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mercoledì 6 settembre 2017, 13:51

Lettera agli amici antirazzisti (3)

(continua da ieri)

3. Immigrati e legalità

Avendo premesso che lo Stato italiano ha tutto il diritto di scegliere chi far entrare e chi no, si può affrontare dunque il rapporto tra immigrati e legalità, e come dovrebbe approcciarsi l’Italia ai reati degli immigrati, nonché alle persone che entrano in Italia senza permesso.

Su questo tema si fanno grandi cagnare basate sul nulla, che in genere finiscono a colpi di dati presi chissà dove e strumentalizzati per dimostrare, alternativamente, che gli immigrati sono quasi tutti criminali o che gli italiani sono molto più criminali degli immigrati.

E’ nata una intera branca di statistica, che analizza le proporzioni tra italiani e stranieri nella popolazione e negli elenchi dei delinquenti per dimostrare che gli immigrati hanno tassi di delinquenza superiori a quelli degli italiani; cosa che per molti reati comuni è vera, ma è anche una normale conseguenza di condizioni sociali sfavorevoli, e non autorizza a criminalizzare gli immigrati a prescindere.

E’ nato anche un intero genere letterario a scopo antirazzista, consistente nel prendere citazioni storiche da rapporti di un secolo fa relativi all’immigrazione italiana in altri Paesi, rimuovere i riferimenti e mostrare che sono le stesse cose che oggi gli italiani dicono degli immigrati africani; cosa che è altrettanto vera, ma che è anch’essa semplicemente normale per lo stesso motivo sopra citato, visto che per le stesse dinamiche sociali è sicuro che gli immigrati italiani negli Stati Uniti di un secolo fa fossero mediamente più criminali di era arrivato prima e già vi si era integrato; e non è comunque una buona ragione per non perseguire gli immigrati che delinquono.

Alla fine, il dibattito si coagula sullo scontro tra chi si indigna perché l’immigrato di turno stupra, accoltella, rapina, spaccia, occupa, bivacca e disturba, e chi, dal fronte “antirazzista”, si indigna perché gli altri non si indignano allo stesso modo quando gli stessi comportamenti sono commessi da italiani; e dà dunque ai primi dei “razzisti”, peraltro finendo per strumentalizzare a questo scopo ogni genere di tremenda notizia di cronaca (un commento frequente a qualsiasi stupro commesso da italiani, invece di pensare alle vittime e a come evitare questo tipo di reati, è “visto, razzisti?”: e qui, sì, mi fate parecchia tristezza).

Comunque, da “razzista”, lasciatemi spiegare: io mi indigno anche quando i reati sono commessi da italiani, e lamento in generale il lassismo della giustizia italiana verso tutti i crimini e in particolare verso quella microcriminalità urbana, dallo spaccio ai furti, alle occupazioni e persino al semplice disturbo degli altri, che è quella che più crea paura e sensazione di degrado, perché è quella che più impatta direttamente la qualità della vita quotidiana dell’abitante medio delle nostre città. Eppure, sì, reagisco diversamente quando il reato è commesso da uno straniero. Ma non perché lo straniero sia più antipatico, o “inferiore”, rispetto all’italiano, ma perché l’italiano criminale ce lo dobbiamo tenere, mentre, conseguentemente al principio di sovranità di cui abbiamo già discusso, lo straniero è qui per nostra scelta, per nostra gentile concessione; e questa, che non è per forza un’aggravante in senso giuridico, è però certamente un’aggravante in senso politico.

Per questo, secondo me l’intera discussione sulla criminalità degli immigrati non è questione di rapporto quantitativo con la criminalità italiana, di percentuali o di numeri. E’ che un singolo reato commesso da uno straniero è già un reato di troppo, perché quello straniero avrebbe perlomeno potuto, se non dovuto, non essere lì; e questo vale ancora di più se lo straniero è irregolare e/o recidivo.

Per questo, inoltre, credo che la risposta ai comportamenti antisociali degli immigrati, anche non particolarmente gravi, debba essere l’espulsione, almeno nell’ambito di una valutazione della loro condizione generale. Mentre trovo sbagliato cacciare una persona che ha lavorato per anni onestamente, magari ha anche messo su o portato la famiglia, poi ha perso il lavoro e con esso il permesso di soggiorno, trovo invece che un ragazzo africano che è qui da solo, non ha un lavoro, vive di espedienti precari, e poi magari aggredisce un controllore che gli chiede il biglietto sul pullman, vada espulso immediatamente e in maniera efficace, rimettendolo fisicamente sul primo aereo: perché non ha comunque prospettive credibili di integrazione positiva, e anzi, con il suo comportamento, contribuisce a creare la paura dell’immigrazione e in ultima analisi il razzismo vero di molti italiani.

Una maggiore selezione di chi immigra in Italia – già prima dell’arrivo per quanto possibile, in funzione delle necessità collettive e delle capacità socioeconomiche di assorbire e integrare nuovi arrivi, e senz’altro dopo l’arrivo in base ai comportamenti – è non solo legittima e tutt’altro che razzista, ma opportuna; ed è semplicemente quello che fanno tutti i Paesi del pianeta.

Per questo mi dà molto fastidio sentirmi dare del razzista quando mi indigno per un reato commesso da un immigrato, e più ancora per la giustizia italiana che prontamente lo rimette in libertà, spesso dando luogo a immediate ripetizioni del reato. Non solo tutto questo non è necessario, ma è tutt’altro che “antirazzismo”: è la via migliore per creare talmente tanto odio per gli immigrati da dare via libera sul serio a un nuovo fascismo.

(continua domani)

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4 commenti a “Lettera agli amici antirazzisti (3)”

  1. P:

    Senza nulla dire sul resto del discorso, rilevo che la frase “…un singolo reato commesso da uno straniero è già un reato di troppo, perché quello straniero avrebbe perlomeno potuto, se non dovuto, non essere lì…” è assurda e spregevole, e per due motivi anche strettamente logici:

    1. assumi che la causa prima del delinquere sia l’essere straniero, e non, ad esempio, l’essere giovane. Questa correlazione è tutta da provare, e, in ultima istanza, profondamente razzista, senza virgolette

    2. Ma se anche fosse provata, la stessa logica si applicherebbe facilmente a qualunque categoria. Ad esempio, e prepotentemente, ai “poveri”! (Ti lascio l’esercizio)

  2. vb:

    No, non è una questione di causa; delinquono sia gli italiani che gli stranieri. Se mai, è una questione di effetto, o meglio di quale sia la punizione appropriata: a fronte di un reato, l’italiano deve andare in prigione, mentre lo straniero deve andare in prigione e poi essere espulso, proprio sulla base del principio che restare in uno Stato non tuo è una gentile concessione dello Stato in questione, che può esserti tolta se non ti comporti bene. Questo vale a maggior ragione per i reati “minori”, quelli per cui in prigione non ci vai proprio, ma il principio dell’espulsione (magari al secondo o terzo reato, se vuoi, ma non di più) resta valido.

  3. P.:

    Il mio punto però non c’entrava con la pena, ma proprio con la specifica frase – la ripeto:

    “…un singolo reato commesso da uno straniero è già un reato di troppo, perché quello straniero avrebbe perlomeno potuto, se non dovuto, non essere lì…” (tradotto: “se non li facciamo entrare non delinqueranno, e non avremo reati di troppo”)

    Il mio pensiero a tal proposito resta quello già scritto: tutto il resto ho scelto di non commentarlo, e resto fedele alla mia scelta.

  4. Orlando:

    Logica e buonsenso: peccato che gli stessi che oggi chiedono restrizioni all’ingresso degli stranieri siano poi quelli che hanno votato per l’abolizione del reato di clandestintà, cosa della quale non si sente mai parlare. Magari sono io che ricordo male

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