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sabato 20 Giugno 2009, 15:21

Pescara

Uscire dall’autostrada a Pescara Nord è come atterrare su Marte: si viene proiettati in un universo parallelo che assomiglia al nostro, ma si evolve secondo regole talmente misteriose da rassomigliare, ai nostri occhi di terrestri, all’assenza totale di logica.

Per esempio, la statale adriatica che porta dall’uscita al centro città è costellata di semafori; ma sono tutti spenti. Tutti! Non che servirebbero a qualcosa, perché il traffico è un caos calmo di auto, camion, motorini, pedoni, biciclette, carretti, animali e apipiaggio che scivola secondo la legge del più forte; le precedenze sono un optional, e questo potrebbe anche essere un bene, dato che ti costringe ad andare piano come ogni esploratore dell’ignoto. In parte sono spenti perché è arrivata anche qui la moda delle rotonde, e però non l’hanno ancora capita, e vedi macchine targate PE ferme all’infinito perché dalla via di destra ne arrivano altre, il tutto sotto lo sguardo del semaforo che c’era prima, che però, in questo caso di ormai palese inutilità, non è affatto spento, ma giallo lampeggiante; giallo lampeggiante per una corsia di svolta a sinistra che non esiste più, e la cui esecuzione provocherebbe l’imbocco contromano della rotonda, e ho il sospetto che non capiti di rado.

Anche l’albergo è così: sta sul lungomare vicino al centro, un lungomare che hanno appena ristrutturato per trasformarlo in un budello, con una corsia per senso di marcia ciascuna larga come un apepiaggio, in modo da permettere finalmente il parcheggio su entrambi i lati. L’idea di imporre un senso unico, di mettere la sosta a pagamento o anche solo il disco orario, non sfiora minimamente i locali; da noi la sosta è a pagamento pure nei paesini, ma qui finora non ho visto mezza striscia blu, nemmeno nelle piazze centrali. Del resto ieri, per andare a cenare, abbiamo dovuto attraversare il vialone principale su cui sfrecciano le auto; c’è un semaforo pedonale, che però non solo è ovviamente spento, ma è anche stato privato dei pulsanti per chiamare il verde: ci sono le scatole aperte, appese al palo con i fili penzolanti (probabilmente qualcuno s’è fottuto il pulsante). In mezzo, a dividere le due corsie, c’è un divisorio giallo continuo di quelli che si usano per delimitare le corsie preferenziali, che però serve a poco perché le auto si divertono a prenderlo come rampetta per fare la svolta a sinistra vietata pure col salto, tipo Hazzard.

Lo stesso albergo sembra fluire per regole misteriose, nel senso che nessuno di quelli che vi lavorano sembra essere mai stato in un albergo, nemmeno da cliente; la reception è generalmente deserta e si stupiscono se gli chiedi un caffelatte a colazione (“abbiamo solo il cappuccino”), e comunque il bar serve la colazione in ordine casuale, o più probabilmente secondo qualche implicita e non verbale raccomandazione. Sembrano tutti passanti che, entrati per un attimo, si sono messi la divisa per giocare a fare gli albergatori per mezz’oretta. Lo stesso albergo è in ristrutturazione pare perenne, per arrivare alle camere attraversi il cantiere il quale è aperto al vento sulla strada, e la camera è organizzata in modo casuale, il pulsante per accendere la luce in bagno è sistemato in un posto impossibile dietro la porta, la luce dello specchio non funziona, il water è posizionato nell’unico punto dove è praticamente impossibile sedervisi, e così via.

Ma il vero trionfo di questa città è la sua superstrada, pardon l’asse attrezzato. Sapete, sono anni che giro e sfotto le città americane, dove è normale tirare giù gli edifici storici in pieno centro per farci passare un’autostrada sopraelevata: ecco, è quello che hanno fatto qui. Hanno preso il fiume-porto-canale che costituisce il centro della città, e quarant’anni fa ci hanno costruito sopra una superstrada di cemento già sgretolato e cadente con tanto di ragnatela di svincoli a cavallo del fiume, una delle cose più squallide che abbia mai visto in vita mia, che porta Pescara al livello di città d’arte come Cincinnati e Minneapolis. E’ come se a Torino tirassimo su una autostrada a sei corsie nel mezzo del Po, e già che ci siamo facessimo una rotonda sopraelevata attorno alla cupola della Gran Madre e due begli svincoli per via Po all’altezza del secondo piano delle case di piazza Vittorio, con la possibilità di installare un McDrive sul balcone; e poi lasciassimo il tutto in uno stato di incuria totale. A piedi, anche solo trovare il modo di attraversare il fiume è stato complicato: abbiamo rischiato di immetterci da pedoni sulla A25 per Roma.

E nonostante questo, sapete che vi dico? Che per qualche imperscrutabile motivo questa sembra una città interessante. Cioè, di monumentale non c’è niente, però ieri sera siamo andati a cena nelle due vie parallele della vita notturna, via delle Caserme e corso Manthonè, due stradine pedonali piene di localini. Avevamo prenotato all’Osteria La Lumaca, temendo di non trovare posto, e la risposta in sostanza è stata “ma se venite presto presto non c’è problema, va bene alle 20:30?”. In pratica il locale ha cominciato a riempirsi verso le 22, e così abbiamo capito perché il museo etnografico che si trova proprio lì il venerdì e il sabato apre dalle 22 alle 3 del mattino (attenzione, non in aggiunta all’orario diurno: è proprio il suo orario del venerdì e del sabato). E tra l’altro la cena è stata davvero eccellente: ok, abbiamo speso 83 euro in due (prendendo ognuno mezzo antipasto, un primo, un secondo e un dolce, più 20 euro di ottimo Montepulciano 2005 da 14 gradi e mezzo) ma è stata veramente una delle migliori cene della mia vita.

Sembra insomma che sia una città comunque viva, non solo per le ampie spiagge, ma anche in termini culturali; che per qualche motivo questo flusso creativo ed anarchico produca i vari D’Annunzio, Flaiano e Cascella e così via. E poi a sud del centro c’è una bellissima pineta, prontamente denominata “dannunziana” (ho visto almeno tre vie D’Annunzio, credo abbiano intitolato vie a tutti i suoi parenti fino al secondo grado), nella quale andrò presto a fare una passeggiata. E’ proprio di fronte allo stadio Adriatico: faccio prove per gli anni prossimi.

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Un commento a “Pescara”

  1. roberto celani:

    Manco da Pescara da più di dieci anni, ma le immagini della città trasmesse in questi ultimi anni non mi fanno provare alcun rammarico per questa assenza.
    Questa descrizione non mi sorprende affatto. Era diventata, malgrado tutto, una città difficile già da trent’anni a questa parte.
    Le pinete magnifiche dell’infanzia,su tutto quel tratto di Adriatico, sono a malapena un ricordo citato dai toponimi della zona (Pineto, Silvi, Montesilvano) senza riscontri nella realtà.
    Uno sviluppo urbanistico selvaggio arrivato ormai a saldarsi, deturpandole, alle splendide realtà collinari come in quel di Spoltore.
    Difficilmente oggi D’Annunzio trarrebbe spunti poetici da quella realtà. Più facile sarebbe invece per Flaiano saperne prendere le distanze con ironia.
    A me risulterebbe difficile fare l’uno e l’altro.
    Troppo forte è la sensazione di paradiso perduto che la costa della regione, da cui traggo origini, ormai mi trasmette.

 
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