per i minori, 11 per stranieri e nomadi, 8 per gli adulti in difficoltà. Come detto, il totale è quasi pari a quello del 2011 (97 invece di 99) ma è diversa la ripartizione, che allora era: 38 per gli anziani, 27 per i disabili, 23 per i minori, 4 per stranieri e nomadi e 7 per gli adulti in difficoltà.

E’ chiaro che l’aumento di una volta e mezzo dello stanziamento per stranieri e nomadi è quello che proporzionalmente attira di più l’attenzione, ma va anche spiegato che tale aumento è dovuto all’arrivo di cinque milioni di euro di fondi nazionali stanziati molti anni fa per affrontare il problema dei campi nomadi abusivi e recentemente sbloccati; degli 11 milioni, i fondi comunali destinati a questo capitolo sono solo 800.000 euro, corrispondenti alla quota minima prevista per poter avere i finanziamenti nazionali; inoltre, una buona parte di questo fondo non è per i nomadi ma per i profughi e per i minorenni stranieri soli. E poi, è un po’ ingannevole parlare solo degli 11 milioni e non spiegare che ce ne sono altri 86 destinati a tutte le altre categorie, o non spiegare che l’aumento è un fatto straordinario derivante in gran parte da un fondo nazionale una tantum.

Certo, lascia perplessi anche la divisione dei 900.000 euro disponibili per investimenti nell’edilizia sociale per il 2013, che sono così ripartiti: zero per anziani, adulti, stranieri e minori; 300.000 euro per i disabili (realizzazione di rampe di accesso ai Poveri Vecchi); 600.000 euro per i nomadi (ripristino delle casette danneggiate nel campo regolare di via Germagnano e relativi impianti igienici e idrici; impianto di raccolta acque bianche nel campo di strada dell’Aeroporto; realizzazione di una barriera attorno all’area di Lungo Stura Lazio).

Allora, è vero che spendiamo “undici milioni di euro per zingari e immigrati”? Tecnicamente sì, almeno se equipariamo fondi locali e nazionali, ma la vera domanda è: ma questi soldi a cosa servono? Sono spesi bene o spesi male? E’ questo il problema; perché da una parte non possiamo pensare di risolvere il problema senza spendere niente (persino per abbattere le baracche abusive servono soldi e non pochi), ma dall’altra quanto speso in questi anni non è mai servito a risolvere il problema; si è limitato a finanziare associazioni direttamente connesse alla politica, dando risultati scarsi o nulli sia per i rom che per chi vive vicino a loro.

Insomma, io sarei ben lieto di spendere cinque milioni di euro se servissero a far sparire i campi abusivi, a togliere i bambini dall’immondizia (e dalle famiglie che li sfruttano), ad avviare qualcuno a una condizione di vita decente e a cacciare o catturare i delinquenti; ma ho il forte sospetto che anche questi soldi non serviranno a questo (nel video sopra trovate il mio intervento in aula quando si è discusso dell’argomento a settembre). E a cosa servirà ripristinare le casette di via Germagnano, distrutte nelle faide tra gli stessi occupanti, sapendo che verranno presto di nuovo devastate?

E allora, poi non ci si può lamentare se – come raccontavo anche nel mio intervento – mentre la politica pontifica e poi s’indigna e grida al razzismo a qualsiasi mezza parola non allineata sull’argomento, e però mantiene su queste spese una omertà difficile da penetrare persino per noi, basta girare per strada per sentire invettive e voci incontrollate contro “gli zingari” (ieri sul 4 un ventenne italiano apostrofava urlando il controllore con “e poi agli zingari non fate mai niente, anzi il Comune gli regala i biglietti e loro li rivendono e si fanno i soldi e poi girano senza”), e sui social network continuano a fare furore i link di cui sopra o foto come questa, in cui bastano un cartone e due pacchi di pasta a scatenare la furia da tastiera contro i rom, condivisa e approvata da decine di migliaia di persone. Io ho molta paura che prima o poi il nodo verrà al pettine, e nel modo peggiore.

Il discorso, peraltro, va per forza di cose esteso a tutte le categorie di cui sopra: c’è una grande parte di società che si trova in difficoltà ed è doveroso assisterla, ma al suo interno ce n’è una parte per cui questa assistenza è diventata un meccanismo opaco e clientelare, in cui la casa popolare o l’assistenza economica, anche se ottenute per diritto, implicano la riconoscenza in sede di cabina elettorale, o magari persino di congresso di partito (vedete l’istruttivo racconto del senatore Esposito su quanto avviene a Santa Rita); e ce n’è una parte di cui alla politica, più che il suo benessere, importano gli appalti che si possono dare ad aziende e cooperative amiche in nome del welfare.

In una società che prospera, la collettività è in grado di sostenere fasce anche rilevanti che vivono di pura assistenza; in una società in cui le fasce in difficoltà aumentano e le aziende chiudono, in cui le entrate fiscali diminuiscono e la spesa per il welfare aumenta, questo non è più sostenibile. Il rischio, conoscendo la politica, è che il welfare progressivamente sparisca per tutti, tranne che per quelli che permettono col loro voto di sostenere il sistema.

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venerdì 25 Ottobre 2013, 14:22

Approvato il bici plan

Era il febbraio 2011 quando il consiglio comunale, ancora sotto Chiamparino, decise di allegare al piano della mobilità urbana un documento di pianificazione del trasporto in bicicletta, denominato “bici plan”. Sono trascorsi quasi tre anni, e da quando siamo entrati non abbiamo mai mancato di raccontarvene e di spingere perché fosse realizzato. A luglio ne arrivò una prima bozza, e noi abbiamo dato vita a un’ampia consultazione con i cittadini e i gruppi di circoscrizione; il nostro gruppo di lavoro sui trasporti produsse una approfondita analisi con molte proposte migliorative.

Grazie allo sforzo, il bici plan non solo è stato approvato, ma contiene anche molte delle nostre proposte; per una volta, l’amministrazione ha mostrato un atteggiamento disponibile e costruttivo, e questo ci ha permesso di presentare miglioramenti utili e costruttivi e di votare infine a favore del piano. Abbiamo così presentato tredici emendamenti, concentrati essenzialmente su tre argomenti: la definizione di criteri costruttivi (già oggetto di una nostra mozione di due anni fa) per le future piste ciclabili, che spesso sono perfette sulla carta ma in realtà sono piene di ostacoli al punto da risultare inutilizzabili, sprecando i soldi pubblici; la partecipazione dei cittadini alla definizione dei progetti, tramite il passaggio preventivo dei progetti nelle commissioni consiliari delle circoscrizioni, aperte al pubblico, per evitare di realizzare infrastrutture che creano più problemi di quanti ne risolvono; e la garanzia dei finanziamenti necessari alla realizzazione del piano.

Abbiamo inoltre portato in aula un’altra nostra mozione che richiede una ulteriore specifica pianificazione per quanto riguarda i parcheggi per le biciclette, studiando i tipi di infrastrutture già presenti nel Nord Europa, come i parcheggi chiusi e custoditi, ma anche l’interscambio con i mezzi pubblici e il contrasto ai furti; e anche la mozione è stata approvata.

Il bici plan non è perfetto; in particolare, su ciascuno dei percorsi previsti nel piano (qui trovate una bozza quasi finale del documento, senza le ultime modifiche approvate in aula) ci sarebbe molto da dire, e prima di realizzarli si faranno ulteriori analisi e aggiustamenti. Il vero rischio, comunque, è duplice; da una parte che, nonostante le indicazioni dettagliate che abbiamo messo nel piano, si continuino a realizzare piste inutili perchè tortuose, lente, scomode, piene di pericoli e lontane dai percorsi dei principali spostamenti; dall’altra, che alla fine si realizzi poco o nulla perché, nonostante l’impegno di stanziare ogni anno almeno due milioni di euro dai proventi delle multe, di fatto i soldi vengano dirottati su altro.

Eppure, esso costituisce comunque un passo avanti: ora non resta che vedere se l’amministrazione si metterà al lavoro per realizzarlo davvero.

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venerdì 18 Ottobre 2013, 12:29

I rifiuti ammazzano la città

Quando molti anni fa ho iniziato ad attivarmi nel Movimento 5 Stelle, il tema dei rifiuti era già in cima alle nostre priorità; e ricordo che ai banchetti e alle serate molti ci guardavano con sufficienza, come i soliti ecologisti che si preoccupano delle tendine mentre il Titanic affonda. Forse molti di quelli che ci guardavano con sufficienza ora cambieranno idea, quando riceveranno la bolletta della nuova tassa rifiuti, la Tares (per chi non lo sapesse, quanto fin qui pagato per i rifiuti è considerato un acconto e a dicembre dovremo pagare la differenza rispetto alla nuova tassa).

I rifiuti, insomma, rischiano di ammazzare la città; e qui non mi riferisco ai pericoli per la salute portati dall’inceneritore, di cui abbiamo abbondantemente parlato. Mi riferisco invece al fatto che molte famiglie e molte aziende faranno grande fatica a pagare una nuova stangata, anche perché gli aumenti non ricadranno allo stesso modo su tutti.

Le tariffe Tares, difatti, si calcolano così: si prende il costo della raccolta rifiuti in città dello scorso anno, che è stato calcolato in 204 milioni di euro (di cui circa il 20% sono costi indiretti, principalmente quelli spesi da Soris per riscuotere il tributo, e su cui è stato aggiunto un 5% di addizionale provinciale per coprire i costi di questo fondamentale ente) e lo si ripartisce tra utenze domestiche e utenze non domestiche (commerciali, industriali, professionali…) proporzionalmente a una stima di quanta immondizia fanno le due categorie (risulta che le famiglie producano il 46% dell’immondizia totale e le aziende il 54%).

La parte domestica viene distribuita tra le famiglie torinesi in base a due parametri, i metri quadri dell’alloggio e il numero di persone che vi abitano; questo secondo parametro è stato introdotto dalla legge in base al principio che più sono le persone e più immondizia producono. Il risultato è riassumibile in questo grafico, che rappresenta la proposta della giunta: le diverse curve sono relative al numero di componenti del nucleo familiare.

Sono comunque previsti degli sconti in base all’ISEE, del 50% sotto i 13.000 euro, del 35% tra 13.000 e 17.000, del 25% tra 17.000 e 24.000. Tuttavia, per le famiglie numerose ci sarà un aumento molto significativo (una famiglia di quattro persone in 90 mq pagherà oltre 300 euro), mentre i single pagheranno qualcosa meno dell’anno scorso.

La parte non domestica è distribuita in base ai metri quadri dell’attività e alla macro-categoria della stessa, in base a stime elaborate dall’Amiat su quanti kg di immondizia per mq produce un negozio rispetto a un banco del mercato o a un ufficio o a un parcheggio. Anche qui, è la prima volta che si fa il calcolo in questo modo e il risultato è un vantaggio per molte categorie che hanno una riduzione e pagheranno di meno (la più economica, parcheggi e magazzini a parte, è “chiese e oratori” che paga 43 centesimi al mq), ma ne consegue un aumento del 20% (sarebbe stato quasi del 50%, ma è stato calmierato) per i banchi alimentari dei mercati, per ristoranti e mense, per bar e birrerie, per gli alberghi, come da questa tabella:

E qui è scoppiata la rivoluzione, con proteste di piazza e infuocate audizioni consiliari. Per esempio, gli ambulanti ci hanno fatto notare che un banco di alimentari a Torino paga già tremila o quattromila euro l’anno di rifiuti, mentre lo stesso banco a Grugliasco ne paga 350 e l’intero Auchan di Venaria paga 12.000 euro. Come è possibile questa disparità? Il Comune risponde affidandosi agli studi tecnici, sui quali peraltro c’è stato un piccolo giallo: lo studio è stato commissionato dalla Città (100% pubblica) all’Amiat (100% pubblica fino allo scorso anno, ora 51% pubblica e 49% Iren di cui Torino è il primo socio) che l’ha appaltato all’IPLA (100% pubblico), eppure ambulanti e consiglieri non sono mai riusciti ad averlo; ci è stato dato ieri mattina intimandoci di non farlo circolare perché è “sotto copyright dell’Amiat”.

Lo studio risale a dieci anni fa, anche se i dati sono poi stati aggiornati ogni anno, e utilizza come campione i mercati Brunelleschi, Don Rua, Campanella e Chironi; ora, chi conosce la zona sa che gli ultimi tre sono da tempo morenti e addirittura quello di piazza Chironi è stato chiuso per oltre quattro anni per i lavori di un parcheggio pertinenziale; di qui le obiezioni degli ambulanti sulla significatività dei risultati. A maggior ragione dunque i mercatali dicono: perché dobbiamo subire un aumento di centinaia di euro l’anno, quando già facciamo fatica ad arrivare a fine mese, per uno studio segreto che non possiamo confutare? E come è possibile che le aziende torinesi (che già devono smaltire i residui inquinanti a parte, come rifiuti speciali) producano il 54% dei rifiuti urbani, quando la media europea e i valori di molti altri Comuni sono del 30-35%?

D’altra parte, dice il Comune, la raccolta dell’immondizia nei mercati ci costa 12 milioni l’anno e comunque la tassa rifiuti dei mercatali ne copre al massimo cinque; sette sono già messi, da anni, dalla collettività per sovvenzionare i mercati; inoltre, anche le famiglie dovranno sopportare aumenti pesantissimi. Di qui, la discussione poi degenera: i commercianti accusano, spesso senza tanti giri di parole, il Comune e Amiat di “mangiarci sopra” all’infinito; e qualche consigliere della maggioranza, spazientito, ha risposto dicendo “tanto questa è l’unica tassa che pagate” e “i ristoranti sono gli unici che continuano a crescere e far soldi”; insomma, la fiera del luogo comune.

E’ difficile, in effetti, intervenire in modo ragionevole: se prendi per buoni i calcoli “scientifici” di Amiat, tutto il resto è inevitabile; per contestarli servirebbero tempo e dati che non ci danno (io ho chiesto di avere un foglio di calcolo con il gettito totale di ogni categoria, in modo da poter lavorare ad aggiustamenti a somma zero; secondo voi me li hanno dati? è sotto copyright pure quello).

Certamente però qualche riflessione va fatta: è giusto aiutare le famiglie in difficoltà, ma se il risultato è che gli aumenti fanno chiudere le aziende allora l’anno prossimo avremo più famiglie in difficoltà e meno entrate fiscali per aiutarle; partire dal principio che chi fa impresa è per principio ricco e pure un po’ evasore e allora possiamo aumentargli le tasse all’infinito è al giorno d’oggi ridicolo. In pratica, se i dati sono veri, e se non si può spendere meno di 12 milioni di euro per pulire i mercati ma gli ambulanti non possono pagarne più di cinque senza chiudere, l’unica conclusione logica è che i mercati non sono più ambientalmente sostenibili e dunque bisogna chiuderli tutti; a me sembra impossibile, ma se l’amministrazione la pensa così, e vuole il completo dominio degli ipermercati, almeno che lo dica chiaramente.

In tutto questo bailamme, completato da un assurdo ostruzionismo del centrodestra che sta costando un mucchio di soldi e di tempo alla città senza alcun motivo comprensibile, noi abbiamo cercato di fare proposte concrete, utili e ragionevoli, partendo dalla considerazione che il vero problema di fondo è il costo insostenibile della raccolta rifiuti a Torino, derivante da anni di sprechi, clientele, cattivi investimenti e scelte sbagliate; se ora, invece di spendere 72 euro a tonnellata in una discarica, spendiamo per incenerire i rifiuti al Gerbido cento euro noi più altri cento lo Stato (con i certificati verdi), più i costi di realizzazione dell’impianto per la parte ancora di nostra competenza, è chiaro che i costi aumentano. Alla fine smaltire i rifiuti urbani ci costa “all inclusive” circa 40 centesimi di euro al chilo: è una bella notizia per Iren che deve gestire un debito-mostro di 2,5 miliardi di euro, ma per noi cittadini-clienti è troppo.

Le soluzioni dunque, oltre a quella prioritaria e radicale di produrre meno rifiuti e a quella rivoluzionaria di amministrare la cosa pubblica senza sprechi, sono due: aumentare i ricavi ottenibili differenziando e recuperando i rifiuti, e aumentare l’equità del sistema per davvero, misurando quanto produce ogni singolo utente (o, per le famiglie, il condominio), invece di stimarlo in maniera vaga e inevitabilmente arbitraria; ormai esistono sistemi e tecnologie per farlo, dal conteggio del numero dei sacchetti al peso del contenitore all’atto dello svuotamento, e perlomeno bisognerebbe provarli.

A questo scopo noi abbiamo presentato una mozione che chiedeva di destinare l’1% del gettito Tares all’estensione della differenziata porta a porta, ferma da anni per mancanza di investimenti (tra l’altro dobbiamo salire dell’8% entro cinque anni oppure l’inceneritore non sarà sufficiente e le discariche saranno esaurite); e di sperimentare i sistemi per la tariffazione puntuale. La maggioranza ha cassato la seconda parte, ma ha accolto la prima, evitando però di mettere una cifra ma impegnandosi a investire sul porta a porta quanto serve per salire dell’1,5% di differenziata all’anno. Tra tante parole, questo è un buon risultato concreto per il futuro, ammesso che mantengano l’impegno.

Per il presente, il PDL propone di aumentare la tassa alle famiglie per abbassarla alle imprese, dividendo il gettito 50/50; io preferirei invece una maggiore gradualità nella diversificazione tra le diverse categorie di imprese, abbassando un po’ sia gli aumenti che le diminuzioni senza modificare la ripartizione tra aziende e famiglie. Su queste proposte, e su tutta la materia, raccogliamo volentieri i vostri commenti per portarli in consiglio comunale.

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giovedì 10 Ottobre 2013, 19:30

Sull’immigrazione e sull’unità del M5S

Sapete tutti come la penso sull’immigrazione: che una limitazione dei flussi è necessaria, che chi entra regolarmente va tutelato ma chi entra irregolarmente o delinque va espulso senza ritardi e senza pietismi. Sono favorevole all’abolizione del reato di clandestinità, perché – questioni di principio a parte – non serve a niente, lo sostiene persino la polizia; i clandestini non vanno incarcerati, vanno espulsi. Ma non è questa la vera questione di oggi.

La questione è se due parlamentari del Movimento 5 Stelle possano svegliarsi un bel mattino, guardarsi allo specchio, dire “cosa facciamo oggi? aboliamo il reato di clandestinità, dai”, e senza discuterne con nessuno, o al massimo con una manciata di colleghi, presentare la proposta e cercare di farla approvare. E la risposta, ovviamente, è no.

A maggior ragione è no perché la materia è delicata e nel Movimento ci sono posizioni molto diverse. Il Movimento si è unito su altre priorità; deve occuparsi di lotta alla casta e ai privilegi, della crisi economica, della gente – italiana e straniera – che non arriva a fine mese (e in questo senso davvero non capisco cosa pensa di ottenere chi, in questa situazione, vorrebbe ancora aprire le frontiere e accogliere senza limiti altra gente che muore di fame). Quelle sono le cose che ci uniscono; le altre ci dividono, e vengono abilmente usate dai partiti per disinnescare il pericolo che il Movimento rappresenta per il sistema.

E proprio perché nel Movimento ci sono posizioni molto diverse sull’immigrazione, un portavoce – e sottolineo portavoce – non può sposarne una a spada tratta (qualsiasi essa sia) e fregarsene di tutti quelli che l’hanno votato ma che la pensano in maniera opposta.

Sottolineo anche che essere portavoce è questione di mentalità e di approccio, non di piattaforme. Non ci vuole una piattaforma per sapere che il tema dell’immigrazione spacca il Movimento, e quindi che non si possono prendere posizioni in materia con leggerezza, specie se sono posizioni forti. Se uno non lo capisce, vuol dire che non è proprio capace di fare politica.

Si poteva comunque benissimo portare il Movimento 5 Stelle, Grillo compreso, a sostenere l’abolizione del reato di clandestinità. Bastava parlarne prima, spiegare con calma anche ai nostri elettori più arrabbiati che abolire il reato non vuol dire aprire le frontiere, raccogliere le opinioni in rete (basta un post su un blog), discutere, preparare il terreno. E’ la base del fare politica su questioni controverse: ma a Roma non l’hanno saputo fare.

Eppure, ancora stasera sento dei parlamentari – sia sui giornali che di persona – che si infuriano per il richiamo all’ordine di Grillo e Casaleggio (che, poveretti, hanno solo cercato di evitare l’esplosione del Movimento), che reclamano il diritto di decidere loro, a maggioranza, in assemblea. Ma cari parlamentari, non ce ne frega niente di cosa pensa la vostra assemblea, non siete lì per portare avanti le vostre convinzioni personali, siete lì essenzialmente perché alla gente piaceva quello che Grillo gridava nelle piazze, che non era certo “più immigrazione!” e “siamo più a sinistra di SEL!” (e non era nemmeno “fuori gli stranieri!” e “siamo la nuova Lega!”).

Lasciate perdere le questioni che ci dividono, e se non siete sicuri chiedete alla rete, lanciate un referendum, lasciate decidere i cittadini, cercando però di proporre un compromesso che tenga insieme tutto il Movimento, non una vostra posizione personale da far passare col 51% contro un 49% che un minuto dopo se ne va scazzato. Concentratevi sul rovesciare il sistema, sul denunciare i privilegi, sul difendere chi non ha il lavoro, chi è massacrato dalla crisi e dalle tasse. Solo così dimostrerete di saper fare politica, e di essere all’altezza del difficile compito per cui vi siete candidati.

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mercoledì 9 Ottobre 2013, 13:40

Il disastro che verrà

Oggi è il cinquantennale del disastro del Vajont, ed è impossibile non pensare a quella tragedia, un disastro che ha cancellato una valle e che chiama tutti a non dimenticare (il mio piccolo contributo, diversi anni fa, fu riscrivere quasi da capo la relativa pagina sulla wikipedia inglese).

Del Vajont è stato scritto e detto molto, e oggi, se volete, potete visitare l’abbandono di Erto con Mauro Corona o ascoltare la retorica del video ufficiale dei lavori; per questo il discorso che vorrei farvi non riguarda proprio il Vajont. Perché ci sono disastri e disastri; il Vajont è enorme, immenso, palese, impossibile da minimizzare; ma ci sono quelli che sono avvenuti in maniera più sottile e ancora faticano a essere riconosciuti, e quelli che ancora aspettano un responsabile che forse non si troverà mai.

Tra i primi ci sono quelli relativi all’inquinamento; solo adesso si comincia a parlare seriamente della devastazione ambientale in Campania, e solo adesso si comincia a indagare sulle stragi da inceneritore (il vecchio inceneritore di Pietrasanta avrebbe causato oltre mille morti di cancro in Versilia negli anni ’70 e ’80); e per processare l’amianto ci sono voluti decenni di tragedie e migliaia di morti. Tra i secondi c’è la strage di Viareggio, che nemmeno ancora si può chiamare strage: solo per avere degli indagati ci sono voluti anni di lotte.

Ieri, davanti al Parlamento, si è svolta una manifestazione per i diritti negati a chi si è ammalato di mesotelioma su luoghi di lavoro pieni di amianto; e hanno partecipato anche i familiari delle vittime di Viareggio. Hanno però commesso una colpa imperdonabile: hanno aperto gli striscioni nel punto sbagliato della piazza, e sono stati allontanati in malo modo dalla polizia, con uno dei tutori dell’ordine che, secondo il titolo ad effetto del Fatto Quotidiano, “fa le corna ai manifestanti”. In realtà, il poliziotto non fa le corna alla manifestante, per offenderla; fa le corna perché la signora dice “ringrazino che non è successo a loro” e lui, da buon italiano scaramantico, fa le corna.

Ed è proprio così: l’unica seria contromisura delle istituzioni per i disastri che verranno è fare le corna e sperare che non accadano. Se c’è un rischio, negare; sostenere che tutte le norme (ampie, complicate e pesantissime per tutte le aziende oneste, mentre i disonesti tanto se ne fregano e continuano a delinquere) sono state rispettate, e che pertanto non ci saranno problemi. Poi, regolarmente, si scopre che i limiti di emissione degli inquinanti non venivano rispettati, che i rifiuti non venivano smaltiti come dovuto, che le bonifiche non hanno bonificato un bel niente o hanno solo spostato il problema dal punto A (noto) al punto B (ignoto). E lo Stato che fa? Fa le corna.

Per esempio, oggi è uscita la notizia per cui, nell’ambito dell’indagine che ha portato all’arresto dell’ex presidente socialista del Piemonte Enrico Enrietti (almeno fin che Napolitano non indulterà pure lui), si sarebbe scoperto che l’amianto estratto dall’ex area Fiat Avio di via Nizza – che a rigor di logica avrebbe dovuto essere bonificato dalla Fiat, e che invece sta venendo bonificato a spese pubbliche dalla Regione Piemonte, che ha acquistato l’area per costruirci il proprio grattacielo – non sarebbe stato smaltito regolarmente, ma sarebbe stato direttamente interrato sotto i nuovi parcheggi della Reggia di Venaria: non ci sono ancora le analisi, ma ci sono le intercettazioni in cui se ne parla.

Noi, un anno fa, preoccupati dalle segnalazioni dei nostri attivisti della zona, avevamo presentato una interpellanza in materia; e, come vedete nel video, l’assessore Lavolta ci aveva rassicurato sul fatto che lo smaltimento era ben gestito. Sicuramente l’assessore non immaginava che chi doveva smaltire quell’amianto non lo faceva in regola, e la verità è ancora da accertare; certo che se la storia sarà confermata, e però nessuno si fosse accorto di niente, e poi magari chi abita vicino a quei parcheggi avesse iniziato ad ammalarsi, si sarebbe parlato di statistica e di fatalità, e ci sarebbero voluti anni di lotte e di spintoni dei tutori dell’ordine per avere ascolto.

Per questo è giusto ricordare il Vajont e tutti i disastri, ma è anche giusto ricordare che il disastro più importante è quello che verrà, almeno se non smetteremo di trattare il nostro pianeta come un immondezzaio e di fidarci delle rassicurazioni facili di chi amministra.

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venerdì 4 Ottobre 2013, 14:11

Acqua pubblica, acqua passata

I partiti hanno un vecchio vizio: quello di fare promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere, semplicemente per appagare le domande dei loro elettori che non possono però accogliere per via di altri interessi. Esemplare a questo proposito è come l’amministrazione Fassino ha affrontato in questi due anni e mezzo il tema dell’acqua pubblica; vi abbiamo dato diversi aggiornamenti in passato, ma la situazione ormai è divenuta veramente surreale, per non dire vergognosa.

A marzo, come forse ricorderete, dopo mesi di dilazioni di ogni genere, sotto la pressione delle migliaia di firme raccolte dal comitato per l’acqua pubblica (e, se permettete, anche del nostro fiato sul collo), la maggioranza aveva dovuto approvare la delibera di iniziativa popolare che prevedeva di trasformare Smat in azienda di diritto pubblico; tuttavia, nonostante il pronto e trionfale comunicato stampa che vantava una presunta dedizione del PD torinese alla causa dell’acqua pubblica, la delibera era stata “annacquata†inserendo la necessità di una ulteriore verifica da svolgersi nei mesi successivi.

Bene, esattamente come temevamo, a fine luglio l’amministrazione si è presentata in commissione ambiente a raccontare che purtroppo, sapete com’è, la banca di qua, la legge di là… insomma, alla fine è chiaro che questa pubblicizzazione di Smat non si vuole proprio fare; sono passati oltre sei mesi dalla delibera del consiglio comunale e in sostanza non si è fatto alcun passo avanti; adesso torneranno tra qualche settimana a dire che, sapete com’è, la legge di qua, la banca di là… e così via.

Ma c’è di peggio; a marzo era anche stata approvata una nostra mozione che vincolava il Sindaco a non usare più Smat come un bancomat, pretendendo di ricevere ogni anno come dividendo una parte degli utili, e lo impegnava a chiedere di usare gli utili o per investimenti o per abbassare le bollette ai cittadini, i quali tra l’altro da luglio 2011 aspettano che venga applicato quanto deciso dagli italiani con il referendum, ovvero l’abbassamento del prezzo dell’acqua in bolletta eliminando quella parte (pari da noi a circa il 15% del totale) che garantisce alle aziende un ritorno sicuro del 7% sui capitali investiti (faccio notare che i BOT annuali rendono poco più dell’1% e che il rischio di investire in un servizio che fornisce ai cittadini una risorsa vitale, in regime di monopolio di fatto e pagata regolarmente da tutti tramite bollette, è circa zero, alla faccia di tutti i loro discorsi sul “mercatoâ€). Tra l’altro, una recente sentenza a Chiavari dimostra che l’obbligo di abbassare il prezzo è pienamente esistente e può addirittura essere fatto rispettare in sede legale.

Bene, cosa ha fatto il Sindaco? Se ne è fregato, dimostrando che il consiglio comunale non conta niente, o che va bene solo quando pigia i bottoni che lui dice di pigiare. Il 28 giugno, all’assemblea Smat, l’allora vicesindaco Dealessandri si è presentato con in mano una lettera di Fassino che dice che, siccome il Comune ha pochi soldi e lo Stato gliene dà sempre di meno, lui pretendeva un dividendo di alcuni milioni di euro; e così è stato, nonostante l’opposizione di comuni virtuosi come Rivalta e Avigliana.

Ultimo sgarbo, se ancora il messaggio non fosse chiaro: il 21 settembre il comitato ha organizzato a Torino un convegno di altissimo livello sul tema, che vedeva tra gli ospiti il professor Rodotà e diversi esponenti istituzionali, tra cui il vicesindaco di Parigi. Bene, nonostante l’invito, il sindaco della Città di Torino – che normalmente manda qualcuno con la fascia a porgere i saluti a qualsiasi minimo raduno o evento sociale – non si è presentato e non ha mandato nessuno, snobbando anche le cariche istituzionali presenti. L’unica risposta di qualche genere è stata una intervista a Repubblica di La Ganga a favore delle privatizzazioni; più che acqua pubblica, ormai la difesa dei beni comuni è acqua passata.

Ovviamente noi abbiamo chiamato l’amministrazione a rispondere tramite una interpellanza; nel video potete sentire le (non) risposte. Ai vostri amici che sostengono il centrosinistra potete tranquillamente chiederlo: questa vi sembra coerenza?

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giovedì 3 Ottobre 2013, 17:10

Il Movimento del sorriso

Da ieri, tra le tante cose che vengono “tirate” dai media contro il Movimento 5 Stelle, c’è anche un non-caso: quello delle inesistenti minacce che il senatore Castaldi avrebbe urlato in aula contro la fuoriuscita senatrice De Pin. Già ieri su Facebook avevo scritto che bastava guardare la fonte del racconto, ovvero un tweet del senatore Esposito, per capirne l’attendibilità (vedi una ricostruzione della vicenda); in realtà non ci sono state minacce, smentite dalla stessa De Pin, ma un richiamo gridato alla coerenza, per cui peraltro Castaldi si è anche onorevolmente scusato.

Il richiamo a De Pin ci sta tutto. Sicuramente un parlamentare, una volta eletto, ha il diritto legale di fare ciò che vuole senza essere minacciato o vincolato. Dal punto di vista politico, però, se ti candidi in una formazione che predica il vincolo di mandato e che pone in cima alle posizioni quella di non fare alleanze, non puoi solo sei mesi dopo dire che non riconosci il vincolo di mandato e che vuoi fare alleanze o addirittura entrare al governo: vuol dire che hai preso in giro tutti. Il fatto di mettersi a piangere, poi, per quanto umanamente comprensibile, indica solo la propria inadeguatezza alla situazione e alle responsabilità che ci si è presi.

Tuttavia, credo che sia davvero opportuna una riflessione sul clima interno che si è sviluppato in questi mesi attorno al Movimento 5 Stelle; perché c’è una parte del mondo che ruota attorno a noi – degli elettori, degli attivisti e talvolta anche degli eletti – che dimostra un crescente tasso di aggressività e di intolleranza, che rischia di cancellare quanto (molto) di buono il Movimento sta facendo, di spaventare molte delle persone che ci hanno votato e di aprire le porte a una contemporanea marginalizzazione e radicalizzazione del Movimento, che significherebbe la sua sconfitta e magari il passaggio dei più esagitati a forme meno democratiche di lotta; un film già visto negli anni ’70.

Pur con tutto il disprezzo e la disapprovazione che provo per De Pin e simili, non è assolutamente accettabile che loro siano soggette ad aggressioni verbali come queste (peraltro anche orridamente sessiste). Le si può denunciare semplicemente contestando loro l’incoerenza, in maniera civile, accettando però il fatto che ogni cittadino, in un Paese libero, può manifestare le proprie opinioni e agire di conseguenza, persino quando tali opinioni derivino dal mero interesse personale.

Vi è, in una parte del Movimento (e sottolineo una parte, nonostante i tentativi da fuori di far sembrare che sia il tutto), una crescente incapacità di accettare qualsiasi dissenso, anzi, qualsiasi discussione; una parte di Movimento imbevuta di un sacro fuoco per cui “io so cos’è giusto” e chi mette in dubbio qualcosa ha già tradito; oppure, per cui le critiche equivalgono necessariamente a un tentativo di indebolire il Movimento o comunque danno fastidio a prescindere, persino se oneste e motivate.

Persino a me è successo, per qualsiasi momento di scontento personale o per analisi credo garbate e costruttive come queste, di venire accusato di carrierismo e di esibizionismo, di sentir dire che “parla così perché vuole andare in un partito”, di sentirmi chiedere dimissioni, passi indietro, ritorni allo “spirito originario”, e “se non ti piace vattene”. Per aver espresso su Facebook la mia delusione (personale e soggettiva) per come era andata una iniziativa del Movimento cittadino, invece di poterne parlare tranquillamente, mi sono trovato cinque o sei nostri attivisti in sequenza a riempirmi di insulti e di “vergogna!”, fin che non ho cancellato l’intera discussione.

Del resto, anche il linguaggio del Movimento si fa aggressivo; dal blog di Grillo all’ultimo gruppo locale, è un fiorire di “distrugge i partiti”, di “intervento durissimo”, di metafore con guerre e soldati. A me questi toni non piacciono, non li condivido: si può essere fermi e incorruttibili senza per questo distruggere nessuno, anzi parlando a chi non la pensa come te tranquillamente e con buona educazione. Eppure i “toni duri” vengono usati perché funzionano, perché raccolgono applausi, perché a chiederli siete voi (la parte più rumorosa di voi, che non è detto sia la più numerosa), nonostante ci portino a metterci sullo stesso becero livello dei partiti, nonostante dalla violenza, anche verbale, non possa affatto nascere un mondo migliore.

Di fronte a De Pin e soci, più che mettersi a insultarli, bisognerebbe riflettere su come migliorare, su come evitare in futuro di candidare persone non all’altezza (tra l’altro politicamente pure un po’ scarse, visto che si vedevano già come preziosi salvatori del governo e ora contano meno di un usciere). Bisognerebbe riflettere sulla mancanza di meritocrazia nel Movimento, vissuta da molti nell’ambiente non come un problema ma addirittura come una grande conquista, quella che permette all’italiano medio, dopo aver sognato di andare in televisione, di sognare di andare in Parlamento, indipendentemente dalle proprie effettive capacità.

Bisognerebbe chiedersi davvero chi metteremo a governare l’Italia se il sistema si dissolverà, come faremo a essere pronti, come faremo a convincere gli italiani che siamo pronti, come proporremo persone credibili per competenza e serietà, persone che urlino poco ma che, ognuna nel proprio settore, sappiano quello che fanno e possano costruire qualcosa di buono per tutti. Quelle che già ci sono nei nostri gruppi parlamentari sono lì abbastanza per caso, scelte in quarantott’ore tra un numero limitato di attivisti mai messi alla prova; quelle che sarebbero forse disponibili ad aiutarci, tra il meglio delle intelligenze italiane, sono spaventate proprio da quanto sopra.

Eppure, io non so nemmeno dove portare una discussione del genere, con chi farla, come concluderla; ormai si fa sempre più comunicazione, ma sempre meno partecipazione e assemblea; io non ho altro modo che parlarne in rete, ma non mollo. Vorrei che il Movimento 5 Stelle fosse ricordato come la forza politica che ha sollevato l’Italia con le idee e con un sorriso, mettendo il Paese in mano a persone nuove, capaci e scelte per merito; e non come quella che passava il tempo a gridare dietro agli altri.

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venerdì 27 Settembre 2013, 09:42

I fatti dello scandalo Csea

Dunque, la relazione su Csea non è ancora pubblica e lo sarà solo tra una decina di giorni, con eventuali omissis che il segretario generale del Comune vorrà applicare. Tuttavia, il regolamento del consiglio comunale (scritto peraltro in modo confuso) stabilisce all’art. 74 che il segreto d’ufficio sui lavori della commissione decade al termine dell’indagine, e all’art. 75 che il segreto su quanto appreso decade dopo la discussione in consiglio comunale, che si è svolta martedì. Per questo vorrei iniziare a farvi il quadro di ciò che è successo in Csea, partendo dall’inizio.

Nel 1994, l’amministrazione del neosindaco Castellani comincia a dire che bisogna dare in gestione a un privato i centri di formazione professionale del Comune; già allora partono i peana su “privato è bello”, ben riassunti dalla dichiarazione di una consigliera comunale dell’epoca, una certa Elsa Fornero, che su La Stampa del 22 maggio 1996 dichiara “Il Comune non [ha] gli strumenti per gestire la formazione professionale. E’ giusto che l’affidi a chi sa farla” (si vedrà dopo come la sa fare).

Per questo motivo il Comune affida armi e bagagli i centri di formazione e il relativo professionale al consorzio Csea, fondato nel 1979 e già recuperato da un fallimento nei primi anni ’80, con l’ingresso del Comune; soci di Csea, oltre alla Provincia, sono una serie di aziende private del territorio, che dovrebbero fornire il famoso “legame tra scuola e impresa”. Si crea così una società privata, teoricamente senza scopo di lucro, in cui l’unico cliente è il pubblico, in particolare la Regione e poi dal 2002 la Provincia, che mediante bandi affida la gestione dei corsi di formazione professionale.

La formazione viene inizialmente affidata a Csea così, senza gara; poi il Coreco boccia la delibera, si fa un bando e Csea lo vince. Dato che la gestione comunale perdeva otto miliardi l’anno – un dirigente del Comune ci ha detto che sapete com’è, insomma, è normale che in un ente pubblico si assuma un po’ più del necessario, per “pressione politica” – a Csea vengono dati anche trenta miliardi di lire a fondo perduto in cinque anni (tra l’altro, la convenzione parte dal 1 maggio 1997 ma la quota del 1997 viene concessa a Csea per intero); in più, vengono dati locali (diversi edifici) e attrezzature al prezzo simbolico di centomila lire l’anno.

Nonostante tutti questi aiutini, Csea continua a piangere miseria; e allora il Comune decide di riprendersi indietro alcuni dei locali datigli gratis, pagando a Csea un paio di miliardi per il disturbo, che però vengono compensati con una cifra quasi uguale di debiti pregressi di Csea verso il Comune per utenze mai pagate. La vicenda delle utenze continuerà, e si arriverà al fallimento con circa un milione di euro di utenze Csea mai riscosse dalla Città, alcune risalenti a moltissimi anni prima; anche se dal 1997 Csea avrebbe dovuto intestarsi direttamente i contratti, la Città ha sempre lasciato perdere. In più occasioni la Città chiuderà entrambi gli occhi; per esempio, a un certo punto Csea si mette a subaffittare al Museo del Cinema un locale comunale avuto gratuitamente dal Comune per farci formazione; l’ex vicesindaco Dealessandri ci dirà che sì, lo sapevano e l’assessore al Patrimonio dell’epoca si era anche arrabbiato, ma poi non avevano fatto nulla.

Sebbene Csea non paghi la Città da anni per le utenze, la Città in compenso paga regolarmente Csea: difatti, personale Csea – inizialmente gratis, poi dal 2001 a pagamento – viene distaccato a lavorare negli uffici comunali. Alcuni dipendenti Csea passano direttamente al Comune e ne diventano dirigenti, cominciando poi a firmare le determine che chiedono a Csea personale a pagamento. Curiosamente, tutti i dirigenti che abbiamo sentito dichiarano di non aver saputo nulla della situazione economica e della cattiva gestione di Csea; quelli delle Partecipate dicono che dovevano controllare quelli del Lavoro, e quelli del Lavoro dicono che dovevano controllare quelli delle Partecipate (peraltro entrambi settori dipendenti da Dealessandri, rispettivamente dal 2006 e dal 2001). La cosa è resa ancora più strana dal fatto che almeno due dirigenti videro i propri figli assunti in Csea nei primi anni 2000 (sicuramente persone competenti e assunte per merito); probabilmente non parlavano di lavoro in famiglia.

Comunque, negli anni più recenti si verificano ripetuti episodi per cui una determinata persona viene assunta da Csea e immediatamente messa a lavorare in Comune, in diversi assessorati, previo pagamento del suo stipendio dal Comune a Csea, aggirando di fatto le procedure pubbliche con cui il Comune avrebbe dovuto selezionare eventuale personale. Tra l’altro, alcune di queste persone grazie a questo trattamento si assicurano i titoli con i quali potranno poi partecipare e vincere un concorso per un posto stabile in Comune. La cosa è piuttosto strana, perché negli stessi anni Csea era già in profonda crisi e faticava a pagare gli stipendi, essendo piena di personale che non sapeva più come utilizzare; addirittura, alcune di queste assunzioni avvengono durante la cassa integrazione, in cui ovviamente non si potrebbe assumere. Peraltro, un dirigente e anche un politico dicono tranquillamente che questo meccanismo era fatto anche per alleggerire il peso economico di Csea, facendole entrare dei soldi: un altro aiutino.

Nel frattempo, l’azienda si impoverisce in ogni modo, arrivando negli ultimi anni a non pagare regolarmente gli stipendi. Non si sa bene che fine abbiano fatto le attrezzature della Città, anche se a un certo punto la Città ne dona a Csea una parte perché le usi nel terzo mondo (ci si chiede se ci siano veramente arrivate). I lavoratori raccontano di progressive sparizioni e spoliazioni. A un certo punto Csea smette persino di pagare le borse di studio agli studenti, pur avendo regolarmente e anticipatamente incassato i relativi fondi pubblici dalla Provincia; e parliamo di ragazzi, spesso stranieri, per cui quei soldi servivano a sopravvivere.

In azienda il clima è pessimo; i lavoratori sono divisi tra i fedelissimi, per i quali si dice ci fossero anche consistenti premi economici dati senza tante formalità, e gli altri, che raccontano invece di mobbing e punizioni, di gente fatta andare via; ci sono sin dai primi anni 2000 segnalazioni, su cui indagherà la magistratura, di ristrutturazioni di ville e lavori alle barche dei dirigenti, messi a carico di Csea. I lavoratori raccontano anche di come i capi di Csea si sentissero intoccabili, protetti dalla politica, e non ne facessero mistero. Del resto, un lavoratore Csea racconta di come sia andato a segnalare ai dirigenti della Provincia il problema delle borse di studio non pagate, suggerendo come migliorare i controlli; non solo la Provincia non fece apparentemente nulla, ma lui fu convocato dall’amministratore delegato di Csea che gli intimò di farsi gli affari suoi. I lavoratori raccontano anche di una abitudine a falsificare i registri delle presenze, in modo da poter ottenere più fondi del dovuto (la Provincia paga in funzione del numero di allievi); e di come i controlli della Provincia fossero mediamente piuttosto benevoli, anzi in un caso si racconta proprio di un ispettore che stracciò un report degli allievi perché troppo sfavorevole a Csea.

E il sindacato? Beh, direi che si può riassumere così: nel 2004, il responsabile regionale della Cgil per la formazione professionale negozia con Csea (il più grosso e importante ente di formazione del Piemonte) e gli altri centri di formazione il contratto di lavoro, e poi, appena chiuso il contratto, viene assunto da Csea come capo del personale. Tutto chiaro, no?

Del resto, Csea viene fin dal principio definito da più parti il centro di formazione “di area” per la Cgil e il PDS; la Cisl aveva lo IAL (altro ente tracollato di recente), i cattolici ne hanno molti, Csea dunque era il “polo laico” della formazione. E mica solo del PDS, ma di tutta la sinistra; l’appena citato ex dirigente Cgil poi capo del personale racconta (quanto sia attendibile non si sa) che Csea diede, per motivi imprecisati, 70 milioni di lire a un parlamentare torinese comunista e anticapitalista. Ma per capire meglio i giochi politici bisogna parlare del processo del 2004, e quello meriterà un racconto a parte.

E’ però chiaro che Csea viveva in simbiosi con la politica locale; cercava di fare favori ai politici sperando poi di ricevere nuovi aiutini. E’ sintomatico il racconto fatto da un lavoratore di come, l’ultimo giorno di campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010, i dirigenti Csea abbiano radunato tutti gli allievi di una sede di Ivrea in presenza dell’assessore uscente Pentenero, che fece il suo comizio, e abbiano distribuito pure i suoi santini (la stessa Pentenero viene descritta come imbarazzata da tanta promozione).

Ci sono tanti altri motivi per cui negli ultimi dieci anni Csea comincia ad accumulare perdite; per esempio, l’insostenibile rapporto tra i dipendenti amministrativi (troppi, e alle volte assunti tra parenti e amici di persone influenti) e i formatori (pochi e talvolta nemmeno utilizzati, preferendo dare comunque commesse all’esterno, che talvolta vengono descritte come modi per far lavorare specifici fornitori esterni); per esempio, una politica di espansione scriteriata che anch’essa necessiterebbe di spazio per essere raccontata.

Sta di fatto che, quando a dicembre 2011 finalmente arrivano persone indipendenti a guardare i bilanci, si capisce subito che non stanno in piedi e non sono credibili; ad aprile 2012 Csea fallisce, ma la magistratura dirà che era di fatto già fallita nel 2007. In apparenza, secondo i bilanci approvati anno dopo anno, la situazione di Csea non era così drammatica, anche se inspiegabilmente continuavano ad aumentare gli oneri finanziari; ma non è un caso che dal 2007 in poi i bilanci di Csea non siano più stati certificati (senza che il socio Comune peraltro lo ritenesse un problema). Per questo l’indagine ha portato la magistratura ad accusare soprattutto due persone, l’amministratore delegato Renato Perone e il consigliere e commercialista della società Piero Ruspini; tra l’altro, dei tre revisori dei conti che dovevano verificare i bilanci, due erano colleghi di studio di quest’ultimo…

Al di là della cattiva gestione dei dirigenti di Csea, capite che il punto politico allora è: perché questo andazzo è andato avanti per quindici anni – e per tutta l’epoca Chiamparino-Dealessandri – senza che nessuno intervenisse, continuando ad aggravare il buco fino a decine di milioni di euro? I dirigenti e i politici che si occupavano di Csea non si sono mai accorti di niente, e come mai? Potevano, dovevano accorgersene prima? Cosa sapevano e cosa non sapevano del modo in cui era gestita Csea? I continui “aiutini” a Csea (questi sono solo una parte) volevano salvare i corsi e i posti di lavoro, oppure volevano salvare gli amministratori, la gestione aziendale e i favori reciproci tra politica e Csea?

Quanto vi ho riassunto qui è solo l’inizio; ci sono ancora molti tasselli da inserire nel quadro. Con calma, procederemo.

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