La parola proibita
Sono stato a Nizza da pochissimo; e l’odierno decennale della strage di Nizza, quella in cui un terrorista islamico prese un camion e uccise 86 persone sul lungomare, ha cominciato a rimanermi in testa già quando sono stato sul posto.
Intanto, va detto che il terrorismo islamico ha colpito Nizza non una, ma tre volte.
Infatti, il 21 settembre 2013, un commando di dieci terroristi islamici attaccò il centro commerciale Westgate di Nairobi, uccidendo 67 persone; tra le vittime ci furono anche due donne di Nizza, madre e figlia.
E poi, il 29 ottobre 2020, come se quattro anni prima poco più in là non fosse successo niente, un altro terrorista islamico entrò nella seconda cattedrale di Nizza – non quella più antica, ma quella più grande – e sgozzò il sacrestano e una donna che pregava.
Semplicemente girando per mezza giornata per i luoghi turistici di Nizza, sono incappato nei memoriali di tutte e tre le stragi.
Quello sul lungomare è ovviamente il più grande: raffigura un angelo. L’unica iscrizione è una lista piccola piccola dei nomi delle vittime, seguita da una data.
Quello per le due vittime di Nairobi è costituito da due stele nel parco del castello; su una, quella istituzionale, c’è scritto “Omaggio della città di Nizza alle vittime della barbarie e del terrorismo”, sull’altra, che sembra fatta dalla famiglia, si parla di “memoriale in omaggio” alle vittime dell’attentato terroristico.
Quello per le vittime della cattedrale, posto a lato di essa, è un “omaggio alle vittime dell’attentato nella basilica”, e raffigura un angelo a forma di colomba di pace.
In più, la settimana scorsa ne ho visto anche un quarto: semplicemente scendendo da un tram alla stazione Victoria di Manchester, sono incappato nel memoriale per le vittime dell’attentato del 22 maggio 2017, quello in cui un terrorista islamico si fece esplodere al concerto di Ariana Grande uccidendo ventidue giovani vittime. Anche quello è composto da un breve ricordo dell’attacco terroristico, dai nomi, e da una marea di fiori, di foto e di giocattoli.
E sapete qual è la cosa che mi ha colpito di più di tutti e quattro questi memoriali?
È che in nessuno di essi viene mai, mai, mai menzionata la parola “Islam” o l’origine e la motivazione dell’attentato.
Nel ricordo ufficiale, queste sono disgrazie cadute dal cielo da sole, come una frana o un’inondazione o il crollo di un palazzo. Non ci sono responsabili: son successe, ci spiace, mettiamo lì una lista di nomi e dimentichiamo. Specialmente i monumenti francesi omettono spesso persino parole come “memoria” e “ricordo”; si limitano a un “omaggio” a chi ha sacrificato la vita per… non si sa cosa.
La stessa cosa, fateci caso, succede spesso nei messaggi ufficiali. Per esempio, dieci anni fa Mattarella usò il termine “fondamentalismo di matrice islamica”; oggi se ne è guardato bene, “fondamentalista” e basta. I messaggi si concentrano su dichiarazioni tanto pompose quanto vacue, sul rispondere al male col bene, sulla libertà che vince sull’odio.
Io non so a cosa attribuire questa situazione; se è codardia, se è propaganda, se è una malintesa idea che negare i problemi li faccia magicamente sparire. Naturalmente, il terrorismo islamico è solo una minima parte dell’Islam; allo stesso tempo, è un fenomeno ormai endemico, che si ripete continuamente in molte parti d’Europa, una volta qui, una là . Eppure, nessuno sembra volersene occupare.
E poi, quando succede in Italia (un mese fa a Modena) non succede nulla; una fiaccolata e via. Ma quando succede altrove (un mese fa a Belfast) ormai partono i pogrom; quindi, il problema non è così facile da ignorare e rischia di degenerare in modi molto peggiori. Ma noi, come società , non abbiamo nemmeno ancora raggiunto la maturità per ammetterne l’esistenza.
