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Archivio per la categoria 'Itaaaalia'


mercoledì 22 Agosto 2007, 10:17

Valentino Rossi

Volevo evitare la questione, perché so che su questo finirò per litigare con la maggior parte dei miei lettori, ma l’abbondanza di commenti a questo post – seppure a scoppio ritardato – mi spinge a chiarire meglio il mio punto di vista sulla questione di Valentino Rossi e della sua presunta evasione fiscale.

Che è una questione interessante, perché l’Italia si è abbastanza spaccata: una maggioranza a condannarlo in modo addirittura violento, mettendolo alla gogna su tutti i giornali; e una minoranza a farne una vittima e un eroe. Io credo che nessuno di noi abbia i dati per giudicare, ma tendo a stare dalla sua parte; per l’istintiva repulsione alle cacce alle streghe, e anche per altri ragionamenti.

Rossi deve pagare le tasse, su questo non ci piove; su questo le critiche hanno ragione. Le suddette critiche, però, partono quasi sempre dando per scontato il fatto che Rossi abbia veramente evaso le tasse, senza dargli alcun beneficio del dubbio: come mai? Io ho notato in moltissime delle invettive contro Rossi una componente aggiuntiva che svaria tra la frustrazione, l’invidia e il desiderio di vendetta; come se gli si dovesse far pagare il fatto di essere ricco e famoso, e in qualche caso anche quello di avere un commercialista più creativo del proprio.

Anche nei commenti che ho ricevuto, ho notato una preoccupante tendenza a strutturare la questione come “a lui 100 milioni di euro non servono davvero, per cui lo Stato è giusto che ne prenda 60”. Con lo stesso principio, però, si potrebbe dire che a lui per vivere bastano centomila euro l’anno, per cui lo Stato potrebbe tassarlo al 99.9%, no? Questo è il principio base delle società comuniste: tutto è dello Stato e ognuno riceve “ciò che gli serve” a giudizio del governo. La nostra società non dovrebbe funzionare così, e noto appunto alcune preoccupanti lacune collettive sulle basi filosofiche di una economia di mercato, sperando di non dover riaprire (nel 2007…) la discussione sul perchè l’economia comunista e la società moderna siano incompatibili.

Comunque, la questione di Rossi è legalmente complessa, perché esistono un accordo bilaterale per cui i cittadini italiani residenti in Inghilterra pagano solo le tasse inglesi, e una legge inglese che permette agli immigranti in Inghilterra di pagare le tasse solo sui redditi generati là e non sul resto. Vuol dire che Rossi deve pagare ad altri paesi le tasse sul resto del reddito? Non si sa, è una questione da avvocati; ovviamente Rossi sceglie l’interpretazione favorevole a se stesso, lo Stato italiano anche, e si vedrà in tribunale. Ma ciò non mi sembra poter giustificare la conclusione che Rossi ha volontariamente e consapevolmente evaso le tasse, tale da sbatterlo su tutti i giornali come un mostro; se mai, si è trasferito in una nazione che (oltre ad essere un paese molto più civile del nostro) gli praticava condizioni migliori: è un reato? Capirei fosse andato ad abitare alle isole Cayman, ma a Londra

(In qualche caso ho letto qualcuno sostenere che sì, bisogna vietare ai ricchi italiani di trasferirsi altrove, per non privare il Paese del loro apporto fiscale. Era la stessa persona che sosteneva con fuoco e fiamme che non si potesse limitare la mobilità degli immigranti extracomunitari e il loro diritto a stabilirsi in Italia: evviva la coerenza.)

A me poi inquieta molto l’interpretazione fornita dal fisco italiano, secondo cui, anche se Rossi da anni abita a Londra, il fatto che abbia “affetti” e “interessi” in Italia autorizza l’Italia a prelevare la maggior parte dei suoi redditi. E’ una mentalità un po’ mafiosa, del tipo “puoi scappare, ma di noi non ti libererai mai”. Soprattutto a fronte dell’incapacità dello Stato italiano a gestire bene i soldi che gli affidiamo (altro che Svezia), per cui il piano strategico del fisco è centrato sull’aumento della pressione fiscale sulla parte produttiva del paese, invece che sull’eliminazione degli sprechi e delle spese inutili. Se poi l’esito di tutto questo è che la suddetta parte produttiva o emigra o evade o chiude l’attività, non vedo un grande futuro per l’Italia.

In questo senso, è appena normale che per la suddetta parte produttiva Valentino Rossi sia diventato un eroe: non è mica perché avrebbe evaso, se mai è perché questo caso, che da chi vede evasori e sfruttatori in ogni ricco è visto come il prototipo dell’arroganza del singolo, da chi invece si sbatte e crea ricchezza (per sè e per gli altri) è visto come il prototipo dell’arroganza dello Stato. In pratica, per questa fetta del Paese il signor Rossi è diventato il simbolo dell’italiano intraprendente che ha unito il talento ad anni di sacrifici, ha avuto successo, e invece di venire ringraziato ed apprezzato si trova fuori dalla porta la polizia, che a nome di raccomandati, assenteisti e politici gli porta via la maggior parte di ciò che ha guadagnato. Qualsiasi piccolo imprenditore del Veneto, qualsiasi manager milanese si è identificato con lui; ma anche gli istituti di insigni economisti come Sergio Ricossa.

Non so se sia più immorale il ceto che ci governa, o quello stuolo di gente che con la scusa degli evidenti sprechi, inefficienze e privilegi della politica evade (questa volta senza ombra di dubbio) le tasse. So però che l’immoralità dei secondi, unita alla pressione fiscale più alta d’Europa per molti versi, fa molto per aumentare l’evasione e solleticare l’immoralità dei primi.

In questo circolo vizioso, più le tasse aumentano e più cresce il numero di chi trova giusto evaderle, e più aumenta l’evasione e più aumentano le tasse per chi le paga. Non credo che sia possibile spezzarlo solo con la forza: gli unici dati che ho trovato sono del 1998 (ma ne avevo letti di simili per anni più recenti), in cui, per recuperare 2498 miliardi di evasione fiscale, lo Stato ha speso 2402 miliardi di lire in personale e strutture; quanti ne abbia spesi il resto d’Italia duranti gli accertamenti, compresi quelli a sproposito, non è dato sapere.

Insomma, l’unica strada è probabilmente un patto con gli italiani, basato su tasse decisamente più basse e su uno Stato che sia un esempio di moralità.

[tags]valentino rossi, tasse, evasione fiscale[/tags]

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mercoledì 15 Agosto 2007, 21:29

L’Italia si schiera

Il tassista che mi ha riportato a casa poco fa aveva sul cruscotto un adesivo di Valentino Rossi, e stava ascoltando un CD di Zucchero. L’Italia popolare si è schierata!

(Comunque, stavolta hanno ragione loro: sia Rossi che Zucchero…)

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mercoledì 8 Agosto 2007, 09:14

AliPantalone

Dovendo recarmi a metà settembre a Strasburgo per un convegno, mi son messo a cercare di prenotarmi il biglietto.

La soluzione offerta dalla mia compagnia preferita, Lufthansa, non è ideale: difatti Strasburgo è servita da Francoforte tramite un bus, invece che un volo, e le tre ore in autostrada non mi attirano granchè. Il costo da Torino è di circa 360 euro tutto compreso, per circa sei ore di viaggio a botta.

L’alternativa è Air France, via CDG, con un ottimo servizio all’andata (in meno di quattro ore sarei là) ma con un ritorno che prevede una coincidenza lunghissima al ritorno, facendomi perdere buona parte del pianificato sabato turistico. Costo, poco più di 300 euro.

Bene, mi son detto: che sia giunta l’ora di utilizzare la compagnia di bandiera, ammesso che a settembre voli ancora? Da Malpensa, infatti, c’è un bel collegamento diretto Alitalia due volte al giorno; pazienza per lo spostamento a Milano, ma almeno risparmio un volo. Così provo a fare il preventivo… e la compagnia di bandiera, pur facendo a meno della coincidenza e quindi dimezzando il numero di tratte da farmi percorrere rispetto agli altri, mi chiede soli 765 euro.

Certo, quei costi saranno giustificati, sapendo che l’equipaggio sta a Fiumicino e lo devono portare a Malpensa apposta… secondo me, poi, avranno pensato che a Strasburgo ci vanno i parlamentari, che certo non guardano al costo, e quindi tanto valeva spennarli per bene. O meglio, spennare noi contribuenti che gli paghiamo le spese.

Ma forse forse che se nessuno vola Alitalia c’è un motivo?

E forse forse che sarebbe ora che fallisse sul serio?

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domenica 5 Agosto 2007, 23:25

Atterraggio

Succede in anticipo, già quando scendi dal treno per Stansted e ti avvii verso la zona del check-in dei voli per Bergamo, che Ryanair ha appropriatamente collocato proprio in fondo all’aeroporto, separata da quelle degli altri. Lì avviene già la selezione, e ti ritrovi di colpo in mezzo agli italiani.

E così, è dura lasciare Londra, e ritrovarsi d’improvviso in Italia, tra gruppi di scout e scolaresche in viaggio studio che non hanno imparato una parola d’inglese, ma che chiacchierano di canne, di furti reciproci, di compiti in classe copiati di straforo, e di svariati libri di Federico Moccia; e poi applaudono all’atterraggio, come chi non ha mai visto un aereo in vita sua, per poi alzarsi in massa quando l’aereo è ancora sulla pista, fregandosene dei divieti, e accendere in blocco i telefonini. Poi scendi e vai in bagno all’aeroporto di Bergamo, dove i cessi sono sporchi in modo indescrivibile, e c’è pure uno che caga senza chiudere la porta; e poi ti infili su un’autostrada piena di cantieri infiniti, e di vasi di geranio schiantati sulla corsia di sinistra.

Non sono affatto esterofilo, ma tocca purtroppo dire, avendole viste entrambe, che l’Italia di oggi assomiglia molto di più all’Argentina che all’Inghilterra. Temo che sia un po’ come quella sensazione di cui ti parla chi è venuto a studiare o a lavorare a Torino dalla campagna o da un paese del Sud, e ti dice che gli fa sempre piacere tornare, rivedere i posti e gli amici, ma non riuscirebbe più a viverci per troppo tempo; perché tutto sembra così piccolo, chiuso di mentalità, e provinciale, e anche marcio e strafottente, e limitante, e destinato comunque a rimanere così, con piena soddisfazione di chi ci vive, che si lamenta spesso ma poi ci sguazza, perché altrimenti se ne sarebbe già andato.

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mercoledì 1 Agosto 2007, 23:09

Cincinnatemi

Non ho mai visto tante tette e tanti culi come sulle televisioni private del Veneto. Praticamente l’intera programmazione è composta da televendite di stimolatori elettrici scioglipancia, panche per addominali e pillole dimagranti, con i conseguenti zoom su parti del corpo variamente assortite, come in macelleria. In alternativa, le televisioni private venete mandano anche televendite di scarpiere o di batterie di pentole, però anche queste concluse con ardite inquadrature da vicino sulla generosa scollatura delle presentatrici. L’effetto ipnotico che da ciò deriva ci ha portato spesso a passare le mattinate – specie la pausa tra i pancake delle 11 e il pranzo di mezzogiorno – come ipnotizzati su Telealto Veneto o Retechiara.

Tutto ciò, vi assicuro, rimette decisamente in prospettiva le notizie dei telegiornali dell’estate, da Gustavo Selva che, nella crisi interiore che lo ha portato a ritirare le proprie dimissioni su richiesta del popolo, scopre per conseguenza che la sua vera anima sta in Forza Italia, a Cesare Previti che si dimette da uomo innocente, visto che ormai quale onesto cittadino che si occupi di politica non ha una condanna penale sulle spalle?

Ma in fondo, finché ci saranno i culi vibranti delle televendite (e le figlie giovani dei ristoratori della zona) a fornirci argomenti di conversazione tra una bottiglia di vino e mezzo chilo di polenta, la vita potrà proseguire in modo ruspante, lontano dalla corruzione e dal degrado morale della grande città. Evviva la semplicità!

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sabato 28 Luglio 2007, 23:49

Ortigara

Mi sembrava un peccato venire su queste montagne senza vederne nemmeno una; così oggi, lasciando il resto del gruppo a casa a giocare a pinnacola o alla Playstation, dopo pranzo ho preso la macchina e mi sono arrampicato su per l’altopiano, avendo come meta il monte Ortigara.

Anche solo giungere all’inizio del sentiero è un’avventura; da Gallio si prende una strada stretta e ripida che sale fino ad una valle, in cui si aprono gli impianti di fondo; dopo averli superati, si salgono altri tornanti in mezzo ai prati, cercando di evitare le mucche che attraversano placide la strada. Dopo una decina di chilometri, l’asfalto finisce, e si passa su una sterrata che, per quanto agevole e ben spianata, costringe ad andare a quindici all’ora per quasi una ventina di minuti. Dopodiché, ricomincia l’asfalto per gli ultimi quattro chilometri (credo che sia perchè il tratto in mezzo è in comune di Roana, che sta da tutt’altra parte e a cui di quella valle, non avendo nè le piste da fondo in basso nè i rifugi in cima, non potrebbe fregare di meno).

Insomma, dopo una mezz’oretta di paesaggi alpini si giunge ad un grande piazzale sterrato, dove si lascia la macchina. Da lì partono vari sentieri; quello per l’Ortigara è ampio e carrozzabile (anche se ovviamente chiuso a catena), ma parecchio ripido. Insomma, dopo venti minuti di rampe e di respiro affannoso si giunge infine al monte Lozze, poco sotto i duemila metri, che è il punto di partenza per visitare l’Ortigara.

Al Lozze ci sono tutte quelle cose che vi aspettereste in un medio crocicchio d’alta montagna, come il rifugio dove servono polenta e funghi, o la chiesetta con il registro dei visitatori. Ci sono, però, anche altre cose; come almeno tre generazioni di lapidi e cartelli più o meno scoloriti in memoria dei caduti dell’Ortigara; un ossario; vari resti di trincee e gallerie dell’esercito italiano; e una colonna su cui, accanto alla bandiera italiana, svetta una statua della Madonna che guarda avanti verso la montagna.

Immagino che il nome del monte Ortigara non vi suoni sconosciuto; eppure, non credo siano molti quelli che sanno esattamente perchè venga tuttora ricordato per le vie e per le piazze di mezza Italia. Qui, durante la prima guerra mondiale, passava il confine tra l’Italia e l’Austria; gli austriaci, che possedevano l’alta Valsugana, erano risaliti su per le pareti rocciose a strapiombo per installare una linea di difesa proprio in cima all’altipiano, guardando giù verso le valli italiane. Il monte Ortigara è uno dei più alti di questa linea; qui, tuttavia, gli italiani cercarono di sfondare nell’estate 1917, mandando gli alpini al massacro, senza infine riuscire nell’impresa. Tra il Lozze e le pendici dell’Ortigara si aprono un paio di chilometri di collinette, che gli alpini dovettero conquistare palmo a palmo; e poi dovettero risalire gli ultimi duecento metri di dislivello, su per il costone pieno di trincee e mitragliatrici austroungariche.

Il sentiero lascia la Vergine del Lozze, che dall’alto sovrasta il teatro della battaglia. Prosegue in mezzo a dei bassi abeti che novant’anni fa forse non c’erano, aggirando buche e trincee scavate nella roccia; qui non si sono sentiti di usare i soliti marcatori bianchi e rossi, e hanno segnato il sentiero con un bel tricolore bianco rosso e verde. L’avanzata è difficile, un continuo saliscendi tra le rocce, e viene naturale immedesimarsi in ciò che doveva essere farla sotto le pallottole o anche solo con lo zaino in spalla.

Alla fine, si arriva nel mezzo di una valle meravigliosa, coperta di verde e di fiori, e poi si risale per un crinale ripido verso la cima. La fatica è pesante, e quando ci si avvicina alla vetta spuntano altri buchi; trincee e fortificazioni austriache, questa volta. Tutto il crinale è scavato e bucato per difendere la punta della montagna.

La cima spunta all’improvviso; qualche anno dopo la battaglia, ci venne eretta una colonna mozzata come monumento. La colonna è coronata di spine, residui di filo spinato e gavette arrugginite ripescate dal carnaio di novant’anni fa. La cima è quasi piatta, rocciosa, battuta solo dal vento e dal silenzio; intorno si aprono valli e cime altrettanto rocciose ed appiattite. Una targa spiega che la vetta fu conquistata il 19 giugno 1917, e ripersa il 25 giugno. Quante vite per ciascuno dei sei giorni, non è riportato, ma ve lo dico io: a fine battaglia si contarono quasi seimila tra morti e dispersi, e oltre quindicimila feriti.

Poco più lontano, hanno installato una campana. Se volete, nel silenzio dell’altipiano la potete suonare; per ricordare le anime perse per un’idea di patria, o più prosaicamente per la leva imposta dal re. Il rintocco, portato dal vento, fa uno strano effetto; una immagine come di fantasmi. Dall’altro lato, proprio a picco sulla Valsugana, c’è il cippo degli austriaci; eretto a ricordo dell’altro e uguale lato della storia, ma, necessariamente, su una cima leggermente più bassa.

Potete attraversare qualche altra trincea, e scendere a picco per la parete retrostante, attraverso una teoria di gradini di roccia oggi protetti da un corrimano d’acciaio nero. A un certo punto, la discesa è verticale, e il sentiero sembra sbatter contro un muro; poi una freccia dipinta vi spinge nel ventre caldo della montagna, in un buco fetido e umido. Al buio, scendete gradini invisibili e bagnati, pregando di non venire inghiottiti in qualche voragine preistorica; e ne uscite sfiorando la roccia con la testa, presso una targa che ricorda come la spirale che avete disceso ospitasse per anni una manciata di mitragliatori.

Vista dal giorno d’oggi, quella fu una battaglia inutile, per conquistare un palmo di terra che oggi sta tra una distesa di barbecue e pic-nic, e un fondovalle ripieno di capannoni e superstrade. Eppure, se la seconda guerra mondiale fu quella della vergogna, del disfacimento dell’Italia tra il nazifascismo e la guerra civile, la prima guerra mondiale è il punto più alto del sentimento nazionale, il momento in cui il valore collettivo di un popolo tradizionalmente vigliacco e individualista emerse in qualche modo, grazie al sacrificio di un esercito per la prima volta nazionale.

Chiunque di noi sia nato nel Nord Italia, ma anche moltissimi nel Centro e nel Sud, ha almeno un parente morto nella Grande Guerra, spesso giovanissimo. Se non sapete di averlo, è solo perché l’avete dimenticato. Ogni tanto, allora, fa bene prendere le misure di ciò che fu soltanto qualche generazione fa, della rinfusa di metalli e brani di scarpe e baionette che giace negli ossari, e capire come in fondo, anche in un’epoca fortunatamente di pace e di fratellanza quasi globale, abbia ancora un senso riconoscersi nell’unità di una nazione; costruita e cementata col sangue.

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mercoledì 25 Luglio 2007, 08:59

Ancora telegiornali (2)

Chiudo questa carrellata del triste panorama della teledisinformazione italiana ancora con il TG5, che si è distinto per un’altra idea originale. In un servizio sui costi delle vacanze in Italia e in Europa, appare un cartello che confronta i costi di Rimini con quelli dell’isola di Krk, in Croazia. Si percepisce anche l’esitazione dello speaker, che non ha idea di come si pronunci il nome, e alla fine emette un suono un po’ da ingranaggio inceppato.

Peccato che l’isola di Krk abbia un proprio nome in italiano, Veglia, che compare tuttora sugli atlanti e nei nomi delle vie delle nostre città, ed è stato regolarmente utilizzato negli ultimi dieci secoli, per buona parte dei quali l’isola è stata italiana di popolazione, quando non di diritto.

Si potrebbe ancora capire la cosa se nel resto del servizio si fosse parlato di London e Paris, mentre invece, ovviamente, si parlava di Londra e Parigi. E allora perché? O è la solita ignoranza del giornalista italiano medio, o è una certa resistenza a ricordare la triste vicenda dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia tra il 1920 e il 1950.

In ogni caso: ma che telegiornali guardo?

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mercoledì 25 Luglio 2007, 08:57

Ancora telegiornali

Per par condicio, vorrei segnalare anche il TG3, che ha aperto un proprio telegiornale serale con un lungo servizio sull’aggressione politica alla Procura di Milano, che si sta occupando del caso Unipol-DS. Il servizio, per svariati minuti, riportava le opinioni di qualsiasi politico di alto, medio e piccolo cabotaggio del firmamento italiano. Peccato che non si dicesse mai di che cosa si parlasse, se non in due secondi all’inizio: “delle intercettazioni tra Consorte e sei politici italiani”.

Diceva proprio così: “sei politici italiani”. E in parecchi minuti neanche una volta ne faceva i nomi, compresi i due che sono su tutti i giornali, D’Alema e Fassino. Sai mai, magari in questo modo i fedeli ascoltatori di Telekabul si convincono che si tratti ancora di Craxi e Forlani

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giovedì 19 Luglio 2007, 13:10

I lavoratori della conoscenza

Vi giuro che ho tutte le intenzioni di cambiare argomenti e smetterla di fare post sulla corruzione morale e materiale dell’Italia; però Fiorello Cortiana mi ha appena mandato il link al mio intervento al suo convegno Condividi la Conoscenza 3 di un mese fa a Milano, centrato sulla condizione dei giovani lavoratori dell’informatica nostrana, e così ho deciso di farvelo vedere. Io sono il puffo marrone sulla destra.

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mercoledì 18 Luglio 2007, 16:36

Mostri

Quando muore qualcuno, specialmente una persona molto giovane, è sempre una grande tragedia. Tuttavia, sono rimasto piuttosto colpito dalla specie di isteria collettiva, istigata dai media, che si è scatenata negli ultimi due o tre giorni, a proposito dei morti investiti da guidatori ubriachi.

Per dire, l’altro ieri a Ischia è morto un bimbo di quattro anni, folgorato da una lampada dell’illuminazione pubblica apparentemente male installata; anche qui una morte per dolo, se volete anche peggiore, visto che il bambino era piccolissimo, e che l’elettricista che ha fatto quei lavori probabilmente non era ubriaco. Eppure, ci si è limitati a qualche servizio sui telegiornali, e articoletti nelle pagine di cronaca, parlando di fatalità.

La morte della ragazza di Rivalta, invece, è diventata subito uno psicodramma nazionale: la prima pagina dei giornali e parecchie all’interno, ampie telecronache dei funerali, corsivi ed editoriali indignati, prediche di vario genere contro chi beve e si sballa (pure una di Gigi D’Agostino…) e una specie di linciaggio collettivo dell’investitore, che sicuramente ha tutte le colpe di questo mondo, ma che è diventato immediatamente un mostro, complice un giudice pistolero che, tra gli applausi della folla, si è inventato una accusa di omicidio volontario che non sta nè in cielo nè in terra, come se il tizio al volante si fosse detto “guarda quella tipa lì, adesso la ammazzo”. E poi il trionfo del kitsch popolare: interviste apologetiche, striscioni appesi alle finestre, richiami melensi agli angeli volati via, prolusioni funebri che terminano con “Ciao panzerottina mia”, Vivere e Albachiara di Vasco Rossi a tutto volume. (Anche a Roma sono morti due ragazzi in un incidente stradale, e anche lì hanno usato Vivere come colonna sonora del funerale: ma sarà Vasco che porta sfiga?)

Senza nulla togliere al dolore di chi perde una persona cara, io mi sono interessato agli altri, per cui questa morte in teoria non è diversa dalle centinaia di morti sulle strade che accadono ogni settimana; e mi sono chiesto il perchè di questa ondata di indignazione. Non sono affatto sicuro delle conclusioni, ma ho il sospetto che dipingere come mostri i guidatori alterati – specie quelli che lo fanno di professione, sballandosi o bevendo tutte le sere – sia un modo per liberarsi la coscienza.

Già, perchè anche se sapete benissimo che io sono per la responsabilità individuale delle proprie azioni e contro alle giustificazioni sociologiche per i criminali, bisognerà pur chiedersi come mai ci sono in giro così tanti giovani che passano la vita a sballarsi, in numero crescente. Solo che bisognerebbe cominciare a parlare di quali sono i valori che la classe dirigente di questo Paese ha messo in mostra nella vita pubblica e ha trasmesso ai propri figli nel privato; e quali sono le opportunità che questo Paese offre a un giovane magari non troppo intelligente e di famiglia non troppo ricca ed educata. A parte ubriacarsi e mettere sotto qualcuno per disperazione.

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