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martedì 5 settembre 2017, 14:25

Lettera agli amici antirazzisti (2)

(continua da ieri)

2. Sovranità e frontiere

Il secondo tema su cui spesso mi trovo a discutere con gli “antirazzisti” e le persone di sinistra è quello del rapporto tra immigrati e legalità; quello per cui io auspico l’espulsione immediata di uno straniero che viola la legge e mi sento dare del razzista, con contorno di “anche gli italiani delinquono”. Eppure, analizzandolo bene, questo tema deriva da una divergenza di fondo che bisogna mettere in chiaro, quella sul senso stesso di termini come sovranità e cittadinanza.

Per dirla in breve, secondo me uno straniero (inteso come persona che non abbia cittadinanza italiana o europea, a prescindere dall’origine etnica) è un ospite, che sta sul territorio italiano per una gentile concessione del popolo italiano che può essere data e tolta secondo regole che l’Italia può fissare sostanzialmente a proprio piacimento; e lo scopo dello Stato italiano è la prosperità degli italiani, che ovviamente tiene anche conto del destino dell’intero pianeta e si rapporta agli altri Stati in modo pacifico e costruttivo e non in modo aggressivo e discriminatorio, ma che, nel momento in cui un contrasto diventa inevitabile, mette gli interessi degli italiani davanti a quelli di tutti gli altri.

Dall’altra parte, io vi sento invece riproporre la classica visione internazionalista e terzomondista secondo cui tutti gli esseri umani sono fratelli e la Terra non dovrebbe più avere frontiere, permettendo a chiunque di andare e stabilirsi ovunque desideri senza vincoli, ma anche obbligando tutti gli Stati a farsi carico dei problemi di tutti gli altri, per cui se in Libia i migranti economici sono maltrattati o se in Sudan c’è una carestia allora è dovere e obbligo diretto anche dello Stato italiano fare qualcosa, perlomeno accogliendo qui chi si presenta a chiedercelo, indipendentemente dalla sua effettiva condizione.

La vostra è una visione nobile, non lo nego, e forse anche un buon obiettivo per il pianeta nel lungo termine; ma è anche una visione semplicistica, che non fornisce alcuno strumento concreto per trattare i problemi pratici di integrazione in Occidente e di sviluppo nel Terzo Mondo, dato che nella vostra visione essi non esistono e se esistono sono semplicemente colpe dei singoli “razzisti” e non problemi collettivi del sistema.

A me, comunque, quel che preme è altro: la vostra visione non mi darebbe fastidio se non fosse accompagnata dalla negazione della legittimità stessa di tutte le altre visioni, a partire dalla mia, in quanto “razziste” o perlomeno “discriminatorie”. Eppure, se così è, non solo tutti gli altri italiani ma anche tutto il resto del pianeta è razzista, visto che trattare diversamente le persone a seconda che abbiano un passaporto nazionale o meno è il principio di funzionamento normale di tutti gli Stati del pianeta, compresi gli stessi Stati africani, in diversi dei quali vigono addirittura discriminazioni su base etnica o religiosa; e non conosco una sola nazione al mondo che applichi davvero l’idea di un mondo senza passaporti.

Razzismo è trattare diversamente i cittadini di uno stesso Paese a seconda della loro origine etnica, della loro religione o di qualsiasi cosa che non siano le loro azioni e la loro situazione personale; chi dice “prima gli italiani” per sostenere che un cittadino italiano di origine straniera non ha gli stessi diritti di un italiano da sette generazioni è razzista e va fermato. Ma che ogni Stato si occupi innanzi tutto dei propri cittadini, applicando agli stranieri regole diverse almeno per quanto riguarda la loro permanenza e la loro partecipazione al contratto sociale nazionale (tasse, servizi, rispetto della legge…), è semplicemente la normalità delle cose.

Anzi, io trovo se mai sottilmente razzista la vostra visione, oltre che contraddittoria: perché tipicamente, quando si parla di intervenire per “esportare la democrazia” in Paesi autoritari o di investire con capitali europei nel loro sviluppo, voi vi stracciate le vesti e gridate al colonialismo e alla violazione della loro indipendenza e sovranità. Allo stesso tempo però, se questi Paesi liberamente si scelgono un governo che spreca le risorse economiche e nega i diritti umani, la cosa diventa subito un problema nostro, come se non consideraste questi Paesi davvero capaci di autogovernarsi; e quindi, invece di sostenere dall’esterno quella parte più avanzata delle società locali che potrebbe darsi un governo decente (non sia mai, è intromissione, è colonialismo!), la vostra umana e antirazzista soluzione è la deportazione programmata (pardon, “accoglienza”) della popolazione locale in Europa, dove potrà poi adattarsi a raccogliere pomodori per i nostri industrialotti senza scrupoli, o a bivaccare per strada in attesa di un lavoro che non esiste.

Comunque, non pretendo di convincervi di alcunché, se non di una cosa: chi parla di sovranità e di frontiere non è per questo un razzista, e non è corretto, né utile a nessuno, definirlo come tale. Se riusciremo ad accordarci su questo concetto, avremo già messo una base comune per una discussione più civile.

(continua domani)

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Un commento a “Lettera agli amici antirazzisti (2)”

  1. Stefano:

    Concordo che tale posizione non è necessariamente razzista. Semmai conservatrice e un po’ limitata (alcuni direbbero ottusa). Probabilmente la confusione sta nel fatto che tutte le famiglia di pensiero della sinistra (dall’anarchia al socialismo democratico) sono da sempre internazionaliste, quindi una visione nazionalista è percepita -da sempre- come di destra. Non con tutti i torti.

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