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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


lunedì 22 Giugno 2009, 17:14

Persepolis

Leggere un libro è una attività che richiede una lunga preparazione. Mi succede raramente di vedere lì un libro di cui non ho mai sentito parlare, comprarlo, portarlo a casa, leggerlo subito. Di norma succede il contrario: sento parlare di un libro e mi viene voglia di leggerlo; metto lì l’informazione per una futura occasione. Settimane, mesi, talvolta anni dopo, vedo il libro in libreria, me ne ricordo, lo compro, e lo porto a casa. Ma dato che il tempo per leggere è poco e la coda di libri arretrati è lunga, in genere passano altre settimane, altri mesi, e poi finalmente lo leggo. Si può così dire che leggo poco, ma leggo soprattutto libri predestinati.

Uno di questi è quello che sto leggendo adesso: Where Wizards Stay Up Late, un libro che volevo leggere sin da quando uscì più di dieci anni fa, e che varie volte ho pensato di ordinare via Internet oppure ho cercato in una delle mie visite nelle librerie di paesi anglofoni. Mi è capitato finalmente in mano, per caso, alla libreria dell’MIT a Cambridge-quella-in-America, quando ci sono stato a marzo; e l’altro giorno l’ho cominciato. Ma non è di questo che volevo parlare oggi.

Prima di questo, infatti, ho finalmente letto il primo volume di Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi che racconta la storia della rivoluzione islamica in Iran. Il fumetto è stato scritto e pubblicato in francese, ed è un esempio di quello che in Europa solo il mercato francese del fumetto può fare: cioè far uscire e conoscere opere serie anche di autori sconosciuti, cosa che da noi è quasi impossibile per relativa mancanza di pubblico, anche se fortunatamente le cose stanno migliorando.

Nell’ambiente, di Persepolis si parlava bene già prima che ne venisse fatto un film e che esso venisse premiato al Festival di Cannes due anni fa: per cui era sulla mia lista da qualche anno. Tre o quattro mesi fa – anzi no erano di più, perché era la volta di questa visita oppure subito dopo – mi capitò sottomano il primo volume, e così decisi di portarlo allo stato successivo: quello di “l’ho comprato e prima o poi lo leggo”.

Effettivamente la fama del fumetto è meritata; in questi giorni in cui si parla di Iran aiuta molto a capire cosa succede là, ma è anche un compendio di storia delle rivoluzioni del Novecento. Lo stile grafico è solo apparentemente semplice, ma è molto interessante vedere come lo stile del fumetto classico americano viene apertamente contaminato dall’iconografia di tipo babilonese, in cui le folle sono facce ripetute bidimensionalmente in maniera regolare e la stilizzazione assume un valore concettuale. Così come lo Psiconauta di Aleksandar Zograf rappresentava la storia della guerra in Serbia vista dall’interno, Persepolis fornisce una inquietante e commovente visione di come i grandi drammi della storia appaiano a chi ci cresce dentro.

Dev’essere per questo che oggi da Fnac, mentre compravo i volumi successivi, ho fatto che prendere anche un altro libro che è nella mia coda “da comprare” sin dai tempi del liceo: Il partigiano Johnny di Fenoglio. Ma è solo un acquisto tecnico: come libro di testo, per essere preparati per il nostro prossimo futuro.

[tags]libri, fumetti, lettura, persepolis, iran, satrapi, zograf, fenoglio[/tags]

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mercoledì 15 Aprile 2009, 13:31

Berlusconiani

Ho sentito poco fa al TG1 la notizia della cacciata dalla Rai (meglio, “sospensione”) di Vauro, unico capro espiatorio dell’ultima, contestata puntata di Annozero. La notizia è stata peraltro detta in modo estremamente buffo: il “giornalista” leggeva il comunicato della Rai dicendo lentamente e con enfasi le parti iniziali che criticavano la trasmissione, poi improvvisamente accelerava per buttare un po’ via la parte centrale non critica (“Nonsonstatinveceravvisatisostanzialielementi disquilibrioneldibattitosvoltonstudio nelcorsodellatrasmissione.”) e poi con voce stentorea proclamava la cacciata.

Non guardo più Santoro da anni; ne apprezzo la capacità di essere fuori dal coro, l’ultimo mohicano in una televisione ormai completamente al servizio del PD±L, ma non ne sopporto più la trombonaggine, il pippobaudismo di sinistra, e la generale necessità di ricondurre tutto a logiche banali tipo “operai buoni – padroni cattivi” oppure “veneti razzisti – immigrati sfruttati” (per non parlare dell’essersi fatto eleggere al Parlamento Europeo prendendo lo stipendio per fare poco o nulla). Quindi non ho visto la puntata scorsa; sono però andato a vedermi le vignette di Vauro incriminate.

Bene, che dire? Il gelo nello studio si avverte sin dal principio, e lo stesso Santoro cerca disperatamente di minimizzare. Si sente anche che Vauro è sinceramente indignato, e che le sue battute sono esplicitamente pensate come coltellate al governo; Vauro certamente pensa di agire per vendicare i morti, non per speculare su di loro. Allo stesso tempo, sono però chiaramente e totalmente fuori luogo: non fanno ridere, perché non c’è niente da ridere. Sarebbe stato meglio se si fosse limitato al primo disegno.

Però, è sufficiente questo per far cacciare con ignominia uno dei migliori disegnatori satirici italiani? Secondo me no, anche se sarebbe meglio che Vauro specificasse, per la forma, che naturalmente non voleva offendere nessuno e che se qualcuno dei terremotati se l’è presa è ovvio porgere le proprie scuse.

E infatti, l’uscita della Rai è parte del newspeak di questi giorni: il terremoto è una grande tragedia, ma grazie agli sforzi del nostro caro leader, sempre inseguito dalle telecamere in mezzo al fango e ripreso in pose ducesche, le sofferenze dei poveri abruzzesi sono state lenite. Il rancio è ottimo e abbondante; del resto vi basta ascoltare attentamente un qualsiasi servizio di un qualsiasi telegiornale in questi giorni per accorgervi che dopo ogni critica anche minima c’è sempre un “ma”; nelle tende fa freddo, “ma” sono state date coperte a ognuno; le case sono crollate, “ma” entro l’inverno ce ne saranno di nuove; l’ospedale è mezzo distrutto, “ma” senza dubbio qualcuno pagherà (anche se dubito che sarà chi l’ha costruito).

Quindi, quale migliore occasione per indebolire uno dei pochi programmi non allineati? E però, la colpa è anche di Santoro & friends, che insistono nel non capire più gli italiani. C’è chi ha detto che Santoro è uno dei pilastri fondanti del berlusconismo italiano, e io tutto sommato sono d’accordo.

[tags]rai, santoro, annozero, vauro, vignette, satira, censura, politica, berlusconi, televisione, terremoto, abruzzo[/tags]

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sabato 4 Aprile 2009, 15:49

A Caturday post

Mentre girovagavo tra gli scaffali dell’Harvard Book Shop – la storica libreria situata proprio di fronte all’omonima università – il mio sguardo è stato attratto magneticamente da un disegno sulla copertina di un libro:

lolcats-front.jpg

Naturalmente il disegno non è completo senza osservare anche il retro della copertina:

lolcats-back.jpg

Sì, è proprio come sembra: uno dei due gatti ha appena ceduto il suo amico a un banco dei pegni (pawn shop) in cambio di soldi, ma dalla vetrina è caduta la A, per cui, appropriatamente, la scritta recita “PWN”.

Ma non temete: dentro il libro c’è anche la vignetta in cui i due gatti passano davanti alle sbarre di un canile (dog pound) pieno di cani rinchiusi e commentano “P0UND”, o si tirano addosso un’enorme pagnotta di grano (pone bread) gridando “PONED”. E naturalmente la vignetta numero 1 rappresenta un gatto davanti a un banchetto di hamburger, che chiede…

Insomma, questo è una piccola gemma di fumetto in cui l’autore emergente Adam Koford prende due gatti e li disegna meravigliosamente al modo delle strisce americane di vagabondi di inizio Novecento, meglio se animali come Krazy Kat. E però, in mezzo a questa eleganza antiquata, i due gatti parlano un lolspeak perfetto, creando un assurdo effetto comico legato all’uso delle battute viete e cretine dei lolcats – una roba in sè tremenda, che non ha mai fatto ridere nessuno sopra i quattro anni – in bocca a gatti veri, impegnati in contesti divertenti e pieni di riferimenti ai classici del fumetto americano.

Il libro – che contiene anche una introduzione di John Hodgman, autore satirico americano che sicuramente ricorderete nel ruolo di “PC” all’interno delle pubblicità della Apple – è ovviamente rifinito e perfezionato rispetto alle prime uscite online; comunque, qui su Flickr trovate una raccolta completa delle strisce, mentre il blog presenta le nuove vignette.

E’ frequente trovare del contenuto generalista rivisto e specializzato per i nerd, ma è molto più difficile prendere del contenuto da nerd e renderlo generalista e molto migliore dell’originale: per questo motivo questo fumetto è già diventato un mio preferito!

[tags]fumetto, stati uniti, lolcats, lolspeak, gatti, koford[/tags]

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lunedì 30 Marzo 2009, 23:03

Arte in lontananza

New York, a visitarla, inganna. E lo fa per un motivo molto semplice: noi siamo abituati a giudicare la distanza degli edifici in base a quanto essi svettano rispetto al terreno; più gli edifici sono vicini, e più la porzione di cielo che essi occupano verticalmente è elevata. Quello che il nostro occhio può vedere, tuttavia – specie quando gli edifici non sono immediatamente davanti a noi, ma vi sono alberi o edifici più bassi in mezzo – è soltanto l’angolazione con cui la cima dell’edificio si staglia rispetto all’orizzonte; per poter calcolare la distanza è necessario conoscere anche l’altezza dell’edificio, poiché a parità di angolo la distanza è proporzionale all’altezza stessa.

Il nostro cervello fa questi calcoli alla buona, utilizzando la propria esperienza; per questo, ipotizza che gli edifici “alti” abbiano l’altezza che hanno abitualmente nel proprio ambiente – a Torino, una decina di piani. Se improvvisamente venite trasportati in un luogo dove gli edifici “alti” sono mediamente dieci volte più alti, il risultato sarà che tutti i vostri istintivi calcoli di distanza (e quindi di tempo) relativi a quanto ci vuole per raggiungere “quel palazzo laggiù” saranno sottostimati mediamente di un fattore dieci. E quindi, pensare “ma sì, quelli sono gli edifici al fondo di Central Park, non sono tanto lontani: andiamo a piedi” è un errore mortale.

Io ero già incappato in questo errore cinque anni fa, in particolare con il Chrsyler Building, che essendo uno dei grattacieli più a sud di tutta Midtown vi attirerà come una sirena, sembrandovi ingannevolmente vicino ogni volta che sarete in Downtown. Oggi però la camminata per Central Park era talmente piacevole che mi sono fatto ingannare volentieri: e così abbiamo percorso tutto il parco due volte per praticamente tutta la sua lunghezza, che però è di quasi cinque chilometri in linea d’aria, e ovviamente di più se seguite i tortuosi vialetti all’interno.

Il piano era, sulla strada del ritorno, di fermarsi a visitare prima il Guggenheim (che si trova sulla Quinta Avenue di fronte al parco, circa a metà), e poi il MoMA (che è nella parte nord di Midtown, a pochi isolati dall’albergo). E così abbiamo fatto; eppure, partiti dall’albergo alle dieci e camminando di buona lena, siamo ritornati alle cinque e mezza avendo visto il MoMA piuttosto di corsa.

Ed è stato un peccato: infatti il Guggenheim è un pacco pazzesco. E’ vero, l’edificio è meraviglioso e la collezione Thannhauser contiene una manciata di bellissimi Picasso, Monet e Van Gogh; la collezione di arte contemporanea però è deprimente, a meno che voi non siate di quelli che pensano che Pasto Nudo sia un libro, Yoko Ono sia un’artista e un quadro nero su sfondo nero sia una forma d’arte sublime. Qualcosa si salvava, ma il resto era soprattutto una collezione dell’orrida arte concettuale o performante degli anni ’60, quando ogni peto era peto d’artista purché fosse certificato da un gallerista.

Il MoMA, in compenso, è pieno di opere davvero belle: e ciò include anche l’arte contemporanea dello stesso periodo, scelta però evidentemente con un criterio diverso. D’accordo, non sono sicuro che abbia senso vedere i quadrati di Mondrian dal vivo, ma il museo era pieno (oltre che dei soliti impressionisti francesi: pare che i loro quadri siano stati comprati tutti in massa da americani) di bellissimi quadri di praticamente qualsiasi maestro del Novecento europeo e americano, tra cui una intera stanza dei nostri futuristi (oltre a De Chirico e Pistoletto), e poi due bellissime esposizioni di fotografie, e la parte di design (e qui ad essere italiana era metà della collezione).

Purtroppo, però, la stanchezza derivante dalla lunga camminata e dall’indigestione di quadri aveva già avuto effetto, e così la parte conclusiva della visita si è trasformata in un blobbone di forme, colori e concetti tendente al delirio: l’arte ha preso vita e ha cominciato ad accerchiarmi cercando di abbattermi, o perlomeno di farmi vomitare l’hot-dog preso al baracchino per pranzo. Ho capito che la fine era vicina quando, osservando l’ennesima statua di Calder in mezzo al gelo ventoso del giardino scultoreo all’aperto, ho pensato “più che altro mi pare di Fredder”. Domani quindi promesso: niente più arte.

[tags]viaggi, stati uniti, new york, musei, arte contemporanea, guggenheim, moma[/tags]

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venerdì 27 Marzo 2009, 23:56

Hamburger

Venendo negli Stati Uniti – e intendo proprio Stati Uniti, mica la California rifatta e salutista – non si può non andare a mangiare dei veri hamburger; che sono tutt’altra cosa dal cartone scongelato e pressato che viene servito nei nostri McDonald’s o nei nostri supermercati. Io non vi consiglio la pizza prosciutto e ananas surgelata che vendono nei negozi di qui, ma proprio per questo posso dire che un hamburger serio come quello che ho mangiato stasera, cioè alto due centimetri, fatto alla griglia in modo che sia bruciato fuori e rosa dentro, e coperto di formaggio fuso e di bacon, ha un suo perché; e ora scusatemi, vado a bere l’idraulico liquido per digerire.

Proprio come hamburger sono le stampe di Shepard Fairey, il cui nome vi sarà sicuramente sconosciuto, ma che è l’artista che ha realizzato il poster colorato di Obama intitolato “HOPE” che ha contribuito a fargli vincere le elezioni, e che abbiamo visto in mostra a una personale all’Institute for Contemporary Art. In realtà, a impressionare è tutto il lavoro svolto dall’artista in vent’anni, basato sul prendere immagini e forme tipiche della propaganda politica per poi rovesciarle verso il nonsenso e la critica radicale al sistema e diffonderle tramite guerrilla marketing, a partire da adesivi, murales e file scaricabili da Internet. Come ogni volta in cui si prendono archetipi familiari e li si altera in modo sottile, il fruitore medio rimane completamente spiazzato; pensa che sia una pubblicità per non si capisce cosa, o una campagna sovversiva dell’ordine costituito (questa seconda cosa è già più vera). Il tutto viene poi centrato in modo ossessivo (proprio come una campagna pubblicitaria) sullo slogan “OBEY” e sulla figura di André The Giant, mitico wrestler degli anni ’80. Non si sa se il risultato sia arte, pubblicità, politica, sovversione o mero sfruttamento commerciale di finta arte e finta sovversione, ma di certo è qualcosa che fa pensare.

Pensando, comunque, abbiamo attraversato qualche strada (impresa non facile: qui i semafori pedonali sono totalmente disattesi non dalle auto ma dai pedoni, che si buttano tranquillamente col rosso in mezzo alle auto che sfrecciano; nemmeno al Cairo ho visto queste scene) e siamo andati a mangiare hamburger; e ora andiamo a dormire, che domani lasciamo Boston.

[tags]viaggi, stati uniti, boston, hamburger, shepard fairey, obama, arte contemporanea, traffico[/tags]

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giovedì 26 Marzo 2009, 23:43

Politecnici

Stamattina, avendo un paio d’ore libere, ho deciso di andare a visitare il Poli di Boston; ed è stato molto interessante.

Per certi versi è molto simile al nostro: anche loro hanno un corridoio lungo, ma non è lungo quanto il nostro e soprattutto è molto più stretto; però è orientato in modo che due volte l’anno il sole lo attraversi per intero, in modo da eccitare tutti i giovani ingegneri radunati in fondo. E anche i loro corridoi sono pieni di bacheche tappezzate di bigliettini con annunci di vario genere.

Però noi non abbiamo un edificio di Frank Gehry come sede di ingegneria informatica (con dentro gli uffici di Chomsky e di Stallman), né un centro sportivo con tanto di palestra e piscina olimpionica, per non parlare di un teatro interno e di undici dormitori per gli studenti all’interno del campus, di cui uno di Alvar Aalto (ma anche questo a me piace molto).

Andrò controcorrente, ma a me è sembrato che, fatte le debite proporzioni, il Politecnico di Torino non sfiguri poi così tanto rispetto a quello di Boston – anche se bisogna ammettere che non può competere col leggendario Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, MIT italiano fondato dalla Moratti in pompa magna quattro anni fa e che ha già rivoluzionato il mondo della scienza.

Comunque, è vero che il concetto di campus aiuta tantissimo, sia per attirare i migliori studenti da mezzo continente, sia per creare un senso di attaccamento e condivisione di un progetto: mi ha molto colpito come la guida laureanda volontaria del nostro tour (principalmente rivolto agli aspiranti studenti del prossimo anno, ma aperto anche ai turisti) continuasse a parlare dell’istituzione come “we”: “we moved into this campus in 1916”. E’ tutta un’altra idea di istruzione superiore, rispetto ai nostri esamifici dove volendo ci si può presentare tre volte l’anno per dare l’esame, restando iscritti per decenni, e non partecipando ad alcuna “vita culturale” dell’istituzione.

Nell’oretta e mezza spesa a girare per il campus mi è successo quel che già era accaduto visitando il complesso di Google a Mountain View: c’è nell’aria un senso di eccitazione, di eccellenza, di scoperta, di possibilità sconosciute da trasformare in realtà, che stimola la mente invece di legarla. E’ triste da dire, ma, in un mondo dove talento e conoscenza sono le merci più preziose e dove l’interconnessione globale elimina le distanze, c’è un premio naturale per l’aggregazione delle idee nel punto della rete dove esse vengono meglio sfruttate e ricompensate: e chiaramente non è l’Italia. Per dirla più prosaicamente, la giornata di oggi – nonché le chiacchiere di questi giorni con la nutrita colonia di emigranti sabaudi di alto livello che si è installata a Harvard e dintorni – ha riportato alla luce l’inevitabile domanda: “ma cosa cavolo ci sto a fare, io, ancora in Italia?”

[tags]viaggi, stati uniti, boston, università, emigrazione, ingegneria, architettura, politecnico, torino, mit, harvard[/tags]

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lunedì 23 Marzo 2009, 03:38

Nuovo cinema Lufthansa (3)

Ci sarebbero molte cose da raccontare su questo viaggio a Boston: per esempio, com’è che siamo invece finiti a New York, in un albergo (peraltro piuttosto carino) dove un divano appena un po’ allargato viene spacciato per un letto matrimoniale; e a cenare da un coreano troppo impegnato a scacciare gli ubriaconi a fucilate, un po’ come Apu nei Simpson.

E invece, siccome sono stanco ed è tardissimo in qualsiasi sistema orario, mi limito a segnalare che in volo ci hanno deliziato con Australia, che non avevo ancora visto. Non è completamente da buttar via, soprattutto se si scopre il gioco, peraltro abbastanza esplicito, che è quello di rifare un film anni ’40 con sessant’anni di ritardo. Interpretato in quel senso – cioè partendo dall’idea di andare a vedere una specie di Via col vento – Australia diventa un polpettone quasi accettabile, anche se viene costantemente schiacciato da tonnellate di antica retorica cinematografica e politicamente corretta. Si salva un po’ di più la seconda parte, quella della guerra, e secondo me Hugh Jackman è un buon attore, ma molto del film si regge sulla performance del chirurgo plastico di Nicole Kidman.

E’ stato così davvero rinfrescante vedere subito dopo The Rocker, una allegra commedia rocchettara su un quarantenne che, con vent’anni di ritardo, ha finalmente l’occasione giusta per roccheggiare. E sì, si vede pure Rock Band. Ma soprattutto, finalmente un film con un messaggio sensato: ave al glam rock degli anni ’80, e più in generale a quella meravigliosa esperienza che è fare del rock per locali con un gruppo di amici.

P.S. Giusto per non dimenticare, Watchmen merda.

[tags]cinema, recensioni, lufthansa, australia, jackman, kidman, the rocker, rock’n’roll!!!!![/tags]

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giovedì 19 Marzo 2009, 23:59

Watchmen

Stasera avevo proprio voglia di staccare e uscire; e così, all’ultimo momento, mi sono unito a una combriccola di amici che andavano al cinema a vedere Watchmen.

Premetto che il film è tratto da un fumetto americano di supereroi, e che quelli che l’hanno letto dicono che sia molto bello; presumo quindi che per queste persone il film possa essere visto sotto tutta un’altra luce. Io, però, sono andato completamente impreparato e il risultato è stato tremendo.

Cinematograficamente parlando, il film è orrendo; gli sarebbe giovato aggiungere alcuni elementi trascurabili come degli attori, degli sceneggiatori e un regista. Lo spettatore è costretto a destreggiarsi attraverso due ore e quarantacinque minuti di recitazione monocorde, dialoghi improbabili, trama incomprensibile e pestaggi a schema base (un colpo a destra, uno a sinistra, uno in alto e uno in basso, quindi ripetere all’infinito), per arrivare nel finale a un paio di colpi di scena uno più insostenibile dell’altro, mescolati a banalità buoniste sui destini dell’umanità. Nel frattempo, per far passare il tempo, il regista si dedica a tutti i trucchi di chi non sa come far scorrere un film, inclusi flashback a cazzetto (alcuni ripetuti almeno tre o quattro volte) e momenti videoclip (per esempio quattro minuti di The sound of silence con sotto un funerale, ovviamente sotto una pioggia battente e ovviamente con l’effetto speciale delle gocce di pioggia che cadono viste dall’alto; credevo fosse impossibile superare l’inutilità del momento videoclip che sta a metà di Matrix II, e invece qui ci potremmo essere riusciti).

E così, vi troverete in mezzo a tre ore pallosissime che vorreste aver speso altrimenti; ma il peggio non è nemmeno questo. Il peggio è che il film è intriso di violenza completamente gratuita: e non parliamo solo di laghi di sangue ovunque, ma di una bambina di sei anni data in pasto ai cani, con tanto di gamba penzolante dalla bocca dei cani stessi; di un tizio a cui vengono tagliate le mani con la sega elettrica; di numerose scene di uomini sbrindellati, spiaccicati sul soffitto, esplosi dall’interno, ammazzati o torturati dai “supereroi”, spesso per puro divertimento; di una donna incinta ammazzata a pistolettate nel pancione dal suo uomo così perché non rompesse le scatole; di un pestaggio su una donna, fino a tumefarle il volto, seguito da stupro mostrato piuttosto in dettaglio; insomma di decine e decine di scene di questo genere. Il tutto davvero senza alcun motivo plausibile – la storia avrebbe funzionato perfettamente anche senza mostrare tutto questo sangue, e quanto al messaggio del film, comunque non ce n’è nessuno – se non quello di permettere al regista di cercare di coprire la sua totale mediocrità riempiendo il suo nulla di effettacci.

La cosa terrificante è il fatto che nessun altro in sala (è la prima settimana quindi grande affluenza: circa dodici persone su 750 posti nella sala 1 dell’Ideal) sembrava minimamente turbato da questo spettacolo, anzi ci sono state due o tre persone che hanno ridacchiato alla scena di uno ammazzato immergendogli la faccia nell’olio bollente e poi lasciandolo lì a soffrire tra atroci tormenti mostrati fin nel minimo particolare, e mi chiedo quanto devi essere nerd per ridere di una cosa del genere invece di provare disgusto.

Insomma, Watchmen è il miglior argomento a favore della censura che abbia sentito da vent’anni a questa parte, nonché una prova tangibile del degrado della civiltà occidentale; persino io sono uscito con un desiderio impellente di prendere la tessera del Moige, e dispiacendomi di non aver vomitato sul pavimento del cinema (cosa che mi è visceralmente venuto di fare a più riprese) lasciando poi accuratamente il vomito lì e anzi spargendone anche un po’ sullo schermo.

Credo che il regista Zack Snyder dovrebbe essere costretto non solo a rivedere questa immondizia all’infinito, ma a dare sua figlia in pasto ai cani dopo averle tagliato le mani con una sega elettrica, così poi vedremmo cosa ne pensa veramente. Per fortuna non ho ancora visto il DVD del suo film precedente, 300, che mi regalarono con la Playstation: da oggi ho un sottobicchiere in più.

[tags]cinema, recensioni, watchmen, snyder, 300, censura, immondizia[/tags]

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venerdì 27 Febbraio 2009, 05:07

Arrivo in Messico

La prima cosa che ho scoperto del Messico è che lontanissimo. Lo so che non ci crederete ma, causa curvatura terrestre, è stato il volo più lungo che abbia fatto (dodici ore pulite da decollo ad atterraggio) ad esclusione del viaggio in Nuova Zelanda: persino la California, persino il Giappone, persino il Sudafrica sono più vicini… o almeno mi sono sembrati tali.

Il volo è stato un po’ così: non fanno più i film di una volta, e mi sono toccati una inesistente commedia al femminile con Meg Ryan (sì, è ancora viva) e un improbabile film di spionaggio con Rosario Dawson e Billy Bob Thornton (il protagonista era tal… aspe’ che me lo sono scritto… Shia LaBoeuf: vabbe’ che negli Stati Uniti qualsiasi stringa di caratteri è legale come nome o come cognome, ma questo si posiziona ben in alto nelle classifiche dei nomi assurdi).

Però il viaggio mi si è riscattato quando, nei venti minuti di coda all’immigrazione messicana, mi sono trovato dietro a due coppie di una certa età che, dall’accento, venivano da qualche parte tra Brescia e Verona. Quando il poliziotto messicano ha fatto tagliare la coda a una mamma con un bambino di sei mesi (persino in Messico ci arrivano…), loro hanno esordito commentando con garbo “uè, i soliti culattoni”; poi i due signori hanno cominciato a far casino perché secondo loro quelli in cima alla fila non erano abbastanza veloci nell’avvicinarsi agli sportelli man mano che si liberavano: e giù di “impedito!”, “deficiente!”, “baluba!” a voce altissima verso gente di tutte le nazionalità. Quindi se la sono presa con due ragazzi tedeschi che non avevano compilato i moduli sul volo, e appena possibile li hanno superati nella fila approfittando del loro rallentamento. Naturalmente, arrivati praticamente alla fine, al pre-controllo dei moduli gli hanno fatto notare che (nonostante fosse scritto e spiegato chiaramente sia in spagnolo che in inglese) non avevano compilato tutta la parte bassa dei moduli, e loro che fanno? Si fermano a compilare, ma nel contempo si allargano strategicamente a ventaglio in modo che nessuno possa superarli. Ah, la furbizia lombardo-veneta!

Comunque, ho scoperto ancora una volta che prepararsi vale: la prima regola per non farsi fregare da turista sperduto all’estero è scoprire in anticipo quanto devono costare le cose. Così sono arrivato allo sportello dei taxi prepagati (come si usa in tutto il Sudamerica, per evitare che il tassista possa ricattarti sul prezzo a corsa finita) e ho chiesto il taxi per il centro; e mi hanno chiesto 250 pesos (20 pesos = 1 euro). Io ho fatto tanto d’occhi e ho detto: scusate, mi hanno detto che ne costa 130! La risposta è stata: “Ah, ma lei signore vuole il biglietto singolo perché è da solo, poteva dirlo subito! Allora fanno 152 pesos.” Deciso che la contrattazione era soddisfacente, ho accettato e anzi ho dato pure altri 20 pesos di mancia al povero autista, che era gentile e d’aspetto simpatico.

Certo, ho capito molte cose già solo nel viaggio dall’aeroporto a qui: non solo che il posto forse non è poi così insicuro, visto che – a differenza del Brasile – i vetri del taxi non erano oscurati, l’autista non si è chiuso dentro con la sicura e la strada dall’aeroporto era a livello terra e non sopraelevata per evitare che dalla favela sottostante assaltino le auto dei turisti.

Per esempio, ho intuito che qui il tempo è irrilevante, tanto è vero che io ho lasciato l’aeroporto alle 19:30 ora locale sotto un tabellone luminoso che segnava le 21:13, e poco dopo in strada ne ho incrociato un altro che diceva “6:27”. Insomma, tutto è relativo, e si fa come si può: quando il tassista è arrivato e ha scoperto che per arrivare davanti alla porta dell’albergo doveva fare il giro dell’isolato, non ha avuto voglia: è andato avanti, poi ha messo la retro e ha percorso un centinaio di metri all’indietro a velocità folle perché così faceva prima.

Del resto, è la prima volta che arrivo in un business hotel e non solo non vengo inseguito dai fattorini che vogliono assolutamente portarmi la valigia, ma non trovo nemmeno nessuno alla reception; devi suonare un po’ di volte e poi compare qualcuno. Il collegamento inalambrico funziona, ma ti devono avvertire che nel modulo di login devi scrivere il cognome tutto maiuscolo e il numero di stanza con uno zero davanti, perché aggiungere una riga di codice al programma che lo faccia era faticoso. E poi vai a cena nel centro commerciale sottostante e in un invitante griglieria ci sono tre inservienti lì, ma chiedi se ti possono servire e ti rispondono di no, che in quel momento non hanno voglia di cucinare.

Però al gabbiotto di fianco mi hanno dato tacos del pastor e un misto di carne grigliata e jalapeños tritati con tortillas che era davvero buonissimo, il tutto per tre euro compresa la bibita. La parte culinaria promette bene; e adesso che qui sono le dieci, posso andare finalmente a dormire.

[tags]viaggi, messico, città del messico, cucina, aerei, cinema, nomi, brescia, verona, italiani all’estero[/tags]

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lunedì 9 Febbraio 2009, 17:47

Drogati di audience

È difficile giudicare le persone da lontano, senza conoscerle. Ciò nonostante, la signora Daniela Martani, hostess dell’Alitalia ed ex concorrente del Grande Fratello, è diventata un personaggio degno di commento anche per chi, come me, piuttosto che guardare il Grande Fratello si rivedrebbe persino le infami partite del Toro di quest’annata storta.

Compare oggi infatti un lancio stampa che presenta la sua ultima intervista, rilasciata all’amico Giletti (ok, avere amici di Trivero (BI) è un punto a favore, ma non è sufficiente ad assolverla); esso viene prontamente ripreso da tutti i giornali, visto che di questi giorni non hanno nulla di importante da scrivere.

Bene, ecco cosa dice (o più probabilmente le fa dire il suo ufficio stampa) la signora Martani, con modestia e senso del ridicolo: per prima cosa specifica che “sono nata cantante e attrice”, nonostante, ricordiamolo, fino a tre mesi fa passasse le giornate a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Alitaglia. Alla luce di questo, essendo ormai unanimemente considerato un diritto di tutti vivere senza fare un cazzfacendo il bufl’artista televisivo, ella denuncia a gran voce su tutti i giornali il sopruso operato dalla sua azienda nel chiederle, a fronte dello stipendio che percepisce, di fare anche il relativo lavoro; e, in generale, di non permetterle di regalare alla popolazione italiana ulteriori prove del suo sfavillante talento.

Sempre nel pieno rispetto delle proprie capacità, la signora prosegue criticando il capo dell’azienda per cui lavora, per poi aggiungere però che, se lui la invitasse a cena, lei si degnerebbe di accettare.

Infine, in tre righe, il capolavoro: la Martani afferma che Berlusconi, in questi giorni, ha avuto grande paura di lei. Sissignore: altro che Vaticano, Eluana o decreto sicurezza, Silvio ha passato le giornate a sperare che la signora lo risparmiasse, perché sarebbe bastata una sola parola critica della Daniela a far sì che le masse berlusconizzate si risvegliassero e smettessero di votare per lui (magari…). Sistemato Silvio, ne ha anche per l’altra parte: dice che Veltroni è un debole (e qui persino lei ci arriva) e lo esautora, indicando al PD di fare segretario tal Concita Di Gregorio (non ho idea di chi sia, dunque deduco che siamo giunti alla fase dell’“anche mio cugino sarebbe meglio di Veltroni”).

Naturalmente si può almeno sperare che queste sparate siano calcolate, e siano l’estremo tentativo della signora per non ritornare a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Caìcaì. Ma temo davvero che invece non lo siano, e che ci sia nell’italiano medio qualcosa di profondamente malato: qualcosa che gli fa credere, una volta comparso per più di dieci minuti davanti a una telecamera, di essere ormai per questo diventato dio.

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