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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


domenica 8 Aprile 2007, 08:51

Buona Pasqua

In genere a Pasqua, come ben sanno i due punto cinque lettori del mio blog, faccio un post di quelli millenaristici, a proposito della resurrezione. Quest’anno però mi sento meno filosofo del solito, e ho semplicemente voglia di uscire e godermi il sole. Il che poi è, appunto, la base della primavera e della resurrezione.

E quindi, su, anche voi: andate fuori a danzare sull’erba e impollinare i fiori!

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martedì 20 Marzo 2007, 14:49

Pranzo al sole (2)

Anche oggi sono andato a pranzare con la pizza di Angelo. A dire il vero non c’era il sole, ma c’era invece una torma di bambinetti che arrivavano dal vicino Politecnico, principalmente ingegneri mescolati a qualche architetto (si riconoscono dal tubo a tracolla).

Che emozione! Mi ha ricordato come ero io all’epoca: pieno di brufoli… incapace di spiccicar parola e di sollevare lo sguardo dal pavimento… in crisi esistenziale per interi minuti, con tanto di conciliaboli di gruppo, su dubbi fondamentali come scegliere tra la pizza pancetta e piselli e quella salsiccia e patatine… intento a complessi calcoli trigonometrici per concludere che, finite tutte le compensazioni, dovevo 35 centesimi di euro (all’epoca erano 300 lire) al mio vicino… e naturalmente, intento a parlar di donne con la competenza e la credibilità di un africano che parla di sci.

Qualcosetta di tutto ciò potrebbe ancora applicarsi, però è bello accorgersi di essere cresciuti.

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sabato 17 Marzo 2007, 20:39

Reazioni

A Moncalieri, lui, sedotto e poi abbandonato da una estetista in favore del palestrato e carrierissimo manager della palestra Virgin, si è presentato davanti alla coppia per strada, con una pistola: ucciso il rivale, si è poi suicidato davanti a lei.

A Fucecchio, lei, abbandonata dal marito, riempie di psicofarmaci se stessa e la bambina di quattro anni, poi scappa a cercare aiuto; peccato che la dose che per un adulto è da tentato suicidio, per un bambino sia quasi certamente letale.

Anche se ogni persona reagisce in modo peculiare ed è difficile fare categorie, è interessante notare quanto diversa sia solitamente la risposta di genere alla disperazione da abbandono (quella che, sottintendendo il mancato raggiungimento dello stato di adulto, differisce dalla tristezza da abbandono per l’incapacità di continuare a vivere): tanto sanguinosa, finale e vendicativa quella del maschio, quanto silenziosa, dubbiosa e autodiretta quella della donna.

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sabato 10 Marzo 2007, 12:40

E ti dirò chi sei

Dal blog di .mau., mi è arrivato uno di quei test su “chi sei” che ogni tanto si diffondono in rete come l’olio… ed ecco il risultato:

(per caricare l’oggetto embedded in WordPress è stato necessario metterci un frame e litigare all’infinito con l’editor… ah, il web 2.0!)

La cosa più interessante è la descrizione estesa delle mie abitudini e delle mie attitudini – quella che viene mostrata nelle varie pagine del libretto -, che ho trovato sorprendentemente calzante, e insieme piena di complimenti, anche se immagino che in questo genere di test tutto venga girato in positivo. (Più sottilmente, si potrebbe pensare che il fatto che a me sembri che tutto ciò che viene detto di me in un test psicoattitudinale sia positivo implichi che io sono soddisfatto di come sono.)

Allo stesso tempo, scrollando verso il basso della pagina, ho scoperto che tranne poche eccezioni le mie scelte sono regolarmente le meno frequenti di tutte, con percentuali di scelta attorno al 2-3%: insomma, sono un tipo molto diverso dalla media. Forse questo spiega perchè sia spesso difficile per me trovarmi bene con la maggior parte degli italiani contemporanei?

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giovedì 8 Marzo 2007, 19:14

Se non ci fossero

Se non ci fossero, bisognerebbe inventarle – e non solo per questioni meramente riproduttive.

Ci fanno soffrire, godere, divertire, piangere, incazzare, immaginare, sognare, annoiare, sperare, scappare e ridere. Ci fanno la spesa, la cena, il bucato, ma spesso anche le scarpe sul posto di lavoro, mentre noi ci facciamo la spesa, la cena e il bucato.

Sono delle ottime amiche, anche se raramente lo sono veramente; più spesso, vige un rapporto che è un mix tra un gioco di bambini, uno scontro armato, una caccia in cui sei preda e predatore insieme, una grande ed emozionante avventura, e poi talvolta anche una brutta telenovela, una sceneggiata napoletana o un vero e proprio dramma; e, più avanti nella vita, anche un club dagli interessi in comune, una piccola azienda in crescita, una assicurazione reciproca e una delle poche certezze che si hanno, naturalmente finchè non si smette di crederci e si lascia andar tutto in malora. Sono, insomma, la cosa più viva della nostra vita.

Continuano ad essere spesso incomprensibili e imprevedibili: abbiamo proprio il cervello fatto in modo diverso. Mi dissero che il grande dolore della vita è che per essere felici bisogna essere felici in due; più che un dolore, però, è una verità da prendere come guida. Per carità, è vero, da adulti si vive piuttosto bene anche da soli; però, che mondo sarebbe senza donne?

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sabato 3 Marzo 2007, 18:36

Succede a Torino

La cronaca di Torino, quelle rare volte che riesco a leggere La Stampa, è sempre una delle sezioni più interessanti; è proprio negli episodi spiccioli che si trovano pezzi di vita meritevoli di essere osservati.

Oggi, buona parte delle pagine di cronaca erano occupate dagli ultimi sviluppi di Tossic Park, dove i residenti hanno ormai costituito ronde stabili contro lo spaccio, e non passa giorno senza che qualche tossico (più raramente, qualche spacciatore) finisca all’ospedale pieno di mazzate.

In particolare, si parlava della dura presa di posizione del procuratore Marcello Maddalena, che promette dura repressione contro gli abitanti del quartiere. Certo, in teoria ha pienamente ragione, ma in pratica, quando tutte le sere ti trovi i tossici sotto casa, quel genere di dichiarazione, da parte di uno che vive con l’auto blu e la scorta in un bell’appartamento in zona centrale, suona davvero come Maria Antonietta e le sue brioche.

Nel frattempo, poco lontano da lì, è stato scoperto l’interessante caso di una donna rom che da anni fa figli senza interruzione da dieci anni, per evitare l’espulsione; la nostra legge dice che non si può espellere un membro di un nucleo famigliare dove vi sia una donna in gravidanza o che ha partorito da meno di sei mesi. La signora ha quarant’anni ed è già a quattordici figli, più undici abortiti; e ha dichiarato al giornalista che degli ultimi quattro o cinque avrebbe fatto volentieri a meno, e li ha partoriti proprio solo per permettere alla famiglia di restare in Italia.

La questione di fondo, in questo caso, è cosa fare di queste famiglie di rom, che spesso vivono nei nostri campi nomadi da quarant’anni e sono composte in gran parte da persone nate qui, che hanno fatto le scuole qui, ma che non sono italiane e non hanno il permesso di soggiorno (vivendo di furti, non hanno un lavoro e quindi nemmeno il permesso).

A me però interessava di più il caso umano, ossia l’idea di mettere al mondo dei figli in modo strumentale, nel più totale disinteresse per il loro futuro e le condizioni in cui potranno crescere. Anche qui, a prima vista la reazione è orripilata, visto che l’amore non ricambiato dovrebbe essere la caratteristica fondante dell’essere genitori. Se però poi ci si guarda attorno, e si vede l’abbondanza – forse quasi la preponderanza – di bambini che, magari in modo meno esasperato, pagano l’incapacità o il disinteresse dei genitori con problemi psicologici o carenza di educazione, finendo poi a picchiare i professori a scuola o a fare gli eterni mammoni semidisoccupati, non si può che concludere che quello che ha fatto la signora, a ben vedere, fa ampiamente parte dei normali casi della vita umana.

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giovedì 15 Febbraio 2007, 10:31

Shine

Ieri sera, su Sky, ho rivisto dopo qualche anno Shine, il film sulla vita del pianista australiano David Helfgott. E’ un film che all’epoca (una decina di anni fa) mi aveva molto colpito, e mi aveva anche riconciliato con la musica, facendomi riscoprire un po’ dei miei antichi studi di piano classico (purtroppo molto limitati). Probabilmente mi ero anche sentito coinvolto, visti i punti di contatto con il genere di educazione che ho ricevuto io, magari meno autoritaria, ma tutta basata sulla necessità di competere da una parte e sui ricatti affettivi dall’altra.

Il film è, in parte, una astuta operazione commerciale che gioca sull’esposizione e conseguente simpatia verso la disabilità mentale del protagonista; tanto è vero che il vero Helfgott da allora gira per il mondo, impasticcato e al guinzaglio della moglie astrologa, per fare concerti da tutto esaurito che emozionano il popolino, ma che, stando ai critici, sono pianisticamente insignificanti, al livello di un buon professore di musica di una qualsiasi cittadina. Il punto, però, non è questo; è il rapporto profondo che c’è tra musica ed emozioni, tra musica e vita nella sua parte più insondabile.

Per molti individui, la musica è l’unico canale di comunicazione tra la propria sfera emotiva ed il mondo, l’unico sfogo per le proprie emozioni compresse e represse. Questo è in generale vero per le varie forme artistiche, ma, rispetto ad esempio alla pittura, la musica ha in più una componente fisica fortissima, una unione di intelletto e realtà; e porta quell’angoscia devastante del volo senza rete, di uno sforzo in cui un minimo errore è sufficiente per cadere, senza appello e davanti a tutti.

Suonare ad alti livelli tecnici ed emotivi è veramente un mostro che rischia di mangiarti, di ingoiarti nella paura, nella competizione, nella fatica, infine nella follia. In questo senso la storia di Helfgott, come quella di tantissimi artisti più o meno conosciuti, è un esempio di come il bello, il sublime, possa svuotare di ogni senso ed energia la vita di chi vi si dedica; e di come spesso la realizzazione della bellezza più perfetta richieda la sofferenza e il sacrificio estremo di chi se ne fa artefice.

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venerdì 26 Gennaio 2007, 11:02

Una sera in Versilia

Ieri ero a Pisa e non avevo voglia di restare, ma nemmeno di tornare. In verità, l’aria della Toscana è subito diversa, nel profumo, nella temperatura, nell’accento; è comunque dolce e tranquillizzante, e una volta ogni tanto fa piacere.

E poi, arrivarci in macchina è sempre una sfida, attraverso una sfilata di centinaia di gallerie che non finiscono mai, che scavano sempre più nel profondo, e insieme che mostrano i segni del tempo, nelle curve vetuste e nel cemento scrostato. All’andata ho trovato anche la neve, tra Sestri e La Spezia, e ho dovuto infilarmi nei curvoni in salita come una ballerina; il ritorno di sera è stato un’ipnosi di precisioni, centrando a centoquaranta gli stretti varchi tra un camion a destra e il muro a sinistra, per poi disegnare invece le pieghe più belle sulla semideserta salita di Voltri: dove le curve (tranne un paio) a centoquaranta si possono anche fare, prendendo lo spazio delle tre corsie e il rischio di uscire dalla galleria di Masone e trovare dall’altro lato il nevischio. E comunque, ci sono sempre quei chilometri di videonongioco, una finta finta prova speciale sui curvoni indecenti tirati da Mussolini sulle spalle di Sampierdarena – alcuni del livello di una svolta cittadina ad angolo retto tra due vie – e poi su tutta la tangenziale di Genova.

Come d’abitudine, mi sono fermato a mangiare alla stazione del Turchino, che come autogrill fa piuttosto schifo – non è nemmeno un Autogrill di marca, e nei cessi ci sono grandi cartelli in cui le autostrade si scusano per quanto fanno schifo, e promettono ristrutturazioni a venire – però è in una posizione straordinaria, con il vento che tira inarrestabile e le stelle proprio lì sopra; e mi ha regalato degli gnocchetti al falso pesto sotto un televisore col Grande Fratello, ma anche una scatola di pandolcini Preti che, in spregio alla globalizzazione, già dopo Novi Ligure non si trovano più.

Prima di tutto questo, però, la mia voglia di tornare e non tornare si è concretizzata in un avvio lento e costellato di ricordi, incerto se andare verso Lucca a comprare il buccellato, o fermarmi a Sarzana in un posto dove avevamo mangiato tanti anni fa. Alla fine ho optato per una passeggiata sul lungomare liberty di Viareggio, che è sempre una vista dall’anima caratteristica. Se non si prende l’autostrada, ci vanno quaranta minuti ad attraversare Pisa, l’Aurelia e Viareggio; ma ho parcheggiato proprio al bordo dei giardinetti.

La passeggiata di Viareggio, persino in una sera piovosa d’inverno, è piena di luci; la serie dei vecchi cinema in stile floreale è intervallata da ristoranti vuoti, negozi di vestiti alla moda (170 euro un piumino Moncler per quattrenni, se v’interessa) e un numero spropositato di negozi di audio, video e console (Panariello ovunque). C’era comunque gente, principalmente ragazzotti che paiono scimmiottare il Cipollini (non il pittore che lì ha lo studio, il ciclista) e il Pieropelù (credo che anche a lui, come al fu Battista Farina detto Pinin, daranno il permesso di fondere il nome col cognome e tramandare il tutto ai figli).

Comunque, dopo un po’ trovo quel che stavo cercando, cioè uno spazio finalmente libero da edifici, che mi permetta di svoltare verso il mare. Piovicchia, e la rena è bagnata, il che mi permette di camminarci sopra senza inzaccherarmi troppo le scarpe. Percorro alcune decine di metri entrando man mano nel buio e nel silenzio, rotto appena dalla risacca e dalle onde che salgono e scendono il declivio compatto e impercettibile che si inabissa man mano. Sono solo col tutto e le stelle.

A mare, il mondo è superfluo (la frase funziona anche rimuovendo un po’ di punteggiatura). Da una parte, resta una lunga, lunghissima curva di puntini luminosi, che unendosi tracciano la linea costiera che si perde per chilometri verso Massa. Dall’altra, una specie di castello Disney di alberi di barche e di gru di cantieri si specchia nell’acqua, disegnando un doppio patchwork indefinibile che cattura lo sguardo. Vorrei scattare una foto, ma non ne ho i mezzi, e non riuscirei certo a fermare la sensazione.

Alla fine, dopo aver scherzato un po’ con le dita nell’acqua, e a saltelli per evitare le onde, decido di rientrare nel mondo e mi volgo. La passeggiata illuminata è davvero lontana, con le auto e i pedoni che passano indifferenti, evitando di guardare il buco nero tra le quinte che apre la prospettiva infinita dell’orizzonte del Tirreno, smascherando il rassicurante contenimento delle case in muratura. Torno indietro tra le pozzanghere. Piove più forte.

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martedì 16 Gennaio 2007, 16:44

Il comune senso della spudoratezza (2)

Non c’è nulla di particolare, nella notizia della quattordicenne che, cercando di conquistare un compagno, gli invia il filmato del proprio corpo nudo fatto col telefonino nel bagno della scuola; al che lui, come tipicamente accade, se ne vanta con gli amici e sparge copie a destra e a manca finchè l’intera scuola non possiede il filmato e non comincia a prendersi gioco della malcapitata. (Certo, lui dice che il filmato gli è stato rubato via Bluetooth, ma la credibilità della scusa è piuttosto bassa, per quanto Bluetooth sia attualmente usato nei modi più insicuri possibili.)

Si tratta di storie sempre più frequenti, che in buona misura rientrano in quelle ingenuità che si fanno durante l’adolescenza; non c’è poi nulla di così grave.

A me, però, colpisce quella che è una evidente perdita del senso collettivo del pudore. In particolare col sesso, a partire dal fatto che ormai milioni di italiani, compresi bambini e vecchi, vanno in giro esibendo il disegnino stilizzato di due che si inchiappettano, come se fosse terribilmente cool.

Il senso del pudore, invece, è una delle cose che da sempre distinguono gli adulti dai bambini – i quali godono moltissimo nello svestirsi appena possibile – e gli esseri umani dagli animali. E’ chiaramente una sovrastruttura culturale, ma è anche una conseguenza dei valori aggiuntivi, puramente intellettuali, che l’umanità attribuisce al rapporto sessuale e al contatto fisico, rispetto alla pura funzione biologica e meccanica della riproduzione; e alla necessità degli umani, in quanto animali sociali, di vivere in coppia ed in gruppo. Se fosse soltanto questione di propagare i propri geni, non ci sarebbe da far tante storie; invece, il fatto di giungere al contatto fisico ed all’esibizione reciproca del corpo solo dopo un lungo ed incerto rito di corteggiamento costituisce un piacere aggiuntivo, inventato per appagare non soltanto le terminazioni nervose del nostro corpo, ma anche le misteriose contorsioni del nostro cervello.

E’ questa la cosa più preoccupante della fine del senso del pudore: il corpo nudo diventa un oggetto come gli altri, a cui ci si assuefa per sovraesposizione e che si può dare per scontato, perdendo quindi di fascino e di valore; e che si può usare come un qualsiasi strumento, ad esempio per fare carriera in televisione. La libertà finalmente conquistata dalle regole opprimenti, piene di inibizioni, che la società aveva in merito fino a quarant’anni fa, finisce per fagocitare l’oggetto stesso della liberazione: e proprio quando siamo perfettamente liberi di fare del nostro corpo ciò che vogliamo, alle volte non sappiamo più a che cosa serve e lo sprechiamo, come se non fosse qualcosa di meravigliosamente speciale.

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mercoledì 10 Gennaio 2007, 15:14

Deserto

Anni fa se ne parlava molto di più. Poi, col tempo, la popolarità di questa gara è un po’ calata; eppure, continua ad attirare sponsor e iscrizioni da tutto il mondo, con una lunga lista d’attesa per poter partecipare. Sui giornali non specializzati, però, finisce soltanto quando – come regolarmente accade, l’ultima volta ieri – muore qualcuno (54 morti in 28 edizioni).

Stiamo parlando della Dakar (un tempo Parigi-Dakar, poi rinominata da quando il punto di partenza ha cominciato a spostarsi in giro per l’Europa, fino alla sede attuale di Lisbona). Per i pochi che non la conoscono, è una corsa di rally per automobili e motocicli, che attraverso il deserto del Sahara, con tutte le relative insidie, raggiunge la capitale del Senegal.

Nata dall’idea di un pazzo francese che poi vi morì nel 1986, è stata oggetto negli anni di critiche continue. Persino l’Osservatore Romano la definì “una volgare esibizione di ricchezza e potere”, non solo per i dubbi sulla moralità di attraversare con fuoristrada da centomila euro in su, appositamente costruiti per l’evento, alcuni dei territori più poveri del pianeta, ma per le continue vittime tra i corridori e tra la popolazione locale (fece scalpore, negli anni ’80, la bambina maliana di dieci anni investita da un corridore). Sono critiche comunque sensate, perfettamente razionali. Eppure…

Io ho visto il Sahara solo dal bordo e dall’aereo, quest’estate a Marrakech. E’ stato sufficiente per capire che il deserto non è una entità razionale; è invece uno specchio infinito e sfaccettato del microcosmo infinito e sfaccettato che ognuno di noi si porta dentro. In una distesa di nulla, deprivati di punti di riferimento e di molte delle nostre sensazioni abituali, in continuo pericolo di perdersi e morire, ci si trova privi di protezioni fisiche e mentali, soli con se stessi, con la vita, con l’immutabilità di una distesa inospitale apparentemente senza confini nello spazio e nel tempo. Il fascino di tutto questo confina con la follia; tuttavia non ho dubbi, persino senza avere avuto la possibilità di entrarvi, che si tratti di una follia speciale.

Ho il sospetto che per molti dei partecipanti – certamente per quelli che non riescono a smettere di farla, fino a morirci, magari dopo averla vinta due volte come Fabrizio Meoni – la Dakar come ogni altro attraversamento del deserto sia un viaggio esistenziale, una di quelle sfide che, invece di essere uno spreco della propria vita, rappresentano l’incarnazione della ricerca di se stessi: una ricerca che è per definizione folle, che è per definizione solitaria, ma che alla fine costituisce una delle necessità fondamentali degli esseri umani.

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