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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


venerdì 30 Gennaio 2009, 22:33

Rottura morale

La signora Sung è il mio nuovo idolo.

Seriamente: non ho ancora capito se questo siparietto in realtà fosse preordinato o meno. Ma l’idea di saltare sul palco, fregandosene di telecamere e contratti, vestita da sciura anni ’50 al mercato, brandendo un immaginario mattarello contro quel povero vecchietto del marito Milingo che cerca di calmarla, per difendere l’idea che far vedere una ballerina seminuda (nella parte precedente di trasmissione) insieme a un monsignore è una mancanza di rispetto alla religione, mi sembra un atto – oltre che di amore – di rottura morale dirompente: altro che Papachannel su Youtube, altro che negazionismi e calcoli politici.

Anzi, correggo l’affermazione iniziale: la signora Sung è il mio nuovo Papa.

[tags]religione, morale, chiambretti, milingo, sung, chiesa, papa, ratzinger, modernità[/tags]

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domenica 25 Gennaio 2009, 14:37

Cose così

Alle volte nella vita succedono combinazioni ben strane.

Per esempio, ieri all’ora di pranzo stavo andando in auto da mia mamma e ho imboccato l’ultimo tratto di via Bardonecchia, verso corso Brunelleschi. Mi sono trovato davanti un blocco: nella chiesa si svolgeva un funerale, e c’era così tanta gente che la massa strabordava e bloccava anche la via. Ho anche bestemmiato un po’, pensando “ma questi non potrebbero starsene sul marciapiede invece di bloccare il traffico”? Poi, tornato a casa, ho scoperto da un forum che era il funerale di uno dei quattro alpinisti morti sul Bianco.

Comunque, ieri ho usato LinkedIn per chiedere una introduzione a un mio conoscente americano, un ex manager di ICANN. Così ho visto il suo profilo, e ho cominciato a leggere per capire cosa avesse fatto dopo aver lasciato ICANN: bene, oltre a lavorare per Al Jazeera, è stato un “field coordinator” per la Universal, cioè un cercatore di luoghi e situazioni, per i due lungometraggi seguenti: 1) Borat; 2) Bruno. Così ieri sera ho finalmente visto Borat, ed effettivamente il suo nome compare nei titoli di coda…

Naturalmente non ho nessuna intenzione di chiedergli aneddoti sulla lavorazione dei film, visto che gliel’avranno già chiesti tutti. Però mi sono infine guardato il DVD, e devo dire che il film è migliore di quello che sembrava, cioè meno razzista e meno malvagio di quel che temevo. La parte migliore, comunque, sono le scene extra…

[tags]torino, coincidenze, funerale, borat[/tags]

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mercoledì 14 Gennaio 2009, 14:14

Delirio

Ieri sera sono andato a vedere Delirio, lo spettacolo di Beppe Grillo, e non posso quindi che offrirvene prontamente una recensione.

Nonostante la neve, il Mazdapalace era pieno in ogni ordine di posti, completamente esaurito: infatti noi, che avevamo preso i biglietti abbastanza tardi, eravamo relegati quasi in cima e praticamente contro le pareti laterali. Nonostante questo, lo spettacolo è godibile lo stesso: Grillo gira per la parte bassa della platea, viene comunque ripreso anche dai maxischermi, e non si perde nulla.

Mentre aspettavo fuori per consegnare i biglietti ai ritardatari del gruppo, si è formata una codona epica che ha assorbito e travolto i banchetti più vari: infatti chiunque abbia una causa più o meno meritevole si presenta davanti agli spettacoli di Grillo in caccia del suo pubblico. Ieri c’erano persino quelli di Sinistra Critica“ecologista comunista femminista”, come recita il loro motto – che raccoglievano firme per aumentare i salari per legge: credo che fosse possibile soltanto grazie all’abbondante ghiaccio che permetteva loro di essere lì pur continuando a rimanere congelati negli anni ’70.

Lo spettacolo, comunque, è stato molto divertente: la cosa più importante da dire è che merita assolutamente di essere visto come spettacolo teatrale comico, al di là di quel che potete pensare di Grillo. Temevo infatti di trovarmi di fronte a un comizio a pagamento, e invece l’esperienza è stata decisamente migliore di quanto temessi.

Certo, c’è stato qualche momento un po’ pesantuccio, come qualche minuto dedicato a difendersi dalle accuse di essere ricco o di insultare il Presidente Napolitano, o a raccontare – in modo peraltro molto divertente – la scena del giudice Carnevale che lo accoglie in Cassazione per comunicare l’esito della verifica delle firme del referendum (che Grillo, sarcasticamente, spiega così: “quando le ho contate le firme erano 1.650.000, loro ne hanno trovate 1.250.000, evidentemente mi saranno caduti degli scatoloni sull’autostrada”). Per il resto, però, lo spettacolo – pur essendo centrato sulla critica alla politica e all’economia – è assolutamente la cosa più divertente a cui abbia assistito negli ultimi anni.

Grillo, in particolare, ha una capacità assolutamente eccezionale: quella di fermarsi nel bel mezzo del testo preparato, anche a metà di una frase, e di improvvisare gag assurde con il pubblico, che viene strapazzato in ogni modo. Trova una pozza d’acqua per terra mentre cammina? Interrompe la frase e comincia a chiedersi che razza di pubblico ha, che piscia per terra. Sbatte una porta in cima all’impianto? Si ferma e dice “Ecco, c’è qualcuno che a sentire queste cose si è appena suicidato”. Saranno anche improvvisazioni preparate, visto che in trent’anni di carriera le avrà già viste tutte, però sono sempre perfette nei tempi e fanno ridere.

Lo spettacolo dura due ore e mezza, e ha davvero pochi momenti di stanca, quasi sempre dovuti agli ospiti, che difatti Grillo cerca di limitare in ogni modo. Fa vedere il video di Rivoli che già vi mostrai io, ma lo sfuma per non allungare troppo il brodo. Presenta i ragazzi del Meetup (il 13, quello storico di Torino), ma quando una di questi si lancia in un discorso senza capo né coda sulla propria condizione di insegnante (e vabbe’, mica tutti hanno la presenza scenica) la argina appena possibile. Sfodera comunque ospiti interessanti: non il prevedibile Travaglio, che viene appena salutato insieme a Caselli, ma un architetto che racconta come con pochi accorgimenti sarebbe possibile costruire case che consumano un decimo dell’energia delle nostre; e Luca Mercalli che spiega come la presunta notizia dei ghiacci che non si sarebbero più sciogliendo e sarebbero tornati ai livelli di oltre trenta anni fa sia una bufala completa, dovuta al fatto che a fine anni ’70 hanno cambiato il sistema di misurazione introducendo una discontinuità nei dati (Grillo lo saluta ringraziandolo ma invitandolo a cambiare trasmissione e a mandare affanculo Fabio Fazio da parte sua).

Dal punto di vista politico, dunque, lo spettacolo non dice quasi nulla: Grillo presenta di sfuggita il simbolo delle sue liste civiche, ma l’intero progetto è ancora abbastanza allo stato di farsa, senza chiarezza, senza alcun piano d’azione e insomma senza alcuna sostanza, e non è chiaro se decollerà mai. In compenso, lo spettacolo dice molto dal punto di vista dell’informazione, intesa come il proporre dati e messaggi che altrove non trovate (dopodiché, ognuno decide cosa farne).

C’è la Biowashball, sulla quale Grillo – che pure fa un vero lavaggio durante lo spettacolo, chiamando le signore del pubblico a controllare il risultato – conclude dicendo “boh, io la uso e per me funziona, se voi non ci credete andate affanculo”. C’è il giochino matematico per far capire quanto gli interessi composti su venti o trent’anni portino i debiti della gente a cifre astronomiche. Ci sono le questioni locali, non solo quelle scontate come la Tav e il grattacielo di Banca Intesa (“le banche ormai sono numeri, sono un algoritmo, cosa ci devono mettere in un grattacielo? è solo speculazione edilizia”), ma la storiella sulla nevicata, con la scenetta di Chiamparino e Moratti che si rimpallano il sale da una città all’altra, e la conclusione che “Chiamparino ha stanziato sei milioni di euro per sciogliere la neve, e l’unica cosa che si è sciolta sono i sei milioni di euro”. C’è il racconto tristemente preciso della storia dei mutui subprime, con le banche americane che cagano lo stronzo prestando i soldi a chi non potrà mai restituirli, i fondi internazionali che nascondono lo stronzo in una bella torta decorata con lo zucchero a velo, le banche italiane che ne tagliano una fetta e la vendono a te che dici “mah, puzza un po’ di merda ma vabbe’”. C’è la storia dei distributori di latte crudo, che costano meno e tagliano fuori sia le Parmalat (private o municipali che siano) che le Tetrapak del pianeta: da quando hanno cominciato a diffondersi anche da noi, i nostri giornali scientifici e non hanno cominciato a riempirsi di allarmi e storie su bambini infettati dal latte crudo.

Ecco, questo è un esempio illuminante: si parla improvvisamente male del latte crudo perché prima non era più diffuso e non c’erano casi di infezione, oppure si parla improvvisamente male del latte crudo per difendere gli interessi economici che ruotano attorno al latte industriale? Su queste cose il pubblico si frattura: o credi alla verità ufficiale – quella dei telegiornali, dei quotidiani, dei baroni accademici, dei politici – o credi alla verità alternativa, quella che circola sotterraneamente grazie alla rete, ai blog grandi e piccoli, ai filoni di pensiero scientifici e politici innovativi che da noi non vengono nemmeno pubblicati (Grillo mostra anche interviste a Rifkin e a Lester Brown).

Alla fine, molti di coloro che denigrano Grillo – spesso senza mai averlo sentito parlare per più di venti secondi – sembrano farlo per quella implicita ma grande paura che ti prende quando ti viene richiesto di considerare l’idea che molto di ciò che hai sempre pensato e conosciuto potrebbe non essere vero o perlomeno potrebbe non essere la soluzione ottimale ai problemi del mondo: è la paura della pillola rossa. E tra pillola rossa e pillola blu non c’è dialogo, non c’è intersezione: o scegli una, o scegli l’altra.

Tuttavia, anche se non siete ancora pronti per la pillola rossa, lo spettacolo è divertente lo stesso; a meno che non andiate là già prevenuti.

[tags]grillo, delirio, recensione, teatro, politica[/tags]

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domenica 11 Gennaio 2009, 11:38

Genova per noi (e anche De André)

Ieri, approfittando del fatto che io avevo un appuntamento là nel tardo pomeriggio, siamo andati a visitare Genova.

Paradossalmente, è una delle città italiane che conosco di meno; a parte le stazioni, il mio unico giro risaliva a un tour notturno sulla macchina di .mau. oltre dieci anni fa, oltre a una toccata e fuga per l’Hackmeeting 2004. Ieri ho comunque avuto conferma della mia prima impressione, cioè che Genova è, urbanisticamente parlando, costruita con gli scarti di Torino: noi abbiamo tolto dai nostri progetti tutta l’irrazionalità e tutti gli angoli non retti e li abbiamo scaricati laggiù, dove tra Ottocento e Novecento hanno costruito una città in stile sabaudo – a parte le imposte verdi – però disponendo vie e palazzi nei modi e con le forme più assurde. In un certo senso, Genova è Torino vista attraverso uno specchio deformante che trasforma i rettilinei in curve e la pianura in pareti vertiginose; è come sarebbe Torino se l’avesse progettata Escher invece di Lagrange.

Per noi, l’effetto è preoccupante: in una città così, proprio non ci si raccapezza. Il percorso da Principe a piazza De Ferrari non ha né capo né coda: una strada stretta in discesa, un pezzo di stradone ingrigito, l’imbocco di una galleria da camionale, una via mezza curva, un rettilineo con dei palazzi tutti uguali, un’altra salita verso destra… non è certo come un bel viale dagli alberi maestosi che ti accoglie e ti indica chiaramente la via. Le cose sono leggermente migliorate quando, già avanti nel nostro giro, siamo risaliti da piazza Caricamento verso il centro: ecco, allora lì le cose cominciano ad avere un pelino più di logica, ad esempio ti trovi davanti il Duomo dalla facciata invece che dal retro.

Probabilmente se Genova avesse solo il porto e la parte antica sarebbe più bella, invece così è come se dietro la parte antica avessero costruito uno spazioporto pieno di astronavi ottocentesche, culminato da quel capolavoro dell’orrore che è la torre quadrata del teatro Carlo Felice, una specie di enorme autosilo di cemento che sarebbe deturpante persino a Los Angeles. Peraltro anche la parte antica è davvero inquietante: a Lisbona o a Barcellona le vie sono almeno un po’ più larghe, ma a Genova c’è una costante, orribile sensazione di soffocamento, di bassifondi e di marciume eterno da luoghi in cui non batte mai il sole, oltre al problema che disegnare il percorso ottimale dal punto A al punto B è praticamente impossibile; a un certo punto mi è venuta voglia di farmi largo tra le case con un bazooka.

Siamo anche andati a visitare la tanto pubblicizzata mostra su De André a Palazzo Ducale. In termini tecnici, la mostra è una fregatura, visto che per otto euro (sei esibendo un biglietto del treno) gli unici reperti esibiti sono una decina di foglietti autografi, il suo pianoforte, vecchie fotografie e un po’ dei vinili dei suoi dischi, per un totale di tre sale. Tuttavia, la mostra è molto coinvolgente dal punto di vista emotivo, e permette efficacemente di capire di più sulla storia personale e sul pensiero a tutto campo dell’artista.

Anche De André – che, ricordiamolo, era di genitori piemontesi, ed aveva passato l’infanzia per le colline di Asti – rappresenta uno dei vari elementi della tensione costante tra Torino e Genova; naturalmente De André ne costituisce l’orgoglio genovese, tanto che in uno dei pannelli gli si attribuisce come merito artistico quello di “aver dato finalmente una visione di Genova diversa da quella di fantasia per i contadini del basso Piemonte”, con tanti saluti al “contadino” Paolo Conte. In realtà, l’impegno sociale e politico di De André – che non a caso è sostanzialmente assente nei vari brunilauzi e ginipaoli – è tema tipicamente da intellettuale sabaudo, ma lo specchio deformante di Genova trasforma lo scritto in cantato, e l’ortodossia marxista delle fabbriche torinesi nell’anarchia cangiante dei vicoli e del mare.

Personalmente, di De André ho da tempo eliminato tutti i grandi classici, i vari La guerra di Piero e Bocca di rosa, che pur se ricoperte di talento sono composizioni abbastanza banali e anche un po’ infantili nella loro semplificazione del mondo, cosa peraltro inevitabile visto che furono scritte a vent’anni o poco più. La parte veramente eccezionale della produzione di De André è quella adulta, quella che davvero riesce a cogliere la meraviglia e la povertà della vita e delle vite senza voler esprimere giudizi; inizia probabilmente con Rimini nel 1978 e passa attraverso canzoni meravigliose come Princesa o La domenica delle salme. Credo che la cosa migliore che si possa dire di De André è che c’è una sua canzone per ogni carattere e per ogni caso della vita, ed è sempre una bella canzone.

Per il resto, abbiamo soddisfacentemente mangiato alla Trattoria Vegia Zena, in un vicolo praticamente di fronte all’Acquario: 55 euro in tutto per due primi semplici ma ottimi (viva il sugo di noci ma peccato per il pesto microemulsionato, una scuola di pensiero che aborro), due secondi davvero buoni (seppie in umido e stoccafisso accomodato), un dolce e un caffé. E abbiamo visto il museo Chiossone, in un posto bellissimo ma che vi dovrete sudare per scale e salite varie, che contiene una selezione di oggetti antichi giapponesi non enorme ma davvero molto molto bella: vale sicuramente la pena.

E’ stata, insomma, una bella gita, nonostante il freddo assurdo portato dal vento: alla faccia del posto di mare!

[tags]viaggi, genova, de andré, museo chiossone, torino[/tags]

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martedì 6 Gennaio 2009, 15:43

Facebook e mafia

Ho cominciato ad usarlo da dieci giorni e già siamo in mezzo alle polemiche?

Comunque, a un italiano è chiaro che il “Bernardo Provenzano fan club” e simili, in un paese civile, non possono esistere; nemmeno su Facebook. Per gli americani di Facebook, in compenso, è chiaro che – come da primo emendamento alla Costituzione americana – tutto ciò che non passa all’azione e che non si qualifica come pornografia o razzismo è concesso: per cui via le foto delle mamme che allattano, ma i gruppi dei fan di Riina – ragazzotti della profonda Trinacria che usano il mezzo tecnologico per fare pubblicamente gli auguri di compleanno al boss dei boss e ricordare le sue eroiche gesta – non si toccano.

In realtà, il vero punto è che per Facebook, Youtube e compagnia bella il controllare i contenuti, perdipiù adattandosi alle molteplici idiosincrasie e legislazioni di un paio di centinaia di nazioni su cui sono sparsi i loro utenti, è una rottura di scatole non da poco: vuol dire costi, elevati rischi di errore, probabili grane legali. Meglio proclamarsi strenui difensori della libertà di espressione, e con questo schivare il problema.

Eppure, non ho il minimo dubbio che un applicativo online in italiano, usato da italiani per fare apologia della mafia – reato in Italia – verso altri italiani, sia soggetto alle leggi italiane sulla pubblica espressione, anche se è realizzato da una società americana su server americani; se non fosse così, saremmo veramente una colonia, priva di qualsiasi sovranità.

E’ vero che la neutralità della rete è importante, e che queste piattaforme non dovrebbero avere il diritto di censurare a proprio piacimento i contenuti che vi passano attraverso (vedi appunto il caso delle foto di allattamenti). E’ diverso, però, quando tale censura è prevista e anzi richiesta dalla legge: non applicarla, dopo ampie e numerose segnalazioni, significa volersi rendere apertamente complici di un atto perlomeno immorale, probabilmente criminale. E se proprio io, gestore di una piattaforma del genere, avessi il dubbio su quale sia il mio dovere tra rispettare un eventuale divieto di interferenza e rimuovere l’apologia dei mafiosi, preferirei errare contro i mafiosi piuttosto che a loro favore.

Per fortuna che decine di migliaia di utenti di Facebook si sono già mossi (qui potete aderire). Certo, c’è sempre il rischio che questo genere di “campagna virale” sfoci nel qualunquismo o nella caccia alle streghe, sfogandosi contro minoranze di qualsiasi genere, ed è un rischio da tener presente; tuttavia, per ora preferisco gioire vedendo che in Italia, persino su una piattaforma che molti presentano come il trionfo del becero, ci sono ancora tante persone che si indignano.

[tags]facebook, mafia, censura, neutralità della rete, azione dal basso, internet[/tags]

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lunedì 5 Gennaio 2009, 17:58

Mangiare in Liguria

Tra ieri e oggi abbiamo provato un paio di posti dove mangiare nel circondario: infatti, causa freddo e febbre abbiamo passato tutte le vacanze rinchiusi nella nostra casetta, e solo con il venire del sole e delle buone condizioni siamo scesi a valle a cercare cibo.

Il primo posto è stato il Ristorante Bagni Restano a Cervo, uno dei posti più conosciuti in zona. E’ un locale proprio sulla spiaggia, nella zona delle vecchie rimesse che sta tra San Bartolomeo e la fantastica marina con ponte ferroviario di Cervo (quest’ultimo è un posto bellissimo, peccato che quando tra pochi mesi chiuderà la ferrovia ottocentesca finiranno certamente per piazzare delle auto sul ponte o per abbatterlo); ci si arriva dalla strada che si stacca dall’Aurelia verso il mare proprio in corrispondenza del sottopassaggio della ferrovia.

Siamo andati subito al sodo e abbiamo preso spaghetti allo scoglio e pappardelle con carciofi e gamberetti, e poi fritto misto per due: tutto ottimo, sia i primi (specialmente il mio, visto che è stagione di carciofi) che il fritto, che conteneva pesci anche di buone dimensioni che però non sapevano di fritto, ma di pesce appena cotto, rosa al punto giusto; anche i calamari non sapevano di gomma e onion rings come nella maggior parte dei fritti, ma di calamaro appena colto (macellato, potato, insomma comunque sia che i calamari diventino quella roba che lì però chiaramente non era un cilindrato Pirelli, ma aveva anche regolamentari punte e barbette). Senza antipasti, con un solo dolce e con mezzo litro di vino – ma siamo usciti piegati, sarà che era domenica sera e avevano il pesce da finire ma il fritto era davvero abbondante e ha messo in seria difficoltà anche me – e con un oste davvero gentile, abbiamo speso meno di 35 euro a testa: sommando il fattore pesce al fattore Liguria direi che è giusto così.

Oggi invece siamo andati in gita ad Albenga e, nonostante le indicazioni contrarie della guida delle Osterie d’Italia, abbiamo trovato aperta la farinateria Puppo, la principale istituzione culinaria del centro storico (peraltro pieno zeppo di ristorantini, che però erano tutti o chiusi o vuoti; qui invece c’era la coda fuori). Certo, all’arrivo ci siamo trovati davanti l’ennesimo pacco da Osterie d’Italia: come quasi sempre quando si segue questa guida, si riceve la promessa di un posto rustico dei tempi andati – qui addirittura doveva essere uno di quei buchi nei caruggi che fanno la farinata come nell’Ottocento – e ci si ritrova davanti un locale leccatissimo pieno di proposte fighette e arredi eleganti, e dai prezzi regolarmente rivisti all’insù.

Comunque, qui l’eleganza del locale è ancora tollerabile, limitandosi a dei bei mobili antichi di legno, dei bei tavoli rivestiti di marmo, e l’ormai obbligatoria carta ruvida color senape su cui piazzare i fritti accanto a un inutile contorno di rucola (mio dio, quanto odio il contorno di rucola); alla fine, il leccatismo si è rivelato davvero l’unico punto debole del locale, a parte forse l’orrida cassetta di hits di John Denver il cui suono usciva dalla cucina.

Il cibo, infatti, era eccellente, a partire dalla farinata, che era davvero perfetta: una sottilissima crosta unta e non dura sotto, uno strato di consistenza papposa ma solida in mezzo, e sopra le isolette di parte cotta e rappresa come le rocce in mezzo a un mare di lava, solo che queste sprizzano olio d’oliva. Poi abbiamo preso una zuppa di pesce, una fetta di caciotta alla piastra con miele, fette sottilissime di pera e gherigli di noce (vi avevo detto che era un posto fighetto) e soprattutto delle eccellenti acciughe fritte, un altro piatto povero che è difficile trovare in giro ma che se fatto bene è ottimo. Anche i dolci erano buonissimi, in particolare il mio cestino di pasta sfoglia contenente una mousse alla fragola e panna guarnita con fragoline di bosco (vi avevo detto ecc.). Porzioni comunque buone, conto 39,80 euro in due rigorosamente senza scontrino.

In appendice, segnalerò che ad Albenga ci siamo andati per visitare il centro storico medievale, che è uno dei tesori nascosti della Liguria; non è enorme ma è bellissimo, una cosa che fosse in Toscana ci verrebbero i giapponesi, e invece è in Liguria quindi i locali lo tengono nascosto perché sono troppo intenti a costruire palazzoni e parcheggi sul mare. Abbiamo provato anche un’altra esperienza bellissima, l’antica strada romana che tuttora è percorribile a piedi su per i colli verso Alassio, e che corre tra gli ulivi fiancheggiata da sette o otto edifici funerari romani ancora ben visibili; peccato che i liguri ci abbiano subito costruito sopra delle ville (con indirizzo “passeggiata Archeologica 4”!), spezzando i muri del I secolo d.C. per farci il vialetto d’accesso, e riempiendo le pietre del selciato romano con cemento anni ’60 per passarci più comodi con le macchine. E trovare questa strada è praticamente impossibile, sopravvive a malapena qualche cartello giallo anni ’70 arrugginito e crollato per terra! Certo che lo scempio che hanno fatto della Liguria è davvero tremendo: non stupisce che ormai attragga solo più i pensionati di Torino e Milano.

[tags]ristoranti, recensioni, liguria, albenga, cervo, turismo, osterie d’italia[/tags]

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venerdì 2 Gennaio 2009, 14:08

Film di Natale

Ma perché nelle vacanze di Natale le televisioni devono ritrasmettere solo ed esclusivamente i peggiori film della storia del cinema? Al massimo ne capita qualcuno di bello ma consumato dalle troppe visioni (tipo l’intera serie della Pallottola Spuntata), ma per il resto, bloccato davanti alla TV per la scarsa voglia di accendere il cervello e pure per qualche linea di febbre, mi sono toccati titoli come Un poliziotto alle elementari (da allora hanno vietato a Schwarzenegger di girare commedie) e Il libro della giungla versione Disney anni ’50, un capolavoro per l’abilità del regista nel girare un intero film sugli animali feroci della giungla senza mai mettere il protagonista umano e un singolo animale feroce nella stessa inquadratura.

In pratica il film funziona così, inquadrano Mowgli da solo in mezzo ad alberi di cartone che dice “Come dici Bagheera? Sei arrabbiata?”, poi si stacca sulle immagini sbiadite di una pantera nera che si rotola al sole estratte da un documentario di dieci anni prima, poi reinquadrano Mowgli che dice “Sì, hai proprio ragione!”, e si stacca su altre immagini di una pantera nera, talvolta diversa dalla precedente o ripresa in un luogo completamente differente. Alla fine c’è una scena in cui si vede una porta, inquadrata a tutto schermo, chiusa e ferma, e si sente la voce di Mowgli che dice: “Elefante! Dai, abbatti la porta! Così! Tira su la proboscide!”, insomma fa tutta la radiocronaca finché non si vede la porta che cade e Mowgli che entra…

Stamattina, comunque, mi è capitato il peggio del peggio: un film intitolato Il maestro cambiafaccia, con Dana Carvey (l’ex spalla senza talento di Mike Myers). In pratica, il film gira attorno a Carvey che interpreta un idiota (o è un idiota, almeno questo è ciò che penso dopo aver visto il film) che impara a travestirsi perfettamente da altre persone. L’intero film è una serie infinita di gag in cui Carvey si traveste da personaggi che dovrebbero essere divertenti, ma che non farebbero ridere nemmeno un bambino di quattro anni. Per il resto, la trama è inesistente, e il copione fa acqua da tutte le parti – come quando la protagonista si presenta al cattivo (interpretato da Brent Spiner, e qui si capisce perché la sua carriera non sia mai andata oltre Star Trek) come “Barbara”, e cinque minuti dopo lui la saluta come “Jennifer”. E proprio quando pensi che il film, raggiunta la lunghezza minima sindacale, sia finalmente finito, Carvey ci aggiunge la peggior imitazione di George W. Bush mai fatta da alcuno, e poi minuti e minuti e minuti di blooper non divertenti sui titoli di coda, e poi, quando finiscono i titoli di coda, ci aggiunge anche ulteriori scene non divertenti in cui lui scherza con un nano. Non meraviglia che dopo questo film, del 2002, Carvey non abbia più fatto nemmeno un film!

Per fortuna che ieri sera almeno c’era lo spettacolo di Paolini

[tags]film, televisione, disney, cinema, il libro della giungla, carvey[/tags]

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domenica 21 Dicembre 2008, 14:29

Qualità DVD

Ieri sera eravamo in casa, e per trascorrere la serata abbiamo deciso di guardare un DVD; così ho tirato fuori il DVD originale, acquistato mesi fa al supermercato a prezzo stracciato, di 8 Mile (un film grandemente sottovalutato, probabilmente per l’idea snob di molti che un film sull’hip-hop con Eminem non possa essere bello; in realtà, raramente ho visto immagini così ben fatte sul degrado abissale delle periferie americane e sulla difficile scelta tra i propri sogni e lo squallore della realtà).

Bene, naturalmente dopo aver inserito il DVD ho dovuto subirmi le immancabili scritte antipirateria; poi dieci secondi di logo animato della Universal; poi loghi e presentazioni degli altri produttori del film; poi quindici secondi di menu animato, prima che potessi arrivare a fare qualcosa. Ho selezionato la lingua del menu tra “inglese” e “italiano”, al che è partita una ulteriore animazione, consistente in una fotografia che lentamente veniva spostata per lo schermo; dal menu che è infine apparso ho selezionato l’opzione per la configurazione audio; ho aspettato un altro cambio di menu; ho selezionato “DTS”; è comparsa una lunga schermata scritta da un avvocato che mi spiegava cos’è il DTS e mi chiedeva conferma, rifiutando esplicitamente ogni responsabilità nel caso in cui avessi attivato il DTS senza avere un amplificatore compatibile. Dopo aver confermato, è partito un filmato di trenta secondi, con immagini di pianoforte e altri strumenti, per mostrarmi il logo DTS e specificare che è un marchio registrato. Dopodiché è ripartito il menu animato di prima, e ho dovuto aspettare altri quindici secondi, per poi rivedere i loghi dei produttori e finalmente arrivare al film.

In pratica, da quando ho messo il lettore nel DVD a quando sono riuscito a vedere le prime immagini saranno passati tre o quattro minuti di immagini inutili e impossibili da saltare, in quanto il pulsante “avanti” era stato disabilitato. Ah, e alla fine del film è ricomparso il messaggio antipirateria, però in cecoslovacco; si sa mai, avessi avuto un ospite ceco in casa che voleva copiare il DVD…

Conclusione: la prossima volta lo scarico dal peer-to-peer, oltre ad essere gratis funziona pure meglio.

[tags]dvd, pirateria, film, download, eminem, 8 mile[/tags]

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venerdì 19 Dicembre 2008, 15:03

New economy

Ne ho saltati alcuni, perché insomma, ormai il sito lo conoscete e non devo mica imboccarvi sempre io. Questo video, però, lo bloggo e mi tiro giù il cappello: a questi concetti – alla necessità di una società regolata stocasticamente anziché deterministicamente, all’insostenibilità del nostro modello economico, all’insopportabile avanzata dell’autismo digitale – ci siamo arrivati in molti, ma non è facile riuscire a parlarne su Youtube con un linguaggio visivo innovativo, sperimentale e postmoderno. Se tutti i nostri festival di cinema non fossero impegnati a premiare i cugini degli amici, magari qualcuno se ne accorgerebbe anche.

[tags]economia, società, crisi[/tags]

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giovedì 18 Dicembre 2008, 12:58

Carriera

Una delle cose più divertenti dell’ascoltare regolarmente Radio Flash è il fatto che, ogni tot di tempo, passano le notizie e le pubblicità del circuito Radio Popolare.

Radio Flash, infatti, è la radio della sinistra torinese, quella riformista e moderna (pure troppo, visto che la casa madre Hiroshima Mon Amour è in pole position tra gli ammanicati per ricevere fondi pubblici quando ci sono da organizzare eventi musicali, e che la costruzione del loro nuovo fiore all’occhiello, il Teatro della Concordia di Venaria, fu bellamente appaltata alla famosa e onnipresente De-Ga). Su Radio Popolare, invece, circolano ancora le idee e gli slogan della sinistra tosta di un tempo: anticapitalista, antiamericana, antiberlusconiana talvolta al limite del ridicolo.

E così, sospesi da un pezzo i mitici spot dei Comunisti Italiani con Diliberto che parlava sopra un assolo di chitarra (si sa, bisogna attirare i giovani), circolano però con frequenza da mesi gli spot animalisti contro le pellicce, la caccia, la vivisezione e il consumo di carne. Di base, il rispetto degli animali è una pratica fondamentale su cui l’uomo ha ancora molto da fare; l’estremismo di questi spot, però, è da manuale, e, accompagnato a musiche drammatiche, testi lirici e richieste complicate (tipo “non scrivere sul modulo Unico il codice fiscale di un ente di ricerca che usa animali”), finisce spesso per generare risvolti involontariamente comici.

Quello che circola ora è relativo alla vivisezione degli animali, una pratica orribile che sarebbe da vietare completamente, salvo al massimo qualche caso estremo in cui è provatamente insostituibile a scopi sanitari. Lo spot, in un crescendo drammatico, arriva all’accusa più forte: queste ricerche (che “non sono scienza, ma vivisezione”) sono condotte “per interessi economici e di carriera”.

Che per la sinistra ortodossa l’economia sia il male è noto: in Italia, poi, si somma la doppia influenza dell’anticapitalismo marxista e della Chiesa Cattolica, per cui notoriamente il denaro è lo sterco del diavolo (il che spiega la discreta presenza al suo interno, oltre che di pedofili, anche di coprofili).

Qualche tempo fa, per esempio, ho conosciuto una persona di questo genere; spendendo la sua vita, con encomiabile impegno, tra un presidio anti-inceneritore e un gruppo d’acquisto solidale, mi disse che secondo lui bisogna smetterla di far lavorare la gente per le cattive multinazionali, nelle fabbriche, nei trasporti e in generale in attività economiche inquinanti, e farle invece lavorare per lo Stato, nella sanità, nell’assistenza agli anziani e ai lavori socialmente utili. Io, allora, ho provato ad obiettare che, a meno di grandi rivoluzioni nella nostra struttura sociale, magari necessarie ma non in vista a breve, i posti di lavoro pubblici esistono soltanto in quanto esiste una economia privata che genera utili, che possono essere tassati e rimpinguare le casse pubbliche; bene, questo discorso proprio non veniva capito. Si dava per scontato che esistesse da qualche parte una miniera di ricchi da tassare, naturalmente ladri perché nessuno può essersi arricchito onestamente e comunque la proprietà è un furto, e che tutti i problemi della società si potessero risolvere aumentando le tasse.

Per questo capisco che la frase “interessi economici” abbia una connotazione negativa così diffusa; ma perché devono essere negativi anche gli “interessi di carriera”?

E’ ovvio che ci siano nella nostra società fenomeni eticamente sbagliati, di persone che violano la legge o la morale pur di guadagnare di più, o che trascurano i propri cari per i propri obiettivi professionali (di solito queste ultime persone sono ampiamente punite dalla vita, anche quando riescono effettivamente a fare carriera). Ma perché deve essere sbagliato, tout court, il desiderio di fare carriera?

In pratica, siamo giunti in questi ambienti antagonisti al rifiuto puro e semplice del fare, del partecipare all’economia: il cittadino ideale è presumibilmente uno che sta seduto in un angolo a non far niente, anzi, a disprezzare quelli che pensano a sbattersi per migliorare la propria posizione, e di riflesso anche quella degli altri. Vive, immagino, grazie al “reddito di cittadinanza” o ad altri modi di ricevere del denaro grazie alla ricchezza prodotta da altri e senza doversi sporcare le mani.

Al di là della questione economica, però, è il rifiuto dell’aspirazione a una condizione personale migliore che fa spavento: perché è vero che questa aspirazione genera competizione, lotta, spesso infelicità e talvolta anche atti spregevoli, ma essa è da sempre il motore dell’evoluzione umana. Un sistema economico più umano, rovesciando le priorità collettive tra produzione e qualità della vita, è certamente necessario, ma non si può nemmeno pensare che la nostra società, con il suo livello di vita materiale così elevato, possa sopravvivere senza fatica e senza sbattimento.

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