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lunedì 17 Novembre 2008, 19:04

Aspettando l’inverno

Oggi, nel blog, volevo raccontare qualcosa. E le cose da raccontare non mancavano: abbiamo passato tre giorni in Toscana a girare, prima in Versilia, poi le mura di Lucca al crepuscolo, un giro notturno in piazza dei Miracoli, un intero sabato a Firenze con tanto di inattesa visita agli Uffizi, domenica a San Gimignano e poi una passeggiata a Viareggio, prima di tornare indietro.

Tutto ciò è molto bello, specialmente nel clima struggente dell’autunno, in cui tutti i colori della decadenza si lasciano accompagnare dal sole verso il freddo dell’inverno. Eppure, mi sono accorto che il mio istinto sarebbe stato quello di raccontare solo le cose che non funzionavano: l’allestimento tremendo degli Uffizi, per esempio, o quanto ormai la giungla che regna sulle nostre pessime autostrade la domenica pomeriggio sia un ottimo esempio del deterioramento della nostra convivenza civile.

Scivolando da una crisi all’altra, però, non si può far altro che incupirsi; e invece preferirei raccontarvi dell’inspiegabile ostinazione con cui la natura si adatta a resisterci, permettendo la sopravvivenza almeno temporanea delle colline e del mare. Ci sono, insomma, motivi per sperare; è un peccato che essi giacciano prevalentemente al di fuori delle azioni dell’uomo.

Ogni momento storico riflette gli umori delle persone che lo vivono, ed è probabilmente per questo che le cose vanno male; finché non sarà ognuno di noi a trovare una ragione di speranza e un progetto futuro, il risultato sarà soltanto una sottile disperazione rimossa, o una rabbia da scaricare come e dove capita – anche solo facendo a gara in autostrada.

Eppure, credo che ognuno di noi abbia un’idea di come il mondo potrebbe essere reso migliore. Quella che si è inceppata non è la capacità innata dell’uomo di progettare il futuro, bensì la cinghia sociale che permette di implementarlo. In una società così complessa, peraltro, anche questa cinghia è meno chiara e diretta del passato; eppure c’è.

Spesso sembra invece che alle persone di questo tempo non importi del futuro, o che abbiano già rinunciato a crearlo, limitandosi a volare basso, o più spesso a non volare proprio; e magari a risentirsi pure se qualcuno non si adegua, protesta, fa qualcosa.

Al contrario, per me senza futuro si è bloccati; non si può vivere senza guardarsi avanti. Mi chiedo, quindi, perché le persone sembrino così spesso rallentare la rotazione del pianeta; come se non spingessero più, aspettando che esso si fermi, esaurita l’inerzia.

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8 commenti a “Aspettando l’inverno”

  1. .mau.:

    gramelliniano che non sei altro.

  2. D# AKA BlindWolf:

    Da quando Gramellini ha preso il posto di vb? ;-)

    Ti do una piccola perla di ottimismo: il mondo non si bloccherà mai definitivamente. Il medioevo è durato quasi mille anni, ma nonostante 10 secoli di (relativa) inattività il mondo si è aperto ad idee più grandiose ed innovative di prima.
    Ci stiamo prendendo un attimo di pausa, dopo 60 anni di sprint è normale avere il fiatone. Ci si ferma con il respiro affannoso, la gola che brucia, le gambe frolle ed il sudore che cola, ma dopo un minuto siamo di nuovo pronti a trottare.

    Purtroppo questo periodo di m3rd4 è capitato alla nostra generazione (ma poteva capitarci di peggio: una guerra mondiale, un’epidemia di peste bubbonica, una dittatura…).

  3. D# AKA BlindWolf:

    azz… .mau. ha premuto invio prima che io completassi il post ed abbiamo avuto la stessa impressione.

  4. roberto celani:

    Una sensazione condivisa quella espressa nel post, ma incomprensibile al di fuori dei confini nazionali.

    Quella italiana è una crisi nella crisi…una crisi al quadrato della quale è prematuro valutare il risultato.

    Spero solo non tenda all’infinito!

  5. raccoss:

    E come si fa? La campagna elettorale passata è stata tutta improntata alla paura e depressione.
    Mi sembra di vedere “i sacchi di sabbia davanti alle finestre” della canzone di Dalla (Caro Amico ti scrivo)

  6. D# AKA BlindWolf:

    @raccoss: le campagne elettorali solitamente si basano sui due fattori che hai descritto. Per la precisione la sinistra si basa sulla depressione (se tutti stanno bene ed hanno la pancia piena non c’è molto interesse nel votare a sinistra), la destra sulla paura (con la promessa di avere l’autorità per domare le cause tale paura).
    Poi chi vince le elezioni va al potere e cerca di influenzare l’informazione e minimizzare le cose su cui anatemizzava in campagna elettorale. Ma questa volta è più difficile.

    @roberto: di sicuro lo sport nazionale italico (che non è il calcio, ma è il piangersi addosso) non aiuta. La crisi, in Italia, è su tutti i livelli: economico (of course), sociale, politico e culturale. Se uno di questi livelli fosse virtuoso potrebbe influenzare gli altri, ma la fine del tunnel è ancora lontana. Il nostro maggior talento è la creatività, ma una serie di caste (economiche, sociali, politiche e culturali) impedisce alle idee innovative di portare frutto.
    La crisi, comunque, mi sembra peggiore del solito anche al di fuori dei confini (in particolare negli USA): la sensazione che ho è che in certe nazioni si sia superato il livello di benessere autosostenibile.

  7. roberto celani:

    @AKA

    Mi permetto di non essere d’accordo sulla caratterizzazione storica delle campagne elettorali che fai.
    Un conto è la descrizione della situazione di partenza, altro è il proposito di cambiamento che con accenti diversi sinistra e destra dovrebbero avere, salvo poi deludere le aspettative.

    In realtà in una situazione di difficoltà mondiale, negli USA Obama viene eletto poggiando sulla speranza del miglioramento delle condizioni di vita di milioni di cittadini (penso ad es. all’estensione dell’assistenza sanitaria), mentre in Italia Berlusconi &C. vengono eletti con una campagna d’odio e demonizzazione del diverso che teorizza un paese sempre più chiuso e ingiustificatamente autoreferenziale.
    E il problema nasce proprio dal fatto che, come tu dici, alla crisi finanziaria già in atto e a quella economica agli esordi, si sommano quella politica e quella culturale.
    Per questo la nostra crisi potrebbe trasformarsi in una vera e propria decadenza.
    Per quanto riguarda la sostenibilità infine, sono anch’io da tempo convinto che dovremmo fare ricerca più sulle forme di decrescita (felici o compatibili che siano) che di crescita.
    Un compito che grava su ognuno di noi.

  8. Alberto:

    Oggi ci troviamo in una situazione generale di incertezza, non solo legata alla crollo delle borse di questi ultimi mesi, ma ad una ampia gamma di vaste trasformazioni (immigrazione, globalizzazione, multipolarismo) che hanno cambiato radicalmente il contesto in cui ci troviamo a vivere. La reazione di fronte all’incertezza è spesso quella di guardarsi indietro e probabilmente questa tendenza è più accentuata che altrove in Italia per varie ragioni, alcune che affondano le radici nella nostra storia, altre più contingenti.
    L’elezione di Obama è la dimostrazione che c’è anche chi in situazione di incertezza e di crisi riesce a trovare il coraggio di guardare al futuro anziché al passato ed a chiedere rinnovamento e non conservazione. Probabilmente finiremo anche questa volta per andare a rimorchio di altri ed a farci trainare nel terzo millennio controvoglia, per poi constatare che il conservatorismo di questi anni è stato deleterio. La fortuna dell’Italia è di essere un paese di conservatori ma anche e soprattutto di conformisti e sono quindi portato a pensare che quando altri, dotati di una certa capacità di persuasione, ci indicheranno una strada di progresso, li seguiremo.

 
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