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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


venerdì 9 Novembre 2007, 09:30

Lisbona

Non ero così sicuro di aver fatto bene a scegliere il pernottamento a Lisbona invece che a Roma (un pernottamento ci andava comunque, perché il volo TAP per Rio – il più scontato che esista, visto che pagano i contribuenti – è troppo presto al mattino). Oltretutto, i miei amici di Lisbona sono via ed ero quindi da solo.

Invece, sono stato ampiamente ripagato della scelta. Lisbona mi ha regalato una giornata eccezionale, con una ventina di gradi, un po’ di brezza di mare, e un sole caldo in mezzo a qualche nuvola striata. Tra tutto, sono arrivato in Praça do Comercio che erano già le cinque, e iniziava a tramontare. Ed è stato un bellissimo tramonto, con gli uccelli sull’estuario del Tago e il sole a scendere sul Ponte 25 aprile e sulla statua del Cristo.

Ma il momento veramente unico è stato dopo essermi arrampicato sopra Alfama, fino al belvedere di Santa Lucia e poi alla statua di san Vincenzo; lì il sole era proprio agli sgoccioli, e il panorama sulle case fitte del borgo vecchio, arrampicate su per la collina, con dietro il fiume che è già un mare, era veramente unico; così come unica è stata la discesa per i vicoli tortuosi, attraverso strade deserte e già buie, interrotte improvvisamente da qualche scalinata, da qualche piazzetta, da una vecchietta seduta in mezzo alla strada davanti all’uscio di casa, da qualche albero ostinato, da una chiesa bianca e barocca dove pochi parrocchiani assistono alla messa; giù fino a sbucare d’improvviso nella piazza del museo del Fado, che dentro non ha nulla di veramente interessante se non la nostalgia terribile di questa musica meravigliosa.

Lisbona è unica tra le città di mare europee; ha quel che di magico che Genova o Barcellona hanno quasi interamente perso da decenni, in mezzo alle ristrutturazioni e alle trasformazioni dei loro centri storici alternativamente in bassifondi o in zone turistiche alla moda. Lisbona sa di antico, di storie ed avventure immutate da secoli. A Lisbona nel centro storico abitano ancora vecchi e bambini, e trovi ancora il verduriere o il bar infilati in un buco a pianterreno dove non entrerebbe nemmeno un televisore al plasma, figurarsi il regolamentare locale trendy da metterci attorno. Vedi ancora i panni stesi tra le case e le torme di ragazzini che giocano a pallone, in pendenza, su una scalinata o sul sagrato della chiesa.

Lisbona è un miracolo triste, sospesa in una luce abbacinante riflessa dalla pietra bianca e dalle mille piastrelle azzurre e verdi che foderano le case, in uno stile che esiste solo qui. E’ triste perché è il confine del mondo sull’oceano, e mentre in Irlanda più vai a ovest e più la terra si scioglie pian piano nella nebbia, in laghi che diventano mare, in montagne che diventano scogli, a Lisbona la terra finisce in modo netto, e per andare oltre ci vuole coraggio, e c’è un pedaggio da pagare; è di questo che parla il fado, di passione e lontananza immanenti su un intero popolo. Forse tutto questo è ancora più evidente in un giorno di mare d’inverno d’estate come quello di ieri.

Non riuscirò a descrivere la sensazione, nè basteranno le foto (che peraltro metterei su, se avessi un attimo; potrei anche revitalizzare il fotoblog), e quindi vi lascio e vado a finirmi i miei pastel de nata; il dolce tipico del posto, visto che a Lisbona c’è un ristorante ogni cento metri, e una pasticceria ogni cinquanta. Si tratta di un cestello di millefoglie riempito di una specie di crema pasticcera, possibilmente calda; io non ho resistito e ho comprato la confezione da sei, per mangiarla in albergo. C’erano solo cento metri tra la pasticceria e la stazione della metro del Rossìo, ma a metà strada avevo già ceduto, e aperto il pacchetto. Ne ho mangiati quattro di fila e per tutta la sera, come un bimbo, sono stato piegato dall’inevitabile mal di pancia; ma ne valeva la pena.

[tags]lisbona, alfama, fado, pastel de nata[/tags]

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domenica 4 Novembre 2007, 10:05

Pomeriggio a Santa Monica

La cosa positiva dei trasporti pubblici della città di Santa Monica è che una delle loro quattordici linee ha una fermata proprio davanti al mio albergo – che pure si trova a una dozzina di chilometri dai confini della suddetta città – e ne ha altre ad ogni angolo della Quarta Strada, proprio accanto alla Third Street Promenade e vicino al famoso molo di Santa Monica.

La cosa negativa dei trasporti pubblici della città di Santa Monica è che all’andata, con una frequenza annunciata di un bus ogni quindici minuti, ne ho attesi ventidue; al ritorno, con una frequenza di un bus ogni venti minuti, ne ho attesi cinquanta… per poi fare i 55 minuti di viaggio in piedi, in un pullman strapieno, dove ad ogni fermata era il delirio.

Ma me la sono voluta, ho preso gli autobus in America… e d’altra parte il viaggio è costato in tutto un dollaro e mezzo contro i sessanta che avrei speso in taxi. In più, ho avuto modo di fare un confronto interessante: all’andata infatti sono uscito attorno alle 15, e quindi il pullman era pieno di studenti (avete mai notato che ora segna l’orologio nei fumetti americani, quando suona la campanella?). Solo che alla high school di Westchester sono salite essenzialmente ragazzine nere di stazza cetacea e qualche ispanica derelitta, mentre a Santa Monica High sono salite tre diciottenni alte, bionde, truccatissime e con le tette già rifatte (il rifacimento di tette e/o naso qui è il tipico regalo dei 18 anni per chi non ha problemi di soldi).

La spiaggia di Santa Monica è comunque bellissima, specialmente in questa stagione, quando è quasi deserta (non del tutto però, anzi c’erano gruppi che facevano il bagno). E’ talmente enorme – ci saranno tranquillamente tra i duecento e i trecento metri di spiaggia, tra la fila di case sotto lo strapiombo e il mare – che è facile ritrovarcisi completamente soli, attorniati dalla sabbia piena di tracce di quad e di zampe di uccelli, nel silenzio assoluto, rotto appena dal vento, dal mare e da qualche gabbiano.

Certo, poi poco più in là c’è David Hasselhoff uno vestito come David Hasselhoff che esce dal regolamentare gabbiotto del baywatch e, dalla noia, insegue i turisti per farsi fotografare con loro. Io mi chiedo invece come facessero a girare le scene di corsa di Pamela Anderson: probabilmente cementavano la sabbia, perchè è talmente fine e alta che ci si sprofonda dentro, e si riesce a malapena a camminare, figurarsi a correre, e figurarsi a correre con quella distribuzione dinamica di pesi sul davanti che ballonzolano in modo scomposto.

Anche il centro commerciale all’aperto è piacevole, voglio dire, più della media del centro commerciale americano. Il fulcro della Third Street Promenade è ovviamente l’Apple Store, nel quale ho incontrato almeno una decina di partecipanti al meeting di ICANN. Ho giochicchiato con l’iPhone, che è davvero bellissimo, se non fosse che, con quella tastierina, è assolutamente impossibile scrivere un SMS; ci ho provato varie volte, senza riuscire ad andare oltre a “CIQL MSBNA”. In più, l’oggetto è coperto da mezzo centimetro di grasso e ditate; capisco che è quello in esposizione, ma non oso pensare che ne sarebbe di uno di essi tra le mie mani. Alla fine non ho comprato niente, perché è vero che costa tutto il 30% in meno, ma tra il rischio dogana, la difficoltà di scaricare l’IVA e la spina da sistemare mi sembrava che non ne valesse la pena.

Il resto della promenade sono negozi di abbigliamento, cinema e ristorantini; io sono andato prima a comprare libri da Barnes & Noble, e poi pantaloni da Macy’s, e poi ho cenato al fast food cinese, con dell’ottimo manzo al pepe in mezzo a noodles e pollo ai funghi. E nel frattempo è scesa la notte, e mi sono divertito a guardare un po’ la vita che mi scorreva attorno, prima di fare amicizia con una vecchietta brasiliana che aspettava il mio stesso pullman. Ha otto figli, di cui un paio a L.A., un altro paio a San Francisco, e uno che fa il militare a Padova, con l’uniforme e tutto quanto, e un altro che si è trasferito da poco a Roma, e un marito che è mancato da poco, e la capacità di indovinare al volo da dove vengo e il mio segno zodiacale, e poi sparirà nella notte a una fermata qualsiasi, e però avrà avuto un senso lo stesso.

[tags]santa monica, iphone, david hasselhoff, pamela anderson, third street promenade[/tags]

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giovedì 1 Novembre 2007, 19:00

Taxi o scherzetto

In questo momento sono sul palco, in mezzo al webcast del Public Forum di ICANN. Spero però che non stiate guardando: ho una faccia…

Ieri, difatti, era la nostra unica serata libera, ossia priva di una cena di lavoro con questa o quella constituency; io e una manciata di altri membri del Board ci siamo aggregati alla cena organizzata dai gestori di ccTLD, per gozzovigliare, spettegolare e passare una buona serata.

Siamo finiti al ristorante Chart House di Marina del Rey, che per chi non è del posto è non solo la zona di L.A. dove si trova l’ufficio di ICANN (ma non il meeting, che è qualche chilometro più giù, vicino al LAX), ma una delle zone più “in” ed esclusive, essendo costruita attorno a un grande porto turistico pieno di yacht di lusso. Il ristorante si trova proprio su una delle propaggini che si spingono verso il mare, con le barche sui lati e una fila di esclusivissimi condomini di lusso nel mezzo, circondati da palme e altri alberi. Insomma, un bellissimo posto, ma completamente deserto, tanto è vero che pur essendo la sera di Halloween non si vedeva in giro nemmeno un cane: se gli angelini lo festeggiavano, lo festeggiavano altrove.

La cena è stata interessante, e ho chiacchierato prima con Thomas Narten, il membro del Board che rappresenta la IETF, e poi con Paul Twomey, il gran capo in persona, che ha raccontato storie sulle piane australiane in cui è nato. Poi, verso le undici e un quarto, ci siamo alzati e – a parte Twomey, che era in macchina – siamo usciti per attendere i taxi: un certo numero, visto che eravamo una trentina abbondante.

Peccato che dopo mezz’ora fossimo ancora lì, e non si fosse visto niente. A quel punto sono partite multiple telefonate; tre diverse compagnie di taxi, interpellate, hanno promesso l’arrivo di taxi entro cinque minuti, ma ovviamente non è arrivato nulla, se non la rara BMW o Lexus che si infilava nei garage circostanti. Abbiamo mobilitato l’albergo del meeting, che ha promesso di reperire un pulmino. Uno dei partecipanti, alla fine, si è avviato a piedi verso il Marriott che dista un chilometro da lì, cercando di trovare dei taxi laggiù.

L’unico risultato è stato l’arrivo di una macchina della polizia, a fari spenti, per vedere cosa succedeva; noi inesperti ci stavamo affollando attorno al finestrino per chiedere aiuto, ma per fortuna nel gruppo c’era un americano che ha urlato di fermarsi, che i poliziotti che vedono avvicinarsi al loro finestrino, di notte, un gruppo di venti persone – anche se in giacca e cravatta – tendono all’azione preventiva, e non voglio sapere quale.

Dopo un’ora, finalmente, è arrivato un taxi, e ovviamente sono stati instradati prima donne e bambini. Il secondo taxi è stato quello delle scene pietose: tutti i distinti partecipanti erano distrutti dall’attesa e dalla prospettiva di non vedere altri taxi per un’altra ora, ma nessuno voleva farsi vedere nell’atto scortese di soffiare il passaggio agli altri. O meglio, quasi nessuno, visto che il membro neozelandese del Board, piuttosto provato, ha approfittato dell’attimo di esitazione per tuffarsi nel taxi, suscitando risate e “buu” del resto del gruppo, e anche varie foto a memoria dell’incidente.

Poi la situazione si è normalizzata, anche se il terzo taxi è andato, con uno scatto veramente imperioso e uno sguardo autoritario da dignitari del Regno Centrale, ai cinesi di CNNIC. E insomma, io e mister IETF ci siamo infilati insieme a un gruppo misto neozelandese-latinoamericano e siamo arrivati in camera all’una di notte.

Per cui, perdonate se stamattina ho lo sguardo spento. Però il tonno crudo, la bistecca extralarge e il mezzo chilo di gelato al caffè con panna erano eccellenti!

[tags]icann, halloween, taxi, bistecca[/tags]

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sabato 27 Ottobre 2007, 03:20

Santi angeli

Sono appena arrivato in albergo a Los Angeles, dopo un volo di undici ore dal quale peraltro resterò traumatizzato a vita, visto che non riuscirò più a togliermi dalla testa le immagini di Keira Knightley in Pirati dei Caraibi 3 – due ore con i vestiti sempre completamente fradici.

Comunque, effettivamente qui in città si vede poco o nulla: alla classica coltre rossa dell’inquinamento si aggiunge uno spesso strato grigio di fumo, che anche dai piani alti rende difficile vedere oltre la prima ventina di isolati. E così, mi sono accontentato di questo malinconico tramonto dal diciassettesimo piano dell’Hilton dell’aeroporto:

DSC00825s.JPG

Per completezza, aggiungo che il Westin che si vede sulla destra (l’ultimo palazzone bianco) è dove ero stato sette anni fa per un meeting di SDMI, spedito da Vitaminic: insomma un ritorno alle origini. Se stasera mi gira sfido il filo spinato elettrizzato (ubiquo nel circondario) e vado a vedere se esiste ancora il Taco Bell di fronte; se no, mi accontento degli hamburger del Carl’s Jr qui sotto. Oppure mi trascineranno in qualche cena, anche se per me (e per voi) sono quasi le quattro del mattino…

[tags]los angeles, incendi, tramonto, pirati dei caraibi, keira knightley sorca spaziale[/tags]

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sabato 15 Settembre 2007, 10:10

Le discount

La prima sera che, appena arrivato, bazzicavo per Strasburgo, ho subito scoperto – all’avvicinarsi del tramonto – che questa città va aggiunta a San Francisco nella lista di quelle che hanno una caratteristica fondamentale: quella per cui fa sempre molto più freddo di ciò che ci si aspetterebbe. Io arrivavo dalla quasi estate del nostro primo settembre, e invece qui la sera si attesta verso e poi sotto i dieci gradi.

Comunque, non avendo voglia di sedere per un’ora da solo in un ristorante biascicando un improbabile francese, e avendo preso un panino al volo verso le sei, ho deciso di infilarmi in un supermercato per comperare una birra e del cioccolato, e terminare così la cena in modo informale, prima di tuffarmi sotto la doccia giusto in tempo per poi vedere la partita (grazie al satellite, si prende Rai Uno). E così, alla terza insegna uguale che vedevo camminando in giro, sono entrato in un Norma, una catena che non avevo ancora visto.

Potete capire la mia sorpresa: mi sono subito reso conto che il posto non solo era un discount, ma era praticamente identico al mio Lidl di fiducia: stessi corridoi, stessi arredi, stessa disposizione, stesso font, stesse borse, stessi prodotti. Però, sinistramente, c’erano anche delle leggere differenze: invece di essere tutto giallo e blu, era giallo e rosso; e i soliti, familiari prodotti avevano però delle fintemarche quasi indistinguibili ma diverse da quelle del Lidl.

Acquistata una birra Obenburger che sapeva proprio di Fink Brau, nonchè l’immancabile Ritter Sport, ho fatto la coda – tra due punkabbestia puzzolenti e una signora immigrata che chiamava continuamente il tremendo figlioletto, “Younis! YOUNIS!” – e nel frattempo mi son detto: delle due l’una. O qualcuno qui ha copiato al millimetro i Lidl che stanno dall’altra parte del Reno; oppure, più inquietantemente, il signor Lidl ha pensato che i francesi avrebbero preferito farsi stuprare le narici piuttosto che fare acquisti sotto l’insegna del Quarto Reich supermercatale. E così, zitto zitto, ha colorato i negozi francesi con il rosso al posto del blu, ha cambiato la scritta, ha rifatto le etichette, e si è portato a casa il mercato. Mica scemo.

P.S. In compenso, tre secondi prima del collegamento, Rai Uno (sul satellite) ha oscurato il segnale della partita. Per risparmiare, non avranno pagato i diritti internazionali; peccato che così gli emigrati come me non abbiano visto un tubo. Per fortuna mi sono rifatto: Eurosport dava in diretta Italia-Romania di rugby. In certi momenti (vedi ultimi minuti del primo tempo) sembrava scapoli contro ammogliati: la palla schizzava come una saponetta, e se fosse stato calcio sarebbe stato uno spumeggiante Cossatese-Cirievauda. Ma almeno me l’hanno fatta vedere.

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martedì 4 Settembre 2007, 16:20

Conferenze spagnole

Anche oggi, alla fine, ho i miei cinque minuti di Internet cafe’ per dispensare pillole di saggezza.

Quella di oggi e’ che non bisogna far organizzare le conferenze agli spagnoli, specie se letterati. Non solo litigheranno continuamente con qualsiasi computer, rinunciando poi a mostrare le slide, peraltro orride e piene di testo; non solo si rifiuteranno pervicacemente di parlare in inglese, facendo infuriare la truppa tedesca che costituisce il nerbo dei partecipanti; non solo si lanceranno in eloquentissimi indirizzi di saluto a presenti, organizzatori, autorita’ e cittadinanza tutta, che porteranno via venti dei trenta minuti loro allocati, per poi sforare di altri quaranta.

Ma il secondo giorno, nel pomeriggio, costringeranno tutti a inerpicarsi su per la collina ripida, per tenere la sessione in un meraviglioso edificio-museo cinquecentesco, dove le seggiole sono scomode, non ci sono tavolini, non c’e’ interpretazione, non si puo’ avere il caffe’ al coffee break (coffeeless break?), e si deve subire un indirizzo di saluto del tipo sopra descritto da parte del direttore del museo; e si giustificheranno dicendo che si’, si rendono conto che in questo modo la mezza giornata di conferenza andra’ sostanzialmente sprecata, pero’ il museo era tanto bello e volevano assolutamente spacciarsi con te portandotici dentro.

(Comunque anche noi dovremmo tacere, che un dotto professore nordico a pranzo ci ha raccontato di come resto’ allibito quando, a una conferenza internazionale di linguistica da lui presieduta, professori del Nord Italia e professori del Sud Italia si presero a male parole davanti a tutti, in mezzo alla sala, al grido di “razzisti!” e “comunisti!”, sulla questione “il lombardo, il veneto e il piemontese sono lingue o dialetti?”. Non temete, comunque, lui concordava con me che sono lingue!)

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lunedì 3 Settembre 2007, 18:58

Toledo in breve

Avendo ancora soltanto cinque minuti di Internet cafe’, ecco Toledo in breve:

Una citta’ bellissima.

35 gradi all’ombra stabili quattro mesi l’anno.

La miglior cipolla cruda che abbia mai mangiato.

Viso +, tette ++, culo +++.

E soprattutto, la totale invasione di negozi che vendono i prodotti millenari dell’artigianato locale: i piatti di ceramica, e la spada del Signore degli Anelli.

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domenica 26 Agosto 2007, 09:49

Los Angeles (4)

(Segue dalla terza puntata…)

Comunque, l’esperienza migliore l’ho fatta decidendo di fare qualcosa che i miei contatti locali hanno descritto come “follia”: trasferirmi da Hollywood a Marina del Rey – la sede di ICANN, sul mare vicino a Santa Monica, a una trentina di chilometri dal centro – con i mezzi pubblici, portandomi dietro valigia, computer e tutto il resto.

Si inizia bene, prendendo la linea rossa della metro, che è una vera metropolitana, con treni veloci – anche se radi, uno ogni 10-12 minuti – e tutta in galleria. Arrivati in centro, si passa sulla linea blu, che va meno bene: in pratica, è un tram che collega il centro con Long Beach, quaranta chilometri più a sud. In galleria c’è solo il capolinea; dopodichè, il tram percorre sferragliando le vie alla periferia meridionale del centro, fermandosi bellamente ai semafori. La cosa migliora un po’ quando, dopo un quarto d’ora, si gira su Long Beach Avenue, dove il tram percorre una vecchia ferrovia, sempre a raso, ma con un’ampia sede dedicata a centro strada, e precedenza sulle vie laterali. Poi, dopo un po’ di fermate, improvvisamente la ferrovia si alza, e passa su un altissimo cavalcavia. Proprio lì, nel mezzo dell’aria, si ferma, e quella è la fermata di Slauson Avenue: la mia.

Esco, e immediatamente penso: sono nei guai. Difatti, mentre il tram si allontana sferragliando, io mi guardo attorno e vedo un panorama talmente lunare che non mi sono osato tirar fuori la macchina fotografica per immortalarlo. Intorno, guardando nella piana di South Los Angeles per chilometri, non c’è un albero o un filo d’erba: soltanto terra polverosa, come in mezzo a un deserto. Sotto di me, passa una via trafficata, oltre la quale, parallela ad essa, si stende una vecchia ferrovia arrugginita, a raso, che sembra abbandonata. La traversa più vicina è a un duecento metri – c’è anche la freccia, perchè le fermate degli autobus sono là. Intorno, ci sono antiche fabbriche cadenti, magazzini di vario genere, casupole misere, vecchie auto sfondate e lasciate là a morire. Cammino fino all’incrocio, attraverso, e trovo la fermata del bus 108. E’ un palo, piantato nella sabbia sul ciglio impolverato della strada. Per aspettare, ci si può sedere sui vecchi binari, evitando il riporto dei camion. Nello spiazzo dietro di me, un vecchio messicano spinge un carrello pieno di ferraglia, mentre, davanti a una vecchia roulotte con cartelli soltanto in spagnolo, tre signori chiacchierano seduti sulle sedie da campeggio. Puro Quentin Tarantino, ma ci sono proprio in mezzo.

E sono nei guai anche per un altro motivo: ecco, a me piace fare i miei piani e seguirli. Il bus 108 percorre tutta la Slauson Avenue, una trentina di chilometri da est a ovest fino al mare e ritorno, passando circa una volta ogni quarto d’ora. Tuttavia, solo un autobus su quattro va fino a Marina del Rey, posto fighetto dove l’idea di prendere i mezzi pubblici viene solo a qualche cameriera messicana. Stando al pidieffone dell’orario sul sito, c’era un 108 per Marina del Rey entro un quarto d’ora dal mio arrivo. Però, stando al trip planner, non ce ne sarebbero stati per un paio d’ore.

Potete quindi capire il mio sollievo quando dopo una attesa guardinga, passata a controllare i messicani alle mie spalle, ho visto emergere dal riverbero caldo sull’asfalto lontano uno scassone con il numero 108 e la scritta Marina del Rey. E vai! Salgo e allungo il dollaro e venticinque: come vi dissi, qui i trasporti pubblici sono gestiti da innumerevoli compagnie private, per cui non esiste il concetto di biglietto a tempo: si ripaga ogni volta che si sale su un mezzo.

Il pullman è scassato, ma mi sorprenderà in positivo per due cose. La prima, è una piattaforma automatica per invalidi che si apre su richiesta, e tira su la carrozzina per la porta davanti: un vecchio meticcio in carrozzina riesce a prendere l’autobus completamente da solo. La seconda, è uno schermo LCD che riporta in un angolo la mappina satellitare di Windows Live, con la posizione del pullman, per capire a che punto sei dell’infinita avenue; nel grosso dello schermo scorre pubblicità, è per quello che può esistere.

Il viaggio è affascinante. All’inizio, sono l’unico non messicano; dopo un quarto d’ora, mi accorgo di essere diventato l’unico bianco. La zona è povera, sempre caratterizzata da vecchie fabbriche e magazzini di cianfrusaglie, con la ferrovia ad affiancarle tutte; a un certo punto scopro che non è abbandonata, c’è addirittura un vagone merci rugginoso che deve avere sessant’anni, e che arranca da solo, più lento di noi, attraversando le traverse ad ogni incrocio. Insomma, degrado totale; di notte deve essere certamente parecchio pericolosa. Me ne accorgo perché ho già visto, in Argentina o in Sud Africa, interi quartieri borghesi recintati dal filo spinato, e protetti dalle guardie all’ingresso. Ma non avevo mai visto, come qui, casupole cadenti, poverissime, quasi baracche, però circondate da lamiere e filo spinato. Ho come il sospetto che qui anche due dollari siano una ricchezza, e che ci si ammazzi per niente.

Poi, dopo quasi mezz’ora, finalmente lo scenario cambia: la ferrovia gira e sparisce nei meandri, e cominciano a comparire casette più dignitose, e anche qualche filo d’erba. Poi, di colpo, la strada sale; le case si fanno belline, curate, nuove, con il prato davanti, e agli angoli riappaiono negozi e servizi. Dopo questa collina c’è un parco, e lì vedo un’altra cosa che non mi aspettavo: in un angolo, ben cintate, tre pompe di petrolio, di quelle antiche, a becco, che vanno su e giù, perfettamente in funzione.

Dopo un po’, sono in una zona decisamente borghese: Fox Hills, dove l’autobus gira e si infila per viali alberati affiancati da condomini carini e da gente che fa jogging. Il pullman ormai è vuoto, a parte una enorme signora nera che prende il bus con l’abbonamento per fare un tragitto che, a piedi, sarebbe di cento metri scarsi: signora, un po’ di moto le farebbe bene. A questo punto sale un ragazzo bianco in tuta da ginnastica, con l’iPod: sono definitivamente nella civiltà, ma lui mi fa l’effetto di un alieno. Chiede se l’autobus va veramente a Marina del Rey, che non l’ha mai preso in vita sua. Gli si sarà rotta la macchina.

Dopo un’ora di bus, ci siamo; anticipo la fermata con precisione, tiro la corda che si usa per segnalare, scendo, a venti metri dal portone del palazzone in cui sta ICANN, sulla passeggiata davanti al porto. Dopo il mio meeting, avrò anche un’oretta per passeggiare e vedere questo enorme porto turistico, pieno di barche e yacht, di ristorantini di mare e finti villaggetti di pescatori per i turisti. Un altro pianeta. Ma, per due dollari e cinquanta, il mio giro di due ore sui mezzi pubblici di Los Angeles, con vista sulla vita, è stato il miglior investimento dell’estate.

E mi ha fatto anche un po’ ricredere su questa città, dove non c’è niente da vedere, ma molto da sperimentare. Sono contento di esserci stato.

(Fine!)

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sabato 25 Agosto 2007, 10:37

Los Angeles (3)

(Segue dalla seconda puntata…)

Come dicevo, l’unica parte un po’ interessante di Downtown Los Angeles è il centro antico, all’angolo tra Main Street e l’autostrada 101 (qui le autostrade le costruiscono scavando al posto dei vecchi corsi, un po’ come se per fare la Torino-Milano avessero cominciato abbattendo le case per trasformare via Roma in un trincerone a otto corsie: mica vorrai farti i semafori per arrivare in centro dalla tangenziale?). Sorprendentemente, ci sono alcuni edifici di inizio Ottocento, quando Los Angeles era messicana, e la originale missione dei frati francescani che fondarono il posto come El Pueblo de Nuestra Senora La Reina de Los Angeles del Rìo Porciuncula (quello di Assisi); abbreviato L.A., va per la maggior contrazione toponomastica della storia. Soprattutto, qui è pieno di messicani e finalmente ci si sente un po’ a casa, anche se a fianco della missione c’è un parcheggio (ma ci sono parcheggi ovunque: l’idea è che in un isolato si fanno case e in quello a fianco si fa un parcheggio sopraelevato a pagamento).

C’è una bella piazza, e c’è Olvera Street, un mercatino pieno di bancarelle di chincaglierie messicane fatte in Cina. E c’è la Union Station, la stazione dei treni, uno dei peggiori investimenti pubblici della storia americana – fu costruita nel 1939, dal 1940 cominciarono a smantellare le ferrovie e sostituirle con auto, bus e aerei. E’ grandiosa, scura e austera all’interno, allagata dal sole nei chiostri e nei cortili esterni; è ancora usata, ma solo in parte, per i pochi treni rimasti, e per farla fruttare un po’ ci hanno persino girato Blade Runner (la sede della polizia). Certo, prima di capire dove si prende la metro e dove si comprano i biglietti ci vorrà un po’, perché ogni servizio pubblico è gestito da una azienda separata, e il concetto di integrazione è inesistente. Ma vale la pena arrivare fin qui.

A questo punto dovreste aver capito che, a differenza delle città a cui siamo abituati, a Los Angeles non ci sono zone storiche da vedere, e zone non storiche da ignorare; il punto della visita è l’esperienza di vita. Per questo sono stato ben contento, quando pagavo io, di spostarmi in un motel: un classico Travelodge, che è il tipico albergo degli americani medi, per affari o per vacanza che sia. A parte Las Vegas, solo i ricchi vanno negli alberghi “all’europea”; gli altri si muovono in auto e usano i motel.

I Travelodge sono tutti uguali da un capo all’altro dell’America: c’è un ingresso dalla strada, vicino alla reception, che controlla cosa succede; poi c’è una specie di lunga casa di ringhiera su due piani, a L, che dà sul cortile interno, che è un parcheggio a pettine. Se siete al pianterreno, potete parcheggiare col muso a mezzo metro dalla porta della camera: difatti le camere danno sul passaggio coperto a pianterreno, o sul balcone al primo piano. Ogni camera ha un bel letto matrimoniale, un televisore con la TV via cavo, un frigo vuoto per le vostre cose, un forno a microonde, un vecchio condizionatore elettrico, una cassaforte, un ripostiglio, e un bagno più che discreto, che di solito funziona bene. In mezzo al parcheggio, c’è anche una piscinetta, nemmeno troppo piccola (non fosse che di solito è monopolizzata da qualche famigliola). Insomma, ci si può vivere per una settimana con vari comfort, e in occasioni passate il forno a microonde mi venne piuttosto utile per risparmiare sui pasti.

Qui io ho dormito per 95 dollari a notte tasse incluse, che per un motel è tanto, ma per un albergo di Los Angeles a “due fermate della metro” sia da Downtown che da Hollywood non è molto. In più, esso stava di fronte alla fermata della metro di Sunset/Vermont, abbastanza vicino alle uscite dell’autostrada, in una zona con vari servizi: tre o quattro fast food tra cui un simil-Starbucks, un paio di benzinai con negozietto di cibarie aperto 24 ore su 24, un bank-in – cioè un bancomat che funziona come un drive-in, senza scendere dall’auto; sembra ridicolo, ma lo rivalutate parecchio se dovete prelevare col buio… e capite nel contempo perchè la Focus americana abbia un dispositivo che abbassa automaticamente la sicura delle porte dopo dieci secondi che la guidate – e poi, un paio di ospedali – tra cui il già citato Ospedale Infantile Haim Saban – e la sede mondiale della chiesa di Scientology, caso mai abbiate una crisi esistenziale nel cuore della notte.

Del resto, in America le città vanno a zone. Può capitarvi come a me, di essere a Hollywood, dover riconsegnare a breve l’auto nell’ufficio Avis del centro città, e nel contempo aver finito i contanti. La periferia di Hollywood, però, è una zona di casette, quindi niente banche, ma un sacco di negozi, e di benzinai. Alla fine, dopo venti minuti, trovate una banca e prelevate, ma siete già quasi in centro. Così andate fino all’ufficio di noleggio, sperando di trovare un benzinaio in centro per fare l’obbligatorio pieno prima di riconsegnare l’auto. Sperate male: perché il terreno in centro serve per i grattacieli, e non ho visto un singolo benzinaio in tutta la zona. I benzinai sono rigorosamente collocati fuori dal centro e sulle avenue più frequentate, meglio se all’incrocio di due di loro; e così dovrete uscire fuori lungo Wilshire per un paio di chilometri, per trovarne uno.

Peraltro, i problemi di muoversi in un ambiente sconosciuto non si limitano al cercare banche in un quartiere di benzinai, e poi benzinai in un quartiere di banche. Fare benzina non è così facile: perchè in America nessuno mai si fiderebbe a lasciarti fare ciò che fai qui, cioè prima mettere benzina e poi andare a pagare (e nemmeno si fiderebbe a metterti benzina lui, almeno nelle città). Tutti i benzinai sono self-serve, pre-pay: metti la macchina davanti alla pompa, scendi, lasci una certa cifra alla cassa, che ti autorizza a far benzina per quell’importo. Torni alla pompa, metti la benzina, e se ne hai avanzata torni indietro a farti dare il resto. Poi, può succederti come a me, di aver messo la macchina con il serbatoio dal lato sbagliato, contando sull’estensibilità della pompa, e di scoprire che in America le pompe non sono estensibili; e così, devi improvvisare una inversione in mezzo al piazzale pieno di gente, mentre un coreano cerca di fregarti il posto e tendenzialmente anche la benzina che hai già pagato. E’ appena normale che, in tutto questo, tu faccia la manovra col serbatoio aperto e il tappo penzolante!

(continua…)

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venerdì 24 Agosto 2007, 20:37

Los Angeles (2)

(segue dalla prima puntata…)

Mulholland Drive è la strada che si snoda, in modo estremamente tortuoso, proprio sul crinale delle colline che separano Los Angeles dalla Los Angeles aggiuntiva che si è sviluppata sull’altro lato, che comprende posti come Van Nuys, Glendale e Burbank, oltre agli Universal Studios. E’ giustamente famosa non solo come posto per imboscarsi, ma anche perché la vista è magnifica, e la guida sarebbe divertente se non ci fosse di mezzo il cambio automatico. Il cinema l’ha sfruttata ampiamente per queste sue caratteristiche: del resto, sarebbe difficile ambientare un incidente stradale minimamente pittoresco in qualsiasi altro posto di Los Angeles, visto che il resto è costituito da stradoni larghi e dritti con un semaforo ogni duecento metri.

Lungo il percorso, si attraversano le più alte e remote delle villazze, perchè tutto il versante a sud è occupato dalle ville degli straricchi, e tappezzato di cartelli che invitano a non passare di lì, che sparano a vista (metaforicamente, si spera). Ci si può fermare ogni tanto a fare foto, schivando i cartelli che intimano di non mettersi lì. Insomma, un ambiente dove ti senti benvenuto… Però è davvero un bel giro.

Arrivati al passo Cuenahoga, occupato in forze dall’autostrada 101, potete persino, come ho fatto io, provare l’inseguimento alla scritta HOLLYWOOD. Già, perchè la famosa scritta sulla collina, nonostante tutte le immagini che avete visto, non solo è chiusa e guardata dai cani, ma è anche a parecchi chilometri dal mondo civilizzato (ve l’avevo detto che tutto è molto più lontano di quello che sembra…). Io sono riuscito ad arrivarci piuttosto vicino solo col mio fiuto per l’orientamento, per cui annoto le indicazioni: percorrendo il passo verso nord sul Cahuenga Boulevard, potete infilarvi nelle villette di Hollycrest come ho fatto io, anche se sparano a vista; oppure potete prendere il Barnham Boulevard. In entrambi i casi, dopo un po’ incrocerete sulla destra Hollywood Lake Drive; salendo di lì, si incrocia Wonder View Drive (nomen omen) e poi si piega a destra verso il lago Hollywood, che è in realtà un enorme bacino artificiale.

A questo punto siete veramente nella terra di nessuno, fuori dalle villette; ci sono solo il sole, il lago e qualche jogger solitario. Imboccate Montlake Drive lasciando il lago sulla destra, e dopo un po’ di curve vi apparirà la Scritta. Andando ancora avanti, entrerete in un’altra zona di villette per Tahoe Drive, fino alla sua fine; quello è uno dei punti più vicini. Proseguendo a destra, si sale e si finisce in Mulholland Highway, che è una strada strettissima: siete arrivati proprio in mezzo alla famosa lottizzazione per cui la Scritta fu creata. Le strade e le case sono quasi interamente di inizio secolo: ve le raccomando. Potete comunque scendere per la ripida Ledgewood Drive, che poi confluisce in Beachwood Drive, che sarebbe l’arteria principale di questo quartiere augusto, collinare ed esclusivissimo. Vi stupirà per quanto tempo dovrete guidare prima di sbucare sulla Franklin Avenue in un incrocio totalmente anonimo – mai direste che quella è la svolta per un quartiere tanto grande e ricco.

Ecco, questo è ciò che vale la pena veramente di fare, a Los Angeles. Ve lo dico perché, in compenso, Hollywood vera e propria è un pacco clamoroso: in pratica, si riduce a un solo isolato di Hollywood Boulevard, quello col centro commerciale, la fermata della metro (Hollywood/Highland) e il famoso cinema orientaleggiante, il Mann’s Chinese Theatre. Lì è dove mettono il tappeto rosso e fanno le riprese in televisione: anche quando sono passato io, c’era la prima di tal film Superbad – dagli autori di Quarant’anni vergine – con due sconosciuti in mezzo ai flash, e centinaia di persone in delirio. Ma in delirio perché?

Attorno a quello, il resto di Hollywood – gli isolati con le stelle sul marciapiede, che viste da vicino sono solo simpatiche decorazioni da marciapiede e anche un’idea un po’ cheap, adesso piazziamo i nomi dei compositori classici davanti al Regio e diventiamo la capitale della lirica? – sono edifici cadenti e pieni solo di negozi di chincaglieria per turisti. Basta girare l’angolo per ritrovarsi nel solito mare di casette, negozietti e fast-food col drive in.

Il centro non è tanto meglio: esso si divide in tre parti. Quella più meridionale, attorno alla settima strada, è piena di centri commerciali, alberghi storici e grattacieli di banche; non è male, ma è come la zona degli affari di qualsiasi altra città americana, cioè uno scimmiottare Manhattan. Bella la salita sulla collinetta di Bunker Hill, con il piccolo museo Wells Fargo, da cui si sbuca sul Museo d’Arte Contemporanea (pensavo che Isozaki fosse sopravvalutato, ma dopo aver visto questo suo edificio – indistinguibile dai palazzi dove abito – mi chiedo se sia veramente un architetto famoso) e sulla nuovissima Walt Disney Concert Hall, del cui andamento a nastri metallici certamente avete già visto milioni di foto.

Quella subito più a nord, invece, è la zona dei palazzi pubblici: il peggio del peggio. E’ come Bucarest, moltiplicata dieci volte in dimensione. Squallida uguale, tronfia uguale, sporca uguale, e piena di barboni uguale (anche se i barboni a Los Angeles sono ovunque, persino sull’elegante passeggiata a mare di Santa Monica). Ci sono persino i fregi a mosaico in stile Alexanderplatz.

A margine, c’è Little Tokyo. Che è una fregatura: sono due isolati, di cui uno nel parcheggio di un hotel. Vero, ci sono negozi giapponesi veri, con scritte giapponesi e persino le guide telefoniche in giapponese. Ma il cosiddetto “villaggio giapponese” è un fintume commerciale per turisti. Stessa cosa Chinatown: in realtà non c’è, perchè la rasero al suolo negli anni ’30 per farci la stazione. Poi si son resi conto che non era gentile e che ai turisti piacciono le Chinatown, e allora hanno costruito una impalcatura di tubi su una strada a mo’ di portale, e hanno detto “questa è la nostra Chinatown”.

L’unica parte del centro che merita veramente è quella messicana, di cui vi parlerò domani!

(continua…)

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