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Archivio per il giorno 11 Febbraio 2009


mercoledì 11 Febbraio 2009, 11:25

A noi il veleno, a loro i soldi

Da qualche giorno su Specchio dei Tempi è in corso una discussione sui costruendi inceneritori del Gerbido e di Settimo, e già questa è una notizia; questa – come la TAV – è una di quelle questioni su cui, al di là delle effettive ragioni pro e contro, i giornali riportano le opinioni favorevoli con molta più enfasi rispetto a quelle contrarie, quando non oscurano del tutto queste ultime.

Mi sono però reso conto che a conoscere dettagliatamente la faccenda siamo in pochi, e quindi ecco qui un po’ di informazione, per tutti noi che, vivendo a Torino e cintura, rischieremo presto un po’ di cancro da diossina. Vi prego di dedicare il tempo necessario a leggere tutto, e magari passare la voce: è una storia davvero istruttiva.

Cominciamo dalla lettera dell’assessore provinciale all’Ambiente, Angela Massaglia, che risponde ai dubbi sollevati da un lettore:

«Il termovalorizzatore del Gerbido (come quello che sorgerà a Settimo) sarà costruito con le più moderne tecnologie, scelte da una commissione specializzata. I pericoli paventati da Torino e Novara sono riferiti agli inceneritori di vecchia generazione, diffusi in Europa negli Anni 60-70. Negli ultimi anni le emissioni di diossine da impianti di termovalorizzazione si sono ridotte del 96%, molto più che per altre fonti di diossine come le industrie e il traffico. Le emissioni rilevate oggi sui moderni impianti per tutti gli inquinanti (polveri, metalli, gas acidi, diossine ecc.) sono da 10 a 100 volte inferiori ai limiti di legge. Rispetto alle nanopolveri, meno del 2% può essere correlato ai termovalorizzatori, contro percentuali ben più alte per gli autoveicoli (il 60% in Inghilterra, il 43% in California).
«La raccolta differenziata non può essere un’alternativa al termovalorizzatore, tuttavia per noi è prioritaria. Grazie all’impegno dei cittadini e a ingenti risorse della Provincia oggi siamo quasi al 50% di riciclo (eravamo al 25% nel 2003!) e cresceremo ancora. Se non ci fosse la raccolta differenziata, il termovalorizzatore – che non distrugge risorse, ma produce energia elettrica e termica per il teleriscaldamento – non potrebbe funzionare: infatti è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti. Le scorie della combustione sono il 20% del rifiuto incenerito.
«E’ vero, i costi di un termovalorizzatore sono elevati. Certo, rispettare l’ambiente costa, buttare tutto in una buca sarebbe (a prima vista) più facile, ma l’Europa e le nostre convinzioni ce lo impediscono».
ANGELA MASSAGLIA

Il piano della Provincia è chiaro: siccome la discarica di Basse di Stura è ormai strapiena – la montagna di rifiuti accanto alla tangenziale ormai è alta decine di metri – la soluzione è costruire ben due inceneritori, uno al Gerbido e uno a Settimo, e bruciare i rifiuti, perché “buttare tutto in una buca” è immorale, e tu, lettore, mica vorrai una cosa immorale vero? Così, bruciando i rifiuti, genereremo un po’ di inquinamento, diossina e nanopolveri, ma entro i limiti di legge; e risolveremo il problema, a parte un “20% di scorie” su cui l’assessore glissa elegantemente.

In mancanza di meglio, potrebbe persino essere un discorso che ha senso; peccato che ci siano alternative migliori, che la Massaglia conosce perfettamente (anche a seguito di incontri avuti con i vari comitati anti inceneritore) ma che non sono politicamente fattibili.

Infatti, non è vero che la raccolta differenziata “non può essere una alternativa al termovalorizzatore”; basterebbe farla bene e farla fare a tutti, arrivando a quel 70% ormai già raggiunto in varie parti d’Italia. Il rimanente 30% di indifferenziato può essere avviato al trattamento meccanico-biologico, un sistema innovativo che riesce a separare e recuperare molti materiali (vetro, metalli…) anche dall’indifferenziato, nonché ad estrarre la parte “umida”, da compostare come l’organico, e a lasciare un residuo secco ed inerte che può essere usato come materiale per l’edilizia. Alla fine, come provato dagli impianti che già esistono come quello modello di Vedelago (TV), il residuo da mandare in discarica è l’1%, a differenza del 20% (altri dicono 30-35%) di residuo degli inceneritori.

In più, il residuo degli inceneritori non è più costituito da rifiuti, ma da ceneri tossiche che derivano dal bruciare tutti insieme ad altissima temperatura metalli, plastica, e ogni genere di schifezza. E per finire, il 99% recuperato da Vedelago viene rivenduto, quindi la collettività si paga i costi della raccolta rifiuti e talvolta ci guadagna anche; mentre bruciare una buona metà del tutto è intrinsecamente, per i conti pubblici, un servizio in passivo che non incassa quasi nulla e genera un costo enorme.

Bene, a questo punto ci chiediamo tutti: perché non si fa così? Lo dice tranquillamente la Massaglia, partendo dal dichiarare apertamente che l’inceneritore “è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti”. In altre parole, se si differenzia troppo poi non c’è più niente da bruciare e non si giustifica più la costruzione dell’inceneritore…

Gli inceneritori, infatti, hanno bisogno di essere sempre “in temperatura”, come gli altoforni; se la temperatura cala, si produce una botta di diossina e poi si spende energia per scaldarli di nuovo. Per questo motivo, c’è bisogno di avere sempre roba da bruciare: dove non c’è, succede che si compri e si bruci carburante pur di mantenere attivo l’impianto, oppure, più semplicemente, si prende tutta la carta e la plastica che voi avete diligentemente differenziato e la si rimescola col resto per aumentare la massa da bruciare.

La vera ragione per cui si devono costruire a tutti i costi due inceneritori è però spiegata candidamente dalla stessa Stampa in questo articolo di Alessandro Mondo: il traffico locale di rifiuti che Torino ospita nella discarica vale 30 milioni di euro l’anno. Finora, questi soldi erano incamerati dall’Amiat, che gestisce anche la raccolta rifiuti, e di conseguenza andavano ad abbattere la Tarsu.

Chiamparino & C., invece, hanno avuto una bella pensata: facciamo costruire gli inceneritori ad un’altra azienda municipalizzata, la Trm, ovviamente controllata dai politici; gestita prima da Stefano Esposito, giovane rampante del PD, e ora – dopo che Esposito è diventato onorevole – da Giuseppe Vallone, ex senatore della Margherita ed ex sindaco di Borgaro. In questo modo, l’Amiat avrà 30 milioni di euro in meno, che saranno ripianati aumentando la Tarsu ai torinesi; la Trm invece avrà 30 milioni di euro in più, che potrà spendere liberamente, ad esempio (ma naturalmente sono solo ipotesi) sponsorizzando feste e giornali, assumendo ottimi dirigenti o dando commesse a fornitori di varia natura.

Anzi, già che ci siamo, di inceneritori facciamo che costruirne due. Certo, se il Gerbido è dimensionato per bruciare il 50% dei rifiuti di Torino e provincia, mentre l’altro 50% viene differenziato e riciclato, non si capisce cosa brucerà quello di Settimo; o si abolisce la differenziata del tutto, o il piano evidentemente è quello di far arrivare a Settimo rifiuti da mezza Italia, raddoppiando i soldi che incassa Trm e l’inquinamento che incassano i torinesi.

E non è finita qui: per avere più soldi in tasca, Esposito e Ghiglia (destra e sinistra d’amore e d’accordo) fanno passare un emendamento in Parlamento che dice che anche l’inceneritore del Gerbido, come già altri inceneritori, nonché raffinerie, centrali a carbone e altra roba, è un “impianto ecologico” che può beneficiare del contributo Cip6, cioè una addizionale del 6% sulla bolletta Enel che tutti noi paghiamo e che, da direttiva UE, dovrebbe finanziare gli impianti di energia rinnovabile: eolico, solare e così via. E invece, all’italiana, da lustri questi soldi vanno a impianti pesantemente inquinanti, arricchendo gli amici degli amici che li costruiscono e li gestiscono; e per questo la UE pure ci multa. Ma a loro che je frega, la fanno pagare ai contribuenti insieme a quella per Rete4.

Purtroppo, però, c’è di più: perché tutto questo giro di soldi è costruito sulla nostra pelle e sulla nostra salute. L’inceneritore produce comunque fumi cancerogeni; è un dato di fatto. Tutti gli studi che dicono che ne produce “non troppi” si basano su procedure di conduzione impeccabili; immaginate quanti ne produce nella realtà un inceneritore gestito da italiani.

La Massaglia liquida il tutto con un discorso che, stringi stringi, è il seguente: “certo aumenterà un po’ l’inquinamento da diossina e nanopolveri altamente cancerogeni e letali, ma tanto ce n’è già così tanto altro in giro che chi se ne frega”. Questo discorso, direi, si commenta da solo; per non parlare di altri piccolissimi dettagli, tipo citare i dati delle nanopolveri prodotte dalle auto in California (il posto più automunito del pianeta) per provare che a Torino ce ne sono già tante.

Tutto questo, poi, senza parlare del problema che sta a monte: il fatto che i rifiuti bisognerebbe innanzi tutto non produrli. Quanti imballaggi inutili, che finiscono direttamente in pattumiera, vi vengono dati ogni giorno? Quanto è incentivato il riutilizzo degli oggetti, invece di buttarli via dopo un uso soltanto? Ci sarebbe molto da fare su questi due punti; basterebbe poco per ridurre sensibilmente la quantità di rifiuti prodotti.

Ma come avrete capito, a Torino come a Napoli, bisogna che di rifiuti ce ne siano sempre tanti; perché più ce ne sono, e più i politici e i loro amici ci guadagnano.

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