Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Ven 18 - 22:49
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per la categoria 'Life&Universe'


venerdì 4 Maggio 2007, 19:47

Quattro maggio

Quasi tutti gli anni, a Torino il quattro maggio piove. Succede persino in quest’anno di siccità globale: quattro mesi di deserto, e poi tac, arriva il quattro maggio e sembra novembre: una giornata di tregenda, con l’acqua che viene a rovesci, i tombini che saltano, il traffico che impazzisce tra alberi caduti, giovani tamponati e vecchie zie inchiodate a trenta all’ora sui viali, nella loro uscita in macchina annuale.

C’era stata, è vero, l’eccezione dell’anno scorso, con una splendida grigliata al Filadelfia, le partite di calcio dei bambinetti, la sfilata dei giocatori, il concerto conclusivo. Ma il 2006 era un anno speciale. Questo, invece, è un anno qualsiasi; uno di quegli anni in cui le cose vanno un po’ bene e un po’ male, e poi arriva il quattro maggio e piove.

Piove come pioveva nel grigio e nella nebbia del 1949 stremato di post-guerra, il giorno della tragedia di Superga (the Superga air disaster). Un giorno che riguarda il calcio solo superficialmente; perché il disastro vero e incredibile è il simbolo dell’unità della vita e della morte, della basilare imperscrutabilità della vita umana.

Se non le avete mai viste, prendetevi il tempo di guardare le immagini di quella storia, quei rottami lì, a un metro, distrutti ma non disintegrati, talvolta beffardamente interi; quel funerale impossibile, con più gente di quanta il centro di Torino ne abbia mai potuta contenere, le persone ridotte a pallini che si affacciano schiacciati ed impazziti, straripanti da ogni angolo e finestra e buco disponibile; e quegli stadi così diversi, pieni di umanità, del sangue e del vino a cui testardamente, contro ogni logica ed ogni evidenza, il tifoso del Toro rimane attaccato.

I tempi sono cambiati, e si vede; per gli altri, il ricordo è sbiadito. Certo, c’è qualcosa di cocciuto e di perdente, nel rimanere attaccati a un fatto diventato leggenda e forse mito, nel cercare nel pallone volgare e sguaiato di oggi una conseguenza qualsiasi di quello di un tempo. C’è, però, che il gioco è la rappresentazione della realtà, e il calcio è un condensato della vita.

Nelle partite del Toro – ormai siamo abituati – le cose vanno un po’ bene e un po’ male, e poi, alla fine, di solito piove; ma non fa niente, perché l’importante non era stare al caldo. Quando in terra comincia a piovere, il Toro ha già vinto; perché l’importante è esserci sempre, nonostante la pioggia.

divider
martedì 10 Aprile 2007, 14:33

L’universo e tutto quanto

Ehi! Cosa sono quelle facce scure? Oggi c’è troppa gente in giro a cui sembra che sia morto il gatto, se non un genitore; poi gli parli, e scopri che sono depressi perchè è morto un interprete afgano. Di cui peraltro, fino a due settimane fa, non avevano mai sentito parlare; e di cui a tutt’oggi, generalmente, non hanno mai nemmeno visto la faccia.

Se il rispetto per la morte di chiunque non si discute, così come l’evidenza della farsa – in cui era importante liberare il buana bianco, specie visto che scrive in prima su un giornale amico, e degli altri chi se ne frega -, è altrettanto vero che questa sorta di isterie collettive, istigate dai media e cavalcate dalla politica, diventano sempre più frequenti. Probabilmente, per tollerare il cinismo di base che ci impone la società moderna – quello che ci permette di ignorare, se non insultare, il lavavetri al semaforo e i bambini romeni che chiedono l’elemosina per strada – è necessario ogni tanto fare della beneficenza immaginaria, commuovendosi tanto per un perfetto estraneo, meglio se straniero e dal nome impronunciabile.

Perchè, a ben vedere, se proprio ce ne fregasse qualcosa di rapimenti, potremmo cominciare ad occuparci di Titti Pinna, rapito da sei mesi nel silenzio generale, in pieno territorio italiano. Ma lui è un allevatore sardo e non è trendy, non è sceso in piazza nemmeno Dario Fo che in piazza ormai ci vive, in Sardegna si muore soltanto negli ordinari ospedali della malasanità italiana – altro che Gino Strada – e non ci i sono carri armati americani di mezzo; e di sicuro non vedremo Prodi davanti alle telecamere in una domenica pomeriggio, con la faccia scazzata di chi stava seduto sul cesso a leggere Topolino in santa pace ed ha dovuto rivestirsi di corsa, a lamentarsi cinque secondi per la sua morte e cinquantacinque per l’indegna strumentalizzazione realizzata da questa opposizione vergognosa (con simmetriche risposte da parte dell’opposizione).

Breaking news: la gente muore. Anche a Pasqua. Anche per mano di altri esseri umani. Non c’è bisogno di andare fino in Afghanistan per scoprirlo. Chi non è in grado di accettare con serenità questo semplice fatto, forse ha qualche problema di rapporto con l’universo e tutto quanto.

divider
domenica 8 Aprile 2007, 08:51

Buona Pasqua

In genere a Pasqua, come ben sanno i due punto cinque lettori del mio blog, faccio un post di quelli millenaristici, a proposito della resurrezione. Quest’anno però mi sento meno filosofo del solito, e ho semplicemente voglia di uscire e godermi il sole. Il che poi è, appunto, la base della primavera e della resurrezione.

E quindi, su, anche voi: andate fuori a danzare sull’erba e impollinare i fiori!

divider
martedì 20 Marzo 2007, 14:49

Pranzo al sole (2)

Anche oggi sono andato a pranzare con la pizza di Angelo. A dire il vero non c’era il sole, ma c’era invece una torma di bambinetti che arrivavano dal vicino Politecnico, principalmente ingegneri mescolati a qualche architetto (si riconoscono dal tubo a tracolla).

Che emozione! Mi ha ricordato come ero io all’epoca: pieno di brufoli… incapace di spiccicar parola e di sollevare lo sguardo dal pavimento… in crisi esistenziale per interi minuti, con tanto di conciliaboli di gruppo, su dubbi fondamentali come scegliere tra la pizza pancetta e piselli e quella salsiccia e patatine… intento a complessi calcoli trigonometrici per concludere che, finite tutte le compensazioni, dovevo 35 centesimi di euro (all’epoca erano 300 lire) al mio vicino… e naturalmente, intento a parlar di donne con la competenza e la credibilità di un africano che parla di sci.

Qualcosetta di tutto ciò potrebbe ancora applicarsi, però è bello accorgersi di essere cresciuti.

divider
sabato 17 Marzo 2007, 20:39

Reazioni

A Moncalieri, lui, sedotto e poi abbandonato da una estetista in favore del palestrato e carrierissimo manager della palestra Virgin, si è presentato davanti alla coppia per strada, con una pistola: ucciso il rivale, si è poi suicidato davanti a lei.

A Fucecchio, lei, abbandonata dal marito, riempie di psicofarmaci se stessa e la bambina di quattro anni, poi scappa a cercare aiuto; peccato che la dose che per un adulto è da tentato suicidio, per un bambino sia quasi certamente letale.

Anche se ogni persona reagisce in modo peculiare ed è difficile fare categorie, è interessante notare quanto diversa sia solitamente la risposta di genere alla disperazione da abbandono (quella che, sottintendendo il mancato raggiungimento dello stato di adulto, differisce dalla tristezza da abbandono per l’incapacità di continuare a vivere): tanto sanguinosa, finale e vendicativa quella del maschio, quanto silenziosa, dubbiosa e autodiretta quella della donna.

divider
sabato 10 Marzo 2007, 12:40

E ti dirò chi sei

Dal blog di .mau., mi è arrivato uno di quei test su “chi sei” che ogni tanto si diffondono in rete come l’olio… ed ecco il risultato:

(per caricare l’oggetto embedded in WordPress è stato necessario metterci un frame e litigare all’infinito con l’editor… ah, il web 2.0!)

La cosa più interessante è la descrizione estesa delle mie abitudini e delle mie attitudini – quella che viene mostrata nelle varie pagine del libretto -, che ho trovato sorprendentemente calzante, e insieme piena di complimenti, anche se immagino che in questo genere di test tutto venga girato in positivo. (Più sottilmente, si potrebbe pensare che il fatto che a me sembri che tutto ciò che viene detto di me in un test psicoattitudinale sia positivo implichi che io sono soddisfatto di come sono.)

Allo stesso tempo, scrollando verso il basso della pagina, ho scoperto che tranne poche eccezioni le mie scelte sono regolarmente le meno frequenti di tutte, con percentuali di scelta attorno al 2-3%: insomma, sono un tipo molto diverso dalla media. Forse questo spiega perchè sia spesso difficile per me trovarmi bene con la maggior parte degli italiani contemporanei?

divider
giovedì 8 Marzo 2007, 19:14

Se non ci fossero

Se non ci fossero, bisognerebbe inventarle – e non solo per questioni meramente riproduttive.

Ci fanno soffrire, godere, divertire, piangere, incazzare, immaginare, sognare, annoiare, sperare, scappare e ridere. Ci fanno la spesa, la cena, il bucato, ma spesso anche le scarpe sul posto di lavoro, mentre noi ci facciamo la spesa, la cena e il bucato.

Sono delle ottime amiche, anche se raramente lo sono veramente; più spesso, vige un rapporto che è un mix tra un gioco di bambini, uno scontro armato, una caccia in cui sei preda e predatore insieme, una grande ed emozionante avventura, e poi talvolta anche una brutta telenovela, una sceneggiata napoletana o un vero e proprio dramma; e, più avanti nella vita, anche un club dagli interessi in comune, una piccola azienda in crescita, una assicurazione reciproca e una delle poche certezze che si hanno, naturalmente finchè non si smette di crederci e si lascia andar tutto in malora. Sono, insomma, la cosa più viva della nostra vita.

Continuano ad essere spesso incomprensibili e imprevedibili: abbiamo proprio il cervello fatto in modo diverso. Mi dissero che il grande dolore della vita è che per essere felici bisogna essere felici in due; più che un dolore, però, è una verità da prendere come guida. Per carità, è vero, da adulti si vive piuttosto bene anche da soli; però, che mondo sarebbe senza donne?

divider
sabato 3 Marzo 2007, 18:36

Succede a Torino

La cronaca di Torino, quelle rare volte che riesco a leggere La Stampa, è sempre una delle sezioni più interessanti; è proprio negli episodi spiccioli che si trovano pezzi di vita meritevoli di essere osservati.

Oggi, buona parte delle pagine di cronaca erano occupate dagli ultimi sviluppi di Tossic Park, dove i residenti hanno ormai costituito ronde stabili contro lo spaccio, e non passa giorno senza che qualche tossico (più raramente, qualche spacciatore) finisca all’ospedale pieno di mazzate.

In particolare, si parlava della dura presa di posizione del procuratore Marcello Maddalena, che promette dura repressione contro gli abitanti del quartiere. Certo, in teoria ha pienamente ragione, ma in pratica, quando tutte le sere ti trovi i tossici sotto casa, quel genere di dichiarazione, da parte di uno che vive con l’auto blu e la scorta in un bell’appartamento in zona centrale, suona davvero come Maria Antonietta e le sue brioche.

Nel frattempo, poco lontano da lì, è stato scoperto l’interessante caso di una donna rom che da anni fa figli senza interruzione da dieci anni, per evitare l’espulsione; la nostra legge dice che non si può espellere un membro di un nucleo famigliare dove vi sia una donna in gravidanza o che ha partorito da meno di sei mesi. La signora ha quarant’anni ed è già a quattordici figli, più undici abortiti; e ha dichiarato al giornalista che degli ultimi quattro o cinque avrebbe fatto volentieri a meno, e li ha partoriti proprio solo per permettere alla famiglia di restare in Italia.

La questione di fondo, in questo caso, è cosa fare di queste famiglie di rom, che spesso vivono nei nostri campi nomadi da quarant’anni e sono composte in gran parte da persone nate qui, che hanno fatto le scuole qui, ma che non sono italiane e non hanno il permesso di soggiorno (vivendo di furti, non hanno un lavoro e quindi nemmeno il permesso).

A me però interessava di più il caso umano, ossia l’idea di mettere al mondo dei figli in modo strumentale, nel più totale disinteresse per il loro futuro e le condizioni in cui potranno crescere. Anche qui, a prima vista la reazione è orripilata, visto che l’amore non ricambiato dovrebbe essere la caratteristica fondante dell’essere genitori. Se però poi ci si guarda attorno, e si vede l’abbondanza – forse quasi la preponderanza – di bambini che, magari in modo meno esasperato, pagano l’incapacità o il disinteresse dei genitori con problemi psicologici o carenza di educazione, finendo poi a picchiare i professori a scuola o a fare gli eterni mammoni semidisoccupati, non si può che concludere che quello che ha fatto la signora, a ben vedere, fa ampiamente parte dei normali casi della vita umana.

divider
giovedì 15 Febbraio 2007, 10:31

Shine

Ieri sera, su Sky, ho rivisto dopo qualche anno Shine, il film sulla vita del pianista australiano David Helfgott. E’ un film che all’epoca (una decina di anni fa) mi aveva molto colpito, e mi aveva anche riconciliato con la musica, facendomi riscoprire un po’ dei miei antichi studi di piano classico (purtroppo molto limitati). Probabilmente mi ero anche sentito coinvolto, visti i punti di contatto con il genere di educazione che ho ricevuto io, magari meno autoritaria, ma tutta basata sulla necessità di competere da una parte e sui ricatti affettivi dall’altra.

Il film è, in parte, una astuta operazione commerciale che gioca sull’esposizione e conseguente simpatia verso la disabilità mentale del protagonista; tanto è vero che il vero Helfgott da allora gira per il mondo, impasticcato e al guinzaglio della moglie astrologa, per fare concerti da tutto esaurito che emozionano il popolino, ma che, stando ai critici, sono pianisticamente insignificanti, al livello di un buon professore di musica di una qualsiasi cittadina. Il punto, però, non è questo; è il rapporto profondo che c’è tra musica ed emozioni, tra musica e vita nella sua parte più insondabile.

Per molti individui, la musica è l’unico canale di comunicazione tra la propria sfera emotiva ed il mondo, l’unico sfogo per le proprie emozioni compresse e represse. Questo è in generale vero per le varie forme artistiche, ma, rispetto ad esempio alla pittura, la musica ha in più una componente fisica fortissima, una unione di intelletto e realtà; e porta quell’angoscia devastante del volo senza rete, di uno sforzo in cui un minimo errore è sufficiente per cadere, senza appello e davanti a tutti.

Suonare ad alti livelli tecnici ed emotivi è veramente un mostro che rischia di mangiarti, di ingoiarti nella paura, nella competizione, nella fatica, infine nella follia. In questo senso la storia di Helfgott, come quella di tantissimi artisti più o meno conosciuti, è un esempio di come il bello, il sublime, possa svuotare di ogni senso ed energia la vita di chi vi si dedica; e di come spesso la realizzazione della bellezza più perfetta richieda la sofferenza e il sacrificio estremo di chi se ne fa artefice.

divider
venerdì 26 Gennaio 2007, 11:02

Una sera in Versilia

Ieri ero a Pisa e non avevo voglia di restare, ma nemmeno di tornare. In verità, l’aria della Toscana è subito diversa, nel profumo, nella temperatura, nell’accento; è comunque dolce e tranquillizzante, e una volta ogni tanto fa piacere.

E poi, arrivarci in macchina è sempre una sfida, attraverso una sfilata di centinaia di gallerie che non finiscono mai, che scavano sempre più nel profondo, e insieme che mostrano i segni del tempo, nelle curve vetuste e nel cemento scrostato. All’andata ho trovato anche la neve, tra Sestri e La Spezia, e ho dovuto infilarmi nei curvoni in salita come una ballerina; il ritorno di sera è stato un’ipnosi di precisioni, centrando a centoquaranta gli stretti varchi tra un camion a destra e il muro a sinistra, per poi disegnare invece le pieghe più belle sulla semideserta salita di Voltri: dove le curve (tranne un paio) a centoquaranta si possono anche fare, prendendo lo spazio delle tre corsie e il rischio di uscire dalla galleria di Masone e trovare dall’altro lato il nevischio. E comunque, ci sono sempre quei chilometri di videonongioco, una finta finta prova speciale sui curvoni indecenti tirati da Mussolini sulle spalle di Sampierdarena – alcuni del livello di una svolta cittadina ad angolo retto tra due vie – e poi su tutta la tangenziale di Genova.

Come d’abitudine, mi sono fermato a mangiare alla stazione del Turchino, che come autogrill fa piuttosto schifo – non è nemmeno un Autogrill di marca, e nei cessi ci sono grandi cartelli in cui le autostrade si scusano per quanto fanno schifo, e promettono ristrutturazioni a venire – però è in una posizione straordinaria, con il vento che tira inarrestabile e le stelle proprio lì sopra; e mi ha regalato degli gnocchetti al falso pesto sotto un televisore col Grande Fratello, ma anche una scatola di pandolcini Preti che, in spregio alla globalizzazione, già dopo Novi Ligure non si trovano più.

Prima di tutto questo, però, la mia voglia di tornare e non tornare si è concretizzata in un avvio lento e costellato di ricordi, incerto se andare verso Lucca a comprare il buccellato, o fermarmi a Sarzana in un posto dove avevamo mangiato tanti anni fa. Alla fine ho optato per una passeggiata sul lungomare liberty di Viareggio, che è sempre una vista dall’anima caratteristica. Se non si prende l’autostrada, ci vanno quaranta minuti ad attraversare Pisa, l’Aurelia e Viareggio; ma ho parcheggiato proprio al bordo dei giardinetti.

La passeggiata di Viareggio, persino in una sera piovosa d’inverno, è piena di luci; la serie dei vecchi cinema in stile floreale è intervallata da ristoranti vuoti, negozi di vestiti alla moda (170 euro un piumino Moncler per quattrenni, se v’interessa) e un numero spropositato di negozi di audio, video e console (Panariello ovunque). C’era comunque gente, principalmente ragazzotti che paiono scimmiottare il Cipollini (non il pittore che lì ha lo studio, il ciclista) e il Pieropelù (credo che anche a lui, come al fu Battista Farina detto Pinin, daranno il permesso di fondere il nome col cognome e tramandare il tutto ai figli).

Comunque, dopo un po’ trovo quel che stavo cercando, cioè uno spazio finalmente libero da edifici, che mi permetta di svoltare verso il mare. Piovicchia, e la rena è bagnata, il che mi permette di camminarci sopra senza inzaccherarmi troppo le scarpe. Percorro alcune decine di metri entrando man mano nel buio e nel silenzio, rotto appena dalla risacca e dalle onde che salgono e scendono il declivio compatto e impercettibile che si inabissa man mano. Sono solo col tutto e le stelle.

A mare, il mondo è superfluo (la frase funziona anche rimuovendo un po’ di punteggiatura). Da una parte, resta una lunga, lunghissima curva di puntini luminosi, che unendosi tracciano la linea costiera che si perde per chilometri verso Massa. Dall’altra, una specie di castello Disney di alberi di barche e di gru di cantieri si specchia nell’acqua, disegnando un doppio patchwork indefinibile che cattura lo sguardo. Vorrei scattare una foto, ma non ne ho i mezzi, e non riuscirei certo a fermare la sensazione.

Alla fine, dopo aver scherzato un po’ con le dita nell’acqua, e a saltelli per evitare le onde, decido di rientrare nel mondo e mi volgo. La passeggiata illuminata è davvero lontana, con le auto e i pedoni che passano indifferenti, evitando di guardare il buco nero tra le quinte che apre la prospettiva infinita dell’orizzonte del Tirreno, smascherando il rassicurante contenimento delle case in muratura. Torno indietro tra le pozzanghere. Piove più forte.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2026 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike