Opera sì, nazismo no
Ieri sera alla Festspielhaus di Salisburgo ho visto per la prima volta dal vivo la Carmen di Bizet. Tutti la conosciamo per le grandi hit popolari come “Igiene sì, fatica no” e “Toreador, risparmiaci l’odor”, ma esiste anche come musical completo di circa due ore e mezza, ed è quello che ho visto io.
Dunque, la storia è ambientata in una Siviglia di un universo parallelo in cui tutti parlano francese, e ha per protagonista la bella zingara Carmen, che tutti però chiamano Carmène o Carmensità . Lei è una stronza di prima categoria; è innamorata di un famoso calciatore, anzi torero, ma vive facendola dondolare davanti a un numero imprecisato di maschi per poterli sfruttare. In particolare, per uscire da casini con la polizia, prende di mira il povero brigadiere José, il classico bietolone il cui sistema circolatorio può alimentare un solo organo per volta, o il cervello o l’uccello; ed è quasi sempre il secondo.
Così, José viene portato sulla via della perdizione, anche perché nell’unico minuto in cui infine riesce ad alimentare il cervello scopre che fuori dalla porta di Carmen, col numerino successivo al suo, c’è il suo capo militare, che viene tacitato a mazzate dall’intero campo nomadi rendendo José un complice. Dunque lui scappa con lei, nonostante l’apparizione della pia Micaela, antica compagna di innocenti limonate da oratorio, che lo implora di tornare a casa dalla mamma e per qualche motivo ritiene che questa sia una proposta allettante per un maschio adulto.
Come prevedibile, dieci minuti dopo Carmen scarica José, che dimostra di essere un totale idiota: prima ripete a lei tutto convinto le puttanate sulla vita libera e l’amore senza confini che lei gli aveva detto per intortarselo, poi cerca di ammazzare il torero, infine chiede un ultimo ultimo incontro dove ripete le solite frasi da quattordicenne in calore. Lei si mette le mani nei capelli, pensando: ma davvero mi son portata in casa un simile idiota? Purtroppo è proprio così, e infatti lui la ammazza: e Carmen muore come una ladra inseguita e accoltellata alle spalle dal tizio che ha rapinato.
Bene, a valle di tutto questo, quest’opera è bellissima. Davvero: è la prima volta che vedo un’opera senza addormentarmi neanche per un minuto. Bella la musica, bella l’esecuzione del greco-russo-putiniano Currentzis, bella la regia che ha accelerato e modernizzato il tutto, inserendo intermezzi parlati in spagnolo o sonorizzati con strumenti elettronici, cupe processioni funebri, una vecchia cicciona in nudo integrale che viene sepolta viva, e soprattutto diversi aitanti ballerini in minishort dorati.
Qui entra in gioco l’aspetto sociale. Questa prima di Salisburgo era innanzi tutto un’occasione mondana per vecchi ricchi e vecchie mogli di ricchi, tutti vestiti in tiro e con gioiellanza e lifting in evidenza. Insomma, l’età media della parte più costosa della sala era palesemente a tre cifre; e loro, naz… scusate, conservatori come tutti i vecchi austriaci coi soldi, non hanno molto gradito le innovazioni registiche.
Invece noi, dalla terzultima fila in cima agli scranni di centrodestra, abbiamo applaudito moltissimo. Un’opera che parla di emozioni universali, con una storia chiara, cantata in una lingua intelligibile come il francese: allora non è obbligatorio che l’opera sia una palla mortale di cinque ore insensate come Wagner l’anno scorso! Vi lascio dunque con questa importante rivelazione: evviva la cultura tradizionale europea, purché la quota di nazismo sia moderata.
