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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


mercoledì 5 Dicembre 2007, 17:42

Ritorno

Ho appena finito di chiudere la valigia; domani mattina, sveglia presto e aereo del ritorno.

Sono molto contento di essere venuto in Cina; è stato un primo contatto con un mondo affascinante, su cui c’è moltissimo da imparare. Mi è venuta voglia di imparare la lingua e comunque di tornarci per capirne di più.

Ci sono ancora molte cose che vorrei raccontare, anche se di solito succede che appena rimesso piede in Italia vengo avvolto dalle cose da fare e non riesco più a mettermi a scrivere. L’impressione che però si ha della Cina, vedendola da vicino, è piuttosto diversa da quella che noi occidentali ci aspetteremmo. Per certi versi non è molto diversa da quelli di un qualsiasi paese in crescita, e Pechino potrebbe davvero essere una qualsiasi città del Nord Europa, solo molto più estesa sia in orizzontale che in verticale, visto che siamo in Asia e la densità di persone negli agglomerati urbani è quella che è. E’ probabilmente la città più ordinata e sicura che abbia visto nei miei viaggi fuori dall’Europa; in confronto, le città degli Stati Uniti sembrano la peggior America Latina, piene di barboni, di degrado e di ricchi chiusi in torri d’avorio. Qui la ricchezza appena trovata è percepibile, ma non lo sono le disuguaglianze sociali (che pure ci sono); e la cosa che ti colpisce di più camminando per la strada è che praticamente tutti, ricchi e poveri, sembrano piuttosto contenti, e pieni di cose da fare.

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martedì 4 Dicembre 2007, 17:40

Cucina

Stasera ci siamo superati: siamo finiti in un ristorante di lusso (tipo 60 euro a testa, che per qui sono una cifra astronomica) dove ci hanno cucinato teppanyaki davanti agli occhi, con tanto di esibizione acrobatica con coltelli e macinapepe, e ho persino assaggiato il manzo di Kobe, che effettivamente è molto particolare, con il grasso e la carne tutti mescolati, e si scioglie veramente in bocca.

Ma la cucina qui è in generale buona: nulla a che vedere con il cinese che si mangia in occidente (tranne che a Vancouver, dove avevo mangiato della cucina cinese vera). E’ fatto con ingredienti freschi, pesce carne uova e verdura, e ha un sapore vero, di cibo, non come la roba precotta che prendiamo noi, e che è in realtà l’equivalente di una pizza surgelata.

Uno dei picchi di piacere è stato il pesce in casseruola cotto sotto la montagna di peperoncini rossi che devo aver già menzionato qualche giorno fa; ma la cosa più particolare è stata il beijing pancake mangiato sotto la Grande Muraglia, in una bancarella in mezzo alla via. Ho anche il filmato della preparazione (che non ho ancora scaricato) – in pratica è un pancake coperto da uno strato di uovo, poi con un po’ di cavolo e con una roba croccante dentro, che non ho capito cos’è ma potrebbe essere fritto di fritto con fritto. Tutto ciò, oltre a costare un euro e mezzo, era buonissimo, anche se poi ho dovuto abusare di Dissenten per calmare il mio stomaco.

Peccato però che la cucina pechinese sia uniformemente basata su due elementi profusi in abbondanza, cioè salsa di soia e aglio tritato. Ad esempio, stasera il contorno della bistecca erano circa quaranta (non scherzo) spicchi d’aglio fritti. Oppure, l’altra sera uno di noi ha ricevuto una insalata composta per metà di fagioli e per metà di aglio tritato.

Così dopo un po’ ci è venuta nostalgia, e quindi abbiamo sbracato, siamo andati nella zona dei locali vicino alla stazione della metropolitana e ci siamo infilati nel Bravo, un fast food italiano. Ebbene, l’ambientazione lasciava qualche dubbio – sulle scale c’erano due gigantografie, una della Torre di Pisa e l’altra di un castello della Loira – e invece, non ci crederete, la pasta era pasta, e sarebbe stata passabile persino in un bar o tavola calda in Italia. La pasta al pesto aveva persino i pinoli, ed erano proprio pinoli! D’altra parte i cinesi copiano tutto alla perfezione, vuoi che non siano capaci a copiare la pasta al pesto?

[tags]manzo di kobe, pasta, beijing pancake, grande muraglia, dissenten, cina, cucina, cu[/tags]

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lunedì 3 Dicembre 2007, 17:02

L’inutilità del software libero

Il motivo per cui sono venuto in Cina è l’acquisizione di un prodotto software per Internet, che una azienda cinese ha realizzato (mettendoci una decina di sviluppatori per due-tre anni) e che ora vorrebbe cedere.

Il prodotto è bello e funziona bene, è parecchio avanzato e anche tecnicamente all’avanguardia – certamente più degli equivalenti progetti europei e americani. Però ha un difetto: per ora, l’unica implementazione disponibile utilizza i formati multimediali di Windows Media e gira solo come plugin per Internet Explorer su Windows. Per cui, ovviamente, siamo arrivati con le nostre richieste per chiedere se ci facevano anche il porting.

Abbiamo così dato vita a una conversazione surreale con l’amministratore delegato e il direttore tecnico di questa azienda cinese, che suonava più o meno così:

Italia: “Dunque, vorremmo però che il sistema utilizzasse anche Flash, non solo Windows Media.”

Cina: “Flash? Sì, ne abbiamo sentito parlare, ma perché volete usare Flash? Tanto i computer hanno già tutti Windows Media.”

Italia: “Beh, no, non tutti, dipende dal sistema operativo… e poi anche il browser cambia, ci servirebbe che funzionasse anche dentro Firefox.”

Cina: “Firefox? Una volta l’abbiamo visto, ma qui da noi non si usa, se volete lo guardiamo meglio…”

Italia: “Sì perchè, sapete, ci servirebbe davvero che il sistema funzionasse con altri sistemi operativi, non solo con Windows.”

Cina: “Certo, ma è già così: funziona anche con Windows Vista.”

Italia: “Ok, abbiamo capito, ma a noi interesserebbe farlo funzionare sui Macintosh.”

Cina: “Macintosh?? Cos’è?”

Italia (mostrando iBook): “Ecco, questo, vedi… il sistema operativo è una variante di Unix.”

Cina: “Unix?”

Italia: “Non usate Linux?”

Cina: “Linux?”

Il punto è peraltro ovvio: in un paese dove la proprietà intellettuale è un concetto alieno, e dove – come da noi una decina di anni fa – il software è quasi sempre copiato e si trovano facilmente CD pirata a prezzo stracciato ovunque, tutti hanno Windows, Internet Explorer e Windows Media; non c’è alcuna necessità di utilizzare altro. Il software libero quindi è una idea incomprensibile ai cinesi, visto che “free as in free beer” il software lo è già, e “free as in free speech” è un concetto culturalmente alieno.

L’unica spinta che sta cominciando a portare Linux da queste parti è, paradossalmente, proprio il fatto che gli occidentali comincino a insistere seriamente perché i cinesi smettano di copiare il software, oltre alla naturale avversità che i cinesi hanno (e che dovremmo avere anche noi) verso l’idea di una emorragia di soldi in licenze verso gli Stati Uniti.

[tags]cina, software libero, windows, linux[/tags]

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domenica 2 Dicembre 2007, 17:09

La Grande Muraglia

Oggi siamo stanchissimi: qui è mezzanotte, domani mattina ho la sveglia alle otto e un quarto e in teoria ho anche un’altra sveglia alle tre e mezza di notte per seguire in streaming Toro-Genoa (ma ammetto che potrei dare forfait).

Oggi io e il mio socio (gli altri due del gruppo erano stanchi e sono rimasti in albergo) siamo andati prima alla Grande Muraglia e poi al Tempio del Paradiso; e la giornata ha dato un senso al nostro viaggio. Credo infatti di avere cominciato a capire alcune cose della cultura cinese, per quanto lo si possa fare al terzo giorno di incontro.

Alla Grande Muraglia, tratto di Mutianyu, arrivi prima per una moderna autostrada a tre corsie – le corsie peraltro sono irrilevanti, ci si stringe e ci si infila come in un videogioco – che ha un costo occidentale, due euro per quaranta chilometri; poi per una bellissima strada di campagna che si snoda sulle pendici di una montagna costeggiando un lago e sembra Svizzera; è fiancheggiata da due strette file di pioppi che sono state dipinte per mezzo metro di bianco per fare da paracarro. Poi si attraversano un paio di villaggi di campagna, più che dignitosi e pieni di lampioni alimentati da pannelli solari, e si risale per un po’ una valle; e poi all’improvviso si vede là, proprio sulla cresta delle alte montagne, la muraglia che si staglia sotto il cielo e si estende a perdita d’occhio, con tanto di diramazioni e torri di guardia sulle montagne circostanti.

Per fortuna c’è una funivia per salire; in cima il cielo è terso e non c’è una nuvola, e l’aria sa già di ghiaccio, proprio come sulle nostre montagne (anche se qui siamo solo a un migliaio di metri di quota). Ci vuole un po’, magari anche un’ora di camminata in cima al muro, per capire perché è così straordinario, visto che anche noi abbiamo le nostre montagne e anche noi abbiamo le nostre fortificazioni, che non saranno lunghe settemila chilometri e costruite senza sosta per diciotto secoli, ma sono comunque imponenti.

Eppure ce l’aveva detto il nostro autista, prima di lasciarci andare: “you should walk by foot, it is good for body and soul”, e noi a guardarlo senza capire, “sure, sure”. Certo si fa una fatica notevole, perché il muro non è mai piatto, ma continua ad andare su e giù, ora di poco, ora ripidamente, per sequenze infinite di piccoli scalini.

E però è proprio quella la rivelazione, ciò che non si nota ma è la radice della perfezione di questo monumento; il fatto che non una pietra, non una roccia della montagna siano state tagliate o spostate per far passare il muro. La costruzione è adagiata sui monti come una corda sulla schiena di un dragone; ne segue le sinuosità naturali senza mai interferire con esse. Anche quando ciò costringe il muro a impennate quasi verticali, non c’è mai un terrapieno, un livellamento, uno sbancamento, una variazione di altezza o di spessore, a parte le casupole quadrate, semplici eppure meravigliosamente decorate, poste ad intervalli pianificati con tale cura da non farsi notare, ovvero là dove non disturbano la forma della montagna.

C’è una placca a un certo punto del sentiero che ritorna alla base della funivia, che spiega che la Grande Muraglia è bella perché è armoniosa. A prima vista sembra una di quelle affermazioni incomprensibili che si ottengono quando gli orientali traducono le proprie frasi – sequenze di concetti rappresentati per immagini – in modo letterale: arrivi al fondo e hai capito tutta la frase, ma non l’hai compresa. Bisogna arrivare in cima alla Grande Muraglia, faticare sui gradini e insieme respirare il vento e insieme ammirare la vista e insieme dimenticarsi ciò che si è, per capire cos’è l’armonia, l’unione e l’equilibrio perfetto di sostanza e spirito, di sé e di altro da sé, di individuo e natura; talmente perfetto da risultare ovvio, invisibile come uno zero, come due onde uguali ed opposte in totale sincronia.

A quel punto tutto è in discesa; anche il Tempio del Paradiso non è più un insieme di pagode a caso, ma una escrescenza naturale del terreno, anche se costruita dagli uomini. Si capisce perché un nuovo quartiere di lusso venga pubblicizzato come la sede per una “flawless life”, ossia una vita in cui nulla turbi l’armonia. Il termine “armonioso” compare ovunque: solo due settimane fa all’IGF i cinesi organizzarono un workshop su come realizzare una “harmonious Internet”, e tutti noi occidentali a ridergli dietro, o peggio ad accusarli che il termine nascondesse soltanto desideri censori. In realtà, temo che a noi manchi una intera categoria dello spirito.

[tags]cina, pechino, grande muraglia, mutianyu, tempio del paradiso, armonia[/tags]

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sabato 1 Dicembre 2007, 18:14

Perché la Cina è un grande Paese

Perché puoi andare a visitare il mausoleo di Mao mentre sta chiudendo, e una delle innumerevoli guardie all’ingresso ti noterà e, nello spirito di servizio tipico del dipendente pubblico comunista, si farà in quattro pur di servirti, gridandoti di seguirlo, e attraversando la strada col rosso pur di portarti in tempo al deposito borse per lasciare la macchina foto, e poi riattraversando di corsa, e poi portandoti fino all’ingresso, e poi, nello spirito imprenditoriale tipico del commerciante, chiedendoti una mancia di 10 euro, e tu gliene darai uno, con reciproca soddisfazione: servizio pubblico svolto alla grande, e economia privata spinta altrettanto alla grande.

Perché negoziano duro, ma senza richiedere le due ore di paziente conoscenza reciproca ed esposizione dei propri alberi genealogici davanti a un tè che ti richiedono i marocchini; bastano due minuti per “135 euro!” “No, 7 euro.” “120 euro!” “No, 7 euro.” “100 euro!” “No, 7 euro.” “Ma stai scherzando, vale proprio 100 euro!” “No, 7 euro.” (Pausa) “Ok, 15 euro!” “No, 7 euro.” “Ma dai, dammi almeno 10 euro!” “No, 7 euro.” “Allora niente.” “Ok, niente” (io mi allontano, la venditrice dopo un attimo mi insegue) “No aspetta, facciamo 8 euro, 8 euro e te ne vai dai!” “Va bene, 8 euro perché sei simpatica.” “Ok, affare fatto!” (e lei comunque ci ha guadagnato lo stesso un margine del 300%: era un pashmina misto seta, e io probabilmente potevo partire da 5 euro o anche meno).

Perché trovi ragazzi di trent’anni che ti dicono che lavorano dieci ore al giorno per sei giorni alla settimana, e lo dicono con orgoglio, non con scazzo.

Perché se a mezzanotte e mezza decidi che il giorno dopo vuoi vedere la Grande Muraglia ma non hai voglia di partire con il pullman delle 7,30, c’è un numero di telefono attivo 24 ore su 24 dove uno che parla inglese ti prenota una macchina con autista anglofono per il mattino dopo alle 9,30 sulla porta dell’albergo; e se tu non sei sicuro di come si pronunci il nome del tuo albergo in cinese, ti chiede il numero di telefono (una chiave numerica che si scrive allo stesso modo in entrambe le lingue e molto facile da comunicare anche in inglese) per usarlo come chiave unica di ricerca e verificarlo.

Perché se proprio non riesci a farti capire, c’è una ditta privata che fornisce 24 ore su 24 anche un servizio di traduttore simultaneo via cellulare.

Perché i venditori del mercato ti prendono per braccio per cercare di portarti dentro il loro stand, ma nessuno si è mai avvicinato con le mani alle mie tasche.

Perché puoi telefonare per venti minuti da una cabina a un cellulare per circa quindici centesimi di euro, e non ho visto pubblicità di suonerie da nessuna parte.

Perché puoi andare al ristorante e ordinare da una fotografia una teglia di pesce, aglio e peperoncino, ed è proprio così, una grossa teglia di metallo servita sul tavolo insieme a pietre calde per tenerla in temperatura, nella quale ci sono due grossi pesci al forno sommersi da centinaia di piccoli peperoncini rossi e svariate teste d’aglio spezzettate; essi galleggiano in un olio rosso rubino, e sfidano la sopportazione dell’essere umano occidentale, ma superato l’impatto iniziale (cosa che nessun altro al tavolo ha fatto, e me ne vanto) si rivela uno dei piatti di pesce più buoni che abbia mai mangiato – e costava cinque euro e mezzo in un buon ristorante.

Perché qui nei mercatini compri la stessa identica roba che compri in Italia, dai vestiti all’elettronica spicciola, ma la paghi dal 50 al 99 per cento in meno.

E poi è grande perché ci devono stare dentro un miliardo e trecento milioni di persone, e che diamine!

[tags]cina, mao, grande muraglia, cibo[/tags]

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venerdì 30 Novembre 2007, 15:19

Impatto su Pechino

Il viaggio per la Cina è devastante; perché è verso est, e quindi il corpo lo regge molto peggio, trovandosi a fare i conti con due giornate sostanzialmente fuse in una sola da 41 ore. Sull’aereo, complici le chiacchiere con i compagni di viaggio e la scomodità dell’economy, ho dormito a malapena un’ora; così oggi sono stato uno zombi, come peraltro anche gli altri. In più, il volo da Malpensa era in ritardo, e mentre noi abbiamo preso la coincidenza al pelo (ci hanno anzi aspettato per una decina di minuti) i nostri bagagli non ce l’hanno fatta; così li aspetteremo fino a domani sera.

Il primo impatto con Pechino – limitato peraltro all’aeroporto, ai quartieri universitari della zona nordovest e al Palazzo d’Estate – è stato comunque molto interessante. Tutto è enorme, ma la città non è affatto sovraffollata, sporca e caotica come le altre metropoli asiatiche che ho visto; i palazzi sono alti (20-30 piani sono la norma) ma distanziati, come torri che emergono da una piana coperta tutt’al più da piccole costruzioni a un piano solo, residui del passato che vengono via via sostituiti da vetro e acciaio o in subordine da muratura e piastrelle eleganti, collegate da strade a quattro o otto corsie ciascuna con isolati da mezzo chilometro l’uno. E il nostro albergo è praticamente un quartiere, con nove palazzine che ospitano almeno un migliaio di stanze di vari livelli di comfort.

Insomma, l’impressione è di ordine e benessere, anche se l’ordine esclude il traffico, dove si vedono grovigli di auto, bici e pedoni modello Nordafrica: è la prima volta che vedo una torma di bici attraversare tutte insieme in svolta a sinistra un gigantesco incrocio, e in mezzo alle bici si aggiungono svariati pedoni che attraversano in diagonale, usando le bici come scudo, e quindi correndo per rimanere insieme a loro; e in tutto ciò il colore del semaforo è sostanzialmente irrilevante, si va a clacson e portellate. L’ordine invece include una selva di telecamere, decine a ogni incrocio, appese sui palazzi, nei parchi, ovunque.

L’altra cosa che colpisce è che in giro si vedono solo giovani indaffarati che corrono a frotte; gli anziani sono pochissimi, e da nessuna parte c’è gente ferma a far niente; per quanto in qualsiasi negozio ci siano almeno cinque commessi per ciascun potenziale cliente, sono tutti attivi, dinamici, inarrestabili. Di conseguenza, l’assalto fastidioso di massa è la modalità commerciale comunemente usata con l’occidentale; un ragazzo di un negozietto di computer ci ha inseguiti per tre piani del centro commerciale, sempre dicendo “come on, sir, follow me, we good prices” (questo era già uno che parlava inglese benissimo). Mentre al Palazzo d’Estate una ragazza ci ha abbordati mentre scendevamo dal taxi, ha negoziato un quindici euro di onorario, e ci ha guidati in buon inglese per due ore di visita, con soddisfazione reciproca e quindi ulteriore mancia.

E’ peraltro vero che Pechino è la capitale imperiale, e vive da millenni di burocrazia; ce ne siamo resi conto compilando i moduli per il reclamo delle valigie, dove ci hanno chiesto informazioni chiaramente inutili – come il peso della valigia, la carta di imbarco del Milano-Francoforte, o il numero di carta Miles&More – semplicemente perché erano previste dal formulario statale. Certo, immagino che chi sgarra finisca male, per cui capisco anche il desiderio di essere ligi alla lettera. Eppure come si possa non solo tenere insieme una società di queste dimensioni, ma anche farla crescere al dieci per cento l’anno e oltre, coniugando una evidente ricchezza con la pace sociale e con disuguaglianze di classe che per ora mi sono sembrate nettamente inferiori alle nostre, è un mistero che merita di essere approfondito.

Nel frattempo, nonostante sia praticamente impossibile comunicare e si senta un po’ il rischio di rimanere persi da qualche parte, ho constatato come l’ambiente non sia affatto intimidente; sarà per la sensazione di sicurezza, sarà per il sorriso che quasi tutti ti mostrano, ma la tentazione di restare chiuso in albergo – che spesso ti assale in posti come gli Stati Uniti o il Brasile – qui proprio non c’è.
[tags]cina, pechino[/tags]

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domenica 25 Novembre 2007, 17:23

Oooooohh…

Eccola, finalmente in questi giorni è arrivata:

DSC01201s.JPG

Solo con Star Alliance quest’anno ho fatto oltre 120.000 miglia, senza contare un intercontinentale con Iberia e due con Air France/KLM, e così mi è arrivata la carta oro di Miles & More. Non è tanto questione dei voli gratis che potrò prendere con le miglia, ma di comodità: già con la carta business (argento) potevo accedere alle lounge, e quindi a cibo e bevande gratis, giornali, poltrone, docce, e uno spazio comodo dove trascorrere le due o tre ore di attesa che talvolta ti capitano. Con la carta oro, si può entrare in qualsiasi lounge Star Alliance con un accompagnatore e usufruire dei check-in di first class anche viaggiando in economy, per non parlare del fatto che ti garantiscono la possibilità di comprare un volo, purché in classe a prezzo pieno, fino a 48 ore prima della partenza anche se il volo è già pieno; in altre parole, buttano giù dall’aereo qualcuno che ha già comprato il biglietto pur di far posto a te.

Certo, ai miei amici ogni tanto arriva un bambino, mentre a me arriva la carta Senator di Lufthansa: dovrei trarne indicazioni?

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domenica 11 Novembre 2007, 09:21

Ecofobia

Anche a Rio, come a San Paolo, il traffico è formidabile. Già pensavo di essere stato fortunato, perché pur essendo venerdì sera la superstrada dall’aeroporto era sgombra, e il tunnel – quello che collega il retro del centro con la laguna, tagliando fuori Flamengo, Botafogo e Copacabana – era piuttosto scorrevole. Eppure, l’autista poi ha scelto il lato est della laguna, e io mi sono stupito, perché avrei fatto il lato ovest, e ho fatto bene a dolermi perché anche il lato est era bloccato, e di lì sono stati quarantacinque minuti a passo d’uomo.

I brasiliani sono l’unico popolo che possa competere con gli italiani quanto a scioltezza di guida. Ci si sportella, ci si infila, ci si lascia passare con regole non scritte – immissione a traffico fermo, la precedenza non conta: uno da destra e uno da sinistra, uno da destra e uno da sinistra… Poi si scopre che il lungomare è un’unica enorme fila di auto strombazzanti, e perché? Perché alla fine di Ipanema e Leblon il vialone a mare a tre corsie lascia il posto a curva e controcurva in salita, una corsia per senso di marcia a picco sul mare, e l’imbuto crea code infinite.

E’ l’Avenida Niemeyer, ed è spiccicata uguale identica all’Aurelia di Capo Noli, che attornia la montagna a strapiombo e strapiomba sul mare. E anche qui, dopo un po’ di curve, si doppia il capo e c’è la baietta, ed è una baietta bellissima, perché qui non sono liguri, e non l’avranno certo sfigurata, e…

…e proprio in mezzo alla baietta, nel centro esatto dell’arco, spunta un parallelepipedo di cemento grigio alto ventisei piani. Non due, non tre, ma ventisei, con i piedi nell’acqua e la schiena contro la montagna, separata solo dalla strada. Una roba che disturberebbe il senso estetico persino a un babbuino cieco, che fa sembrare ecologicamente corretto persino l’ecomostro del Fuenti, che riabilita intere generazioni di geometri di Pietra Ligure.

E c’è di peggio: quello è il mio albergo.

Naturalmente, dall’interno la vista è magnifica, e la mia stanza al vigesimo segundo andàr ha una prospettiva notevole (anche se è scrostata, sporca e con la vernice data male – ve l’ho detto che per i brasiliani fare le cose bene per intero è impossibile). Ma non mancherò di sentirmi in colpa, anzi sognerò Lisa Simpson che mi fa un cazziatone. Quando ci vuole ci vuole.

[tags]rio, brasile, ipanema, traffico, ecomostro, geometri di pietra ligure, lisa simpson, cazziatone[/tags]

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sabato 10 Novembre 2007, 16:28

Valute speziate

Ecco la versione inglese del modulo di dichiarazione doganale che il Brasile fa compilare a tutti gli stranieri in ingresso. Io ho soltanto aggiunto la freccia.

brazil_dogana.jpg

Spero di non aver messo il portafogli troppo vicino al barattolo del curry.

[tags]brasile, dogana, curry, signspotting[/tags]

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sabato 10 Novembre 2007, 13:28

Impatto su Rio

Arrivare a Rio è sempre impressionante. Ci sono varie cose che ti colpiscono: innanzi tutto il paesaggio meraviglioso, lunare; è come se avessero tirato a caso pietre sabbia legno e acqua in una cassetta, e poi li avessero agitati fino a farli incastrare in modi assurdi, con promontori verticali che spuntano in mezzo a lagune e spiagge infinite.

E poi la povertà, il terreno edificabile ricoperto per ogni dove di casette di mattoni o di lamiera, arrampicate sulle colline a perdita d’occhio. Dall’aeroporto al centro e oltre, verso le zone ricche di Copacabana e Ipanema, hanno costruito venti chilometri di superstrada sopraelevata: sei corsie di cemento a quindici metri d’altezza, direttamente sopra le casupole delle favelas. Era l’unico modo per evitare il brigantaggio, e il circondario è talmente degradato che una sopraelevata sopra il tetto di casa non peggiora sensibilmente le cose.

E poi la disorganizzazione creativa; creativa perché ci vuole ingegno a far funzionare così male le cose. All’aeroporto, per esempio, non hanno come in tutto il mondo un nastro di consegna bagagli che esce dal deposito e vi rientra, con una parte dietro il muro su cui vengono scaricati i bagagli; sarebbe stato troppo efficiente.

Hanno invece un nastro circolare nella sala, che in un punto passa vicino al muro. Lì si apre un passaggio dal quale esce un altro nastro, orizzontale, che si immette sul primo con un angolo di circa trenta gradi. Per permettere l’immissione, l’ultimo pezzettino di questo nastro – la corsia di immissione – è separato e scorre a una velocità pazzesca, per cui le valigie che provengono dal deposito, finendovi sopra, vengono scagliate con una forza tremenda sul nastro della sala, tanto da urtare il bordo dall’altro lato e spesso rischiare di ribaltarsi e cadere oltre; qualcuna s’è aperta e spatasciata.

Pertanto, con questo sistema, bisogna evitare lo scontro violento tra le valigie in immissione e quelle già sul nastro principale; per cui ci hanno messo una pezza mediante un omino che, a mano, ferma e riaccende il nastro di immissione, facendolo partire solo quando il nastro principale è libero. Vista però la potenza del lancio, il movimento è molto impreciso, per cui bisogna che vi sia un notevole spazio libero per poter attivare l’immissione. Nel contempo, però, il nastro principale è assolutamente insufficiente a contenere tutte le valigie di un volo intercontinentale, e perdipiù la maggior parte della gente resta bloccata a lungo al controllo passaporti; in pratica, dopo cinque minuti il nastro principale è pieno, il nastro di immissione è sempre fermo e lo scarico dei bagagli si blocca.

A questo punto, serve una ulteriore pezza: ecco quindi un altro omino che, sul nastro principale, preleva le valigie che hanno già fatto un paio di giri, le toglie, e le butta a caso in mezzo al salone, creando vari mucchi. In più, se nemmeno questo basta, un po’ di valigie vengono scaricate sul nastro adiacente, naturalmente senza alcun tipo di segnalazione o di annuncio.

In sostanza, passerete venti minuti girando tra due nastri e tre o quattro mucchi di valigie, in mezzo a torme di gente disperata come voi, sperando di intercettare il vostro bagaglio prima che se lo freghi qualcuno.

Per fortuna che alla fine c’è un aiuto insperato: mentre prendo la valigia arriva un SMS da Roma per avvisarmi che l’Ambasciata ha mandato una automobile per portarmi all’albergo, tutta per me. Uèila, qui non ci facciamo mancare niente! Peccato che l’auto dell’ambasciata fosse dal meccanico, per cui sono arrivati con la Gol(f) della cugina dell’amico di qualcuno, o qualcosa del genere… ad ogni modo, applausi per la capacità di arrangiarsi: gli americani mica ci sarebbero riusciti.

[tags]rio, brasile, aeroporto, consegna bagagli, idiozia applicata alla tecnologia[/tags]

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