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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


martedì 2 Febbraio 2010, 09:32

Londla val bene una mensa

Questa settimana, ebbene sì, sono a Londra, al seguito di una trasferta di lavoro della mia signora. Erano quasi quattro anni che non ci capitavo (l’ultima volta venni per girare questo video e gli altri correlati) e mi fa piacere tornare; è forse la città europea che preferisco.

Il viaggio però è stato un po’ complicato; in pratica siamo usciti alle otto e mezza del mattino da casa a Torino per arrivare in albergo alle 15 (16 ora italiana). Infatti, al ritorno devo scendere per forza su Milano e alla fine fare la “Y” – partire da Torino e tornare a Milano – aveva costi improponibili; da Malpensa, invece, c’era un comodo 100 euro andata/ritorno tutto incluso con Lufthansa; costava persino meno di Easyjet, anche perché siamo stati costretti a organizzare tutto con solo due settimane di anticipo, e arrivava pure su Heathrow.

Peccato che, arrivati al check-in, ci abbiano guardati strani e ci abbiano mandato su British Airways causa cancellazione del nostro volo. Le due linee aeree non fanno nemmeno parte della stessa alleanza, ma si vede che il nostro volo doveva essere bello vuoto (ovviamente la motivazione ufficiale è “inconveniente tecnico”, seeh…) anche perché sul BA, pur avendo imbarcato anche i passeggeri Lufthansa, c’erano al massimo trenta persone. Forse che forse che su Malpensa, anche per motivi politici, c’è attualmente una leggera sovraofferta di voli? (cosa che tra l’altro determina anche il progressivo smantellamento di Caselle, dato che buona parte dei passeggeri di Malpensa sono torinesi costretti a sciropparsi le due ore nella brughiera in seguito all’accordo tra amministratori piemontesi e lombardi per la sopravvivenza dello scalo varesino…)

Comunque, in questo modo ho avuto la possibilità di arrivare al nuovissimo Terminal 5 di Heathrow: talmente nuovo e gigantesco da costringerti a scarpinate di chilometri. Gli inglesi, peraltro, li abbiamo persi: adesso anche loro ti danno il benvenuto con un immenso stanzone pieno di file lunghissime davanti a minacciosi ispettori del controllo passaporti, manco fosse Los Angeles. Che tristezza…

Infine, a Heathrow abbiamo avuto la buona idea di non fare il settimanale cartaceo della metro, ma la Oyster card, caricandoci sopra il settimanale e qualche soldo extra. In questo modo, per esempio, abbiamo pagato per il viaggio da Heathrow al centro solo la differenza tra la zona 6 e le zone coperte dal settimanale: fa tutti i conti lei in automatico. Peccato che la Piccadilly Line ci metta un’ora.

La prima passeggiata in città mi ha riportato subito in luoghi conosciuti: per esempio la fumetteria davanti al British Museum, o, in Frith Street, il ristorante “solo aglio” dove mi portò a cena il mitico Zeppola, che in realtà si chiamava Zappala e nonostante questo, per qualche strano motivo, era convinto di essere inglese; era il responsabile tecnico di Peoplesound, azienda londinese che come Vitaminic avevamo appena acquistato, e credo che cercasse di fare amicizia facendomi bere drink composti di superalcolici, succo di pomodoro e aglio. O forse voleva solo convincermi a migrare tutto il sito su Windows NT, chissà!

Tuttavia, la passeggiata mi ha anche messo di fronte a veri sconvolgimenti: per esempio, all’incrocio topico tra Tottenham Court Road e Oxford Street speravo di ritrovare l’antico kebabbaro Dyonisus – il posto dove ho imparato ad apprezzare il kebab, tanto che riuscivo a infilarne uno persino alle quattro del pomeriggio nei dieci minuti tra fine riunione e partenza per l’aeroporto – e invece non solo non c’è più il kebabbaro, ma non c’è più l’intero isolato:

DSC08005s.JPG

Concludo dicendo che a cena, seguendo il fiuto della mia signora, ci siamo infilati in un ristorante cinese “all you can eat” di Chinatown, dove con undici sterline ci siamo abbuffati di cibo cinese stile mensa ma piuttosto buono, specie il pollo in agrodolce. A dire il vero li ho ridotti in lacrime: dopo il terzo giro di buffet è arrivato il proprietario implorando “La plego, la plego, smetta di mangiale tutto mio cibo, glazie pel applezzamento ma così mi manda in lovina”. Tzè, dilettanti.

P.S. Se ieri verso l’ora di pranzo avete sentito un tizio con la mia voce dispensare saggezza internettiana a mazzi su Radio Marconi, ero proprio io. Ho rilasciato l’intervista tra il tapis roulant e il gate B1 di Malpensa, e ho finito la chiamata proprio mentre si accingevano a chiudere l’imbarco!

[tags]viaggi, londra, malpensa, aeroporti, lufthansa, british airways, easyjet, heathrow, immigrazione, metropolitana, vitaminic, peoplesound, locali, ristoranti cinesi[/tags]

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lunedì 2 Novembre 2009, 23:54

Low cost

È vero che siamo riusciti a risparmiare circa cinquanta euro a testa scegliendo di tornare con il volo Girona-Bergamo di Ryanair invece che con un Barcellona-Malpensa di Easyjet o di Lufthansa Italia.

Ma non sono sicuro che il risparmio valga lo sbattimento di viaggiare per ore in vecchi e frusti pullman per passare da aeroporti secondari, scassati e male organizzati…

Oltretutto Ryanair ora ti obbliga a fare il check-in via web (per poi stare lo stesso in coda per consegnare il bagaglio) e ha ridotto il peso consentito a quindici chili per bagaglio imbarcato (ovviamente a pagamento) con una sovrattassa di venti euro per ogni chilo in più: a Girona era una litania di italiani con borse infinite che pietivano lo sconto…

[tags]ryanair, trasporti, low cost, girona, bergamo[/tags]

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domenica 1 Novembre 2009, 23:26

Barri de puta

Stasera si è concluso il Free Culture Forum, anzi non proprio, nel senso che sta andando avanti in queste ore su un wiki il lavoro di stesura della dichiarazione finale; naturalmente tutte le persone di normale approccio alla vita, dopo tre giorni passati a discutere di politica e società per circa 14 ore al giorno, sono già uscite e andate a cena o ripartite per tornare a casa, dunque a scrivere il testo sono rimasti solo quelli che fremono dal desiderio di fare la rivoluzione, stampando parole di fuoco sulle loro tastiere a favore del reddito di cittadinanza e dell’idea che gli artisti debbano essere retribuiti dallo Stato esattamente come i dottori dell’ospedale; confido però che nella fase di discussione online dei prossimi giorni gli entusiasmi ideologici verranno un pelino temperati.

In parte credo che ciò derivi anche dal posto in cui ci troviamo, in pieno Barrio Chino: la parte tradizionalmente più degradata e pericolosa della città. Negli ultimi vent’anni – quelli della rinascita cittadina post-olimpica – la strategia delle autorità per gestirla è stata radicale: in una zona di vicoletti e bassifondi, costituita da palazzi di parecchi piani di metà e fine Ottocento separati solo da un paio di metri scarsi di stradina, sono stati abbattuti interi isolati per trasformarli in enormi piazze, o per sostituirli con un viale o con enormi edifici moderni, che vanno da un parcheggio rotondo foderato d’acciaio al grande complesso del museo d’arte contemporanea.

Il risultato è straniante: un San Salvario all’ennesima potenza, dove ristoranti nuovi ed elegantissimi convivono fianco a fianco con vecchi portoni graffitati e occupati da call center per immigrati, e dove le finestre degli antichi bassifondi non danno più sul vicoletto e sul palazzo di fronte, ma su larghe strade e poi su nuovi edifici di vetro e muratura perfettamente à la page.

Peccato che il collegamento tra il nostro albergo – una residenza universitaria pessimamente gestita – e l’ex negozio di alimentari dove ha sede l’organizzazione, in cui ci troviamo per pasti e riunioni, sia dato dal Carrer d’En Robador, la via del ladro, occupata giorno e notte da una densità abnorme di puttane, con il relativo magnaccia che le osserva appoggiato al muro a qualche metro di distanza. Tra ieri e oggi l’abbiamo percorsa tutta, avanti e indietro, parecchie volte: la prima parte ancora vicoletto buio pieno di piscio, la seconda più larga, moderna e pavimentata di fresco. Questa seconda parte è rimasta accanto a una gigantesca devastazione comunale in futura ricostruzione, per ora costituita solo da un solitario condominio, al cui piano terreno si trova un finto fried chicken che nonostante gli sforzi proprio non riesce a sembrare americano. Bene, ogni volta i nostri tre minuti di passeggiata sono stati uno spettacolo di donne urlanti, borsette che volavano e clienti riluttanti aggrediti al grido di “¡maricón de mierda!”. Ma non preoccupatevi, basta tirare dritto per la propria strada, salvo quando è occupata da persona che corre in direzione opposta senza guardare dove va – in tal caso meglio scansarsi.

[tags]barcellona, free culture forum, barrio chino, degrado, prostituzione[/tags]

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venerdì 30 Ottobre 2009, 23:51

Barcellona

Sono a Barcellona per il Free Culture Forum – mi hanno invitato per il workshop sulla politica della libera cultura, ossia un incontro di una dozzina di esperti da varie parti d’Europa: scambieremo le nostre esperienze e poi boh, credo cercheremo di cambiare il mondo stendendo un documento finale.

I contenuti del convegno – tre giorni fitti fitti di incontri dalle nove del mattino alle dieci di sera – sono molto interessanti, ma avrò bisogno di un po’ più di tempo per raccontarli. Nel frattempo vorrei invece dire che Barcellona è sempre un bellissimo posto, attiva e moderna come una capitale economica ma piacevole e romantica come una città d’arte, perdipiù con sole mare e spiagge incorporate. Ho l’impressione che rispetto all’ultima volta che c’ero stato – quasi otto anni fa – la magia della città si sia un po’ consumata, tra nuove ristrutturazioni di lusso e una densità di turisti che ormai, persino fuori stagione come ora, ha dell’impossibile e dunque anche del fastidioso; e anche i prezzi, una volta addirittura convenienti, ormai hanno raggiunto e superato i nostri (1,35 euro la metro, 10 euro l’ingresso alla Pedrera e 40 euro a testa la cena in un ristorantino ottimo e fine ma non certo di lusso).

Comunque, quando meno te lo aspetti la città ti regala ancora qualche momento hors categorie, come trovarsi in piena notte tra la Cattedrale e lo splendido chiostro in stile arabo dell’Archivio cittadino con due tenori evidentemente capaci che per qualche strano motivo si mettono a cantare Santa Lucia tra il buio e le stelle. Provate a trovare una cosa così a Roma o Parigi

[tags]turismo, barcellona[/tags]

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mercoledì 30 Settembre 2009, 18:41

A Milano si viaggia gratis e in estrema sicurezza

A Milano, sui mezzi, si viaggia gratis: almeno è ciò che mi è successo in questi giorni. La settimana scorsa, infatti, per andare da viale Argonne a Porta Venezia ho preso il tram 5 (me l’ha suggerito il sito ATM ma non ci cascherò mai più: è arrivato un tram e ho pensato “toh guarda, un tram storico in giro di prova, peccato che sia ancora da restaurare”, e invece era proprio il 5, con i pezzi che si staccavano e lo sporco di trent’anni sul groppone; la prossima volta piuttosto vado a piedi) e la macchinetta per validare il biglietto era rotta; ho fatto tutto il viaggio con il biglietto in mano e la paura che uno dei famosi controllori lombardi sindacasse sulla mancanza del timbro. Stamattina invece ho preso il 54 per andare in centro, e la macchinetta era rotta pure lì; una bella scritta “FUORI SERVIZIO” campeggiava sia su quella per i biglietti che su quella per gli abbonamenti, e allora ho capito che è normale e che fa parte di una campagna di sconti per i fruitori dei mezzi.

Milano, dal punto di vista urbanistico, è una città ai confini della realtà; solo qui potrebbero prendere un orrendo palazzone anni ’50 in corso Monforte, davanti alla Provincia, e pensare di vendere un alloggio con un cartello che dice “VENDESI – delizioso appartamento di 125 mq”. Delizioso, capite? Su una via buia larga cinque metri e perennemente occupata di auto in coda eterna che spuzzettano sulla tua finestra! Se quello è delizioso, vuol dire che i milanesi si deliziano con poco.

L’altra scelta urbanistica che lascia perplessi è la quasi totale mancanza di corsie preferenziali e vie dedicate al trasporto pubblico. Corso Monforte, a parte brevi tratti, è a senso unico con una carreggiata larga due corsie; in una gestione con un minimo di senso, una delle due sarebbe una preferenziale per bus e taxi mentre l’altra sarebbe dedicata al traffico privato, o meglio ancora la via sarebbe riservata a bus e taxi mentre il resto della carreggiata costituirebbe un marciapiede di larghezza decente a servizio dei pedoni e dei negozi. Devi andare in San Babila? Miseria, hai a disposizione una metro di tre linee più passante, varie linee di bus, i taxi, bike sharing ovunque, e svariati parcheggi sotterranei pubblici e privati da cui puoi arrivare lì a piedi in cinque minuti. Ma che cacchio di ragione c’è per volerci arrivare con il SUV a otto ruote motrici, che poi non sai dove lasciarlo e comunque all’incrocio ti pianti perché è più largo anche del bus? E invece niente, la via è riempita così: una corsia occupata da SUV a otto ruote motrici fermi in sosta vietata con le quattro frecce, e l’altra da una coda eterna e infinita in cui il bus, così come chiunque altro, impiega quindici minuti a fare tre isolati. Mah…

Ah, e la sicurezza? Sul 54 dove la macchinetta non funzionava, in compenso funzionava uno schermo su cui giravano pubblicità e informazioni varie. Una delle informazioni era relativa al bando per l’assunzione di nuovi autisti ATM; i requisiti, oltre al saper guidare e al voler fare turni anche notturni e festivi, erano “godimento dei diritti civili e politici” e “nessun procedimento penale in corso o condanna penale passata in giudicato”. Insomma, sui mezzi milanesi si viaggia in piena sicurezza, con la certezza che il tuo autista non è un assassino, stupratore, truffatore o spacciatore che gira strafatto. Comunque, se voi siete un assassino, stupratore, truffatore o spacciatore che gira strafatto potete sempre consolarvi facendovi eleggere in Parlamento, dove invece tali requisiti non sono minimamente richiesti e anzi se provi a proporli ti danno del “forcaiolo” e “giustizialista”. Strano paese, il nostro.

[tags]milano, bus, traffico, mezzi pubblici, atm, biglietti, appartamenti, delizia, urbanistica, sicurezza, pregiudicati, parlamento pulito[/tags]

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domenica 30 Agosto 2009, 18:29

Il sole di Helsinki

Per cominciare con le note negative, oggi abbiamo avuto conferma che qui sono imparentati coi turchi. Infatti, più volte abbiamo rischiato l’investimento da auto che non si sono fermate alle strisce, nonostante avessimo già iniziato ad attraversare, e persino da ciclisti che correvano a rotta di collo sul marciapiede chiaramente marcato come esclusivamente pedonale; l’autista del bus di linea che abbiamo preso è stato bloccato per varie volte da gente che si immetteva nell’incrocio senza dare la precedenza, e poi si è preso la rivincita passando con il rosso pieno; infine, quando è stato il momento di scendere dalla metro siamo stati investiti da gente che doveva salire e che non ci ha lasciato il passaggio pur di correre a prendersi i posti. Sono comportamenti normali in Italia, ma che non avevo mai visto accadere a nord delle Alpi, se non in casi eccezionali: sono rimasto davvero stupito di quanto siano sregolati gli abitanti di Helsinki.

In compenso però oggi è stata una giornata splendida, col cielo azzurro e un sole discretamente caldo che splendevano sui palazzi e sui parchi di Helsinki (a parte cinque minuti di pioggia battente che è iniziata all’improvviso, è finita all’improvviso e non aveva alcuna fonte apparente nel cielo). Questa città non ha nulla di spettacolare, a parte forse la conformazione geografica del terreno su cui si trova, ma è lo stesso interessante e piacevole da visitare.

Il centro è indiscutibilmente in stile nordico – c’entra poco con i palazzi seicenteschi di Stoccolma e ancora meno con le case tedesche di Tallinn, mentre ricorda l’austerità estrema di Oslo. L’unica concessione alla decorazione sono i palazzi attorno alla piazza del Senato, che però sono piuttosto bassi e sono comunque minuscoli rispetto alla grande cattedrale bianca che caratterizza la città; le sue cupole azzurre sono visibili da qualsiasi punto e anche dal mare, ben prima di arrivare all’attracco. In generale, però, l’architettura è ridotta all’essenziale, in modo che nulla vada sprecato. All’inizio questa austerità può colpire in negativo, ma poi ci si fa l’abitudine ed emergono i lati piacevoli.

Essi non stanno tanto nella parte costruita: di monumenti non ce n’è – forse l’architettura più interessante è quella del Temppeliaukio, una chiesa protestante di fine anni ’60 scavata dentro la cima rocciosa di una collina – e nell’elenco dei musei non abbiamo trovato nulla di così attraente. E’ meglio dedicarsi all’unione di acqua, alberi e presenza umana in parti uguali, che si può trovare appena al di fuori dal centro; dunque visitare le fortificazioni insulari di Suomenlinna, che regalano scorci sul mare di tipo irlandese, oppure l’isola museo di Seurasaari, che al paesaggio aggiunge le riproduzioni di vari edifici in stile finnico antico, oppure la passeggiata attorno al lago di Töölö, punteggiata di musei ed edifici interessanti tra cui la Casa Finlandia di Alvar Aalto. Noi siamo addirittura andati nel parco periferico di Vallila, dove le case di legno dei locali hanno tutte un fazzoletto di orto nel parco, ai margini del bosco, che poi lascia il posto a un orto botanico nuovo di zecca. E poi a ogni pranzo ci si ritrova nella Kauppatori, la piazza del Mercato che unisce il centro al porto, a mangiare salmone alla piastra o pescetti fritti presso le apposite bancarelle.

Certo posso immaginare che dopo un po’ tutto questo possa non bastare e la città possa risultare noiosa. Infatti i locali sono dediti all’alcool; ieri era sabato sera e si sentivano ubriachi un po’ ovunque, tanto che stamattina nella tromba delle scale del condominio, al pianterreno, c’era un bel laghetto di piscio di qualche inquilino che non è riuscito a resistere fino alla meta. Siamo rimasti stupiti fin dal principio, quando a Stoccolma aspettavamo l’imbarco sul traghetto per Turku e abbiamo visto scendere persone con casse e casse di birra e tanto di carrellino per trasportarle. Anche sul traghetto per Tallinn una delle principali attrazioni era la vendita di alcool duty-free; infatti l’alcool qui è molto costoso – la birra più economica costa oltre un euro per 33cl, ma la pinta di Lapin Kulta, il pezzo forte del consumo locale, costa al supermercato quasi tre euro per 57 cl. E non parliamo del vino, che deve essere importato: in bar e ristoranti si vede normalmente a sei-otto euro a bicchiere.

Nonostante questo, quando arrivi a Suomenlinna – che è un gruppo di isole raggiungibile solo col traghetto, è patrimonio mondiale UNESCO e in quanto tale è zona protetta dove è vietato bere in pubblico e accendere fuochi, ma che ci hanno detto essere una delle mete favorite dei barbecue dei finnici – il bar all’attracco non espone le locandine dei gelati e nemmeno la pubblicità di una birra: mostra foto e prezzi delle casse da 8 o 16 lattine delle marche di birra più diffuse. Comprare una lattina sola per volta dev’essere inconcepibile…

[tags]viaggi, finlandia, helsinki, alcool[/tags]

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sabato 29 Agosto 2009, 20:40

Nozze ovunque

Per prima cosa devo mandare un messaggio di servizio, a tutte quelle coppie finniche che oggi si sono sposate nell’antica cattedrale di Porvoo, in cima alla parte vecchia della seconda città più antica della Finlandia. Innanzi tutto vi comunico, non capendo come non ve ne siate accorti da soli, che il prete che stava celebrando il vostro matrimonio aveva due tette così, dunque dubito molto che il vostro sacramento sia accettabile davanti al Signore. Poi vorrei sottolineare che la cattedrale di Porvoo, la principale attrazione della città, è aperta al sabato per sole quattro ore, dalle 10 alle 14; dunque i vostri matrimoni, celebrati a macchinetta da mezzogiorno in poi, hanno reso inaccessibile il luogo a centinaia di turisti, anche se alcuni se ne sono fregati e sono entrati a fotografare l’interno della chiesa in piena marcia nuziale. Costava così tanto aspettare la fine dell’orario di visita per scassare i maroni a parenti, amici e cittadini tutti con l’evidentemente inevitabile set fotografico davanti all’altare? E se pur vi ringrazio per la visione di numerose donzelle finniche in vestito elegante e scollato, vi sembra proprio il caso di invadere tutti gli angolini caratteristici della città con attrezzature di vario genere per fare ulteriori foto? Addirittura in mezzo al ponte, con le auto che mettevano due ruote sul marciapiede per riuscire a passare!

Nonostante questo, la città vecchia di Porvoo è stata una piacevole sorpresa: si tratta di un agglomerato di antiche casette di legno, alcune occupate da negozietti, ristoranti e gallerie d’arte, altre tuttora abitate dai villici. Le strade lastricate di pietre irregolari – in alcuni casi scavate sulla nuda roccia – sono ripide e tortuose, ma offrono un grande numero di scorci spettacolari. A pranzo si può anche andare a mangiare nella città nuova, nei baretti lungo il fiume, dove per dodici euro (che per la Finlandia è un prezzo stracciato) ti danno mezzo chilo di fish & chips, probabimente surgelato ma buono; a quel punto, udite udite, può persino uscire il sole, il primo sole finnico che abbiamo visto, e la Finlandia è sembrata persino un posto normale, dove l’estate è estate, il sole scalda, gli alberi veri e quelle delle barche a vela si riflettono sull’acqua, e la brezza rinfresca piacevolmente invece di portarti via e ricoprirti di pioggia nebulizzata nell’aria; un momento veramente piacevole.

Alla fine, venire in Finlandia d’estate non è tanto diverso dalla canonica vacanza in Irlanda o in Scozia che attira migliaia di italiani ogni anno; il clima è fresco e spesso piove, tuttavia non fa troppo freddo. L’unico problema è che tutto costa molto caro; mangiare anche alla veloce con meno di dieci-quindici euro a testa è praticamente impossibile, ed è normale pagare cinque o sei euro in un bar per un caffè o tè e una brioche; i ristoranti economici o self service stanno sui 20-25 euro e quelli medi sui 50. Insomma, venendo da queste parti bisogna evitare di farsi problemi per le spese correnti (poi noi siamo ospitati e ciò ha abbattuto i costi).

Comunque, la Finlandia è per molti versi ancora incontaminata, e uscendo dalla città ogni centimetro non raggiunto dall’espansione umana è ricoperto di una selva di betulle e di un rigoglioso sottobosco, appena spezzato da qualche raro campo di grano (tuttora da raccogliere) e dagli immancabili laghi. I locali sono strani, quando gli parli sono amichevoli (e poi parlano tutti perfettamente inglese) ma sembrano non abituati al contatto umano, tuttavia l’ospitalità è inappuntabile e l’organizzazione è perfetta… e poi devono avere un cuore caciarone anche loro, tanto che gli svedesi considerano i finlandesi rumorosi e maleducati e si rifiutano di ammetterli nella cerchia degli scandinavi. Ciò è dimostrato dal fatto che il guidatore del nostro bus ha preso un giallo pieno a tutta velocità, e che ho visto varie auto tirare dritto anche a fronte di pedoni in arrivo sulle strisce; probabilmente per questo sono stati capaci di produrre una generazione di piloti quasi passabili, come i vari Ricchionen e Cacchinen.

Sono strani anche per vari altri costumi, tra cui quello di fare pipì allegramente in pubblico senza il minimo pudore e senza distinzioni di sesso (stamattina c’era una ragazza che faceva pipì nel giardinetto sulla riva del fiume di Porvoo, un posto visibile da più o meno qualsiasi punto del circondario, chiacchierando amabilmente con l’amica che le stava a fianco). Tuttavia, l’intero ambiente è scuro e austero e l’impressione che ho avuto è quella di un discreto bigottume, ben diverso da Stoccolma dove tutti si abbordano per strada. Ovviamente l’unica forma di socializzazione è l’ubriachezza totale e molesta, ma di questo parleremo meglio in seguito.

[tags]viaggi, finlandia, porvoo[/tags]

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venerdì 28 Agosto 2009, 22:38

Tallinn o Marte

Ho ancora molte cose da raccontare su questi giorni, ma prima di parlare della Finlandia volevo raccontare la gita di oggi a Tallinn – che, per chi confonde le repubbliche baltiche l’una con l’altra, è la capitale dell’Estonia.

Ho capito che c’era qualcosa di strano in questo posto quando sono sceso dal traghetto e ho dovuto percorrere una strana banchina che disegnava angoli retti sul mare, evitando una serie di scalinate dal senso poco chiaro. Per arrivare in città dall’attracco della Linda Line bisogna attraversare la parte più remota e abbandonata del porto, vicino a una opprimente fabbrica abbandonata la cui ciminiera dialoga con i campanili della città. Dopo cinque minuti, però, si arriva all’inizio del centro e lì si trova la prima sorpresa.

Infatti, basta attraversare il grande vialone e ci si trova davanti a una torre medievale rotonda in pietra, accanto alla quale si apre una porta in stile gotico da cui parte una via di case quattrocentesche perfettamente conservate, pitturate e coperte di fiori. Il centro antico di Tallinn potrebbe essere tranquillamente quello di una qualsiasi città tedesca, ma molto meglio conservato; ed è pieno zeppo di ristoranti, negozietti e alberghi nuovi ed eleganti, con tanto di BMW e Audi parcheggiate davanti in abbondanza.

Arrivare a Tallinn dalla Finlandia fa dunque un po’ l’effetto di arrivare in Sudafrica dal Mozambico… per carità, la Finlandia non è male, ma è grigia e nordica, priva di qualsiasi forma di decorazione (quando i russi se ne sono andati, i finnici hanno rimosso tutte le cupole dorate delle chiese ortodosse perché erano troppo appariscenti e luminose), austera al massimo, totalmente priva di lusso e anche un po’ consunta; Tallinn invece è, un po’ come Dublino fino a pochissimi anni fa, una città ex poverissima in mezzo a un boom economico senza precedenti. Inoltre, Tallinn è una città palesemente mitteleuropea. Mentre Helsinki non potrebbe essere altro che in un angolo remoto della regione nordica, Tallinn potrebbe benissimo essere in Germania, in Olanda o nella Francia orientale, e ha un aspetto accogliente e familiare.

Il centro si sviluppa con una serie di scorci meravigliosi – vicoli, case, chiese gotiche e la grande piazza con il regolamentare municipio tedesco con torre, loggiato e ristorante. Poi si sale sulla collina di Toompea – la collina dei danesi, là dove secondo la leggenda nel 1219 una bandiera rossa con la croce bianca piombò dal cielo e segnò la nascita della bandiera e della nazione danese, in trasferta sul Baltico per motivi bellico-commerciali. La collina ospita il duomo protestante e la cattedrale ortodossa, che si guardano l’una con l’altra come a sfidarsi, e una serie di panorami da fiaba sulla città vecchia, sulle mura e sulle periferie immerse nel verde (pur se con ampi casermoni e fabbriconi sovietici a vista).

Dopo aver fatto il peggior cambio di valuta della mia vita (in genere uso il bancomat e da oggi lo farò ancora più regolarmente) abbiamo mangiato bene in uno dei caffè della piazza principale; io ho assaggiato le salsicce del posto e una torta con salsa di ribes, tutto molto buono. Purtroppo la città era piena zeppa di mandrie di turisti; siamo stati tanto sfortunati da incrociare anche qui (come già a Stoccolma) la maledetta Costa Magica, da noi rinominata Costa Maggica Roma perché sembra ospitare migliaia di turisti romanideroma caciaroni e burinissimi. Una nave da crociera è una iattura vivente per il resto del mondo; sbarca in un porto e scarica migliaia di persone che tutte insieme, divise in gruppetti per lingua guidati da una ragazza con palettina numerata, si affollano presso i vari monumenti rendendoli rumorosi e inaccessibili.

Ma noi eravamo preparati, così abbiamo lasciato la cattedrale e solo un paio di isolati più giù siamo andati al momento della verità: il poco conosciuto ma fondamentale Museo delle Occupazioni. Se leggete un po’ di giornali internazionali, sapete che l’Estonia è il paese più antirusso dell’ex Unione Sovietica; la consistente minoranza russa, immigrata negli ultimi cinquant’anni, è fonte di continui scontri di piazza con i nazionalisti e la polizia. Dopo aver conquistato la sua indipendenza approfittando del caos derivante dalla Rivoluzione d’Ottobre e sconfiggendo i tedeschi pre-Weimar e i sovietici bolscevichi, l’Estonia cadde vittima del patto Molotov-Ribbentrop, in cui fu assegnata ai sovietici: nell’estate 1939 fu riempita di basi russe “in segno di amicizia”, poi occupata ed annessa, e così tutti dovettero imparare il russo e professarsi comunisti. Poi nell’estate 1941 fu occupata dai nazisti, e allora tutti dovettero buttare i libri russi e imparare il tedesco. Poi però nella primavera 1944 stavano tornando i russi, e allora gli estoni, pur di non cambiare di nuovo lingua, smisero la resistenza e si arruolarono in massa nell’esercito nazista, purtroppo per loro con pessimo esito. Dopo la guerra i partigiani estoni continuarono a combattere nel silenzio, alcuni fino agli anni ’70, ma per la maggior parte gli estoni non allineati vennero spediti nei gulag e rimpiazzati da immigranti russi.

Di conseguenza, la teoria storica estone dice che l’Estonia non è mai stata parte dell’Unione Sovietica, ma è soltanto stata occupata con la forza per cinquant’anni; naturalmente la teoria storica russa dice l’opposto, in quanto l’annessione fu formalmente approvata dal parlamento estone in carica all’epoca, anche se gli estoni sostengono che tale parlamento fu eletto in stato di occupazione con elezioni fantoccio. In questo simpatico caos, il principale risultato è che gli estoni portano un odio forte e duraturo ai russi (presumo ricambiato); la libertà venne solo perché Gorbaciov non ebbe la forza di reprimere le crescenti spinte nazionalistiche (comunque durante il colpo di stato fallito dell’agosto 1991 arrivarono lo stesso i carri armati da Mosca).

Il museo, dunque, è un pelino orientato contro il comunismo; a un certo punto si dice chiaramente che i nazisti non erano neanche lontanamente cattivi come i sovietici. Ad essere più impressionanti per noi non sono poi tanto le testimonianze delle occupazioni e delle repressioni, viste un po’ in qualsiasi ex regime autoritario del pianeta, ma gli oggetti della vita quotidiana in un paese sovietico. Per esempio il museo ospita una cabina del telefono degli anni ’70, tutta arrugginita perchè completamente in ferro e legno: la plastica doveva essere quasi sconosciuta. Poi vi è una sedia da parrucchiere degli anni ’80: una seggiolina anni ’50 di quelle che da noi erano di formica, ma lì era tutta di legno, con sopra un mostruoso robo per la messa in piega in cui io non infilerei la testa nemmeno sotto minaccia di morte. Ecco, è questa distanza pratica che impressiona: l’incapacità del comunismo di garantire un minimo di benessere, anche solo una frazione di quello che noi da bambini abbiamo vissuto. Ciò che doveva funzionare meglio in teoria, in pratica era diventato solo un vuoto rito di moduli e burocrazia per qualsiasi cosa – tipo, il “permesso per comprare una bicicletta”, naturalmente da ottenere solo dopo ampi servigi al partito – totalmente senza senso e contatto con la realtà, e come tale destinata a far piantare grano dove crescono solo le patate.

Si capisce bene dunque come per questa città fondata e dominata fino a inizio Novecento da mercanti tedeschi, da sempre piena parte della cultura europea, i cinquant’anni sovietici devono essere stati un trasferimento forzato su Marte; e si capisce anche che gli estoni abbiano sradicato praticamente qualsiasi segno di questo passato, almeno dalla zona centrale. Questo non può che essere un paese schizofrenico, in cui l’identità europea e quella ex sovietica convivono ignorandosi e apparendo soltanto una per volta, e in cui la seconda può soltanto essere rimossa.

Per capire bene mancava però ancora qualcosa, e l’abbiamo trovato proprio alla fine: tornando all’imbarco, abbiamo scoperto cos’erano le scalinate. Venendo dalla città, ci siamo trovati davanti a una gigantesca costruzione di cemento – e quando dico gigantesca intendo gigantesca, immensa, grande come un paio di campi da calcio. Oltre che gigantesca, però, questa costruzione era priva di senso; non aveva alcuna funzione apparente, era vuota, deserta e chiaramente in abbandono. Sembrava una specie di spazioporto, e infatti salendo le prime scalinate di cemento – solo cemento e null’altro, né metallo né vetro né legno – ci siamo trovati davanti a una infinita sequenza di lampioncini corrosi, un palo di ferro dell’età del ferro con sopra una bolla circolare di vetro, disposti in una sequenza perfettamente regolare, come a segnalare una pista di atterraggio sopraelevata di dieci metri sul terreno ma assolutamente piana. Evitando le bottiglie rotte e le piastrelle quadrate spaccate, abbiamo percorso l’infinita distesa e abbiamo scoperto delle vecchie porticine di alluminio, chiuse tra due ulteriori scalinate di puro cemento che andavano fino al cielo. Una insegna semicancellata diceva un qualcosa che sembrava “Sala concerti”, ma tutto era sbarrato e chiuso con nastro bianco e rosso, anche se all’interno si vedevano delle seggiole di plastica che sembravano relativamente recenti. L’esterno, però, sembrava in abbandono da quindici o vent’anni.

Salendo un altro giro di scalinate, evitando un po’ di macerie, si arriva al tetto altrettanto piatto, da cui si domina il paesaggio; da una parte si ridiscende verso il mare e l’attracco, dall’altra si vede il porto (tutto rifatto negli ultimi anni con modernissimi palazzi di vetro, centri commerciali, ristoranti e così via) e poi i campanili della città vecchia. Eppure il cemento del tetto è corroso, e verso il mare una bella parte è chiusa e transennata, mentre sul retro c’è l’ingresso di un ex locale notturno di qualche genere nel cui tetto c’è un buco, da cui spunta un tubo arrugginito che gocciola chissà quale schifezza; tuttavia dentro, anche se è tutto sbarrato, ci sono una luce accesa e un registratore di cassa funzionante con scritto “0.00”. Mi aspettavo solo di vedere arrivare dei fantasmi a chiedere un biglietto per l’opera…

Tornati a casa, abbiamo scoperto cos’è: è la Linnahall, già Palazzo della Cultura e dello Sport V. I. Lenin, costruito nel 1980 per le Olimpiadi di Mosca (Tallinn ospitò la vela). E’ l’esempio perfetto dell’architettura sovietica: enorme, inutile, pensato per impressionare e non per servire a qualcosa, immanutenibile, costruito con materiali pessimi, destinato all’abbandono; in più, costruito in uno stile architettonico totalmente scollegato dalla realtà, perfettamente razionale, aggressivo e brutale come il regime, ma assolutamente affascinante, sconvolgente, bellissimo. Così in abbandono, attraversarlo è stato davvero un viaggio su Marte; una scoperta emozionante e piena di timore. Poi però abbiamo scoperto che è chiuso solo da un anno, e che riapre (schivando le perdite d’acqua e il cemento che crolla) tra poche settimane; uno dei primi eventi è un concerto di Toto Cutugno. Quale migliore occasione per visitare Tallinn?

[tags]viaggi, estonia, tallinn, unione sovietica, comunismo[/tags]

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mercoledì 26 Agosto 2009, 21:06

Gioiosa Finlandia

Stamattina, la piazza principale di Turku – la piazza del mercato.

La piazza è piena zeppa di centinaia di bancarelle, che vendono i prodotti della rigogliosa agricoltura locale: frutta, verdura, carne, pesce, tutto viene portato al grande mercato cittadino. I finnici, correndo di buon passo per manifestare la propria gioia di vivere, scherzano e chiacchierano amichevolmente in grandi capannelli, riempiendo ogni angolo della piazza. La musica allegra di un suonatore completa un quadro di eccezionale bellezza.

Sul retro della piazza, l’anziano, centro della famiglia, si reca con letizia nel pubblico locale dove condividerà la mattinata con il suo amico di una vita.

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[tags]viaggi, finlandia, turku[/tags]

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lunedì 24 Agosto 2009, 22:06

Stoccolma

All’inizio non sembrava che Stoccolma ci volesse accogliere bene: quando ho provato a pagare il biglietto del pullman dall’aeroporto al centro con i soldi avanzati dalla mia visita di nove anni fa ho scoperto che erano fuori corso; e non appena abbiamo messo giù il piede dal bus ha cominciato a piovicchiare, al che abbiamo deciso di provare a fare due isolati per vedere se la pioggia era abbastanza leggera da proseguire nel quarto d’ora a piedi che ci separava dall’albergo: lo era, così abbiamo deciso di proseguire e proprio allora ha cominciato a piovere sul serio; ha smesso solo quando siamo entrati nella hall.

Poi però oggi la città ci ha regalato una giornata magnifica; un sole splendente e solo qualche innocua nuvoletta nel pomeriggio. Il paesaggio così è davvero magnifico: questa è una città sull’acqua e la maggior parte delle vedute ti regala viste di golfi, bracci di mare e riflessi sull’acqua; le altre sono costituite da incantevoli scorci di vicoli medievali con chiese in stile nordico-tedesco e/o muri coperti d’edera. Fa bello e il vento è sopportabile, per cui noi terroni (che in questo periodo costituiamo l’80% della popolazione delle strade centrali di Stoccolma) giriamo con qualche timida manica corta, mentre i locali esibiscono canottiere e micro-pantaloni e alcuni si buttano pure nelle acque gelide del golfo; comunque ho visto alcune minigonne ascellari niente male.

Abbiamo così speso la giornata semplicemente camminando per l’isola che costituisce il centro storico, piena di vicoletti e di turisti; i più frequenti in termini di nazionalità sono nell’ordine spagnoli, russi e romani. Abbiamo snobbato il museo Nobel, che sembra una costosa esibizione di filmati e rassegne stampa del premio; siamo invece entrati gratuitamente al museo delle Monete, che nonostante la scarsità di didascalie in inglese offre numerosi reperti interessanti, come le banconote da 1000 miliardi di marchi della repubblica di Weimar e come una moneta seicentesca svedese d’argento del peso di 20 kg (una volta la moneta valeva per il metallo che conteneva, dunque a tagli grossi corrispondevano pesi ingombranti…). Abbiamo ammirato la folla incredibile che si contendeva una foto del cambio della guardia al palazzo reale… altro che operazione militare; c’era pure il commentatore in inglese con tanto di microfoni e impianto audio!

Siamo andati a fare un giretto nei tranquilli e incantevoli quartieri della parte meridionale, per poi riattraversare il dedalo che nel tempo è stato sovrapposto alla chiusa che separa il mare dal lago e che collega l’isola centrale a Södermalm – tipo tre strade, una autostrada, due strade ciclabili, una ferrovia, una fermata della metro e vari passaggi pedonali che si intersecano e si scavalcano in tutti i modi – e siamo poi arrivati all’isola dei Cavalieri e di lì al municipio, dotato di giardinetti sul mare dove i locali erano distesi a prendere il sole.

A cibo ce la caviamo con l’etnico-e-veloce; ieri kebab, oggi indiano, a pranzo pane e salmone comprato al supermercato, poi ci sono dei 7 Eleven dappertutto in caso di voglia di bevande o di gelato; quello dell’isola antica vendeva pure la Ubuntu Cola, mentre a pranzo ho preso una lattina della birra locale, che è buona anche se amara e ovviamente costa meno sia delle bibite che dell’acqua, e ovviamente è venduta solo nel taglio minimo da mezzo litro. Bisogna dire che la città è parecchio cara, ma se uno non ha grandi esigenze se la cava comunque senza svenarsi.

L’albergo poi è un po’ decentrato ma molto bello; la camera è arredata con mobili di legno antico e ha un bagno in pietra scura che ti ci trasferiresti; il buffet della colazione è ampio e abbondante; per tutto il giorno abbiamo té e caffé a libero servizio; la televisione trasmette film in inglese e partite di calcio internazionale; insomma siamo soddisfatti.

Domani ci aspettano i musei e poi il traghetto: a meno che abbiano Internet sulla nave, non credo che potrò bloggare…

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