Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mer 28 - 15:39
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


domenica 18 Gennaio 2026, 10:30

Tra tutte le passioni, proprio questa

Come tutti, anch’io ho passioni segrete di cui mi vergogno; per questo, ora farò qualcosa di coraggioso. Vi svelerò il motivo per cui ho preso il mio bel treno regionale a carbonella (al ritorno, sostituito da autobus) e sono andato a Milano in un sabato piovoso: è per assistere a Indieverse.

Che cos’è Indieverse? Lo dice il banner sul sito: “L’evento GRATUITO Che Segna Il Punto Di Svolta Per Il Self-Publishing Italiano”, grosso e maiuscolato come se non ci fosse un domani. È la nuova creatura di Rotte Narrative, una delle scuole di scrittura commerciale che più imperversano sui social, di cui non sono mai stato cliente ma che seguo ogni tanto.

Badate, l’aggettivo commerciale non è in sé negativo: semplicemente, ci si concentra su come produrre e vendere libri che possano piacere a un pubblico ampio e definito, cosa diversa dallo scrivere per esprimere se stessi o per piacere ai critici o per ambizione letteraria. La questione, però, è che nell’editoria di oggi la scrittura commerciale è tutto ciò che c’è; per il resto, probabilmente si può provare tramite scuole di altro taglio – per dire, mi piacerebbe una volta fare il laboratorio di Giulio Mozzi, anche se per ora è incompatibile con la mia vita lavorativa – ma le opportunità, in un mercato ormai ai minimi termini, sono davvero ridotte.

Insomma, praticamente nessun editore, grande o piccolo, nuovo o antico, sconosciuto o prestigioso, scommetterà su un libro che non è già a priori costruito per vendere (a meno che non lo paghi l’autore). E questo vuol dire algoritmo: vuol dire pianificare e rivendicare da subito l’appartenenza a un genere preciso con una copertina precisa e dei tropi precisi, vuol dire ripetere più o meno sempre la stessa storia, lo stesso andamento, lo stesso ciclo dell’eroe con gli stessi personaggi, soltanto nascosti sotto un “high concept” diverso (tipo, per i manga, “sono morto e mi sono reincarnato in una lavatrice”). E quindi, vai di depliant viola intitolati “La formula del batticuore”, perché mai, mai deviare dalla formula.

Ora, Indieverse ha uno scopo concreto: incoraggiare la massa di aspiranti, quella che segue le formule ma comunque non trova un editore, a passare all’autopubblicazione su Amazon. Infatti, il prestigioso auditorium in centrissimo a Milano e tutto il resto della giornata sono sponsorizzati da loro e da altri fornitori di servizi mirati.

Io, peraltro, sono uno della massa; sono qui per imparare e magari trovare contatti utili. Arrivo, faccio la fila alla registrazione, saccheggio tutti i gadget possibili e immaginabili, offerte sconto sui corsi, depliant, pubblicità. I libri tipo “Da zero a stile in quattro settimane” però si pagano, quindi non li prendo.

Entro nella sala, mi siedo, aspetto, mi viene voglia di scrivere… questo post. Così apro il portatile e le dita. Alla fine, un quarto d’ora dopo l’ora prevista, il capo della scuola sale sul palco e annuncia che si inizierà tra un paio di minuti, perché “vedo che stanno ancora scendendo gente”. Va bene, anch’io quando parlo mi inciampo. Però, lui è molto bravo a rapportarsi con la folla, fa battute, ci sa fare. Si fa il classico selfie con la sala piena alle spalle.

Mi guardo attorno: il pubblico è molto più di mezz’età di quel che avrei detto. Se mai, i giovani sono sul palco, sono quelli che si muovono con successo tra autopromozione social a trentadue denti e guerrilla marketing su Amazon, mentre, come me, i vecchi postelegrafonici col romanzo nel cassetto stanno ancora elaborando il lutto per l’imminente estinzione del modello tradizionale di editore. Però, c’è comunque anche una nutrita presenza di trentenni, più donne che uomini.

L’intervento inizia, e anche se ovviamente contiene una sfilza di informazioni logistiche, di ringraziamenti agli sponsor e di retorica di persuasione, la parte sul mercato editoriale è molto centrata; andrebbe registrata e mostrata in giro. Parla di come il libro sia inestricabilmente sia opera d’arte che prodotto, e che trascurare per snobismo la seconda parte non abbia senso, e sia forse anche una delle cause della disaffezione generale alla lettura. Parla anche di come non abbia senso rimanere con la testa al ventesimo secolo, di come la rete sia fonte di grandi opportunità. Ed è vero, e sotto sotto mi chiedo perché proprio io, che venticinque anni fa facevo startup di musica digitale, sia ancora mentalmente portato ad aspettare il libro di carta e l’editore paludato: devo essere vecchio.

Esco mentre salgono sul palco le signore di uno sponsor, ossia la FUIS, Federazione Unitaria Italiana Scrittori. Sembra un sindacato e lo è: nasce dalla fusione dei sindacati degli scrittori di CGIL, CISL e UIL (sì, esistevano). Io faccio il giro dell’isolato per raggiungere i workshop, che sono in piazza San Fedele (“davanti al Manzoni”) e solo su prenotazione.

Nei workshop, tenuti da editor professionisti, si creano subito buone vibrazioni. Non c’è quasi nulla che non sapessi già, ma il riassuntone iniziale sull’autore-imprenditore, su canali e strategie per costruire un brand autoriale e arrivare positivamente sul mercato, dovrebbe essere spiegato a chiunque voglia scrivere qualcosa oggi e non abbia un cugino che lavora per un primario editore, e anche a chi ce l’ha (ops).

In sala, tra compagni di sventura, ci si conosce e ci si confronta (conforta) a vicenda. La sala si riempie di domande, alcune ingenue, altre invece dritte al punto. Una signora chiede se a forza di ingegnerizzare pubblici e algoritmi non si finisca per uccidere il talento e produrre libri sempre tutti uguali, e tutta la sala sospira di empatia (comunque la risposta classica delle scuole di scrittura moderne è che il talento non esiste e non serve, contano studio, tecnica, determinazione e mentalità imprenditoriale).

Abbranco la povera editor di Acheron nonché autrice di romantasy, senza più voce dopo un’ora di assalto collettivo, e le dico: io scrivo una roba che sta all’incrocio tra fantasy, shonen manga e light novel, ci sono editori, editor, agenzie, canali specializzati nel mio genere? Lei risponde “eeeh” e mi fa gli auguri.

Pausa pranzo ovviamente da Luini, bibita in un Carrefour Market in un’elegante galleria meneghina che puzza di piscio e barboni, e ritorno in sala. Prima di iniziare, un altro aspirante davanti a me chiacchiera e dice che a lui in fondo fare anche marketing piace, tanto che sui social segue Frank Merenda; ma sa un po’ di sindrome di Stoccolma.

Il pomeriggio inizia con una gentile signora che spiega come il Salone del Libro abbia deciso di dare uno spazio agli autori self, ma abbia dovuto introdurre una quota di partecipazione e una selezione sulla qualità editoriale, perché arrivavano una montagna di schifezze; e però, ora funziona.

Passo al workshop con un autore e editor di fantasy e giochi: l’esperienza mi rincuora, perché più o meno, nel tempo, sono già arrivato da solo a tutti i suggerimenti che dà. Alla fine chiedo anche a lui qualche contatto, mi dà un paio di nomi, ma aggiunge: però i professionisti costano.

È vero, è ovvio, ed è il problema di fondo del mercato del self: proprio perché lo si vuole impostare come attività professionale, ha senso investire mille o duemila euro di editor, illustratore e pubblicità per un romanzo che nel 99% dei casi ne incasserà forse duecento? Con questo dubbio in testa, lascio perdere la premiazione dei vincitori del premio Amazon per i migliori romanzi autopubblicati del 2025 e vado a riprendere il mio treno.

Allora, grande occasione o tempo buttato? La risposta non può che essere “dipende”. Per me, forse, nessuna delle due: ma è stata sicuramente una giornata utile, come reality check, come collezione organica di indicazioni da tenere a mente e come stimolo a un esame di coscienza.

Alla fine, su una cosa concordo totalmente con gli organizzatori: l’auto-editoria non è un ripiego per chi viene scartato dagli editori. È e sarà sempre di più un canale importante, che remunera gli autori molto meglio in caso di successo e che concede loro la libertà creativa che gli editori non danno, a prezzo di un impegno di energie, di soldi, di tempo ben superiore, e rischi totali.

Quanto a me, dopo quattro anni di tentativi e nonostante quel che io percepisco come un bel percorso d’apprendimento (e un premio letterario vinto al primo tentativo), la realtà mi porterebbe a concludere che faccio cagare: scrivo male e/o le mie storie non sono interessanti. Certamente non rispettano più di tanto l’algoritmo, il target, i luoghi comuni del genere, anche se sono molto meno ingenue e incompetenti di quando ho cominciato a lavorarci per pura passione.

Però sono le mie storie, e tutte le volte che cerco di ucciderle tornano su, e mi chiedono se non possano proprio avvincere anche qualcun altro. Per questo, credo che alla fine le autopubblicherò davvero, fuori da ogni regola e speranza: le varerò con una goffaggine da Serbelloni Mazzanti e le affiderò al mare.

Forse, invece, non lo farò mai.

divider
mercoledì 6 Agosto 2025, 10:37

Al festival di Wrangler

NOTA INTRODUTTIVA PER I MELOMANI: Questo post vi sta trollando.

Ebbene sì: dopo anni di tentativi (della mia compagna melomane), nel 2025 siamo riusciti ad avere i biglietti per andare a Beirut al festival di Wrangler. No, scusate, a Bayreuth al festival di Wagner.

Ebbene sì: per la prima volta nella vita, da non melomane, ho assistito per intero a un’opera di Wagner: i Maestri cantori di Norimberga, quattro ore e mezza di musica più due ore di pause nel mezzo.

E com’è?

Sarò sincero: per tre quarti è una palla unica, aggravata dal fatto di essere rappresentata tutta in tedesco, senza sopratitoli, e quindi senza che io potessi capire granché di quello che succedeva. Però, non c’è solo questo.

Innanzi tutto, con pochi momenti di eccezione, la musica di Wagner è piatta e tutta uguale, quattro ore di sviolinate infinite che accelerano e frenano senza andare mai da nessuna parte, avvincenti come un ingorgo in autostrada. Se vai a vedere Verdi o più o meno qualunque altro autore italiano, esci comunque dal teatro con un paio di arie orecchiabili incollate in testa. Qui, no. La musica che ascolti in ogni scena potrebbe anche essere gradevole, ma è sostanzialmente la stessa della scena di dieci minuti prima, o di quaranta minuti prima, o di tre ore prima. Le eccezioni sono i momenti corali, che valgono il prezzo del biglietto, e l’aria finale con cui il protagonista vince.

Ora, però, veniamo al problema principale: la trama. Questa opera racconta di un concorso canoro in cui il premio in palio è una donna infiocchettata, e già questo vi fa capire le idee sociali di Wagner. C’è un protagonista buono e innamorato della ragazza, e un antagonista cattivo che sarebbe il “cantante antico”, quello che si rifà alla musica classica tradizionale che a Wagner fa schifo. L’antagonista cattivo diventa la spalla comica del tutto, tramite una gag in cui si esibisce in maniera apertamente stonata e pomposa, e la gag sarebbe anche carina, se non fosse che è l’unica di tutto il copione e che viene tirata in lungo per tre ore, rendendo l’umorismo più ripetitivo che in un film dei Vanzina. Ah, e ovviamente alla fine vince il buono.

Ora, se questa storia venisse data in mano a un buon editor avrebbe anche delle speranze, ma l’editor come prima cosa ne taglierebbe due terzi, e come seconda strapperebbe le ultime dieci pagine, perché contengono il peccato mortale di qualunque storia: la morale esplicita, quella sbattuta addosso allo spettatore con la dolcezza di un’incudine sulla testa di Wile E. Coyote.

Già, perché finisce che il buono vince la gara cantando con tedeschitudine, e poi fa il gesto di rifiutare la medaglia, e allora l’anziano saggio lo prega di accettare per diventare un vero “maestro tedesco”, e dimostrare la superiorità della cultura nazis… scusate, tedesca su quella del resto del mondo, e lui accetta perché è tedesco e orgoglioso di esserlo.

Ora, come si può rappresentare una roba del genere nel 2025, credendoci? Non si può, e infatti l’opera viene salvata dal regista, che trasforma la mezz’ora finale in una farsa completa, ambientandola su un palco in stile Eurovision dominato da un gigantesco gonfiabile a forma di mucca verde e viola. Per sicurezza, il regista cambia anche il finale, facendo sì che sia la donna, liberandosi dal trattamento da oggetto che le riservano tutti questi maschi, a rifiutare la medaglia nazis… scusate, tedesca. Dopodiché, sull’ennesimo zumpappà uguale ai cento precedenti che chiude lo spartito, tutto il coro alza le spalle e fa una faccia tipo “wtf, rappresentiamo questa roba solo perché ci pagano”. Sapete che io non simpatizzo per le riscritture woke, ma quanno ce vo’, ce vo’; in questo caso, senz’altro ce vo’.

Ovviamente, agli appassionati la regia non è piaciuta: “ha snaturato l’opera” e “non è abbastanza rispettosa”. D’altra parte, se non sei nazista ma ti piace Wagner – un uomo non solo apertamente nazionalista, razzista e antisemita, ma disgustoso anche nella vita reale; non a caso Hitler lo adorava – hai già deciso di ignorare le sue idee per concentrarti solo sulla musica. Che questo sia possibile o meno è l’oggetto di un lungo dibattito. Per quanto mi riguarda, anche se per curiosità ci potrei riprovare, per ora è un no.

divider
martedì 8 Luglio 2025, 09:43

Norvegia (Pedro)

È che oggi, nonostante un clima da tregenda, siamo andati lo stesso a fare la crociera sul fiordo di Geiranger, che è patrimonio Unesco quindi pieno di enormi navi da crociera che vomitano persone, e figurarsi di domenica, però oggi era brutto con allerta meteo gialla e quindi un po’ meno. Alla biglietteria hanno persino negato che esistesse ancora la crociera economica, quella da 50 euro a testa per un’ora, ma io l’avevo vista sul sito e quindi è saltata fuori. Dunque siamo saliti e abbiamo messo su l’audioguida, che a me non piace molto, ma almeno dà un senso a quello che altrimenti sarebbe solo un giro tra cascate e scogliere. Bene, l’audioguida era anche in italiano, e iniziava col racconto di una tipa norvegese cresciuta sul posto, non meglio specificata ma ovviamente alta e bionda, che lasciava il suo paesello e andava a fare l’università a Bergen e lì incontrava Gianni, guarda caso italiano pure lui, che la portava in giro per il mondo, ma alla fine dopo anni di bella vita lei portava Gianni in fondo al suo fiordo e pure Gianni, erede degli imperatori romani, doveva ammettere che era il posto più bello del mondo. Ora, io non ne ho la prova certa, ma sospetto che se avessi scelto l’audioguida francese la tipa bionda avrebbe incontrato Jean de Paris, e in quella inglese John from London, e in quella spagnola avrebbe incontrato Juan, però lì sì che ci sarebbe stata una variante, perché alla fine lei avrebbe mollato Juan per mettersi con Pedro di Santa Fe, che come ben sappiamo è il massimo dei maschi del mondo ispanofono. E allora io ho ascoltato l’audioguida e tutte le sue storie, però con meno convinzione, perché questa storia qui mi sembrava troppo sfacciata; e però poi ho pensato, cosa ne so io di raccontare storie, che già mi hanno scritto tempo fa che chi non vota sì al referendum sulla cittadinanza non è certo in grado di raccontare storie, e che non si aspetti alcuna possibilità narrativa, nemmeno se decidesse mai di elargire i venticappa alla scuola Holden, cosa che molti hanno fatto senza grande soddisfazione, che tanto valeva spenderli in casse di Gaza Cola, che con le tipe del Nord Europa tira senz’altro moltissimo.

divider
martedì 2 Gennaio 2024, 09:48

Il ragazzo e l’airone

Essendo notoriamente un cultore di Miyazaki, sono andato subito a vedere Il ragazzo e l’airone. Per quel che valgono, vi lascio le mie prime impressioni, incoraggiandovi comunque ad andarlo a vedere.

***ATTENZIONE CONTIENE SPOILER***

Cominciamo da questo: alla fine della prima metà, quando appare l’isola dei morti, ero entusiasta. Ho pensato: caspita, mi aspettavo un film di maniera e invece il maestro è riuscito ad andare ancora oltre, sia come estetica che come racconto. Il concetto è interessante, con richiami occidentali espliciti (ok Alice, ma qualcuno vuole sette nane?). Il disegno è ovviamente nel suo stile, ma già dopo trenta secondi vedi la corsa nell’incendio e capisci che ha trovato ancora qualcosa di nuovo e bellissimo.

La costruzione del protagonista e della storia prende il suo tempo; certo non è un film a ritmo di TikTok. Però, funziona: l’ambientazione rurale è magica e il dolore di Mahito è sincero. Soprattutto, il rapporto con la natura non è scontato: sono sicuro che siamo tutti entrati in sala aspettandoci scene d’amore interspecie tra il ragazzo e l’airone, tipo “salta, Willy, salta!”, e invece… no. È come se il maestro si fosse rotto di sentirsi dire che è un gran pittore delle meraviglie della natura e avesse voluto sovvertire il suo stesso trope.

E però, la seconda parte secondo me è un pasticcio, di sceneggiatura soprattutto. Già subito, lui ritrova quella che è evidentemente la madre e nessuno sembra farne cenno o anche solo intuirlo, salvo che poi alla fine lei dice “Luke, cioè, Mahito, sono tua madre”; e a un certo punto invece lui comincia a chiamare mamma la zia, d’amblé, e si dice che così lui potrà tornare nel mondo come figlio della zia, però alla fine boh, non succede. E poi, i pellicani: ma che senso hanno? Appaiono dal nulla, c’è una scena drammatica improvvisa che ci dice che non sono cattivi come sembrano, poi spariscono di nuovo per quasi un’ora, poi riappaiono nell’ultima scena. Eh?

E poi, improvvisamente appare la popolazione dei pappagallini carnivori, certamente carinissima e funzionale alle classiche scene di massa miyazakiane, ma anche lì, non particolarmente motivata. Andrebbe tutto bene se non fosse che a cinque minuti dalla fine, dal nulla, senza preavviso, si scopre che i pappagalli hanno un re cattivissimo che viene letteralmente imbucato nella scena finale, ma tipo seguendo i protagonisti alle spalle a un metro di distanza per mezz’ora senza che loro mai se ne accorgano, solo per provocare la catarsi finale con la distruzione di tutto e l’apparizione di un gigantesco cervo ah no scusa quello è Mononoke. Insomma, un classico deus ex machina che però, ecco, nelle sceneggiature moderne non si fa così, insomma.

Infine: sappiamo che non sempre nei film di Miyazaki l’importante è la premessa drammaturgica, o “il messaggio” che dir si voglia. Però, ecco, se qualcuno ha capito cosa ci vuol dire il maestro, me lo può spiegare? Alla fine, con la scusa del cattivo, salta fuori qualcosa tipo “siamo noi che con i nostri comportamenti decidiamo se il mondo è bello o brutto”, ma mi sembra banalotto. Mereghetti sostiene che sia un messaggio su come l’equilibrio della natura è entrato in crisi partorendo mostri che ci aggrediscono, e potrebbe anche essere, se non fosse che i mostri sono nel mondo interiore e non in quello esterno; comunque, pure questa non è proprio una breaking news.

Morale: resta lo stesso un bel film, sia da guardare che da seguire; è possibile che a una seconda visione mi entri più nel profondo; però, credo che resterò più affezionato a Mononoke, a Cagliostro, a Si alza il vento, insomma ad altre pietre miliari della carriera di quello che resta il più grande regista giapponese di animazione della storia.

divider
domenica 20 Agosto 2023, 22:59

Creare immagini con l’AI

Oggi, domenica d’agosto con poco da fare, ho deciso di dedicarmi al piacere e al dovere insieme: dopo averne tanto parlato, ho passato la giornata a provare Stable Diffusion, una delle AI specializzate in disegno. Me la sono installata in locale sul portatile; c’è voluto un po’ di smanettamento, la lettura di prontuari su diversi siti, la comprensione di una dozzina di acronimi e componenti, nonché un bel po’ di spazio disco (comprese tutte le aggiunte, ho già occupato una quindicina di GB), ma dopo un paio d’ore ero a posto.

Bene, che dire? Come primo esperimento, ho scelto per soggetto un famoso personaggio cinese, Xiao di Genshin Impact (non preoccupatevi se non sapete cos’è, se avete più di vent’anni è normale): l’ho scelto perché è allo stesso tempo complesso da disegnare ma molto diffuso. Questo mi ha permesso di recuperare in rete una serie di modelli già pronti: il generico modello ottimizzato per il disegno in stile anime, e poi il modello specialistico per disegnare questo specifico personaggio.

Infatti, a differenza di quasi tutti i sistemi AI concorrenti, Stable Diffusion è un sistema molto aperto che può funzionare anche sui personal computer: così, c’è stato qualcuno che ha passato una montagna di tempo a far vedere all’AI centinaia o migliaia di immagini di questo personaggio, specificando per ognuna tutte le caratteristiche del disegno, in modo che l’AI imparasse a disegnarlo in qualunque forma e posizione.

Insomma, c’è voluta un’oretta per capire come mettere insieme i vari componenti e come usare l’interfaccia utente, ma alla fine… la prima delle immagini che vedete è soltanto la quinta che ho generato in tutta la mia vita: le prime quattro non c’entravano nulla, ma questa è già notevole.

C’è però un piccolo problema: come ho scoperto nel pomeriggio, è relativamente facile generare immagini piuttosto belle, ma è molto difficile generare immagini perfette, nonché davvero corrispondenti a ciò che vorresti tu. Non mi riferisco soltanto al fatto che ogni tanto – non spesso, a dir la verità – escono fuori immagini con una gamba sola o con tre. Mi riferisco piuttosto al fatto che tu puoi anche dare una caterva di istruzioni e dettagli su come vuoi l’immagine, ma più ne metti più il sistema si incasina, perché può soltanto mettere insieme imitazioni di ciò che ha visto: e se “Xiao in piedi con lo sguardo truce” è abbastanza semplice, “Xiao vestito di un kimono blu mentre guarda a sinistra col braccio piegato e una spada in mano, sullo sfondo del cielo con le nuvole” è già troppo complicato, e non viene mai eseguito alla lettera. Ogni tanto, al posto della spada c’è una candela, oppure il cielo è nero e senza nuvole, e il kimono è sempre bianco perché il modello ha imparato solo kimono bianchi.

Insomma, è come guidare una Ferrari senza volante, provando a partire venti volte per sperare che almeno una vada più o meno nella direzione che desideri. Ovviamente io sono un operatore AI molto incompetente, eppure pare che tutti facciano così: si prova a dargli un insieme di istruzioni, viene fuori un risultato più o meno carino, gli si dice “riprova”, magari si aggiunge o si toglie una parola, e poi semplicemente si ripete, anche perché più ripetizioni diverse delle stesse istruzioni danno risultati anche piuttosto diversi; quindi, si ripete a caso fin che l’AI non ne imbrocca una meno brutta.

Non parliamo poi di disegnare scene con più personaggi: a quanto pare, al momento – a meno che non si tratti di un generico gruppo – non è fattibile, non con questi strumenti almeno. E poi, non ho ancora provato le illustrazioni fotorealistiche: penso che lì ottenere buoni risultati sia ancora più difficile.

Morale: è un giochino divertente, ma per ora può sostituire i disegnatori umani solo in certi tipi specifici di composizione, e solo per committenze che si accontentino, che non abbiano un’idea molto precisa dei dettagli che vogliono e che si adattino a quel che viene fuori dal sistema. Però, è impressionante che per quel tipo specifico di illustrazione io, con un normale portatile e poche ore di addestramento, possa fare quel che fino a ieri richiedeva talento, manualità e anni di studio; e questi strumenti certamente continueranno a migliorare.

P.S. Naturalmente, questo è un esperimento: dato che nelle discussioni di policy che seguo per lavoro si parla continuamente di AI, mi sembrava il caso di capirne di più. Le immagini generate sono prove per uso personale; nel frattempo, la discussione sulla legittimità dell’uso di questi strumenti senza compensazione degli autori originali è tuttora aperta.

divider
mercoledì 3 Maggio 2023, 14:53

Maree

Se vi state chiedendo dove io sia sparito nelle ultime ventiquattr’ore, ecco qui.

Ieri alle 18 a Milano, alla Cattolica, abbiamo presentato Internet fatta a pezzi. È stato un successone, sala piena, molte domande, multiple promesse di adozione come libro di testo o di riferimento, una caterva di complimenti sia per i contenuti che per lo stile di scrittura (per uno come me che scrive sin da ragazzo ma non ha mai avuto la fiducia in se stesso necessaria per provare seriamente a pubblicare libri fino a pochissimo tempo fa, quest’ultima cosa è bella ma anche una grande sorpresa).

Ma invece che di me vorrei parlare della vita, perché quella di ieri è stata anche una buffa coincidenza. Qualcuno, non molti, sa che il primo vero discorso pubblico della mia vita fu l’8 dicembre 1996: era l’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico e io, da rappresentante degli studenti, mi presentai tutto emozionato con giacca nuova e scarpe nuove per parlare dal palco. Anche allora l’ospite d’onore era Romano Prodi, allora presidente del consiglio, e fu gentile, e ci incontrò anche in privato.

È quindi indicativo di qualcosa che non so, forse solo la supremazia del caso, che alla presentazione ufficiale del mio primo vero libro, ventisette anni dopo, l’ospite d’onore fosse ancora Romano Prodi. Lui ovviamente non poteva ricordarselo, ma quando si è presentato dicendo “piacere, noi non ci siamo mai incontrati” (il momento nella foto) io gli ho subito risposto che non era vero, e che era la seconda volta.

Ho avuto il privilegio di andare poi in auto e a cena con lui, ed è stato una miniera di racconti, considerazioni e aneddoti (che ovviamente non posso riferire). È stato gratificante e arricchente e mi ha ricordato l’ultima persona che avevo potuto incontrare in modi simili e da cui ho imparato molto: un altro grandissimo intellettuale italiano, Stefano Rodotà. Volevo comunque ricordare anche lui, perché molto di quel che c’è nel libro dipende da ciò che ho capito da lui.

Insomma, le fortune nella vita sono strane, e vengono per cicli e per maree che non si possono prevedere e forse nemmeno cavalcare, ma soltanto un pochino indirizzare. Dev’essere per questo che ieri ho fatto una cosa che un tecnico non dovrebbe fare, e mi sono rimesso le stesse scarpe da cerimonia del 1996, molto consumate da numerosi giri del mondo, ma ancora presentabili; e quest’ultima descrizione è un po’ come mi sento anch’io in questa fase della vita.

divider
lunedì 10 Aprile 2023, 15:00

Cacciare la scimmia

Ritornare a casa, svegliarsi alle otto nonostante il jet lag, cominciare a smazzare insieme tre valigie e due zaini da disfare, tutti gli arretrati personali, tutti gli arretrati di lavoro, tutti gli arretrati di varie comunità online e del libro da presentare, la casa da risistemare, il frigo vuoto e quant’altro. Mandare il report bisettimanale posticipato dal venerdì di ferie, prepararsi alla call col capo, lanciare un aggiornamento su un paio di server, mettere a posto pile di ricevute. Cambiare di nuovo le spine americane in spine europee, mettere a posto la moneta e le banconote in yen e riprendere gli euro, sistemare nel cassetto il passaporto, la IC card giapponese e la patente internazionale, tirare fuori le chiavi della macchina. Estrarre dalle valigie tutti gli acquisti, impaccati in ogni cavità esistente, e poi lasciarli lì perché non sai ancora dove metterli.

E poi, ricordarsi che bisogna anche ricominciare a bussare a più porte possibili per i libri da pubblicare, e finire di rileggere per la terza o quarta volta il nuovo romanzo, aggiustando virgole e frasi fin che non diventa scorrevole davvero, e piacevole all’orecchio e al cervello e al cuore, anche se poi pensi che tanto nessuno lo leggerà mai, e ti dispiace, ma non è quello il punto.

Nel volo di ritorno – finite le sei ore di lavoro che la batteria del portatile mi ha concesso – ho intravisto un bel film, The Fabelmans di Spielberg. Parla di com’è crescere con una passione artistica di cui non puoi fare a meno, persino quando ti isola dagli altri e ti rovina la vita, persino quando hai continuamente il dubbio che faresti meglio ad ammazzarla. Ed è proprio così: alla fine, quando ti esce la scimmia dell’arte – o quando finalmente, dopo averla repressa a mazzate per cinquant’anni, le lasci mettere la testa leggermente fuori dalla tasca del cappotto – capisci che tu non potrai smettere di inseguirla, che caccerai la scimmia giorno e notte con il fucile, con le pietre, con le mani, e non la catturerai mai, mai e poi mai, ma non potrai più evitare di farlo, anche se la tua mira fosse ridicola, anche se nessun altro al mondo fosse mai interessato a vederne il cadavere, anche se tu fossi l’unica persona rimasta sul pianeta.


(Calligrafia di YÅ«ma Oki; i kanji, “saru” e “ka[ri]”, me li diede l’anno scorso il mio yamatologo preferito, Massimo Soumaré.)
divider
giovedì 8 Dicembre 2022, 13:57

Nippominchia e Giappone reale

Parliamo di Giappone? Condivido questa foto per farvi un piccolo discorso.

La foto viene dal post su Facebook di uno dei tanti italiani che vivono in Giappone o lavorano col Giappone da anni, e che quasi sempre si incazzano per il modo in cui da noi si parla di quella realtà. Perché? Perché l’Italia è piena di “nippominchia”, ossia di persone che conoscono il Giappone solo per aver letto i manga e guardato gli anime, o perché vanno a mangiare il sushi tutte le settimane (dai cinesi), senza esserci mai stati; tra queste ci sono anche molti giornalisti, e quindi è tale anche la descrizione che ne esce generalmente sui media. Si tratta di persone che adorano il Giappone acriticamente, che lo vedono come una terra promessa dove tutto è pulito, sicuro, efficiente e beneducato, dove le persone si vogliono bene e collaborano tutte insieme e dove si vive in pace e in armonia con la natura secondo tradizioni spirituali millenarie.

La realtà, naturalmente, non è proprio così. Vivere in Giappone da giapponesi è, per i nostri standard di dolce vita, terrificante. Già da ragazzo, la scuola ti impegna dal mattino al tardo pomeriggio, e la sera fai i compiti; quando lavori, facilmente finisci a essere un ingranaggio di un’azienda medio-grande e a uscire dall’ufficio a sera inoltrata, non di rado anche nel fine settimana. La cultura collettivista non ha soltanto vantaggi; l’individualità, la creatività non trovano posto, perché conformarsi è la norma e “il chiodo che sporge va preso a martellate”.

Esprimere e realizzare se stessi è difficile, e non parliamo di sentimenti: il Giappone è uno dei Paesi in cui l’età del primo bacio o del primo rapporto è più alta, spesso ben oltre la maggiore età; e i tassi di suicidio sono oltre il triplo dell’Italia. In più, viverci da italiani è anche peggio; nel momento in cui non sei più turista ma residente, ci si aspetta che tu ti conformi esattamente a tutte le loro usanze, linguistiche, burocratiche e comportamentali; altrimenti sarai sempre trattato come un diverso, se non proprio con razzismo.

Per questo, la sola parola “manga” è sufficiente a fare incazzare quasi tutti gli italiani in Giappone. Non solo: fa incazzare anche molti giapponesi che si sentono stereotipati, e a cui dà fastidio, girando all’estero, essere visti come gli abitanti di una terra popolata esclusivamente da onde energetiche, samurai, spiriti e arti marziali, esattamente come a noi dà fastidio sentirci dire “sole pasta pizza mafia”; e che sanno che il mondo fantastico dei manga ha un lato oscuro e inquietante, quello di essere la valvola mentale di sfogo per una realtà spesso pesante e insopportabile.

Sempre per questo, anche le immagini condivise ossessivamente sui social dello spogliatoio pulito della nazionale giapponese hanno indispettito molti; come Antonio, l’autore del post, che risponde con la foto di uno dei tanti impiegati che escono tardi dall’ufficio, vanno a ubriacarsi coi colleghi (una delle poche forme di socialità previste) e poi svengono e passano la notte distesi sul pavimento della metropolitana.

Si tratta di stereotipi, nell’uno e nell’altro senso; come tutti i luoghi comuni, hanno la realtà dentro ma non dobbiamo restarne prigionieri. Il Giappone è assolutamente un posto da visitare, e ha una cultura che oggi è senz’altro più interessante e più in linea coi tempi di quella anglosassone. Bisogna soltanto evitare di confondere la realtà con la fantasia; bisogna distinguere sempre tra il Giappone magico e fantastico proposto dalla sua industria mediatica e tecnologica e il Giappone reale, che è, come è la vita, molto più complesso e pieno di chiaroscuri.

Una volta capito quello, godiamoci pure i manga, e i video musicali cantati da ologrammi, e il sushi anche a colazione se volete; ma con consapevolezza.

divider
mercoledì 7 Dicembre 2022, 13:29

Quando i moderatori di Facebook dovrebbero andare a ballare in Puglia

Questo aggiornamento di stato è stato censurato da Facebook per “violazione degli standard della community”; naturalmente non ti dicono in cosa, ma suppongo che sia per la metafora di tagliare le dita, che dal tono generale del testo mi pare evidente essere una metafora, ma per Facebook no. Quindi, lo pubblico qui.

Sono a Malpensa, sul bus per Torino, in attesa della partenza, e c’è l’autista che inganna il tempo guardando qualcosa sul cellulare, e io temevo fosse la partita, e invece no, è molto peggio: è un film natalizio americano che ha dei dialoghi tremendi, e non solo per i livelli di glucosio da ricovero, ma proprio per la scelta delle parole e delle frasi, perché tutti parlano come nella pubblicità del Glen Grant degli anni ’80, e sono doppiati in quel modo, con l’enfasi di Michele l’intenditore, e – mio dio, lui le ha appena detto “sei straordinariamente bella stasera”, no dico, chi direbbe mai una frase così nella vita reale? Ma basta, tagliate le dita agli sceneggiatori, e anche – no, mamma, il colpo di scena adesso è che lui non andava malvagiamente via a Natale per fare carriera, ma per aiutare “una ong di un orfanotrofio in Nigeria”, che fino a un attimo prima non esisteva, alla faccia della prefigurazione e di ogni principio di base delle sceneggiature, ma basta, basta, bruciategli il cellulare o scendo, che non lo reggo più.

divider
venerdì 8 Luglio 2022, 21:01

Aspettando una mail

È venerdì sera, il momento in cui faccio clic e su Wattpad appare un nuovo episodio della storia statica e strana che ho preteso di pubblicare per prova (vi ho mai detto che a me le allitterazioni piacciono molto?). Ma non è di questo che vorrei parlare; in realtà, volevo raccontarvi del senso del tempo completamente proprio che ha il mondo editoriale.

Per carità, io sono digitale e ingegnerista; per me, il tempo di risposta si misura in millisecondi e comunque, da buon server interrogato da un client, una risposta si deve sempre dare. Invece, quando entri nel mondo dell’editoria scopri un universo parallelo in cui alle mail non si risponde quasi mai, e in cui comunque nessuna risposta arriva mai in un tempo catturabile dalla mente umana.

Ma capiamoci bene, questa non è una lamentela; certo, è frustrante, è destabilizzante, ti porta a fissare il vuoto chiedendoti se tra due, cinque o sette mesi arriverà infine una mail o se il tuo entusiasmo creativo morirà lentamente d’inedia nel vuoto, non essendo alimentato da quel senso di senso che serve agli esseri umani in ogni cosa che fanno. Ma è una pratica che capisco, perché l’altro lato della medaglia è che milioni di italiani scrivono e inviano, riempiono le segreterie editoriali di manoscritti forse belli o forse manco adatti a un esame di terza media ma le riempiono, e a fronte di questo è meraviglioso, è miracoloso che ci sia ancora qualche editore che non sbarra tutto e non dice “pubblico solo chi scopro io per i fatti miei, gli esordienti senza calci in culo e senza culo si fottano”.

Però, ecco, vi faccio un esempio. Oggi la mia angoscia è contenta perché ho ricevuto finalmente una risposta da un editore che per ciò che si è scritto per tramite di Konan sarebbe perfetto, se si decidesse a pubblicare anche qualcosa di originale e di testuale; ed è un grosso enorme “se”, a fronte di una situazione in cui questi manco trovano la carta per stampare i manga che la gente si contende nelle fumetterie con la faccia di un Fry che grida “shut up and take my money”; per cui, non mi aspetto certo che mi prendano.

L’editore è Star Comics, e non vi gasate: la risposta è semplicemente “abbiamo ricevuto e messo in coda”. Ma era per darvi un’idea: io ho inviato la mail con la mia brava sinossi (prima o poi, giuro, parleremo anche della maledetta sinossi) in data 26 maggio, al loro generico indirizzo di contatto, visto che d’invio manoscritti il loro sito non parla; dopo cinque settimane di silenzio, il 3 luglio mi son deciso a riscrivere, senza vera speranza, semplicemente per provare a chiedere se la mail fosse mai arrivata; e oggi, cinque giorni dopo, alle sei di sera del venerdì, invece di andare a farsi un meritato aperitivo, un sant’uomo mi ha scritto che hanno ricevuto e inoltrato all’ufficio competente.

Mi son sentito in colpa; non volevo certo rompere le scatole, e posso immaginare il volume di mail d’ogni genere che gli arriva; e in più, come vi ho detto, il mio invio non è un fumetto e mi aspettavo che venisse scartato a prescindere. Quindi, sempre siano lodati gli Star, se collaboreremo magari gli regalerò anche dei personaggi decenti per la scuola di Ancient Magus Bride (scusate, è una polemica tra me e un’autrice giapponese); ma un’esperienza simile, ancorché più responsiva, più allegra e meno dilatata nel tempo, mi è capitata anche con J-POP (quindi, compriamo tutti Frieren).

Ovviamente, tu ti chiedi: ma una risposta di una riga “abbiamo ricevuto e messo in coda” non potrebbero dartela subito, evitando il peso di ulteriori scambi? Ma la mancata risposta è anzi istituzionalizzata: ci sono tanti editori che te lo dicono prima. Fanno una pagina di invio manoscritti, ti intimano la loro versione di come si impagina un documento (prima o poi, giuro, parleremo anche dei maledetti caporali) e ti dicono: manda qui, nessuno ti risponderà, se ci interessa ci faremo sentire noi, ma in ogni caso non prima di sei mesi.

Quindi, tranne che per un paio di grossi editori che hanno un santo risponditore automatico, tu resti comunque col dubbio che la mail sia andata persa in qualche gorgo di rete o più probabilmente in qualche filtro antispam; io faccio mail di mestiere, quindi posso fervidamente immaginare centinaia di motivi per cui una mail si sia persa senza essere mai stata aperta, non ultimo il fatto che (non ridete, mi è successo appunto con J-POP) tu hai copiato male l’indirizzo e non hai ricevuto il messaggio d’errore. Poi, ad ogni modo, riprendi la tua vita; e speri che tra sei mesi t’arrivi un imprevisto dono del destino.

Incidentalmente, e lo specifico solo perché qualcuno l’ha chiesto, la risposta arriverà solo nel raro caso che sia positiva; certo l’editore non si mette a dirti perché non gli è piaciuto il tuo testo, e nemmeno a lavorare con te a migliorarlo se non è già praticamente perfetto. Anche qui, è una impossibilità materiale; ci sono semplicemente troppi aspiranti scrittori per le nostre strade. Se non sei sicuro di quel che fai, esistono scuole di scrittura, manuali, agenzie formative, agenzie letterarie, insomma tante altre strade per imparare o prendere a prestito il mestiere prima di allagare la rete di manoscritti.

E anche di mestiere si dovrebbe parlare, ma per oggi ho già scritto troppo; che il vero motivo per cui temo di non interessare se non a una piccola minoranza di lettori già lo so da tempo e dai social network, ovvero che scrivo complesso (anche se il mio manoscritto è stato per questo artatamente piallato e semplificato nel lessico e nelle strutture, e garantisco che scorre proprio bene) e troppo, troppo lungo.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2026 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike