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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


domenica 23 Agosto 2009, 20:59

Attraversare la Svizzera per ascoltare male

Attraversare la Svizzera in macchina è un progetto interessante. In primo luogo aiuta a rendersi conto quanto essa sia minuscola; se trascuriamo la metà orientale, occupata dal solo cantone dei Grigioni e da qualche località sciistico-mondane d’alta moda come Davos o St. Moritz, la Svizzera è tutta concentrata in un fazzoletto che si percorre da capo a capo in massimo tre ore d’autostrada. Noi dovevamo partire al mattino dalla Val d’Aosta ed essere a Lucerna per il tardo pomeriggio: per questo abbiamo pensato che fosse buona cosa fare qualche deviazione.

In effetti, la prima deviazione è stata un’ottima idea: invece di fare il tunnel, siamo saliti fino al colle del Gran San Bernardo. Il tunnel, tra l’altro, permette un risparmio di strada abbastanza relativo – non è poi così più in basso rispetto al passo. In compenso è un obbrobrio degno della sopraelevata di Pescara: in puro stile cementista anni ’60, lo stradone d’accesso domina la valle sopra Saint-Oyen con una infilata di pile a mezza costa, per poi attraversare ancora la valle in un unico tubone di cemento grigio sospeso a mezz’aria. Nonostante questo, la strada del passo è bellissima; prima è una specie di viottolo abbandonato in una foresta (ma sono in corso lavori per renderlo più percorribile) e poi sale adagiando i propri tornanti sulla montagna pelata cercando di non disturbare troppo.

In un paesaggio lunare, si arriva infine a un buco nella roccia che si apre sulla conca del laghetto, appena sotto il passo: noi italiani, da bravi sfigati, ci siamo beccati la parte bassa (in compenso le signorine del baretto sul lago erano proprio gentili). Il posto di frontiera svizzero però era totalmente deserto (mai vista una cosa simile) e, dopo una adeguata sosta con breve passeggiata sull’erba, abbiamo potuto imboccare la lunga e filante discesa che porta a Martigny.

Dopo una breve sosta all’autogrill per comprare in francese la vignetta (per fortuna avevo franchi d’avanzo da vecchi giri ginevrini), è iniziato il tratto autostradale: che è una discreta noia, perchè al più piccolo accenno di difficoltà gli svizzeri abbassano il limite. C’è una galleria di cinquanta metri? Limite dei 100. Si stringe un po’ la carreggiata perchè tagliano l’erba sul bordo? Limite degli 80 da cinque chilometri prima a cinque chilometri dopo. E sono limiti seri, a cui mi sono strettamente attenuto, pur aggiungendoci un margine di una decina di chilometri dopo aver visto il comportamento dei locali.

E così, la noia incombeva; certo mi sono potuto assicurare di avere su un disco dei Deep Purple mentre percorrevamo lo spettacolare tratto che sorvola Montreux-on-the-Lake-Geneva-shoreline, ma era tutto lì. E così, mentre galleggiavo a 80 orari sulla tangenziale di Berna, ho avuto un’altra idea brillante e ho deciso per una deviazione: uscire dall’autostrada e fare la strada più breve, ossia la statale della valle dell’Emma.

Ecco, questa per certi versi non è stata una buona idea, perchè se i limiti di velocità svizzeri sono tremendi in autostrada, sono mortali in mezzo ai paesi: 50 nel centro abitato e 60 tra le case sparse ai bordi, rispettati praticamente alla lettera. In pratica, la guida si trasforma in uno smanettamento ossessivo del cruise control per adeguarlo ai limiti man mano che cambiano, dato che un italiano alla guida, senza cruise control, non è in grado di andare stabilmente a 50 orari su una strada dritta e libera, pur se tra le case: ti distrai un attimo e sei già a 70. E poi ogni cento metri c’era un cartello che pregava gentilmente di andare piano per non investire i bambini; e non fosse mai che la guida disattenta di uno straniero possa privare gli svizzeri di un qualsiasi futuro campioncino, un purosangue elvetico tipo Dzemaili o Turkyilmaz.

In compenso, però, la valle dell’Emma è davvero bellissima. Posso innanzi tutto smentire un mito: no, le case non sono fatte di formaggio. Però hanno una forma stranissima, che pare pensata da un matematico per definire un solido di nuovo tipo. Il tetto in cima è piatto, poi ha un tratto poco inclinato e infine, raggiunti i bordi della casa, spiove proteggendo i balconi, in una specie di grande fungo regolare. La valle, poi, è in realtà una serie di prati in mezzo a colline ondulate, coperte di prati tutti perfettamente rasati e puliti. La strada è affiancata dalla regolamentare ferrovia svizzera, su cui circolano sia treni passeggeri (pieni) che treni merci (credo che trasportino i buchi del formaggio fino alla fabbrica dove vengono inseriti dentro la forma). In uno dei paesi, poi, era tutto mezzo bloccato: si svolgeva una delle tradizionali feste in costume da fesso che si usano da queste parti, con cuffiette, corni, pizzi, corpetti e così via.

Alla fine siamo arrivati a Lucerna. E’ una città minuscola ma ciò non vi tragga in inganno, ci vogliono comunque venti minuti per attraversare i dieci isolati dalla periferia alla piazza della stazione. E’ noto che quando le nazioni del mondo hanno firmato la convenzione di Ginevra per vietare la tortura, hanno aggiunto una postilla che dice “comunque i semafori svizzeri sono ammessi”. Anche i semafori svizzeri sono pensati da un matematico: il traffico è gestito in maniera ossessiva, e lo spazio disponibile viene suddiviso in una corsia per le auto che svoltano a sinistra, una per quelle che vanno dritto, una per quelle che vanno a destra, una per il bus che va dritto, una per il bus che deve girare, una per i taxi, una per le bici, una per i cani, una per i passeggini e una per il signore anziano del palazzo a fianco che ha la porta del garage vicino all’incrocio e si troverebbe altrimenti a doversi infilare in mezzo alle auto in coda quando esce la domenica mattina per andare a messa. Se non vi è spazio per tutte queste corsie, o si vieta il transito ad alcune categorie o si vieta la svolta, in quanto l’idea di stare fermi sul bordo sinistro della corsia aspettando che non arrivi nessuno dall’altra parte per girare è considerata una forma di pericolosissima anarchia.

Infatti, a ognuna di queste corsie – che vengono tracciate con strisce tratteggiate di vario colore per tutta l’estensione dell’incrocio, creando un allegro reticolo di linee colorate che rende impossibile capire dove si debba andare e scatena anche qualche crisi di panico nell’automobilista non abituato – corrisponde una fase semaforica separata, giacchè sarebbe pericoloso che due categorie o due direzioni diverse passassero contemporaneamente. Ogni semaforo ha dunque da dieci a venti fasi separate, il che rende la durata media del ciclo pari a circa cinque minuti; naturalmente però, per evitare il collasso completo, il semaforo viene sincronizzato con quello prima e quello dopo.

Tuttavia, date le diverse configurazioni degli incroci, spesso le sincronizzazioni vengono realizzate a cicli multipli: che so, ogni cinque cicli interi il semaforo della piazza della stazione si trova sincronizzato con quello del viale a monte, mentre ogni tre cicli è sincronizzato con quello dall’altro lato del ponte, dunque ogni quindici cicli (75 minuti) si realizza la configurazione magica per cui puoi passarli tutti e tre insieme senza aspettare cinque minuti per incrocio, e questo è il caso in cui il raggio di luce proiettato dall’ultimo semaforo in fondo colpisce direttamente la lanterna rossa del primo semaforo facendo apparire al centro dell’incrocio il Sacro Graal.

Tutte le altre volte, invece, ci metterete dieci minuti buoni per attraversare la piazza.

E non è finita qui: perché alla fine arrivate al parcheggio sotterraneo. Ogni città svizzera è organizzata così: ovunque la sosta è vietata oppure riservata ai residenti; tutti gli altri devono recarsi in una delle piazze principali, ognuna delle quali è dotata di un apposito parcheggio sotterraneo a pagamento. E’ un ottimo sistema, e insieme ai semafori contribuisce molto a scoraggiare l’uso inutile dell’auto privata. Quando però arrivi al parcheggio e vuoi capire quanto ti peleranno, ti trovi di fronte a un cartello anch’esso progettato da un matematico, che dice la cosa seguente: “Il costo di base è di 1,50 franchi per i primi 15 minuti. Successivamente il costo è di 0,10 franchi ogni tre minuti.”

Matematicamente è perfetto: p = 1,50+0,10*(t-15)/3. Ti dice esattamente qual è l’unità di arrotondamento del tempo, che viene calcolato con una precisione tale che non ti capiterà mai di pagare una botta extra solo perchè sei arrivato un minuto in ritardo sullo scoccare dell’ora. C’è un piccolo problema: tu sei lì alla sbarra e vuoi decidere se entrare o no, e vorresti capire quanto ti costerà una sosta di circa quattro ore, anche a spanne ma in fretta, che dietro si sta formando la coda. Ecco, in questo caso o sei svizzero oppure ti capiterà quel che ho visto io, cioè auto da mezza Europa accostate con le quattro frecce mentre il guidatore, contando sulle dita con aria perplessa o talvolta aiutandosi col cellulare, cerca di capire quanti blocchi di tre minuti ci sono in quattro ore.

Capirete quindi perché al ritorno serale, passato il Gottardo e riapparse le scritte in italiano, mi è sembrato di tornare a casa; e a Como, poi, finalmente la liberazione di poter accelerare e cominciare a interpretare i limiti di velocità anziché rispettarli…

P.S. Non vi ho detto nulla del concerto: a Lucerna siamo andati a sentire Abbado che dirigeva un’orchestra che suonava una roba che non avevo mai sentito. Devo premettere che io ho bazzicato molto la musica classica dai quattro ai quattordici anni, poi mi fecero ascoltare gli Iron Maiden e lì capii che ogni arte ha il suo momento storico. Comunque, questa nuovissima e lussuosissima sala da concerti svizzera era piena di gente in gran spolvero, chi da Monaco chi da Milano, tutti in abito da sera e alcune signore anche chiaramente imbalsamate subito prima di uscire perché stessero in piedi, che veniva ad ascoltare il maestro suonare male… almeno così ho capito, gli italiani dicevano che stasera suonava male, che è da un po’ che vuole suonare male, e che finalmente esegue la quarta sinfonia di male.

Secondo me invece suonavano bene; l’orchestra dal vivo fa sempre impressione, questa poi era enorme (ho contato fino a trentanove solo con i violinisti). Peccato che codesta quarta sinfonia di male – che non avevo mai sentito se non per cinque secondi che ho riconosciuto perché li usavano per la pubblicità dell’elettricità l’anno scorso su Radio Popolare – fosse una lagna assurda, una accozzaglia di pezzetti di trenta secondi che presi singolarmente sarebbero stati tutti molto belli, ma che venivano buttati lì senza una logica, in un ammasso di musica senza capo né coda che pareva generato con un procedimento casuale. All’inizio ero sveglio perché il mio posto era su un cornicione largo un metro posto a circa trenta metri d’altezza (non sto esagerando) sul muro laterale della sala, proprio sopra le teste degli orchestrali, separato dal vuoto solo da una bassa balaustra; è stato faticosissimo non svenire per le vertigini. Poi però mi sarei bellamente addormentato; e invece non riuscivo nemmeno a dormire, perché ogni tanto l’algoritmo di generazione casuale della musica buttava fuori un fortissimo e lì facevano veramente fortissimo, sembrava quasi che se l’avessero avuto avrebbero buttato in scena anche un elefante a barrire per fare più fortissimo.

Insomma non è che si può dire che fosse brutto, ogni tanto c’erano dei pezzi carini, però due palle così, davvero: in termini di teoria musicale, questa cosa per poter essere una sinfonia mancava di alcune cose fondamentali, tipo, che so, un tema melodico che si ripete variato, dei movimenti distinguibili l’uno dall’altro non solo in base all’ora che s’è fatta, e così via. Invece qui c’era un remix di pezzetti di valzer viennese e pezzetti di colonna sonora da film, e insomma ci avessero messo sullo schermo Titanic con Leonardo Di Caprio codesta musica ci sarebbe andata a fagiuolo e almeno sarebbe servita a qualcosa, ma senza immagini era noiosa come un qualsiasi disco della colonna sonora di un film, che infatti hanno smesso di pubblicarli e hanno cominciato a fare le compilation con le canzoni, anche quelle che nel film si sentono per tre secondi, perché di ascoltare un’ora di violini ora crescenti ora pianissimi ora drammatici ora estasiati non c’ha più voglia nessuno.

Magari se uno lo sente un po’ di volte poi gli piace, come i dischi del periodo minimalista dei Radiohead; tuttavia mi sa che la prossima volta vado a sentire Beethoven o qualcuno che componga una sinfonia con tutti i crismi.

[tags]svizzera, traffico, semafori, torture, parcheggi, matematica, lucerna, musica classica, abbado, male[/tags]

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venerdì 21 Agosto 2009, 16:20

Turismo sparso

Per prima cosa volevo lamentarmi del fatto che stamattina a Champoluc ho fatto venti minuti buoni di coda a passo d’uomo, attraverso l’unica via del paese, per arrivare fino al mercato settimanale. Il mercato occupa l’unico parcheggio del paese, per cui il giorno di mercato è normalmente affollato; di solito si parcheggia lungo la strada principale una volta usciti dal paese, in mezzo ai prati. Oggi però no: trattandosi del giorno più trafficato dell’anno, l’unico vigile si era appostato proprio accanto al mercato con l’unico scopo di multare senza pietà chiunque osasse cercare di lasciare l’auto da qualche parte. Il fatto che non esistessero altre possibilità di parcheggio pareva essere irrilevante: l’obiettivo non era organizzare meglio le cose – difatti il risultato era una fila di tre chilometri di auto ferme a sgasare in mezzo al paese, perchè chi arrivava là non sapeva bene che fare e rimaneva fermo in mezzo – ma semplicemente fare un po’ di cassa sulla pelle dei turisti.

Alla fine abbiamo lasciato l’auto sempre sul bordo della strada, ma qualche centinaio di metri più in là, fuori dalla portata del vigile: certo che dopo un trattamento del genere, unito al piacere di una lunga coda che neanche sullo svincolo di viale Certosa alle 9 di un lunedì mattina, e all’aria resa irrespirabile dai gas di scarico, non penso che tornerò tanto presto a Champoluc.

Comunque, stasera alla Sagra del Cinghiale di Pontey inizia il nostro tour, che prevede le seguenti tappe:

Ven 21 Pontey
Sab 22 (pom) Lucerna
Sab 22 (notte) Milano
Dom 23 Stoccolma
Lun 24 Stoccolma
Mar 25 Stoccolma
Mer 26 Turku
Gio 27 Helsinki
Ven 28 Helsinki
Sab 29 Tallinn
Dom 30 Helsinki
Lun 31 Toro-Empoli

Ho superato alcune difficoltà tecniche, come prenotare un traghetto finlandese da una compagnia che non accetta le carte di credito italiane per “problemi tecnici e di sicurezza”. Ora vediamo se riusciamo a fare l’intero giro senza intoppi: prometto di bloggare se e come si riesce…

[tags]turismo, val d’aosta, champoluc, traffico, pontey, giri strani[/tags]

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venerdì 31 Luglio 2009, 20:16

Estate in val d’Aosta (MI)

Le vacanze in Val d’Aosta sono interessanti: stando ben lontano dai centri abitati si è tranquillissimi, ma là dove si raggruppano gli umani ci si ritrova un po’ come nel centro di Milano.

Oddio, in realtà dipende: per esempio ieri siamo scesi giù nella valle (che da giorni è coperta da una cappa di calore inquietante) e siamo andati a visitare il castello di Fenis e poi la mostra The Art Of Games in centro ad Aosta. (Per chi viene da una città, parlare di “centro” ad Aosta sembra superfluo, in quanto l’intera città è racchiusa tra la ferrovia e la montagna e ha un raggio di un chilometro a dir tanto, anche se l’edizione locale della Stampa poi parla di “cintura” per indicare le borgate sparse a mezza costa su per i monti o la zona di capannoni e medi supermercati che ti accoglie tra i prati arrivando dall’autostrada: una terminologia interessante.)

Il castello di Fenis colpisce sempre, con un bellissimo cortile affrescato e il complesso ancora integro (nel senso di ricostruito ma non troppo); e lì, oltre al milanese, senti parlare anche altre lingue italiche e persino francese e spagnolo. La mostra ad Aosta è interessante; in pratica è una esposizione di stampe su tela di concept art di videogiochi e copertine di libri fantasy, tutte molto belle; si vede in mezz’oretta e costa solo tre euro, che per noi sono diventati due perché avevano “finito i biglietti interi”, che non so se sia un segnale di grande successo o di scarso successo, ma all’interno c’eravamo solo noi, dunque niente milanesi. E un giro a piedi per la via principale di Aosta è piacevole, poi ora ho scoperto anche dov’è la fumetteria (l’unica di tutta la val d’Aosta)… dunque suggeritemi fumetti interessanti per l’estate…

Stamattina invece siamo andati al mercato a Champoluc, e lì invece l’invasione bauscia era inesorabile: tanto è vero che il mercato del venerdì di Champoluc è costituito da una dozzina di banchi di alimentari tipici (quasi tutti dalle province di Cuneo, Torino e Biella) e da una cinquantina di banchi di abbigliamento (tra cui andavano alla grandissima i maglioncini di cashmere) e di souvenir, attorno ai quali ronzano decine di SUV alla ricerca di un parcheggio a non più di cinquanta metri dall’inizio dei banchi. Ci hanno praticamente regalato una cassetta di pomodori, dato che la gente sembrava interessata solo ai maglioncini!

Torneremo dunque a Champoluc, ma solo martedì sera quando al cinema Sant’Anna (aka chiesa del seicento dismessa per spostare la parrocchia in un cubo di cemento moderno) danno Gran Torino; per il resto della settimana danno Harry Potter 77 e la sala sarà indubbiamente monopolizzata da torme di ragazzini meravigliati al grido di “uè, figaaaa”

[tags]val d’aosta, turismo, champoluc, aosta, milano, fenis, the art of games, fumetti[/tags]

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lunedì 27 Luglio 2009, 13:06

Un aiuto ai viaggiatori

Sì, sono in montagna. Collegato col cellulare, che prende e non prende. Fermamente intenzionato a non essere troppo coinvolto dal gorgo del flusso informativo globale. Posterò, ma quando capita.

Però sono sempre disponibile ad aiutare gli altri, e così quando ho visto nella mail l’avviso di un messaggio privato su Tripadvisor ho dedicato ancora un po’ di connessione a 13 kbps per andarlo a leggere. Tripadvisor è il mio strumento preferito per trovare alberghi, ristoranti, attrazioni e altre indicazioni quando viaggio all’estero: mi sono sempre trovato bene, e per questo motivo cerco di contribuire pubblicando le recensioni degli alberghi in cui sto.

E così, riguardo al The Pod di New York (buffo ma moderno albergo in piena Midtown che raccomando se avete un budget limitato e non ve ne frega troppo della dimensione della stanza e del letto, altrimenti lasciate stare) mi è arrivata la seguente richiesta:

“Ciao vbertola,,perdonami del disturbo,,ma devo prenotare l’hotel x new yorke sn disperato
Ho visto che 6 stata al POD..vorrei prenotare anch’io, ma ancora riesco a capire se la DOUBLE POD ROOM(quella che voglio prenotare io x due adulti,cioè io + la mia donna)è con bagno privato.Sai non vorrei il bagno comune.
Un ultima domanda, tu da dove l’hai prenotato l’hotel POD?on-line dal sito dell’hotel?expedia,?agenzia, si può fare anche con la postepay?Grazie inifinite e scusa del disurbo ma sono disperato ed ho paura di sbagliare.
Buona serata”

Ora io son ben contento di dare due dritte a uno skonsct ke e disperato e ha la barra spaziatrice rotta, e posso anche sorvolare sul fatto che basterebbe leggere le descrizioni e le pagine dei vari siti (poi mica è obbligatorio sapere l’inglese per andare a New York). Ma il fatto che mi considerino una tipa sl perkè il mio nick finisce x “a”, questo proprio no!

[tags]turismo, alberghi, new york, tripadvisor, italiano, kkkk, da dv dgt?[/tags]

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domenica 21 Giugno 2009, 20:19

Conero e Ravenna

L’avevo già notato all’andata e puntualmente si è avverato al ritorno: sull’autostrada Adriatica, a sud di Ancona, stanno lavorando per fare la terza corsia, e come risultato un pezzo del famigerato cantiere della Torino-Milano è stato trasferito qui. Ci sono gli stessi spostamenti di corsia a tradimento, gli stessi passaggi tra muretto e camion, gli stessi buchi e sobbalzi nell’asfalto, ma qui sono su una strada piena di curve, viadotti, gallerie e colline: e infatti ieri, tornando su, abbiamo scoperto che la A14 era bloccata tra Civitanova e Loreto in direzione nord causa incidente.

Ma non è stato un male: ho così avuto l’opportunità di uscire e di rivedere fugacemente luoghi del passato: abbiamo attraversato Porto Recanati e preso per la spiaggia dei Marcelli, e poi su per Numana e Sirolo fino in cima al Monte Conero, e poi siamo ridiscesi e andati a Portonovo. Il tempo era tremendo e ci siamo bagnati più volte per gli improvvisi temporali, ma quando mai capita di andare a Portonovo un sabato d’estate e di trovare tutto deserto o quasi? Non abbiamo nemmeno dovuto pagare il parcheggio: erano fuggiti persino i parcheggiatori.

Comunque, anche a seguito di una interessante discussione avuta a margine dell’ultima assemblea ISOC, il luogo deputato al sabato sera era Ravenna: più o meno a metà strada e non vista da vent’anni. Qui devo innanzi tutto comunicare che, al terzo tentativo, abbiamo finalmente trovato la perfezione nel concetto di “osteria d’Italia”: l’Ustarì di Du Canton sulla statale per Ferrara, poco dopo la frazione di Camerlona.

Vedete, il locale di mercoledì sera a Urbania era molto buono, e quello di venerdì sera a Pescara era perfetto, ma in entrambi era chiaro il loro essere equivoci: ristoranti raffinati travestiti da osteria. Questa invece era un’osteria vera: un posto con gli arredi vecchi di quarant’anni, con il menu sgualcito e aggiornato tramite sbianchettamento e sovrascrittura a penna, dove chiedi un quartino di vino e perdio ti portano un quartino di vino rosso no logo, non un pippone sul miglior abbinamento con l’annata 2005 un po’ barricata e dal retrogusto di pino silvestre. E come tutte le osterie era pieno di gente che mangiava in compagnia e che parlava dei fatti propri, di cui la maggior parte giovani, perché che razza di osteria è se ci si va per mangiare invece che per stare insieme e se l’ingresso è riservato ai titolari di carta di credito gold?

Il cibo era ottimo: abbiamo preso una porzione di crostini misti da dividere per antipasto, e poi un primo a testa (io tortelli di patate con funghi e salsiccia) e poi io ho ancora preso il secondo: una grigliata mista consistente di un salsicciotto, due belle fette di bacon, una costina e una bistecca, più patate al forno e spinaci compresi nel piatto, ed era davvero eccezionale, e alla fine di tutto questo ero talmente pieno da non prendere il dolce, e ho fatto fatica ad alzarmi da tavola. Per un antipasto, due primi, un secondo, un contorno e un dolce abbiamo speso 43 euro in due, e faremo sicuramente in modo da ricapitare di lì.

Tra l’altro Ravenna è proprio bella, e noi abbiamo avuto il piacere di una novità: dal 2002 hanno aperto al pubblico la Domus dei Tappeti di Pietra, ovvero una eccezionale ricostruzione sotterranea dei pavimenti a mosaico di un palazzo bizantino, scoperti per caso mentre scavavano un parcheggio. L’ambiente è davvero impressionante e merita assolutamente la visita.

[tags]traffico, autostrada, turismo, conero, ravenna, osterie[/tags]

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sabato 20 Giugno 2009, 15:21

Pescara

Uscire dall’autostrada a Pescara Nord è come atterrare su Marte: si viene proiettati in un universo parallelo che assomiglia al nostro, ma si evolve secondo regole talmente misteriose da rassomigliare, ai nostri occhi di terrestri, all’assenza totale di logica.

Per esempio, la statale adriatica che porta dall’uscita al centro città è costellata di semafori; ma sono tutti spenti. Tutti! Non che servirebbero a qualcosa, perché il traffico è un caos calmo di auto, camion, motorini, pedoni, biciclette, carretti, animali e apipiaggio che scivola secondo la legge del più forte; le precedenze sono un optional, e questo potrebbe anche essere un bene, dato che ti costringe ad andare piano come ogni esploratore dell’ignoto. In parte sono spenti perché è arrivata anche qui la moda delle rotonde, e però non l’hanno ancora capita, e vedi macchine targate PE ferme all’infinito perché dalla via di destra ne arrivano altre, il tutto sotto lo sguardo del semaforo che c’era prima, che però, in questo caso di ormai palese inutilità, non è affatto spento, ma giallo lampeggiante; giallo lampeggiante per una corsia di svolta a sinistra che non esiste più, e la cui esecuzione provocherebbe l’imbocco contromano della rotonda, e ho il sospetto che non capiti di rado.

Anche l’albergo è così: sta sul lungomare vicino al centro, un lungomare che hanno appena ristrutturato per trasformarlo in un budello, con una corsia per senso di marcia ciascuna larga come un apepiaggio, in modo da permettere finalmente il parcheggio su entrambi i lati. L’idea di imporre un senso unico, di mettere la sosta a pagamento o anche solo il disco orario, non sfiora minimamente i locali; da noi la sosta è a pagamento pure nei paesini, ma qui finora non ho visto mezza striscia blu, nemmeno nelle piazze centrali. Del resto ieri, per andare a cenare, abbiamo dovuto attraversare il vialone principale su cui sfrecciano le auto; c’è un semaforo pedonale, che però non solo è ovviamente spento, ma è anche stato privato dei pulsanti per chiamare il verde: ci sono le scatole aperte, appese al palo con i fili penzolanti (probabilmente qualcuno s’è fottuto il pulsante). In mezzo, a dividere le due corsie, c’è un divisorio giallo continuo di quelli che si usano per delimitare le corsie preferenziali, che però serve a poco perché le auto si divertono a prenderlo come rampetta per fare la svolta a sinistra vietata pure col salto, tipo Hazzard.

Lo stesso albergo sembra fluire per regole misteriose, nel senso che nessuno di quelli che vi lavorano sembra essere mai stato in un albergo, nemmeno da cliente; la reception è generalmente deserta e si stupiscono se gli chiedi un caffelatte a colazione (“abbiamo solo il cappuccino”), e comunque il bar serve la colazione in ordine casuale, o più probabilmente secondo qualche implicita e non verbale raccomandazione. Sembrano tutti passanti che, entrati per un attimo, si sono messi la divisa per giocare a fare gli albergatori per mezz’oretta. Lo stesso albergo è in ristrutturazione pare perenne, per arrivare alle camere attraversi il cantiere il quale è aperto al vento sulla strada, e la camera è organizzata in modo casuale, il pulsante per accendere la luce in bagno è sistemato in un posto impossibile dietro la porta, la luce dello specchio non funziona, il water è posizionato nell’unico punto dove è praticamente impossibile sedervisi, e così via.

Ma il vero trionfo di questa città è la sua superstrada, pardon l’asse attrezzato. Sapete, sono anni che giro e sfotto le città americane, dove è normale tirare giù gli edifici storici in pieno centro per farci passare un’autostrada sopraelevata: ecco, è quello che hanno fatto qui. Hanno preso il fiume-porto-canale che costituisce il centro della città, e quarant’anni fa ci hanno costruito sopra una superstrada di cemento già sgretolato e cadente con tanto di ragnatela di svincoli a cavallo del fiume, una delle cose più squallide che abbia mai visto in vita mia, che porta Pescara al livello di città d’arte come Cincinnati e Minneapolis. E’ come se a Torino tirassimo su una autostrada a sei corsie nel mezzo del Po, e già che ci siamo facessimo una rotonda sopraelevata attorno alla cupola della Gran Madre e due begli svincoli per via Po all’altezza del secondo piano delle case di piazza Vittorio, con la possibilità di installare un McDrive sul balcone; e poi lasciassimo il tutto in uno stato di incuria totale. A piedi, anche solo trovare il modo di attraversare il fiume è stato complicato: abbiamo rischiato di immetterci da pedoni sulla A25 per Roma.

E nonostante questo, sapete che vi dico? Che per qualche imperscrutabile motivo questa sembra una città interessante. Cioè, di monumentale non c’è niente, però ieri sera siamo andati a cena nelle due vie parallele della vita notturna, via delle Caserme e corso Manthonè, due stradine pedonali piene di localini. Avevamo prenotato all’Osteria La Lumaca, temendo di non trovare posto, e la risposta in sostanza è stata “ma se venite presto presto non c’è problema, va bene alle 20:30?”. In pratica il locale ha cominciato a riempirsi verso le 22, e così abbiamo capito perché il museo etnografico che si trova proprio lì il venerdì e il sabato apre dalle 22 alle 3 del mattino (attenzione, non in aggiunta all’orario diurno: è proprio il suo orario del venerdì e del sabato). E tra l’altro la cena è stata davvero eccellente: ok, abbiamo speso 83 euro in due (prendendo ognuno mezzo antipasto, un primo, un secondo e un dolce, più 20 euro di ottimo Montepulciano 2005 da 14 gradi e mezzo) ma è stata veramente una delle migliori cene della mia vita.

Sembra insomma che sia una città comunque viva, non solo per le ampie spiagge, ma anche in termini culturali; che per qualche motivo questo flusso creativo ed anarchico produca i vari D’Annunzio, Flaiano e Cascella e così via. E poi a sud del centro c’è una bellissima pineta, prontamente denominata “dannunziana” (ho visto almeno tre vie D’Annunzio, credo abbiano intitolato vie a tutti i suoi parenti fino al secondo grado), nella quale andrò presto a fare una passeggiata. E’ proprio di fronte allo stadio Adriatico: faccio prove per gli anni prossimi.

[tags]pescara, traffico, ristoranti, d’annunzio[/tags]

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giovedì 18 Giugno 2009, 22:13

Curiosità da Urbino

Urbino è una città universitaria: l’intera economia della città si regge sulle fotocopie. Ci sono più copisterie che bar per turisti!

Dietro l’agriturismo in cui stiamo, sul fianco di una collina, qualcuno ha scritto una enorme M con dei tratti di sassi bianchi. Non sono riuscito a controllare se sia visibile su Google Maps, per cui ci chiediamo dov’è che hanno poi scritto “USSOLINI”.

E’ apparentemente incomprensibile come mai abbiano deciso di costruire la grandiosa facciata del Palazzo Ducale, con tanto di torri e balconi, verso il nulla; al momento si affaccia sul teatro e poi su un parcheggio e un dirupo; sotto, l’inutile strada piena di curve che porta verso Sansepolcro, ma che nessuno fa più, perché conviene piuttosto tornare indietro e prendere la via della valle. In realtà, ho il sospetto che all’epoca dei duchi di lì arrivasse la strada per Roma.

A Urbino i locali ti prendono per il culo con la toponomastica: non solo ci sono da una parte via Balcone della Vita e dall’altra via Volta della Morte, ma quando riesci a farti la mostruosa salita che ti accoglie dal lato occidentale del centro, più o meno ripida come una pista da sci, la traversa che trovi in cima si chiama via Meta del Salire

Lo sport nazionale, da queste parti, è l’esibizione in cinquantino. L’altro giorno però ho visto una disciplina speciale: buttarsi giù su un cinquantino per una discesa ripida in mezzo agli alberi, verso uno strapiombo, senza casco, portando dietro la fidanzatina ancora senza casco. E’ chiaro che quelli che sopravvivono diventano Valentino Rossi!

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mercoledì 17 Giugno 2009, 23:55

Spostamenti

Ieri mi sono seriamente preoccupato: ci ho messo meno tempo ad attraversare in macchina Milano dallo svincolo di viale Certosa fino a viale Argonne che a circumnavigare un quarto di Torino da casa mia fino all’imbocco dell’autostrada di corso Vercelli. E’ vero che a Torino erano le 19:15 mentre a Milano erano quasi le 21, però è preoccupante lo stesso: cosa succede al traffico torinese?

In compenso il viaggio fino a Urbino è stato relativamente privo di eventi, se si esclude il mistero di come – all’area di servizio Bevano Sud sull’A14 – io sia riuscito a mettere 47 litri di gasolio nel serbatoio quando non ero nemmeno ancora entrato in riserva: probabilmente ad alcuni benzinai si applicano leggi della fisica dei liquidi diverse da quelle comuni.

Siamo qui per una conferenza, ospitata dalla locale università, che è intitolata a un signore di cui si sa solo il nome (Carlo Boh). La conferenza inizia domani, così nel pomeriggio abbiamo visitato il Palazzo Ducale e la mostra su Raffaello (un tizio che dipingeva piuttosto bene) e poi ci siamo concentrati sul punto principale, ossia decidere dove cenare.

Il primo posto provato (dopo dieci minuti di curve) ci ha mandati via, e così siamo andati fino a Urbania, un paesone in mezzo alle colline misterioso ma pieno di storia. Abbiamo mangiato all’Osteria del Cucco, segnalata da Osterie d’Italia; in apparenza, se vi parlassi di un posto dove il servizio è lento e alla buona (tipo un bicchiere solo per acqua e vino, tovaglia di carta ecc.), dove siedi con altri allo stesso tavolo e dove spendi 35 euro a testa per giro di antipasti, assaggio di tre primi e dolce, potreste pensare che non è un granché; invece, la cucina era davvero ottima oltre che molto interessante, con pasta fatta a mano e ricette piene di verdure locali, per chiudere poi con gelato e visciole (le ciliegine del posto) e un buon liquore sempre di ciliegie. Siamo usciti più che soddisfatti; quanto al servizio, stasera erano evidentemente in sofferenza per casini loro, ma la signora è stata molto simpatica.

C’è però un mistero; tornando indietro per curve e statali, ho visto un distributore automatico presso un benzinaio; mi sono fermato sperando che vendesse da bere, e invece vendeva profilattici e DVD porno. Dopo qualche chilometro, altro distributore e stessa cosa. Eppure non è una strada da camionisti: boh?

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mercoledì 1 Aprile 2009, 16:03

Pure il ponte

Oggi siamo in partenza: abbiamo chiuso le valigie e lasciato tutto in albergo, e passeremo l’ultima giornata girando il Metropolitan, almeno se le gambe ci reggono.

Infatti, ieri è stato il giorno del grande giro a piedi: siamo partiti dal nostro albergo che sta quasi a Central Park, abbiamo attraversato tutta Midtown fino al Chrysler Building e alle Nazioni Unite, poi siamo tornati indietro e siamo scesi per la Quinta Avenue e per Broadway, siamo andati a salutare Garibaldi all’università e poi giù attraverso Little Italy e Chinatown, poi la zona del municipio, Ground Zero, la riva bassa dell’Hudson, Battery, Wall Street, il Pier 17 e infine l’infinita rampa che porta sul ponte di Brooklyn, il ponte stesso (uno spettacolo) e la discesa dall’altra parte fino alla stazione della metro presso il Politecnico di New York.

Questa è una versione piuttosto approssimativa e per difetto, perché Google Maps non permette ancora di far passare i percorsi pedonali all’interno delle aree soltanto pedonali, come i parchi e l’Esplanade (la passeggiata sulla riva del fiume). Direi che fanno una ventina di chilometri, camminando dalle 10 alle 18 con molte foto ma poche soste; e poi, tornando con la metro C, siamo ancora scesi alla 34a Strada per andare da Macy’s a fare shopping.

Ieri sera infatti eravamo devastati e ci siamo accasciati sul letto: eppure stamattina siamo di nuovo pronti a fare chilometri. Poi però, quando sarò tornato a casa, non mi muoverò per un po’.

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martedì 31 Marzo 2009, 23:40

Andoma al Chrysler Building

Avvertenza: questo episodio potrebbe non essere avvenuto esattamente così come riportato.

Se devo scegliere un edificio che più di tutti simboleggia Manhattan, non ho dubbi e scelgo il Chrysler Building. Nonostante fosse abbastanza fuori mano rispetto al percorso previsto, oggi abbiamo deciso di deviare per andarlo a vedere: infatti avevamo un motivo speciale.

Dal Chrysler Building si rimane impressionati: l’eleganza della sua famosa punta d’acciaio si impone su tutta la città, e da vicino si possono scorgere anche le gargoyle d’acciaio in stile anni ’30 che sporgono dal sessantesimo piano. L’interno è ancora più impressionante; nonostante la base dell’edificio sia incredibilmente piccola, almeno rispetto al medio grattacielo di New York, l’atrio è tappezzato di marmi rossi e decorazioni metalliche in stile, mentre le guardie in uniforme bloccano l’accesso ai blocchi di ascensori, otto per ogni gruppo di piani, di cui il più guardato è il blocco centrale, quello che porta fino al settanta-e-rottesimo piano. Ma noi, oggi, sapevamo che non c’era più motivo di farsi intimidire.

Già, perché i giornali e i telegiornali qui riportano pudicamente che persino Obama dice che la Chrysler non può sopravvivere come compagnia a se stante, e in fondo in fondo, dopo le paginate sullo scandalo GM, informano che è stato concluso “un accordo di lunga durata” con “Fiat SpA, an Italian carmaker”. Ma noi sappiamo la verità, ce l’ha detta La Stampa: è la Fiat che ha comprato la Chrysler, vincendo un complesso di inferiorità durato un secolo.

E così, oggi sono andato a riscuotere: sono entrato nell’atrio senza bussare, con piglio marziale, e mi sono avvicinato all’ascensore presidenziale. La guardia – un nero gigantesco che aveva l’aria di chi in una vita precedente faceva lo sparring partner di Mike Tyson – mi ha guardato male, ma io gli ho subito fatto capire chi è il padrone adesso: “Piantla lì!” gli ho gridato, squadrandolo dall’alto in basso (operazione per la quale è stato necessario uno sgabello utilmente reperito in loco).

Lui sul momento non ha capito – probabilmente non aveva ancora letto La Stampa – e quindi ho provveduto a informarlo: “I l’oma catà nojauti, tuta sta ròba sì!”. Lui è rimasto un attimo sbigottito, come se non fosse sicuro di cosa intendessi dire, e allora – indicando col dito – ho specificato con maggiore precisione: “Tuta, tuta! Ij mòbil, le lampe, le pòrte, j’assenseur, ij tapirolan…” A quel punto ho visto la disperazione nei suoi occhi: passi per i mobili, ma quello no! Con un accento ancora incerto, come di chi ha studiato il piemontese tutto in una notte, mi ha risposto: “‘dcò ij tapirolan?”. Non ho avuto cuore di insistere, e ho preferito lasciargli la speranza di salvare almeno quelli.

Eppure i segnali sono ormai evidenti: nel cuore di Manhattan, nell’edificio simbolo dell’industria americana, il chioschetto non vende più hamburger, ma panini con le acciughe al verde; e il carrello degli hot-dog all’angolo è già stato sostituito da un carrello dei bolliti. Per fraternizzare, le guardie mi hanno offerto una scodella della nuova bagna caoda di Starbucks: sta in un contenitore di plastica con un tappo sintetico che mantiene caldo il contenuto, e che in cima ha un buco a forma di ciapinabò, per facilitare la puccia.

E questo è soltanto l’inizio! Stasera, soddisfatto, già mi vedevo le grandi aziende americane piemontesizzarsi: alla Piassa dij Temp le insegne luminose dicevano “Ernèst e Giovin”, “Citemòl”, “Café dla ròcia dura” e “Gran negòssi dla vérgin” (quest’ultimo però sta chiudendo). Ma forse era la bagna caoda di Starbucks che aveva troppo aglio.

[tags]viaggi, stati uniti, new york, chrysler, torino, fiat, piemontese, bagna caoda[/tags]

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